Lettera al Prof. Giovanni Sabbatucci sul regionalismo


29 settembre 2012

Egregio Professore Sabbatucci,

ho letto la sua bella analisi su “Il Messaggero” di oggi. La condivido per la giustezza e l’equilibrio delle idee e delle proposte. Mi piacerebbe che lei facesse oggetto di una sua prossima riflessione quanto, sinteticamente, qui le elenco:

– Oggi si sta vivendo in un equivoco che i mass media non contribuiscono a sciogliere: non è la patologia (modello Fiorito) che va curata e sconfitta, ma la normalità: ieri Bersani, onest’uomo penso, ha fatto un’affermazione all’apparenza innocente, ma sintomatica dell’incoscienza in cui si trova anche la cosiddetta parte sana della politica: “Noi con i soldi del contributo non ci compriamo le ostriche pelose, ma i manifesti.” Non pensa Bersani che, ostriche o manifesti che siano, quel tipo di spese non debbano ricadere sul contribuente, ma su chi ha uno stipendio mensile netto che è cinque volte il mio, tre volte il suo (credo), dieci volte quello di un professore di liceo?

– Posso vantare un’inutile primazia: il mio primo voto è stato per le prime regionali. Allora ventunenne, militavo (non ancora iscritto) nel PCI ed ebbi occasione di dire in sezione che l’attuazione delle regioni in un paese moralmente malato come il nostro, non avrebbe esteso capillarmente la democrazia, bensì l’allora già grave morbo della corruzione e del clientelismo. Le lascio immaginare le reazioni;

–  Grande errore l’abolizione delle province. Lo dico ad un illustre storico quale lei è: l’Italia ha una tradizione comunale fortissima, ma ne ha anche una provinciale altrettanto solida, anche se più recente. Non ha invece alcuna tradizione regionale. Alcune regioni sono affatto fittizie (vedi Lazio, costruito a posteriori rubando pezzi al vecchio Regno delle Due Sicilie, all’Abruzzo ulteriore e unendoli alla Tuscia. Se si volesse radicare storicamente il federalismo, si dovrebbe tornare agli antichi stati italiani, ricostituendo l’unità territoriale del regno borbonico, il Lombardo-Veneto, il Piemonte-Liguria-Sardegna, ecc., ovvero tutte quelle unità che, nella costruzione dello stato unitario e centralistico, sono state a bella posta disintegrate.

– Parlo per esperienza personale: la Regione è solo uno snodo per la distribuzione delle risorse e per l’intermediazione (malata) della politique politicienne, limitandosi ad appaltare ad altri ciò che sarebbe suo compito amministrare (il caso dell’istruzione e della formazione è lampante. Se vanno a scoperchiare quella pentola ….). In conclusione: non sarebbe opportuno pensare ad una conservazione delle province, istituto più vicino ai cittadini,  e a una abolizione o a un fortissimo ridimensionamento dell’istituto regionale? Ho riletto in questi giorni “La questione nazionale” di Domenico Fisichella. Illuminante.

Mi scusi per il tempo che le ho sottratto e un augurio di buon lavoro.

Risponde il Prof. Sabbatucci:

Caro Salone, le questioni che mi pone meriterebbero una lunghissima risposta. Mi limito a poche osservazioni. Sul punto 1 sono d’accordo: il problema non sono le ostriche, ovvero la malagestione dei fondi, ma il meccanismo con cui i fondi sono erogati, che sembra fatto per promuovere quegli abusi. Fermo restando che, per i motivi che ho detto, una qualche forma di finanziamento pubblico deve sussistere.
2) Le regioni sarebbero dovute nascere assieme alla costituzione che le prevedeva. Ne sarebbe uscito fuori uno Stato fondato ab origine sulle autonomie (e sulla responsabilità finanziaria) degli enti territoriali. Inserite in un sistema nato e vissuto centralista, e dominato dai partiti nazionali, hanno prodotto i guasti che sappiamo, aggravati, ma non creati, dalla sciagurata riforma del titolo V.
3) Non sono d’accordo sulle province. Sono l’istituzione caratterizzante di uno Stato centralizzato, di modello napoleonico, e sono state disegnate a tavolino, senza alcun legame con storia e tradizioni. Se viene meno quel modello, devono scomparire anche le province. Certo, anche le regioni sono in parte fittizie (qualsiasi suddivisione politico-amministrativa lo è), ma corrispondono a denominazioni storiche, in parte coincidenti con i vecchi Stati, come lo sono i laender tedeschi, e sono dotate di una “taglia” ragionevole (salvo il Molise, che andrebbe subito cancellato: la Valle d’Aosta non si può). Poi bisogna farle funzionare bene, ma questo è un altro discorso.
Sul quarto punto, eccetto le province, sono d’accordo con lei.
Grazie per l’attenzione e saluti cordiali, Giovanni Sabbatucci

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1 thought on “Lettera al Prof. Giovanni Sabbatucci sul regionalismo”

