Compiti a casa


3 aprile 2012
Da qualche tempo tiene banco sui giornali, con notevole approssimazione e titoli ad effetto, la questione “Compiti a casa”. I fronti sono schierati e già fischiano i primi proiettili. Da una parte c’è chi, come fa Giorgio Israel ormai da anni, lamenta un continuo degrado delle istituzioni educative per colpa del lassismo degli insegnanti, della mancanza di impegno degli studenti, dell’assenza di una seria politica scolastica che ripristini i prisci mores, che, come tutti sanno, sono sempre migliori dei tempi
presenti, afflitti da superficialità, pressappochismo, analfabetismo di ritorno.

Da questa prospettiva le dichiarazioni del ministro Profumo sull’opportunità o meno dei compiti a casa vengono interpretate come un ennesimo segnale di declino.
Dall’altra c’è chi, come disse molti anni fa Giuliano Amato, considera i compiti a casa una grande ingiustizia perpetrata verso gli studenti, che ne sottolinea le differenze sociali e quindi conferma e non sana le diverse condizioni di partenza, dato che i compiti a casa sarebbero utili solo a chi dispone di case comode e piene di libri, nonché di soccorrevoli genitori o ripetitori. Come sempre accade, la verità delle cose umane non sta solo da una parte. Se è vero infatti – e il ministro Profumo non lo nega – che i ragazzi hanno bisogno di spazi di riflessione autonomi e personali per memorizzare e fare propri i contenuti, le procedure, le tecniche apprese in orario scolastico è altrettanto vero che le modalità di assegnazione dei compiti (e quindi la loro quantità e la qualità) possono e devono essere soggette ad un’analisi accurata, anche alla luce di quanto succede al di fuori delle mura scolastiche. Iniziamo col ricordare che la parola “compito”, non equivale a definire un mero onus indifferenziato di studio, di pagine da mandare a memoria, di esercizi da eseguire, ma anche un obiettivo (task) da raggiungere, un segmento del progetto di crescita complessiva dello studente, anche se parzialmente “autogestito” nei tempi e nei luoghi.

In questa luce, la riflessione domestica dello studente dovrebbe essere maggiormente integrata con l’insegnamento della mattina e, soprattutto, non esserne la spesso stanca e demotivante ripetizione quanto l’acquisizione di una nuova prospettiva attraverso la quale riconsiderare i contenuti appresi. Da questo punto di vista ha, secondo me, perfettamente ragione Profumo quando dice che ci vorrebbero “attività un po’ più libere con una base logica forte”, con le quali lo studente possa maggiormente far entrare in gioco quella che viene definita “educazione non formale o informale”, cioè a dire quanto non ha appreso direttamente a scuola, ma dalla sua esperienza e dalle sue relazioni quotidiane. Lo sviluppo quindi di una logica progettuale, che abitui ad un
lavoro in team per il raggiungimento di un obiettivo preciso darebbe senso a parte delle ore (talvolta troppe, specie per gli studenti liceali) trascorse nel pomeriggio sui libri per riconquistare quanto si è sentito o si è frettolosamente appuntato la mattina a
lezione. Mettere in campo una tale strategia non significherebbe affatto togliere i compiti a casa, ma anzi contribuire a dar loro un peso maggiore, in quanto integrazione e completamento della didattica curricolare e non semplice mimesi domestica della stessa.
Attendo – e mi auguro – reazioni, perché l’argomento è delicato e importantissimo per una crescita armonica ed efficace dei nostri ragazzi.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...