2012: Nel centenario della morte di Giovanni Pascoli: una breve riflessione sulla scuola nella poesia pascoliana


4 marzo 2012

Il 6 aprile di cento anni fa moriva a Bologna Giovanni Pascoli, poeta e insegnante[1]. L’accostamento nasce da quanto scrive lo stesso Pascoli che, nella prefazione ai Nuovi Poemetti del 1909, dice, rivolgendosi ai suoi “scolari di Matera, Massa, Livorno, Messina, Pisa, Bologna”, liceali e universitari assieme: “Perché vi devo l’abitudine di supporre sempre avanti me che scrivo, come ho davanti me che parlo, anime giovanili, che è dovere e religione non abbassare, raffreddare, violare. Così mi avete beneficato. Così
io sono lieto d’aver unito alla divina poesia l’esercizio umano che più con la poesia si accorda: la scuola.”
Pur rimarcando la profonda differenza tra il cielo della poesia e la techne tutta terrena dell’insegnamento, Pascoli affida qui alla scuola una missione civile (dovere) e morale (religione)
di importanza fondamentale. Gli “scolari” non devono essere “abbassati”, oppressi, demotivati, né “raffreddati” nei loro slanci giovanili, né “violati” nella purezza dei loro ideali.
Tuttavia, a fronte di questa alta petizione di principio e di una vita intera trascorsa a insegnare, seppure con esiti non sempre felici[2], colpisce la modesta presenza della scuola nei versi di Pascoli[3].
Se poi si pensa al ruolo preponderante che “i fanciulli” e l’infanzia in generale hanno nell’universo espressivo pascoliano, la constatazione acquista ancora maggior rilievo. Verrebbe da dire: con così tanti bambini, così poca scuola!
Vediamo:
Myricae:
“Ricordi”, IX Cavallino:

O bel clivo fiorito Cavallino
Ch’io varcai co’leggiadri eguali a schiera
Al mio bel tempo

Ritorna qui il ricordo del bel colle urbinate che simboleggia per Pascoli il felice periodo del collegio (“Al mio bel tempo”), quando il padre era ancora vivo e il mondo era pieno di promesse. I “leggiadri eguali” sono i suoi compagni di scuola e di vita comune. Il tema troverà la sua più compiuta espressione ne
“L’aquilone” (Primi Poemetti) e qui in “Campane a sera” (v.25):

Io mi ridesto in un branchetto arguto
Di biondi eguali per l’Appennino
Opaco d’elci: o snelle, vi saluto, torri d’Urbino

dove “i leggiadri eguali” sono diventati “un branchetto arguto di biondi eguali”.

“L’ultima passeggiata”, XVI O Vano sogno

… O vano sogno! Quando
Nella macchia fiorisce il pan porcino,
lo scolaro i suoi divi ozi lasciando
spolvera il suo badiale calepino:
chioccola il merlo, fischia il beccaccino;
anch’io torno a cantare il mio latino.

La scuola si affaccia all’orizzonte, minacciosa, facendo svanire il sogno. Il “badiale calepino” è in altra redazione precedente addirittura “bestemmiato”, perché costringe ad abbandonare i “divi ozi” delle vacanze e a ripigliare il solito “latino”, vox media tra la lingua classica e la lingua della scuola, con i suoi esercizi, “i pensi”, i compiti a casa.

“Finestra illuminata” IV Un rumore…

Una fanciulla … La tua mano vola
Sopra la carta stridula si impenna:
gli occhi cercano intorno una parola.
E la parola te la dà la muta
Lampada che sussulta: onde la penna
La via riprende scricchiolando arguta.

La fanciulla è descritta mentre, alla luce incerta di una lampada, fa i compiti a casa, di sera e la madre dorme e la sogna già grande e sposa. La scuola anche qui è solo sfondo, orizzonte di attrito (la carta stridula, la mano che si impenna, quasi fosse un cavallo recalcitrante, la penna che scricchiola) tra un futuro sognato (gli occhi che cercano “intorno” una parola: nella memoria, per il compito, nella fantasia, per il futuro?) e la realtà che attende la scolara domani.

