Massimo Birindelli, in memoriam


4 marzo 2011

Nel giugno di dieci anni fa, Massimo Birindelli decideva di non più vivere.

A nessuno come a lui si addice il detto senecano Vita militia est.

Lo conobbi, alla metà degli anni ’70, assistente del Prof. Carlo Chiarini alla cattedra di Composizione architettonica. Fui subito attratto dalla sua profonda inattualità. Impossibile classificarlo, impossibile com-prenderlo. Per me, giovane progressista conformista, in uscita da un’esperienza universitaria rabberciata tra slogan, sviamenti ed evanescenti acquisizioni culturali, fu sin dall’inizio un problema applicare a lui le categorie interpretative che mi erano più familiari – le uniche che avevo: intellettuale borghese, radicale, arrabbiato, anarchico, individualista con il piacere estremo per lo sberleffo? Certo uomo di raffinatissima cultura, polarmente lontano da ogni forma di accademia, dai gusti sicuri e di un’eleganza naturale che mai più mi è stato dato di vedere.

Ne diventai amico e discepolo e con lui il mio sguardo sul mondo non fu più lo stesso. Fece per me quello che avrebbero dovuto fare, se ci fossero stati, i miei maestri d’università, che, in confronto a lui, mi parvero subito rimpicciolirsi e sparire.

Era arrivato relativamente tardi a fare il professore nella Facoltà di Architettura di Roma (che, con un pizzico di civetteria e snobismo, chiamava semplicemente “la scuola”), dopo diverse e varie  esperienze di lavoro (mi ha sempre mostrato con orgoglio le palazzine che aveva contribuito a costruire come assistente edile non lontano da Villa Chigi, rivendicando l’importanza di quel tirocinio, compiuto prima di laurearsi, negli anni ’50) e “a scuola” non mi parve mai essere del tutto a suo agio. O per meglio dire, sembrava che la scuola non fosse troppo a suo agio con lui dentro. Provocatore per istinto (ricordo un consiglio di facoltà con lui che, in tanto paludato consesso, tirava fuori dalla bisaccia che si era cucito, un tozzo di pane e una pera, che provvedeva a sbucciare coscienziosamente durante i lavori), aveva con gli studenti un rapporto molto diretto, talvolta violento di fronte ad evidenti manifestazioni di ignoranza o scarsa intelligenza. Ma attento e disponibile, sempre. Non ricordo abbia mai mancato un appuntamento.

La sua storia personale di intransigente, come dimostra il suo impegno politico nel PCI, mantenuto nei tempi duri e abbandonato negli anni in cui gli avrebbe consentito l’accesso a qualche privilegio, lo rendeva temibile e spesso mi pareva di scorgere nello sguardo dei suoi interlocutori lampi di autentico terrore, un terrore che non nasceva solo dalla sua imprevedibilità, ma anche dagli esiti del suo giudizio, per niente diplomatico, sempre sicuro, profondo e sorprendentemente penetrante e stravolgente.

Chiamato a collaborare su temi di urbanistica antica, restai subito affascinato dal modo “olistico” con cui analizzava il fenomeno architettonico, inconcepibile ai suoi occhi al di fuori della fitta trama di rapporti interni, con l’intorno e con la storia. Con lui ho imparato a conoscere Roma come un organismo vivo e “pieno di ragioni” e non semplicemente come una serie di murature e di spazi collocati lungo la linea del tempo. Il suo primo libro non immediatamente accademico, Roma italiana, come fare una capitale e disfare una città[1], è un coltissimo pamphlet, che mette a nudo gli aspetti meno plateali, ma non per questo meno importanti, del passaggio della Città Eterna, coronata delle sue splendide ville patrizie, dall’orizzonte universale di centro del Cattolicesimo alle angustie di un destino solo nazionale, fatto di speculazione, di cattivo gusto, di provincialismo.

Libro pieno di spunti ancora oggi di straordinaria attualità, che traccia una prospettiva ampia e per molti versi inattesa, in cui arte, architettura, urbanistica, poesia, diaristica si intrecciano e ricollocano la tanto spregiata Roma papalina  in armonia con il contesto culturale europeo, sottolineandone i valori e le grandezze.