  1. Arrivo a questo commento con più di un anno e mezzo di ritardo perché mi è diventato difficile esprimere un giudizio immediato su questioni politiche e dunque mi sono adattata a valutare il peso delle opinioni che ascolto o che leggo alla luce degli sviluppi successivi: certo, il criterio mal si adatta al principio della velocità , ma almeno consente di verificare la fondatezza delle affermazioni.
    Sul Corriere di ieri, 8 giugno, Sergio Rizzo apre un suo articolo dicendo che “ la crisi delle Regioni è profonda e per certi versi irreversibile” e lo conclude con una sfilza di domande,
    come per es :
    Hanno ancora un senso gli statuti speciali che hanno trasformato certe autonomie in privilegi inconcepibili, facendo esplodere le spese? Ha senso che le Regioni abbiano una quantità enorme di dipendenti spesso inutili, e spesso assunti con meccanismi niente affatto trasparenti magari attraverso le centinaia di società controllate, a loro volta quasi sempre inutili?
    E via di seguito……..
    Queste domande da lungo tempo restano senza risposta, data la sordità di coloro ai quali le domande sono rivolte.

    Allora, nel lontano 1970 il giovane Salone militante del PCI è, suo malgrado, inascoltata Cassandra; nel più vicino 2012 il non più giovane (non me ne voglia il Preside!) né più militante del PCI può dimostrare la veridicità dell’assunto giovanile con un secco e incontestabile ex post validato dai fatti [ la Regione è solo uno snodo per la distribuzione delle risorse e per l’intermediazione (malata) della politique politicienne, limitandosi ad appaltare ad altri ciò che sarebbe suo compito amministrare (il caso dell’istruzione e della formazione è lampante. Se vanno a scoperchiare quella pentola ….)] E anche Rizzo – unitamente a gran parte dell’opinione pubblica – concorda;
    Nel 2012 0 2013 (non conosco la data della risposta) il prof Sabbatucci afferma che, se le regioni fossero state istituite insieme alla costituzione che le prevedeva, non avrebbero prodotto i guasti che conosciamo perché lo Stato ab origine si sarebbe fondato sul sistema e sulle responsabilità finanziarie di enti territoriali autonomi.
    Sinceramente, mi sembra che il periodo ipotetico del terzo tipo non esprima altro che una tautologia rispetto alla tesi:meglio abolire le Regioni e mantenere le Province. Ma c’è, a mio avviso, un’altra considerazione: le prime elezioni per le Regioni a Statuto Ordinario si sono tenute nel 1970; invece le prime elezioni per le Regioni a Statuto Speciale si sono svolte in queste date:
    20 aprile 1947 in Sicilia
    28 novembre 1948 in Trentino Alto Adige
    24 aprile 1949 in Valle d’Aosta
    8 maggio 1949 in Sardegna
    10 maggio 1964 in Friuli Venezia Giulia
    Perciò si può affermare che almeno quattro delle Regioni a Statuto Speciale sono nate pressoché contestualmente alla Costituzione; ed in più di 20 anni non hanno offerto elementi di valutazione del proprio funzionamento? Oppure gli elementi c’erano e non sono stati valutati? Ma proprio perché l’esperimento avveniva all’interno di “ un sistema nato e vissuto centralista, e dominato dai partiti nazionali” non sarebbe stata necessaria una onesta analisi di quegli elementi? Perché a suo tempo non è stata fatta?
    Sarebbe divertente, se si trattasse di un romanzo e non della realtà, registrare che oggi siamo arrivati alla guerra tra autorità regionali e autorità prefettizie, mentre i promotori dell’Italia che cambia verso hanno abolito i consigli provinciali lasciandone intatto l’apparato burocratico e adombrando per un momento la novità di indefinite macroregioni, peraltro rapidamente scivolate nell’oblio. Insomma, viviamo in un sistema privo di una forma statuale coerente perché fondato su una inconciliabile convivenza (o forse una conveniente connivenza??) di centralismo e di regionalismo.
    Anche secondo me, le province sono il retaggio di una concezione verticistica che prevede solo il flusso dall’alto al basso delle decisioni, e perciò, se viene meno il centralismo, è giusto che vengano meno anche le Province. Ma il centralismo vige ancora e oggi possiamo solo dire che se venisse meno il centralismo, allora sarebbe giusto che venissero meno anche le Province. Ed è evidente che, poiché trattiamo delle Regioni così come sono oggi, non si può utilizzare la categoria del benaltrismo (Poi bisogna farle funzionare bene, ma questo è un altro discorso), perché già adesso funzionano, e perciò non se ne può rinviare la valutazione ad altra sede. Non ha senso ragionare come se fossimo a “ Regioni.0”, perché la scelta è tra le Regioni così come sono qui e ora e le Province così come sono qui e ora. A mio avviso bisognerebbe prima fare pulizia nelle Regioni, garantire una effettiva e sistematica verifica del loro operato e poi abolire le Province. Ma, con buona pace del nostro Presidente/Segretario, non disponiamo di risorse né tantomeno di persone dotate del necessario physique du rôle per portare a termine questa difficile operazione.
    Concludendo con un volo pindarico: ma non sarà più utile smettere di parlare di classi dirigenti e riprendere il discorso dal concetto di classi dominanti?

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