Lettera a Mons. Ravasi sul paganesimo


Gentile Professor Ravasi,

3 marzo 2010

le scrivo a proposito del suo articolo sui “Pagani del terzo millennio” (Il Sole della domenica, 22 febbraio 2010). Le chiedo se non sia venuto il tempo di sconfessare con maggior vigore la vulgata che vede il paganesimo come mera, arcaica manifestazione culturale in senso etno-antropologico o (nella peggiore delle interpretazioni) come espressione del degrado del sentimento religioso, da collegarsi a superstizioni, riti magici e così via.  Non è piuttosto il caso di rammentare che i “pagani” sono stati e sono i protagonisti di splendide stagioni culturali, quali quella greco-romana e induista, che tra loro si annoverano Platone, Isocrate, Aristotele, Cicerone, Virgilio, tanto per fare alcuni nomi?

Il fatto è che bisognerebbe premettere che la religione pagana non è una religione assimilabile alle altre, cosiddette “del libro” e che di religioni in realtà ce n’è una sola, la quale poi si declina e coniuga in infiniti modi e tempi, perché infinito è il Mistero che ci contiene tutti.

Perché non si ricorda la voce di Simmaco, nella sua straordinaria Relatio Tertia  per la restituzione dell’altare della Vittoria al Senato di Roma, ultima, luminosa voce del paganesimo morente, contrapposto al duro discorso fondamentalista di Ambrogio,  uno itinere non potest perveniri ad tam grande secretum?

E’ quello il paganesimo autentico, “gentile”, cioè a dire non dogmatico, non metafisico, aperto alle verità dell’altro, che coglie la presenza del divino solo nel suo rapporto con l’uomo.

Paolo, l’inventore del cristianesimo, non è forse ancora  un “gentile” da questo punto di vista? Forse che la via cristiana al Mistero non ha riscattato – ed è stata questa la sua forza – la presenza corporea di Dio nella Natura dell’Uomo? Parole magnifiche quelle scritte da Benedetto XVI su logos e cristianesimo. Peccato che poi il suo dia-logos con chi cerca altrove e con altri mezzi torni ad affermare costantemente il punto di vista dogmatico e a tratti sprezzante di Ambrogio, il quale, di fronte all’apertura di Simmaco risponde: Quod vos ignoratis id nos dei voce cognovimus (Ep.18)

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