La mia collaborazione accademica con lui cessò dopo qualche anno; restò e si approfondì l’amicizia, corroborata da lunghe conversazioni e lunghe, splendide camminate in campagna e in città, che trasformavano quelli che ai miei occhi erano semplici distese, radure, casali, vie, in un reticolo di rimandi, di cause e di effetti, che facevano del più banale dei paesaggi una sorprendente fonte di conoscenze.

Quando lo conobbi aveva praticamente smesso di fare l’architetto e l’urbanista. Per sua scelta, ma potevo ben immaginare le difficoltà e lo sconcerto di un suo committente alle prese con una persona incapace di scendere ad ogni seppur minimo compromesso. Un peccato davvero, a giudicare dalle poche fotografie che mi mostrò di case costruite da lui, in Francia e in Italia, di grande raffinatezza formale e sempre in rapporto organico con il loro ambiente, naturale e antropico.

Evidentemente la vita universitaria, nella quale poteva concedersi il lusso di sprezzare le pubbliche relazioni, meglio si confaceva al suo temperamento e al suo modo di lavorare, sostanzialmente da solitario. Ricordo il rigore nella preparazione delle sue magnifiche e ricchissime lezioni, la sua puntualità (senza quarto d’ora accademico), l’uso intelligente delle immagini, con bellissime diapositive che, con l’andare del tempo sono venute a costituire un vero e proprio tesoro iconografico e didattico, la puntigliosità con cui esigeva il silenzio in aula, il tanto tempo dedicato alle revisioni dei materiali. Gli studenti non sempre lo capivano, talvolta lo attaccavano con rabbia, perché non riuscivano a ricondurlo nei binari della corrente, spesso corriva, prassi universitaria. Chi lo comprendeva, non se ne staccava più. Ma erano in pochi.

La sua produzione saggistica segnò un primo culmine con l’opera su Piazza San Pietro, che ebbi il privilegio di seguire nel suo farsi[2]. Un libro straordinario. So che oggi si definisce straordinario un po’ tutto, dal pollo allo spiedo a un paio di calzini, ma quel libro lo è nel senso più strettamente etimologico. Quale architettura è più vista, conosciuta e abusata al mondo di piazza San Pietro, con la sua rassicurante assialità e le sue innumerevoli simmetrie?  Sotto lo sguardo di Massimo Birindelli tutto questo scompare per sempre, lasciando il posto ad una fitta trama di relazioni, di apparenze, di simulazioni, di citazioni che spiegano e danno significato, disvelandola, alla struttura profonda e alle articolazioni di quell’unità architettonica. Ad esso seguì, come naturale corollario, un altro libro importante sulla Scala Regia (La strada nel Palazzo – il disegno di Gianlorenzo Bernini per la Scala Regia, Roma 1982), ulteriore tappa nell’incessante ricerca dell’Autore di tracce di senso e di relazioni, fino alla negazione degli “oggetti architettonici”[3]

Molti altri libri sono seguiti, tutti apparentemente “stravaganti”, ma tutti capaci di vedere là dove gli altri non avevano visto, con quel loro stile asciutto, paratattico, senza la benché minima enfasi retorica[4]. Fino all’ultimo libello, pubblicato nella fase finale della sua vita,  sotto lo pseudonimo di Maria Bering per sfuggire ai tanti nemici che si vedeva attorno, Piccola Antologia ad uso degli imbiancatori di facciate, Roma 2000, in cui emerge l’intellettuale raffinato e sempre più arrabbiato quale lui era, inesorabilmente estraneo alle brutture e alla volgarità che allora e oggi ancor di più sembrano essersi impossessate di questo nostro bellissimo e infelicissimo paese[5].

E poi esistono altri “libri” non scritti con le parole, come le sue meravigliose “Scatole pedagogiche e sentimentali”, struggenti espressioni di solitudine e di umana solidarietà, prodotte sostanzialmente per sé e per gli amici e in un’occasione esposte in una galleria romana, nel 1977, anch’esse sotto uno pseudonimo, Massimo Birelli; i libri non finiti[6] su argomenti che sembrerebbero di dettaglio e che invece rivelano mondi. In primis la questione compositiva rappresentata dalle discontinuità, dalle rotture significanti dell’ordine, inevitabile in organismi come quelli architettonici, in cui le forma geometriche sono destinate a non essere mai tali, cioè perfette, perché necessariamente abitate dall’uomo e dalla storia[7].

