Lettera a Umberto Ranieri


4 maggio 2011

Gentile onorevole Ranieri

ho letto su “Il Riformista” di oggi il suo bell’articolo, scritto a partire dal suo diario dell’89.

Siamo pressoché coetanei (20 novembre 48) e, seppure ad altri livelli di responsabilità e importanza, abbiamo vissuto la medesima esperienza, io come iscritto militante di base del PCI, che è sempre rimasto “ad di qua”, nella cosiddetta società civile (faccio il preside di liceo) lei all’interno dei quadri dirigenti del partito. Quando parlo di “medesima esperienza” intendo anche il luogo della mia militanza di base, tra quelli che, come lei dice bene, erano spregiativamente definiti “miglioristi”. A tal proposito, ricordo addirittura un episodio grottesco: nella nostra piccola sezione di partito, io e alcuni altri compagni che avevano espresso idee troppo contigue all’allora PSI di Craxi, fummo “interrogati” da un compagno della direzione romana. Non eravamo negli anni ’30, naturalmente!

Allo scoccare della svolta(!) occhettiana, dopo oltre un quindicennio, decisi di non riprendere più la tessera del “nuovo” PDS e da allora il mio rapporto con la politica si è deteriorato progressivamente (o è la politica tout court ad essersi deteriorata?), fino a giungere, per la prima volta nella mia vita, all’astensione dal voto nell’ultima tornata elettorale.

Mi permetta di dirle che lei è troppo indulgente nei confronti dei maggiori esponenti della “corrente” migliorista (immagino che il Giorgio da lei più volte citato sia Napolitano) e quindi anche con se stesso. In quel momento cruciale bisognava sbattere la porta, picchiare i pugni sul tavolo, far sentire la propria voce a tout prix;  e invece, come negli anni precedenti, si è preferito l’appeasement, nella speranza che dal pateracchio ordito da Achille Occhetto, un leader mediocre, uno tra i tanti furbi rincalzi cresciuti nell’ombra della nomeklatura del partito, culturalmente affatto inadeguato al momentum storico, si potesse ricavare qualcosa di buono.

E invece eccoci qui, con questo bel partito democratico, senza capo (con tutto il rispetto dell’ottimo Bersani) e presto anche senza coda.

Ma il disastro, come lei del resto ammette, nasce da molto prima dell’89.

E’ stato accettando che ancora negli anni ’80 i regimi dell’est fossero definiti regimi socialisti “con tratti illiberali”, è stato plaudendo a Berlinguer arrampicato sui cancelli della Fiat, è stato cedendo la direzione della politica economica al sindacato (vedi il referendum sulla scala mobile), è stato accettando di fatto la lottizzazione del potere a livello centrale (RAI) e locale (municipalizzate), è stato respingendo con albagia e ottusità la proposta craxiana della Sinistra Unita (ma già, ricordo bene che a quei tempi, dimostrare attenzione a Craxi era considerato un crimine), è stato accettando di stare sempre allineati e coperti  con il centro grigio che governava il partito – e qui Giorgio Napolitano non ha certo mai brillato per il coraggio, nonostante il luminoso esempio di un altro, ben più grande Giorgio – , che si è condannato alla fine un grande partito come è stato il PCI, che si sono perse le occasioni di un rinnovamento autentico dell’intera sinistra italiana.

Leggerò dunque con grande interesse – e anche con grande, immutata rabbia per il patrimonio di sacrifici di quelle tante persone che in silenzio e devozione hanno creduto al partito, giungendo in taluni casi da me testimoniati a versare per il tesseramento la metà della loro già magra pensione, buttato al vento – la seconda puntata del suo contributo, sperando di trovarvi anche il nome di Emanuele (Macaluso, naturalmente).

Con viva cordialità

 

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