Spigolature montiane


25 giugno 2011

(Augusto Monti, Scuola classica e vita moderna Torino 1968, prima edizione Torino 1923)
Ancora su Augusto Monti. Offro ai docenti di greco e di latino in primo luogo, ma poi a tutti coloro i quali hanno a cuore le sorti dell’insegnamento delle discipline classiche nelle scuole secondarie superiori, questi straordinari pensieri di un professore di novant’anni fa, veri oggi come allora e disperanti se letti sullo sfondo del successivo dibattito culturale. Spero di poter sviluppare assieme a chi vorrà intervenire il molto che è qui contenuto.
p. 22:
“Ora è evidente che la scuola classica odierna non può più accontentarsi del programma della scuola di quei tempi [quello dell’800, il cui scopo era quello di creare il perfetto scrittore]: a noi preme di insegnare ai giovani nostri non solo come parlassero gli antichi, ma anche e più come pensassero e come agissero: non è più la letteratura di quei popoli il nostro argomento di studio, ma bensì la loro storia, cioè la storia dello spirito umano ai tempi loro: e questo studio, non più letterario, ma storico e filosofico insieme, noi vogliamo, insieme coi nostri scolari, condurre, non per curiosità o per diletto, ma per austero esercizio di attività pratiche, considerando quei tempi non come termine ad quem ma come termine a quo, con il proposito, non più di trasferirci negli antichi e nell’antico, ma di scoprire, attraverso gli antichi, noi stessi, attraverso l’antico il presente.”
p. 30
“Per noi di lettere portare la vita nella scuola vuol dire portare nella scuola i classici: essi sono la vita viva, la realtà reale, sempre fresca, sempre accessibile. La fisica e la chimica hanno il gabinetto e il laboratorio, le scienze naturali il gabinetto, il prato, il monte, il fiume; le lettere, se non hanno i testi classici, che cosa gli rimane? La conferenza dell’insegnante e la rimasticazione dello scolaro, cioè niente.”
p.36
“Criterio discutibile, ma “criterio” [quello della tradizionale scuola classica ottocentesca, volta ad acquisire precetti e modelli di bello scrivere], cioè un programma, una direzione, un “come e un “perché”, una visione chiara dello scopo a cui si tendeva e un consapevole uso dei mezzi idonei a conseguirlo: cioè quello che costituisce la sostanza di una vera scuola, e che è mancato al periodo successivo e che manca ancora a noi. […] Per la scuola
“scientifica” indifferente era operare su di un corpo piuttosto che su di un altro: l’essenziale era disseccare, notomizzare; e a ciò qualunque autore, qualunque libro si prestava, purché fosse non più “autore” non più “libro” non più creatura viva, ma carogna fredda e inerte.”
p.47
“Quel che si è detto per la storia letteraria vale, naturalmente per la storia politica […]. Non vi è nulla che aiuti meglio ad intendere la storia della Grecia, dal medio evo dorico ad Alessandro, che lo studio di certi periodi della storia d’Italia: comuni, repubbliche marinare, signorie e principati. La storia di Firenze in certi punti pare il rifacimento in toscano della storia d’Atene. Se penso a Catilina mi viene in mente il duca Valentino. Certi aspetti di quel movimento reazionario e popolare, di cui il processo di Socrate è uno dei più notevoli episodi, io son giunto a capirli bene solo quando m’accadde di studiare un po’ da vicino la storia dei movimenti napoletani del 1799. La Germania di Tacito, con certi capitoli di Cesare e Patercolo, mi parve, riletta nel ’14, una cosa nuova; non ho mai così profondamente sentito l’Epitaffio di Pericle in Tucidide come nel ’15 e nel ’16, quando morivano in guerra i primi dei miei scolari; non si è mai tanto pensato alla battaglia di Canne come dopo Novara e Caporetto.”
p.82
“Il fatto è quello che noi abbiamo già prima denunciato: tra i due tipi schietti e genuini di scuola classica: la “umanistica”, il cui scopo era viver latino e quindi pensare parlare scrivere latino, e che per motto aveva “dimenticare il presente per vivere nel passato” e la “moderna”, il cui motto è “cercare il presente anche nel passato” ed il cui scopo, in Italia, è viver italiano e, quindi, pensare parlare scrivere italiano, la terza Italia, proseguendo l’equivoco della scuola “retorica” dei primi dell’Ottocento, ne ha scelto un
