Lettera a Marco Santambrogio


 

1 marzo 2011

Gentile Professore Marco Santambrogio,

 interessante e intelligente il suo articolo di oggi su “Il Riformista”. 

 Lo è non solo perché – con molta maggiore efficacia – adopera argomenti di cui io stesso scrivevo oltre venti anni fa, costretto, da uomo di sinistra, a esporli su una coraggiosa piccola rivista di destra “La Voce del CNADSI”, animata dall’indomita professoressa Rita Calderini (dai danni provocati, non tanto da don Milani quanto dai suoi “nipotini” all’egemonia del pedagogismo, sia nelle scuole che nelle università, alla necessità di non demonizzare, ma neppure di non idolatrare – vedi Maragliano – i nuovi mezzi informatici, all’esigenza di dare agli studenti delle conoscenze “permanenti” e per ciò stesso “critiche” per evitare di formare “semplici lettori di etichette sugli scaffali dei supermarket”e così via), ma anche perché consente di mettere a fuoco il nodo centrale che rende il sistema scolastico italiano poco efficace (disastroso forse è un po’ troppo) e cioè a dire la mancanza di un seria politica di orientamento. Immagino lei sappia che ancora oggi vige ancora la prassi orientativa tradizionale secondo la quale chi è bravo alle medie va al liceo, chi va così così è destinato all’istituto tecnico, chi proprio non va  agli istituti professionali.

Stando così le cose, è evidente che non può non crearsi una corsa “verso l’alto”. Preoccupa che non preoccupi  il dato del 42% di utenza liceale (cioè della filiera formativa più lunga, che prevede diciotto-venti anni di scuola) a fronte di un misero 13% di utenza professionale (filiera formativa breve), in un paese come il nostro, con un apparato  produttivo legato alla trasformazione e alla creatività, con un artigianato tra i migliori del mondo, con una piccola e media industria largamente prevalente, che fatica a impiegare profili professionali alti e  molto meno quelli intermedi, a ricoprire i quali, non è un caso, vengono spesso chiamati lavoratori stranieri.

L’interessante proposta “tripartita” della Mastrocola non si discosta in buona sostanza dall’impianto scolastico tedesco, pur con le diversità proprie dei diversi Länder.  In Germania che, si parva licet, ha un sistema produttivo analogo al nostro, la quota di utenza nelle scuole professionali è di oltre il 50%,  mentre il Gymnasium è frequentato da poco più del 10% degli studenti . Si tratta del tanto esecrato “doppio canale”, che prevede però una scelta molto precoce e che dà alla scuola un forte potere orientativo – preclusivo di certi indirizzi – laddove da noi la libertà è totale e quindi lo studente è facilmente preda di mode e di “sentito dire”, con un ruolo delle famiglie ormai pressoché annichilito. Se lo immagina lei, oggi, un pater  in grado di condizionare le scelte scolastiche dei figli?

Non credo che, in tempi prossimi, l’Italia potrà giungere ad una tale “rivoluzione culturale”. Troppo breve e triste la storia della nostra dilagante piccola borghesia perché si comprenda che l’emancipazione non proviene da un titolo di studio che contenga il massimo dei predicati possibile, ma dalla consapevolezza che il mondo lo si può conoscere con le mani, oltre che con la testa (sempre ammesso che …) 

Anche in quest’ultimo anno la tendenza delle iscrizioni sembra confermare questo orientamento “licealistico” e quindi “universitario di massa”. Solo con una nota di ulteriore preoccupazione: il nord ha fatto segnare un’inversione di tendenza, con un maggior numero di iscrizioni agli istituti tecnici, mentre il centro sud ha confermato la sua “vocazione” liceale, evidentemente nell’errata prospettiva di un riscatto attraverso strumenti di ascesa sociale che non funzionano più, né da noi, né nell’intero mondo occidentale.

Grazie e un cordiale saluto.

 

                                                                                  Claudio Salone

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