Lettera a Mario Pirani


Posto qui una lettera che inviai nel marzo del 2012 alla redazione de “La Repubblica” perché la girassero a Mario Pirani, autore di un’intemerata contro “la scuola d’oggi”, nella quale l’autore coglieva un’irrisolta questione morale  Mi pare ancora attuale.

Egregio Mario Pirani,

non mi piacciono questi articoli da “anime belle”, che sparano sulla scuola perché è bersaglio facile, largamente condiviso, indifeso.

La questione morale nelle scuole? Ma di cosa si sta parlando? In un paese che va letteralmente a pezzi, con schiere di giornalisti e pennivendoli che da pulpiti autorevoli piegano le schiene ogni giorno davanti ai “poteri forti”, con una classe politica di mediocre cultura e di intelligenza spesso impalpabile, sostanzialmente disonesta, e senza alcuna visione del futuro dell’Italia, la “vera struttura corruttiva”  della società italiana sarebbe “la classe scolastica” (classe, poi, in che senso?).

Ho avuto tra le mani il libretto del professore-giornalista Intravaja (è un suo collega a “La Repubblica”, se non sbaglio). D’effetto, certo, anche se scritto in un italiano non sempre scorrevole e preciso: è facile ricercare il successo mettendo in fila tutto quello che non va, le amenità e gli errori dei ragazzi alla maturità e in altre circostanze. Le chiedo. ai suoi tempi “dorati”, lei era forse iscritto alla Scuola di Atene, i suoi compagni di classe tutti filosofi e filologhi? Non pensa che molti di quelli che oggi commettono errori un tempo non ne commettevano perché a scuola proprio non ci potevano mettere piede? E poi: che cosa sarebbe “la demolizione dell’ordine gerarchico della sintassi”? Lei sa che esiste l’ipotassi, ma anche la paratassi e altre forme ancora di articolazione del pensiero, non necessariamente gerarchiche. E poi, “il fraseggio diserbante dei nuovi mezzi di comunicazione”! Un capolavoro di miopia. Le segnalo quel maestro romano del V secolo d.C. che, cocciutamente, si ostinava a correggere i suoi allievi perché dicevano “frigdus” invece di “frigidus”, “caldus” e non “calidus”. Può ben vedere come sono andate a finire le cose. E poi ancora: “mentalità mafiosa”, “comportamenti omertosi” perché a scuola si copia. Ai suoi tempi, egregio Pirani, non si copiava, a scuola? Credo che persino l’uomo di Neanderthal, nella sua aula rocciosa, copiasse.

Non c’è che dire: un bell’attestato di stima per i tanti docenti che nella scuola fanno miracoli, ai tanti, e mi creda sono la netta maggioranza, studenti che fanno il loro dovere, si impegnano, lavorano e apprendono con soddisfazione, ottenendo spesso ottimi risultati. Sono nella scuola da molti anni e da parecchio faccio il preside in un liceo classico. Se volessi, potrei invitarla a conoscere dal di dentro il nostro istituto che, come molti altri qui a Roma e in Italia lavorano con serietà, attenzione e onestà. Ma non voglio. Non ne vale la pena.

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2 thoughts on “Lettera a Mario Pirani”