VI Un Rondinotto

E’ ben altro. Alle prese col destino
Veglia un ragazzo che con gesti rari
Fila un suo lungo penso di latino[4].
Il capo ad ora ad ora egli solleva
dalla catasta dei vocabolari,
come un galletto garrulo che beva.
Povero bimbo! Di tra i libri via
Appare il bruno capo tuo, scompare:
come d’un rondinotto, quando spia
se torna mamma e porta le zanzare.

Ancora la scuola come fatica, (“lungo penso”). Il piccolo è ritratto di sera (“veglia”), impegnato come un soldato in trincea, “alle prese con il destino”, perché non sa quale sarà la sua vita futura, intento a scavare la sua via nel fianco della montagna di vocabolari. Di straordinaria efficacia la mimesi tra il ragazzo (“povero bimbo”), il galletto “garrulo” e il rondinotto che si affaccia dal nido, in attesa della madre e del cibo. Il bimbo è “povero”, perché già sente il peso della scuola-vita e attende il ritorno della madre con il cibo. Fino a quando ancora arriveranno le zanzare?

“Dolcezze” VI Il piccolo aratore

Scrive … (la nonna ammira): ara bel bello
Guida l’aratro con la mano lenta
Semina col suo piccolo marrello:
il campo è bianco, nera la sementa:
D’inverno egli ara: la sementa nera
D’inverno spunta, sfronza a primavera:
fiorisce, ed ecco il primo tuon di Marzo
rotola in aria, e il serpe esce dal balzo.

VII Il piccolo mietitore

Legge … (la nonna ammira): ecco il campetto
Bianco di grano nero in lunghe righe:
esso tutt’occhi, con il suo falcetto
a una a una miete quelle spighe;
miete, e le spighe restano pur quelle;
miete e lega coi denti le mannelle;
e le mannelle di tra i denti suoi
parlano … come noi, meglio di noi.

La metafora tra l’aratro e la penna si inserisce in un’antica tradizione allegorica, che paragona il lavoro dello scolaro che scrive a quello del contadino aratore (basti pensare al celebre “Indovinello veronese” dell’VIII-IX secolo: Se pareba boves, alba pratàlia aràba et albo versorio teneba, et negro sèmen seminaba).
Assai più originale e riuscita l’allegoria tra lettura e mietitura. Il falcetto-lingua “miete” le lettere che, riunite a mannelle, formano le parole, le quali, essendo quelle dei libri, parlano “come noi, meglio di noi”. La scuola resta sullo sfondo. Il bambino è a casa, a fare i compiti. La nonna “ammira” da un mondo lontano, arcaico, illetterato.

“Colloquio” I

Brulli i pioppi nell’aria di vïola
sorgono sopra i lecci, sfavillando
come oro: sopra il tetto della scuola
si sfrangia un orlo a fiocchi rosei; …

La scuola è qui solo un elemento architettonico del paesaggio familiare.

Canti di Castelvecchio

“La poesia”, v. 25 e ss.

poi cenna,
d’un tratto, ad un piccolo dito,
là, nero tuttor della penna
che corre e che beve:

Torna la lampada che, di sera, illumina il piccolo alunno che scrive sul tavolo di casa e che si sporca dell’ inchiostro di una penna rapida e vorace (“che corre e che beve”),

“The hammerless gun”, vv. 3 – 6

… O montanine belle,
lo vedrete il maestro di latino!
Sì, lo vedrete il pedagogo imbelle!

Un rapido schizzo autoironico di se stesso, nelle vesti di imbelle “maestro di latino” che cerca un impossibile riscatto “guerriero” in quella magnifica e modernissima arma, donatagli dal De Bosis e destinata tuttavia a restare appesa alla parete, inane.

