Professioni morali e democrazia


8 maggio 2013

Pubblico qui un mio scritto, apparso come “Editoriale dei lettori” su “La Stampa” dell’08/05/2013, con il titolo di “Democrazie senza cultura”. Come sempre, benvenuti i commenti e le opinioni di tutti.
Esercitare un mestiere morale in un paese diventato amorale. La nuova «questione nazionale» sta tutta qui. A partire dagli anni ’80, quelli del «riflusso nel privato», abbiamo assistito da un lato al declino dell’impegno di molti, dall’altro al riempimento degli spazi lasciati liberi da parte di seconde linee, spesso meno colte e preparate, tutte interne al mestiere della politica.
Di qui la continua erosione dell’etica pubblica a vantaggio dell’affermazione individuale a qualunque costo. Di qui la crisi della politica intesa come scienza della “polis”. Tale crisi non è fatto degli ultimi anni: oggi la questione è emersa in tutta la sua gravità solo perché la globalizzazione ha investito il costosissimo modello di welfare europeo ed eroso gli spazi della politique politicienne, attenta a nutrire con il debito pubblico le proprie consorterie. La conseguenza più grave è stata la perdita del senso delle proporzioni e delle responsabilità autentiche, quelle che sono tipiche delle professioni morali, le professioni cioè in cui il tasso di «disinteresse», «vocazione», «passione» è alto.
Parlo di insegnanti medi e universitari, funzionari pubblici della cultura (archivi, biblioteche, soprintendenze), medici delle strutture pubbliche e altri ancora. Così può accadere che un commesso della Camera guadagni due, tre volte quello che guadagna un medico ospedaliero a tempo pieno, che il responsabile artistico del Quirinale abbia uno stipendio che è quattro volte quello di un direttore di  biblioteca, che un assistente parlamentare guadagni due volte quello che guadagna un professore di liceo. Non si tratta di fare demagogia o esercitare, come ha detto un ministro del passato governo, un sentimento di «invidia sociale». Si tratta piuttosto di ristabilire una scala di valori pubblici condivisi, che riconosca il ruolo strategico che talune professioni hanno per il vivere sociale, a partire da una visione generale del bene comune e del futuro delle nuove generazioni. Perché la politica senza etica è solo esercizio di potere e la democrazia senza cultura può diventare peggiore di una dittatura.

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