Le maschere della crisi


Con la crisi in atto del governo delle Larghe Intese siamo alla solita “Commedia alla antica italiana”, genere letterario di  illustre e venerabile  tradizione, ma che non vorremmo veder messo in scena dalle parti di Montecitorio e dintorni. Vediamone la trama e i personaggi:

–          All’indomani delle celebri elezioni “non vinte” dal PD (mai litote fu più audace!) e di fronte al pericolo di eversione rappresentato dal 25% di elettorato M5S (un cittadino italiano su quattro è dunque un potenziale terrorista: mamma mia, altro che Brigate Rosse!) si forma il governo PD-PDL e soci di minoranza, nientepopodimeno che “per salvare l’Italia”;

–          In realtà si vuole mascherare di ideale un intento duplice e che si ritiene inconfessabile: il governo apparentemente contro natura PD-PDL deve salvare Berlusconi dalla giustizia e conservare l’equilibrio  diarchico che ha governato l’Italia almeno dalla fine degli anni ’70 ai giorni nostri, in barba a Mani Pulite, alla favola della Seconda Repubblica, non importa sotto quale etichetta o sigla, una diarchia “destrasinistra” che ha un nome, consociativismo, diffuso capillarmente in tutta la società italiana e non per sola colpa dei “politici”, ma anche di una società civile passiva, di un’imprenditoria assai poco propensa al rischio, di un sindacato troppo spesso conservatore e corporativo, di una cinica, lucida mancanza di prospettive future, di un’intrinseca, oserei dire, filosofica tendenza al precariato, nel senso etimologico della parola, che definisce chi prega per ottenere, da suddito e non da cittadino;

–          tale atteggiamento ostativo di ogni cambiamento vero ha prodotto una democrazia costantemente agonizzante, solo formale, con un professionismo politico  ipertrofico, di dimensioni ineguagliate nel mondo occidentale, degno forse del defunto regime sovietico in quanto a privilegi, conservatorismo,  indolenza, ignoranza (i costi della politica sono anche questi!);

–          dunque, al di là degli abbondanti orpelli retorici, il governo PD-PDL ha risposto all’esigenza autentica e potente di conservazione (semper idem, avrebbe detto il cardinale Ottaviani!) di un sistema che aborre gli strappi e ogni vera competizione tra opposti schieramenti (che non sia quella apparecchiata dai vari talk-show, espressioni di mera democrazia circense). Ma perché non dirlo?

–          Comprendo  l’ira di Berlusconi: perché non dare allora compimento anche alla seconda parte del programma,  ovvero, oltre al proclamato salvataggio dell’Italia, anche a quello del Cavaliere, il quale, a buon diritto, rivendica tutto ciò come uno dei pilastri (seppure ipogei) dell’accordo PD-PDL? Sicuramente non ci sarebbe stata la crisi del pur esangue governo Letta.

–           A meno che il potere diarchico consociativo, in tutte le sue innumerevoli articolazioni, non abbia ritenuto che, data anche l’evidente senescenza del personaggio, fosse necessario cambiare alla svelta per fare restare tutto come prima .

–          Naturalmente tutto resterà come prima solo nei luoghi in cui si prendono le vere decisioni. E tra questi luoghi non vi è un Parlamento formato da liberti del principe, non la società italiana, sempre più ingiusta e diseguale, piagata da una crisi economica sempre più grave, resa incapace di reagire da decenni di narcosi culturale di massa (e non parlo solo dei canali commerciali berlusconiani) e destinata a un declino ormai ineluttabile, o meglio, a naufragare nel mondo globalizzato, davvero “nave sanza nocchiero in gran tempesta” .  Il fatto è che i nocchieri, un po’ come Schettino,  sono scesi tutti a terra, a godersi la vita nei loro fortilizi dorati, assieme ai propri clienti.  Gli altri? Si salvi chi può.

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