“Il sole e la lucerna”, v. 15 e ss.
E poi, guizzando appena:
Chiedeva te! che tosse!
voleva te! che pena!
Tu ricordavi al cuore
suo le farfalle rosse
su le ginestre in fiore!
Io stavo lì da parte …
gli rammentavo sere
lunghe di veglia e carte
piene di righe nere!

Nell’agone tra il Sole e la Lucerna, quest’ultima ricorda al piccolo malato le sere “lunghe di veglia” durante le quali si affaticava a fare i compiti. Quanta cupezza in quelle “carte piene di righe nere!”, contrapposte al rosso delle farfalle e al giallo delle ginestre. Il buio e la luce, la morte e la vita.

“Il ritratto”, v. 9 e ss.

Era pace nei cuori. Era l’esame
passato alfine con le sue lunghe ore:
tranquillo alfine da più dì lo sciame
ronzava nella nuova arnia maggiore.
Più grande all’improvviso ogni fanciullo
Si ritrovava dopo tante acquate;
il boccio apriva i petali in un frullo
meravigliando che già fosse estate;
Si ronzava: non altro. Fra le due scuole
già chiuse, una di fronte, una alle spalle,
nel mezzo c’era l’aria, c’era il sole,
odor di timo e voli di farfalle.
Ma nell’ore, più brevi ma più lente,
di studio, tra due libri, ch’uno troppo
sapeva e l’altro non sapea più niente,
stanchi del nostro insolito galoppo,
con tra le mani che sentian di lauro
e di busso, le guancie ancor di fiamma,
noi pensavamo al nostro bel San Mauro,
al babbo atteso d’ora in ora, a mamma …
Se il babbo, a casa, col più grande ch’era
già di liceo, portava anche noi tre! …
Era quello, lo studio: una preghiera,
prima che al babbo, o Dio presente, a te!

La scuola fa ancora una volta da cornice: passati i lunghi esami, è tempo di vacanza, tra un anno scolastico e quello successivo, tempo di ritorno (“fra le due scuole già chiuse, una di fronte, una alle spalle”) dall’esilio. Domina il senso d’attesa, di vuoto atemporale pieno di odori, di colori, di sensazioni. Le passate ore (“di studio”) appaiono nel ricordo più brevi, rispetto alle lunghe e luminose ore estive, ma più lente a trascorrere nel buio incipiente e nella fatica dell’impegno, tra due libri, uno già noto, l’altro ancora da iniziare. Lo studio qui si traduce in una preghiera a Dio, perché riavvolga il filo del tempo e li riconduca tutti a casa, dal babbo e dalla mamma.

“Giovannino”, v. 25 e ss.

Felice te che a quello che rimpiango,
così da presso, al limitar, rimani! –
– Misero me, che fuori ne rimango,
così lontano come i più lontani!
Alla porta che s’apre alzo le mani,
ma tu sai ch’io … non posso entrarvi più.
S’apre a tant’altri gracili fanciulli,
addormentati sui lor lunghi temi,
addormentati in mezzo ai lor trastulli;
s’apre appena e si chiude e par che tremi:
assai se, là, venir tra i crisantemi
vedo la rossa veste di Gesù! …

I fanciulli sono “gracili” e si addormentano “sui lor lunghi temi”. La lunghezza e l’implicita fatica del lavoro scolastico segnano un limite, il momento in cui si apre e si chiude appena (“e par che tremi”) la misteriosa porta, al di là della quale lampeggia il rosso della veste del Cristo.

Odi e Inni

“L’aurore boreale”, v. 1 e ss.

Ai miei primi anni … infermo ero e lontano
Da tombe amate … udivo dei compagni
Il suon del sonno, uguale e piano,
sommosso da improvvisi lagni;

Torna la vita del collegio, le camerate che non sono qui “sonanti” (“Digitale Purpurea”), ma scosse dagli “improvvisi lagni” (incubi?) dei compagni.
“Il sogno di Rosetta”, v. 31 e ss.
Compitavi sopra un ramo
ce … ce … ce … canipaiola!
come noi che cantavamo
su le panche della scuola
ce e ci, e ci e ce.
Tutto il giorno abbiamo detto
Dentro noi, ma forte forte:
Deh, facciamo un po’ a filetto!
deh! apriteci le porte,
novì, novì, novè.