  1. Tranne il giudizio sullo scritto di Intravaia che non posso condividere solo per non aver letto il testo, mi trovo d’accordo con la risposta che lei, Preside Salone, ha voluto dare all’articolo di Pirani; e lo sono nella sostanza , nella forma e anche nel tono, a partire dal legittimo interrogativo sulla “classe” scolastica (classe, poi, in che senso?) fino alla godibilissima immagine dell’aula rocciosa in cui l’uomo di Neanderthal è intento a salvarsi l’anima copiando. E questo non per “concedere benevolenza a buon mercato”, ma semplicemente per rispedire al mittente facili critiche fondate su una analisi grezza e parziale o – mi permetto – addirittura su una conoscenza meno che approssimativa del multiforme universo scolastico.
    Sono d’accordo anche sul paragrafo conclusivo della sua lettera, ma trovo dell’incompiutezza in un punto. Verissimo anche per me che ci sono “ tanti, e…… sono la netta maggioranza, studenti che fanno il loro dovere, si impegnano, lavorano e apprendono con soddisfazione, ottenendo spesso ottimi risultati “. Altrettanto vero – e sperimentato da me personalmente – che il preside Salone (*) non si è mai risparmiato nel governare l’Aristofane “con serietà, attenzione e onestà” , tutte qualità sostenute – aggiungo io – da una acuta intelligenza delle situazioni e da una raffinata cultura che va ben oltre quella professionale.
    Ed esistono anche “ tanti docenti che nella scuola fanno miracoli” e che per questo meriterebbero attestati di stima e dignitosi riconoscimenti sia nella progressione di carriera che nello stipendio. Ma tanti non sono tutti. E allora gli altri, oltre a questi tanti? E, soprattutto, quanti sono questi altri? Sono di più o di meno? Mi è capitato – peraltro involontariamente – di sentire usata una bella similitudine al riguardo: il collegio docenti è come una foresta, in cui c’è varietà di alberi. Ecco, con il rispetto e la sospensione di giudizio che appunto la complessità dell’universo scuola giustamente richiede – e quindi senza pregiudizi -, io credo che sia doveroso osservare più da vicino questa varietà e cominciare a parlarne serenamente.
    Io comincerei con l’osservare che i cirenei che esprimono qualità e per questo fanno miracoli dentro le scuole, purtroppo nei collegi sono, se non drappelli sparuti, almeno sicure minoranze ; non solo, ma spesso, dovendo spendere tempo ed energie per difendere la qualità del lavoro che portano avanti, non possono contribuire tanto quanto servirebbe alla definizione organica degli indirizzi generali (se così possiamo chiamare le delibere di collegio). So che questo non dipende dalle singole volontà individuali (né dei tanti, né dei rimanenti), ma piuttosto dalla accozzaglia di norme burocratiche che si accontentano alla fine di noiose paginate dattiloscritte (ora documenti Word/Excel) senza preoccuparsi troppo del rapporto tra “nome” e “fatto”, aprendo così il varco alla superficialità, al pressappochismo ed alla massiccia dose di inconcludenza che si tira dietro la frustrazione, sua sorella. Ma qui mi chiedo: perché questo l’esito obbligato? Ci vogliono competenze particolari – evidentemente esclusivo appannaggio di fantomatiche avanguardie – per discriminare la sostanza dagli orpelli? Perché ad un normale collegio resta impossibile trovare i modi per circoscrivere solo quello che effettivamente serve alla propria scuola ed enuclearlo dal mare magnum di circolari che creano improrogabili adempimenti , poi rispettati nelle parole scritte ma di necessità disattesi nella pratica, e quindi inefficaci nel conseguimento di obiettivi tritamente enunciati dalle circolari medesime ? Ne “Le due scuole” marzo 2008, (a proposito, non capisco perché l’articolo non compaia in questo blog; o forse non sono stata capace io di trovarlo?) lei scriveva:”…… dobbiamo rassegnarci all’idea di scuola-contenitore, di scuola-supermarket, in cui ciascun cliente afferra dagli scaffali il prodotto che desidera, attratto dalla confezione o dal prezzo, senza preoccuparsi della coerenza e della funzionalità dei propri acquisti?” A fronte di questo interrogativo gli insegnanti – cui è garantita la possibilità di scegliere gli ancoraggi del loro operato – hanno delle responsabilità ? O tutto va messo solo nel conto del legislatore? E ancora, proseguendo con Le due scuole, “…Oppure è ancora possibile tentare di costruire un edificio davvero nuovo e funzionale, che non dimentichi il passato, ma tenga nel contempo conto del presente e del futuro?” E a fronte di questa domanda gli insegnanti, quand’anche fossero soltanto destinatari di scelte distorte fatte altrove, nel loro piccolo sono del tutto disarmati? Teoricamente la laurea consegna la chiave per entrare nelle stanze della classe dirigente. Allora, nell’ambito di un istituto è possibile avere una volontà generale forgiata dalla “mobilitazione cognitiva” piuttosto che la sommatoria di volontà individuali mortificate dalla ripetizione spesso poco critica di formule stereotipate, e perciò condannate al piccolo cabotaggio? Insomma, perché gli insegnanti, invece di vivere, collettivamente sopravvivono? Chiudo con un’ultima domanda. Dal PEI, dignitoso tentativo di progetto complessivo che, come al solito, è stato fagocitato da disposizioni successive senza avere il tempo di passare dallo stadio di intuizione a quello della realizzazione concreta, siamo – per interposta autonomia – passati al POF. Poi abbiamo i Progetti e i BES; nel frattempo abbiamo anche recuperato (temporaneamente, credo) il PEI, ma questa volta l’acronimo sta ad indicare non il Progetto Educativo di Istituto bensì il Piano Educativo individualizzato. Bene, in questo caleidoscopio di sigle e di buone (???) intenzioni e se la scuola è ancora affidata al mantra progetto-verifica-valutazione, ci si può aspettare che gli insegnanti insieme usino la facoltà critica per capirsi e accordarsi sul significato e sui modi di predisporre e verificare in modo scientifico progetti o programmazioni e che, poi, ciascuno (non qualcuno) di essi adotti e pratichi la forma mentale del monitoraggio?