terzo di tipi, quello ibrido e ambiguo d’una scuola classica, che non è più umanistica e il moderno non ci si vede ancora, che della scuola umanistica rigetta gli ideali ma conserva, sia pure rugginosi ed inservibili, gli strumenti, mentre della scuola moderna afferma astrattamente gli scopi, senza mai curare di foggiarsi gli strumenti adatti a conseguirli. Ora, secondo me, bisogna risolversi: o di qua o di là.”
p.99
“Se il “componimento” la scuola nostra lo ebbe dalla scuola del periodo retorico, come erede delle “amplificazioni” e delle declamazioni, la “lezione di letteratura”, invece, è un prodotto genuino e tipico della scuola media del periodo “filologico”, ed in essa altro non si può ravvisare se non la lezione cattedratica di storia della letteratura trasferita, tale e quale, dall’università alla scuola media. Chi ha operato questo trasferimento è, naturalmente, il professore secondario di tipo “filologico”, quello che ha dominato fino a ieri nella nostra scuola secondaria, e che considerava il suo insegnamento nella
scuola media come una tediosa ma inevitabile parentesi tra la sua dimissione dall’università come studente e la sua riammissione alla stessa università come docente. E la nota distintiva di questo insegnamento di storia letteraria, nelle scuole secondarie superiori, è appunto quella stessa dell’insegnamento storicoletterario delle università: cioè l’obliterazione dei testi classici e la loro sostituzione con l’elucubrazione orale critica e pseudo-storica del professore: in altre parole, la surrogazione dei testi classici con gli appunti, le dispense, il manuale, il disegno storico ecc.”
p.100
“Qui [in ambito filosofico] è già manifesta e larga la tendenza a ritornare a ‘quella forma di lezione, che per la filosofia fu già in uso per secoli …: della lezione che è vera lezione, nel senso dei nostri antichi, che leggevano infatti e insegnavano gloriosamente: leggevano e commentavano insieme con gli scolari: e lavoravano quindi il contenuto e la forma del pensiero nella loro vivente unità: dilucidando tutto e inseguendo per tutto le difficoltà, in guisa che non restasse poi ostacolo da vincere allo scolaro diviso dal maestro, e rimasto solo a rimuginare la materia appresa; lezione viva, di collaborazione’ (cit. G.Gentile, Per la riforma degli insegnamenti filosofici, pp.25-26).”
p.106
“Oramai, almeno in teoria, siamo tutti convinti che sia ora di finirla con la scuola “fiera campionaria”, oramai siamo tutti convinti che la nostra scuola tutta, dalla elementare all’universitaria, dalla normale alla militare, muore di questa idrope. […] si tratterebbe […] di incominciare una buona volta coi fatti ad attuare quello “sfrondamento”, quell’”alleggerimento”, che da tanti anni si predica come uno dei buoni e pronti rimedi per i malanni ond’è afflitta la scuola secondaria. “Noi si vorrebbe insomma che la storia letteraria, invece di portarla in iscuola bella e fatta e già ammannita agli scolari in manuali, disegni storici ecc., la si mostrasse “in atto”, la si facesse nella scuola stessa in collaborazione tra maestro e scolaro. ‘Lo studioso deve ricostruirsi da sé la storia della filosofia, non sui manuali e sui compendi, ma sulle opere classiche dei filosofi, leggendole, meditandole, rivivendole con assiduità e con abbandono, facendo ragion di vita propria il pensiero dell’autore’ (cit. A. Carlini, Avviamento allo studio della filosofia, Catania 1914, p.63): ecco: quel che il Carlini dice per la storia della filosofia, noi lo diciamo tale e quale per la storia della letteratura.”

p.108

“[…] è’ uno stolto pregiudizio quello di credere che nella scuola si debba “far tutto”, tutta la grammatica, tutta la fisica, tutta la filosofia, tutta la storia: “far tutto” in iscuola vuol dir sempre “far niente”; basterebbe nella scuola una sola disciplina, ma quella fatta bene, basta di una disciplina un sol punto, ma quello svolto sul serio; la guarigione della scuola, l’abbiam già detto, è anche nel tener presente questo principio. Ma poi, anche questo, oramai, è divenuto banale, in un solo autore, in un solo capitolo d’un libro, in una sola pagina, è contenuta tutta la letteratura, tutta la storia di un popolo: basta sapercela scoprire.

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