Il paragone torna ad essere tra scolaro e uccellino, tra Storia e Natura. Entrambe le piccole creature sono impegnate a compitare la propria lingua. Compiuta e misteriosa quella della canipaiola, incerta e “insignificante” quella del bambino. Quale la più “vera”?

Primi Poemetti

“L’aquilone” v. 13 e ss.

si, gli aquiloni! E’questa una mattina
che non c’è scuola. Siamo usciti a schiera
tra le siepi di rovo e d’albaspina

v. 37 e ss.
Sono le voci della camerata
mia: le conosco tutte all’improvviso,
una dolce, una acuta, una velata …
A uno a uno tutti vi ravviso,
o miei compagni! e te, sì, che abbandoni
su l’omero il pallor muto del viso.

E’ una composizione impregnata di scuola, ma, a guardar bene, qui, come ne “Il ritratto”, la poesia nasce proprio dall’assenza della scuola. Ci sono i compagni, la vita di collegio, il senso della fratellanza tra chi è destinato ad affrontare un destino ignoto e spesso doloroso. Nell’apostrofe al Fato del piccolo compagno morto prematuramente (“Oh te felice che chiudesti gli occhi persuaso, stringendoti sul cuore il più caro dei tuoi cari balocchi!”) torna un leit-motiv pascoliano, che è il sofocleo “Meglio di ogni cosa è non essere nati, e dopo di ciò morire subito dopo la nascita” (Oed. Col. 1211-1248).

Poesie famigliari

“Il pellegrino” v. 13 e ss.

Dentro le cupe scuole
per l’orrida città,
alla tempesta, al sole,
rinchiuso e in libertà.

La quartina, cancellata dall’Autore e ripristinata dalla sorella Maria, parla dell’esperienza universitaria (le “cupe scuole”), a Bologna (”orrida”), nel periodo più buio della vita di Pascoli, che patì il carcere. Nei versi precedenti si parla di “vegliate notti” e di “sudati dì”. La scuola è dunque, ancora una volta, veglia e sudore, assimilabile alla cupa prigione patita dal Poeta. Siamo nel 1882, agli inizi, quasi, della “carriera” poetica pascoliana.

“Sera”

Alla tavola siede la sorella
più grande e meno triste, Ida, la bionda
tutta in sé scrive, medita, cancella
come se al cuor la penna non risponda.
Non s’ode intorno che lo scricchio della
penna veloce …

Ancora i compiti a casa, ancora la penna che “scricchia” veloce e sembra “non rispondere al cuore”. Ida, la bionda sorella “più grande e meno triste” della più piccola e inoperosa Maria, “solitaria e pensosa in disparte”, si affanna, lotta quasi con la pagina che sta scrivendo. Eco di un destino già segnato che porterà Ida, la vitale “polledra”, a lasciare lo sterile nido fraterno, più avanti nella poesia simboleggiato da un “castello”, in cui il Poeta vagheggia di rinchiudere le due sorelle?