    (*) anche se nella Lettera a Mario Pirani il Preside si riferisce senza equivoco all’intero liceo, io intendo sottolineare che le caratteristiche di cui si parla vanno riferite al Preside.

    Cordialmente
    Irene Panattoni

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    1. Cara Signora Irene,
      la ringrazio per gli apprezzamenti nei miei confronti. Le sue domande finali sono quelle giuste, ma sono destinate a restare senza risposta, perché ad essere coinvolta in questo camminare alla cieca non è solo la scuola, ma tutta la nostra società. Personalmente sostengo che l’Italia non si è ancora ripresa dalla caduta del Muro di Berlino, che ha direttamente coinvolto i paesi a regime comunista, ma che ha lasciato tracce profonde anche qui da noi. Abituati per un quarantennio a delegare ad altri (Europa, USA) la difesa dei nostri interessi e a considerare la politica un fatto tutto interno di gestione del potere (basta vedere il peso che ancora oggi danno agli avvenimenti di politica estera i nostri giornali, per i quali un discorso di Alfano è molto più importante di quello che si dice o si fa a Dehli o a Pechino), non ci siamo attrezzati a stare nel mondo globalizzato da soli, cercando di prevedere il nostro destino da qui alla prossima generazione. Negli ultimi vent’anni abbiamo così vivacchiato di rendita, senza alcuna prospettiva, consumando le riserve e buttando al macero il tanto di buono che pure avevamo in settori chiave quali la ricerca fondamentale, l’elettronica, la meccanica e altri ancora. Le vicende Fiat e Alitalia sono lì a dimostrarlo, come pure la nostra discesa dal sesto al nono posto nel novero delle grandi potenze industriali. E i nostri governanti? Definirli inadeguati è dir poco. Tornando alla scuola, la mancanza di un orizzonte strategico, di una “vision” e di una “mission” che coinvolga l’intero corpo sociale, la condanna inevitabilmente ad una vita di stenti, ad essere un mero contenitore di disagio sociale, animata e qualificata solo grazie a quei – non pochi, dico io – eroici cirenei di cui lei parla, che tutti i giorni portano una croce che si fa sempre più pesante. Mi piace l’immagine della foresta-collegio, la cui forza sta proprio nella varietà degli alberi che la compongono. Peccato che a questa forza non si forniscano gli strumenti per governare davvero la scuola.

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