Un campo questo per esplorare il quale Massimo ed io abbiamo trascorso pomeriggi e serate, con lui a farmi da guida tra letteratura, poesia, musica e arte, un campo che tanti frutti ha portato nel suo magistero universitario, a Roma, a Pescara e poi di nuovo a Roma.

Negli ultimi tempi era diventato meno facile parlare con lui, alle prese con i suoi fantasmi persecutori. Ma la sua intelligenza, la sua sensibilità  e la sua bontà (sì, la sua bontà, perché solo chi ama davvero gli uomini è capace di tanto sdegno, di tanta passione, di tanta intransigenza) non sono mai venute meno e vivono ancora, dopo dieci anni, nel cuore di chi lo ha conosciuto, lo ha amato e sente acuta la mancanza del suo geniale esprit nella stagione di assai poco luminoso tramonto che stiamo vivendo e che Massimo aveva previsto e descritto con spaventosa chiaroveggenza, come solo possono fare gli uomini grandi e destinati per questo all’infelicità.


[1] Savelli, Roma 1978.

[2] Il primo studio venne pubblicato nella collana di Storia dell’Architettura della Facoltà di Architettura di Roma, con il titolo La Machina eroica. Il disegno di Gianlorenzo Bernini per piazza San Pietro, Roma 1980. Poi, con il titolo Piazza San Pietro, Laterza Bari 1981. Nel 1987 ne venne fatta una versione in tedesco.

[3] Motivo ricorrente in molte delle sue opere e nel suo insegnamento è la polemica contro quella che chiamava la concezione “borghese” dell’opera d’arte intesa come oggetto finito, definito, “sradicato” e quindi suscettibile di commercio e di scambio. Esemplare da questo punto di vista Forma e avvenimento. Sant’Andrea al Quirinale e altre architetture irriducibili a oggetto, Roma 1983

[4] Ordine apparente. Architetture e simmetrie irregolari, Roma 1987; L’occhio di Venere. Simmetrie irregolari e analisi formale, Roma 1991;

[5] Con aforismi e citazioni tratte dalla grande cultura italiana e europea, Massimo Birindelli traccia un solco profondo non tanto tra un passato glorioso e un presente oscuro, quanto tra il mondo dell’intelligenza e quello della ottusità. Una citazione per tutte: “Purtroppo lottiamo in Italia non solamente contro alcune necessità, vere e presunte; ma contro il modernismo rozzo, il gusto della distruzione, la volgarità presuntuosa e volontaria. Vi è chi distrugge il bello per sentirsi meglio e per mettere il mondo in armonia con se medesimo; ognuno ritrova la pace della coscienza come può”. G.PIOVENE, Viaggio in Italia, 1953-1956

[6] Tra questi, pubblicato postumo, Lo sguardo sul muro – Architettura dei particolari e gusto dell’imperfezione, a cura di Ruggero Lenci, Roma 2006.

[7] Di questa ricerca, vasta e complessa, che ha comportato la raccolta di un’enorme mole di materiale iconografico, esiste una traccia in Porte su strada, Veroli, XIII. Formazione di un tipo dissimmetrico in un insediamento del Lazio medievale, Roma 1993.

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8 thoughts on “Massimo Birindelli, in memoriam”

  1. Ho 70 anni e un grande amore per l’architettura in parte congenito in parte ravvivato dalla magnifica esperienza (indimenticabile) che mi vedeva a 40 anni di età allievo del Maestro Massimo Birindelli. Nonostante provenissi da un percorso formativo mirato all’arte (liceo artistico e accademia di belle arti) e svolgessi il mestiere di insegnante di disegno e storia dell’arte, il corso di composizione che frequentai mi aprì la mente a tal punto che dovetti rivisitare la storia dell’architettura in modo completamente nuovo. Indimenticabili le revisioni-lezioni alle quali non mancavo mai, così piene di stimoli creativi e culturali. Indimenticabile maestro, anche di vita.