Paedagogium

La scuola è nel titolo stesso di questo poemetto latino composto in occasione della scoperta del graffito “blasfemo” in quella che gli archeologi ritengono essere stato un Paedagogium (la scuola dei servi di Palazzo) alle pendici del Palatino[5]. Prevale qui il motivo d’occasione, ma pur sempre attenta, profonda e modernissima l’analisi psicologica dei pueri che in quella scuola “multietnica” si frequentano, si azzuffano e finiscono per comprendersi nel nome della fratellanza universale e della solidarietà.
Dalla lettura dei pochi luoghi sopra elencati, si conferma l’apparente contraddizione cui accennavamo all’inizio del nostro discorrere: per l’attività umana che, secondo le sue stesse parole, è seconda solo alla poesia, Pascoli non trova spazio all’ispirazione poetica. Ancor di più, nei contesti in cui la scuola compare, essa resta sullo sfondo, quasi a rappresentare un principium realitatis, l’inizio della Storia che strappa i fanciulli al loro stato di veggente inconsapevolezza; così, la scuola richiama, come abbiamo visto, quasi esclusivamente la fatica, le veglie, il penoso procedere, segnato dalle penne, che quasi dappertutto “scricchiolano” sul foglio, a riempire le pagine di minacciose “righe nere”.
L’affermazione così solenne fatta da Pascoli nella prefazione dei Primi Poemetti suona dunque insincera, quasi a schermo del suo intimo e forse inconsapevole convincimento che la scuola, viatico dell’età adulta, sia di per sé fonte di dolore e di lacerazione.
E’ stato detto che il dato di personalità del Poeta che più condiziona il suo essere tale è collegato al concetto di “soglia”, locus [6]di una poesia che gravita attorno ai cardini di porte che si aprono verso ciò che non è ancora e si chiudono su quel che più non è.[7]
In questo spazio di attesa, in cui il pendolo tra futuro e passato pare cancellare il presente se non come riflesso dell’uno e promessa dell’altro, la poesia di Pascoli cerca una sua lingua, che è necessariamente “lingua morta”[8], ma anche lingua “non lingua”[9], quella delle celebri onomatopee e delle lallazioni infantili, degli innumerevoli canti degli uccelli che tanto dispiacevano a Croce[10], capace cioè di dar voce al Mistero che si cela nelle aurore come nei tramonti. E’ così dunque che non c’è soluzione di continuità tra il latino dei suoi Carmina e, ad esempio, la straordinaria lingua ibrida di un poemetto come “Italy”, in cui si passa in continuazione dalla lingua letteraria al dialetto garfagnino, all’inglese corretto di Molly, al patois degli emigrati italiani in America[11]. Per questo le poesie latine di Pascoli sono quanto di meno accademico si possa immaginare e hanno avuto lo straordinario successo che sappiamo. Pascoli non “traduceva” in latino la modernità[12], ma faceva del latino la lingua della sua personale e sensibilissima modernità.[13] Ad evitare il naufragio nell’angoscia, nell’attesa senza speranza, resta l’ancoraggio alle piccole cose, tutte concretamente presenti e chiamate sempre per nome, con puntigliosa, positivistica acribia e, soprattutto, la sapienza della forma, la superba padronanza del verso e della tradizione poetica italiana (Italy è in terzine dantesche), al cui interno trovano armonicamente posto, accanto a vocaboli e modi ancora petrarcheschi, le voci nuove, i suoni della Natura, i vagiti. Da quanto abbiamo detto finora, la rada presenza della scuola nella poesia pascoliana trova una sua possibile ragione nell’essere la scuola da un lato momento topico del divenire, abitata com’è da chi, non ancora adulto, conserva intatte le illusioni di una vita non ancora vissuta e quindi non ancora inesorabilmente perduta, ma dall’altro è anche il luogo in cui si cresce, si diventa
adulti, si abbandona definitivamente il nido, il grembo materno, per avventurarsi nella vita. Il luogo dunque, nella prospettiva regressiva pascoliana, del dolore e della lacerazione.
Anche gli insegnanti, e Pascoli in questo era uno di loro, partecipano di questa vita-non vita, destinata a restare in eterno boccio, ma a non vedere mai i frutti, che matureranno, forse, indecifrabili e lontani da chi ha seminato. Non è il destino “tragico” dei maestri, quello di non sapere mai se il seme gettato oggi darà frutti domani? Non è forse circolare, come quello degli antichi, il tempo della scuola, con la sua stagionalità che, anche nel calendario, è mimetica delle opere del contadino (si semina in autunno, si miete a giugno)?
Una pedagogia così fondata rischia di essere anch’essa regressiva, offrendo una prospettiva da un lato di attenzione ai sentimenti, all’homo sapiens che deve diventare homo humanus, alle fragilità delle persone che sono mondi da rispettare, ma nello stesso tempo negando l’adultità delle scelte e soprattutto la possibilità, crescendo, di elaborare il lutto, che in Pascoli resta immedicabile. La morte, così ossessivamente presente in Pascoli e che tante malevoli caricature gli ha procurato, resta senza ragione e senza riscatto (X Agosto). Cotidie morimur, diceva Seneca rasserenato. Pascoli non riesce ad essere “persuaso”, come il “morto giovinetto” de “L’Aquilone”.
Poeta della prima modernità italiana, affatto europea e non così piccola e provinciale come vuole la vulgata[14], classico tra i classici per la sua visione profondamente tragica,
senza pacificazione, dell’esistenza umana, perduta nel Cosmo infinito[15], Pascoli è anche un perfetto alessandrino per la raffinata strumentazione poetica, discendente diretto di Menandro e di Orazio, giganti delle piccole cose, alfieri di humanitas e di philanthropia.

______________________________________________
[1] Da “Il Resto del Carlino”: “Bologna, 1 febbraio 2012 – Per il centenario dalla morte di Giovanni Pascoli non ci sono soldi. E’ questo il messaggio arrivato a chiare lettere dal ministero dei Beni Culturali. Ad annunciarlo alla commissione cultura della Camera
è il ministro Lorenzo Ornaghi, che però assicura: ‘Non verrà dimenticato’. Quest’anno, ha spiegato il ministro rispondendo oggi in audizione alle domande fatte dai deputati, ”per esigenze di risparmio imposte dalla crisi il ministero non potrà procedere a Comitati nazionali celebrativi”. Bontà sua, il Ministro ha anche affermato perentorio che:
“Comunque Pascoli non sarà dimenticato”. Quel “comunque” è un vero capolavoro di improntitudine. Come non disperare di un paese in cui non si trovano risorse per
celebrare il primo grande poeta moderno d’Italia, il più grande dopo Petrarca (parole di Gabriele D’Annunzio) e, ad esempio, si elargiscono con leggerezza oltre 500 milioni annui ai partiti, anche a quelli da tempo defunti, senza alcun controllo, facendosi peraltro
beffe di un referendum popolare abrogativo?
[2] Nei ricordi dei suoi studenti, Pascoli appare come un insegnante poco sistematico, incline alle divagazioni, affascinante talvolta nella lettura dei testi (non citò mai dalla cattedra versi suoi). Nel ricordo di un suo studente egli è descritto in questi termini:
“la lezione del Pascoli era disorganica, frammentaria, ricca di occasionali osservazioni, scorreva lenta e impacciata, senza un nesso logico, muovendo da uno scrittore latino a uno greco, da Dante alla metrica barbara, da notiziole a chiarimento di un nome o di una parola all’acuta confutazione di un giudizio” (cit. in V.ANDREOLI, “I segreti di Casa Pascoli, Milano 2006, p. 203). Egli stesso, in una lettera alla Gentile Ignota (Emma Strozzi Corcos) dice: “Io sono diffamato da molti come uomo che faccia di mala voglia le sue lezioni. E non dico di farle di buona voglia: che voglia può esserci a parlare a tre o quattro giovani, che cambiano ogni volta, e che mostrano di non capir mai? Ma le faccio tutte, le loro lezioni di nulla a nessuno” (Messina, 9 settembre 1909)
[3] Non così nella sua abbondante produzione saggistica. Cf.A. CORSI, “Poesia, scuola, formazione umana – ‘Dentro’ il Pascoli: un’immersione divulgativa nel suo pensiero pedagogico”, Catanzaro 2007.
[4] Cf. il commento di G. Nava a “Myricae”, Testi e Documenti III, Salerno, Roma, p. 138: “Il P. risale qui dal significato comune di ‘penso’ (compito scolastico per lo più assegnato per punizione) a quello originario latino (quantità di lana che la madre di famiglia, presso i Romani, assegnava giorno per giorno alle schiave: donde l’uso del verbo ‘filare’”.
[5] Scoperto nel 1857 nella cosiddetta domus Gelotiana , che dopo la morte di Caligola diventò un Paedagogium, la scuola dei pueri (la “scuola dei paggi”, traduce il titolo Manara Valgimigli, nell’edizione del 1903) destinati a servire alla corte.