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  2. Gentile Architetto Sandro Massari
    Sono toccata da quanto oggi scrive su Massimo Birindelli ,suo professore alla Facoltà’ di Architettura Universita’ Sapienza di Roma. I suoi ricordi ,restati intatti dopo tutti questi anni ,sono la conferma che per i migliori allievi i suoi insegnamenti sono stati importanti e fecondi .
    La ringrazio !
    Un cordiale saluto ,Anna Birindelli Ligi

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    1. Gentile Anna,
      rivedo questo blog dopo quasi un anno e appena tornato da Roma con la famiglia.
      Devo confessare che tutte le volte che passeggio per il centro, ricordo le lezioni di Massimo su Roma barocca, le simmetrie, ecc.
      Passano gli anni e i bei ricordi non svaniscono.
      Un cordiale saluto

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  3. Professore Salone,
    leggo tardissimo (purtroppo) questo blog, visto che ho ritrovato ora, tra i miei tanti libri, dei preziosissimi appunti del Prof. Birindelli, che fu mio professore di Composizione nei primi anni `80 a Fontanella Borghese.
    Una persona stupenda che ricordo per l’amenità delle sue lezioni e per la formazione che mi diede nel campo della composizione.
    Ora sono architetto a Barcellona (ormai da più di vent’anni) e ricordo con grande affetto ed emozione il professore di cui ho un suo stupendo libro su Piazza San Pietro che consiglio a tutti gli studenti d’architettura.
    Grazie per il suo ricordo

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  4. Gentile Professor Salone,
    non so come esprimerle la mia gratitudine per la memoria che ha voluto dedicare a Massimo. Lei ha saputo annullare il tempo che tendeva a sfumare la mia memoria di Massimo, la Sua testimonianza da’ nuova forza all’immagine -simbolo- che mi rimane di Massimo.
    Il Suo testo non e’ di oggi e ringrazio Anna per averlo portato, tramite il fratello Mauro, a mia conoscenza.
    Invidio le conversazioni e le passeggiate che Ella ha avuto il privilegio di condividere con Massimo.
    La sua eleganza, la sua bonta’: dunque non sono miei fantasmi, ma Lei ne testimonia e dunque e’ stata verita’ la mia memoria di Massimo che mi riviene frequentemente.
    Piazza`San Pietro, che libro affascinante; ho l’orgoglio di aver prestato la macchina fotografica per delle foto che Massimo doveva prendere del colonnato all’alba.
    Sono compagno di terza media di Mauro, e di Massimo avevo la soggezione di un gran fratello, molto piu’ grande!
    Vivo in Francia e vengo ogni tanto a Roma. Forse ai primi di aprile prossimo.
    Chissa’ se vorra’ concedermi un incontro: per conoscere una persona che potra’ parlarmi e ricordarmi Massimo.
    con infinita stima
    Maurizio Caccialupi

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  5. gentilissimo professore sono le sue parole ad essere ancora una volta molto belle ! sulla sordità e l’indifferenza del mondo in cui viviamo non non ho molto da aggiungere ,non può che rattristarci tutti .
    un caro saluto a lei

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  6. Gentile Professore Claudio Salone ,leggo solo questa sera il suo scritto su Massimo , è riuscito a descriverne i dettagli caratteriali ,tutti dominati dalla bella intelligenza e profonda cultura delle quali era dotato .Ho ritrovato a me vicino l’immensamente caro ..affascinante e contemporaneamente difficile e “detestabile “fratello .sono talmente commossa da non riuscire ad aggiungere altro . molto la ringrazio ,Anna Birindelli Ligi

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    1. Gentile Signora Anna,
      sono io che la ringrazio per le sue parole. Gli anni passano, ma ancora oggi mi sorprendo a dire, girando per la città: “chissà cosa avrebbe detto Massimo di questo”, segno di un’eredità permanente che non dovrebbe essere solo mia e di pochi altri. Ho tentato di inviare questo mio scritto al giornale degli architetti romani, perché Massimo fosse in qualche modo ricordato. Silenzio assoluto. Forse è così che devono andare le cose in questo nostro Bel Paese che corre allegramente alla rovina, soffocato dall’incultura, dal cinismo e dalla mediocrità dei suoi governanti.
      Un saluto affettuoso.

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