[6] Significativamente la sua antologia italiana per le scuole si intitola “Sul limitare”
[7] “Poesie famigliari”, a cura di Cesare Garboli, Mondadori,
Milano 1985. Tra i più bei libri scritti in questi ultimi anni su Pascoli, di cui consiglio caldamente la lettura.
[8] “Un poeta di lingua morta”, in “Pensieri e discorsi di Giovanni Pascoli”, MDCCCXCV-MCMVI, seconda edizione, Nicola Zanichelli editore, Bologna MCMXIV.
[9] Gianfranco Contini la definisce una lingua “pregrammaticale” a causa delle ripetute onomatopee, ma allo stesso tempo “postgrammaticale”, per la presenza di lingua speciali, miscugli di termini inglesi italiani dialettali, termini tecnici, residui arcaici. (cf. il testo della conferenza tenuta a San Mauro il 18 dicembre 1955, centenario della nascita del Poeta). Pier Paolo Pasolini afferma perentorio (“Passione e ideologia, Torino, 1960) che “la lingua poetica di questo secolo è tutta uscita dalla sua [di Pascoli], pur contraddittoria e involuta, elaborazione”.
[10] Benedetto Croce, “Giovanni Pascoli – studio critico” Laterza, Bari 1931. Sulle onomatopee basti a p. 6, commentando “Valentino”: “Insopportabile è che faccia poi un simile ricamo al pollaio, che aveva così bene e sobriamente evocato: ‘e le galline cantavano: un cocco!/Ecco un cocco, un cocco per te!’ Il delicato poeta si è messo a rifare il verso ai polli!”
[11] Da “Italy”: Parlava la sua lingua d’oltremare
“A chicken house” un piccolo luì
“For mice and rats” che goda a cinguettare
Zi, zi, “Bad country Joe, your Italy”
In questa strofa si ritrovano quattro esempi di linguaggi pascoliani: l’onomatopea, il dialetto, la lingua italiana, l’inglese. Non siamo certo dinnanzi ad un mero precursore del marinettiano “Zang Tumb Tumb”.
[12] Come, ad esempio, padre Giuseppe Giacoletti, con il suo poemetto sulla locomotiva (De lebetis materie et forma eiusque tutela in machinis vaporis vi agentibus carmen didascalicum), che nel 1863 vinse il Certamen Hoefftianum di Amsterdam, lo stesso che vide Pascoli vincitore per ben tredici volte.
[13] Così Gabriele D’Annunzio, dedicando l’ode finale delle “Laudi” all’ “ultimo figlio di Vergilio, /prole divina.” , definendolo “quel che intende il linguaggio degli alati,/strida di falchi, pianti di colombe,/ch’eguale offre il cor candido, ai rinati/fiori e alle tombe,”
[14] Cf. ad esempio M.PRAZ, “Giovanni Pascoli e l’Inghilterra”, in “Cronache letterarie anglosassoni”, vol. III, Roma, 1966, p. 165 e ss.
[15] “Il bolide” v. 45 e ss. (da “Canti di Castelvecchio, Ritorno a San Mauro”:
Gridai, rapito sopra me: Vedeste? Ma non v’era che il cielo alto
e sereno.
Non ombra d’uomo, non rumor di péste.
Cielo, e non altro: il cupo cielo, pieno
di grandi stelle; il cielo, in cui sommerso
mi parve quanto mi parea terreno.
E la Terra sentii nell’Universo.
Sentii, fremendo, ch’è del cielo anch’ella.
E mi vidi quaggiù piccolo e sperso
errare, tra le stelle, in una stella.

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