Regioni: finzioni statistiche


Otto anni fa, sul “Il Riformista” del 18 novembre, Francesco Cundari scriveva un intelligente articolo che riconduceva nelle sue giuste dimensioni storiche e culturali  il discorso sul federalismo e le autonomie, allora molto alla moda su entrambi i fronti dello schieramento politico italiano, che facevano a gara a chi era più localista.

Dico “facevano” perché oggi quegli entusiasmi mi paiono fortemente raffreddati, a causa della crisi economica e soprattutto politica che stiamo vivendo (“crisi”, non dimentichiamolo, è vox media, con un’accezione non necessariamente negativa, ma che sta a indicare un momento,  uno snodo da cui si guarda “criticamente” il passato per ripartire verso il futuro su nuove basi, evitando, si spera, gli errori commessi in precedenza) e che, auspice un’Europa preoccupata solo della contabilità degli Stati, si sta affrontando con un draconiano e lineare taglio della spesa pubblica, senza alcuna visione strategica.

Se, dunque, vogliamo che la crisi produca risultati che diano speranze e prospettive concrete ai nostri figli non dobbiamo avere tabù, ma affrontare con decisione una radicale riforma dell’architettura della Repubblica, così come si è venuta a delineare negli ultimi vent’anni.

Un anno fa, in una lettera al Prof. Giovanni Sabbatucci, qui riportata nella rubrica delle “Lettere”, assieme alla risposta del Destinatario, esprimevo le mie perplessità sull’abolizione delle province e il permanere invece delle regioni, sostenendone l’artificiosità storica.

Di fronte al sistematico affondamento dello stato sociale, al balbettio di un governo che annuncia molto e fa molto poco (altro che “decreto del fare!”), stretto com’è nella tenaglia di spinte e consorterie contrapposte e inconciliabili, ritengo che questo ragionamento vada ripreso al più presto.

Rifacendomi all’articolo di Cundari, cito l’intervento di Francesco Saverio Nitti all’Assemblea Costituente in 6 giugno del 1947:

“[…] Così si è giunti al punto ormai che abbiamo l’incubo delle autonomie regionali. Nessuno mi sa spiegare e nessuno ha spiegato perché si vogliono avere regioni autonome. […] In  Italia, un uomo eminente, veramente competente in materia, Luigi Bodio, milanese, grande statista, fondatore della statistica italiana, diceva che ‘le regioni sono una finzione statistica, per raggruppare alcune province e alcuni territori in quadri statistici. La regione non è mai esistita, essa è stata finora una finzione statistica. […]’  Studiate a fondo Mazzini, Cattaneo, studiate Ferrari, non troverete mai idee di autonomia regionale. Come questo fungo del disordine è venuto fuori? Non si può dire.”

Sempre dalla stessa fonte, Benedetto Croce (Scritti e discorsi politici, 193-47):

“[…] Ieri ho udito parlare sinanche di autonomia ‘umbra’ che non riesco a figurarmi in nessun modo col riportarmi alla storia di quella regione, la quale non può unificarsi neppure nella dolce persona del poverello d’Assisi. […] Nella mia Napoli, che era la capitale del più grande e antico regno italiano, nessuno, che io sappia, parla di autonomia. Vorremmo stimolarla a parlarne per imitazione? Tutto ciò non mi pare né utile, né prudente, e molto meno urgente.”

E’ dunque, questo sì, urgente rivedere (abolire?) l’istituto regionale, vorace centro di spesa pubblica, senza evidenti vantaggi per il cittadino (basti confrontare i bilanci della Sanità un tempo centralizzata e quelli della Sanità regionalizzata, per non parlare poi della formazione professionale e più in generale dell’istruzione, affidata dal Titolo V della Costituzione, sciaguratamente “novellato”, alle regioni, che si sono mostrate, nel merito del tutto incapaci e incompetenti), mero serbatoio di spartizione partitica del potere e, quindi,di corruzione, incapace persino di investire le risorse, spesso molto generose, messe a disposizione ( la questione dei fondi europei è lì a dimostrarlo).

Come dice il Prof. Domenico Fisichella nel saggio “La questione nazionale” (Roma, 2008), la storia d’Italia è storia di uno stato unitario “e se la Germania si configura federale [lo fa] in ragione del precedente assetto confederale.” (p. 20). E la storia non è aggirabile dalla bassa cucina di una politica attenta in primis al mantenimento di se stessa, pena il decadimento generale dello Stato.

Aumento delle accise, aumento dell’IVA, blocco della rivalutazione delle pensioni cosiddette “ricche”, (s)vendita degli immobili di proprietà pubblica, tagli lineari alle spese dei Ministeri, IMU sulla prima casa, e così via tassando: a tutto si sta pensando fuorché ad abbattere una spesa regionale che è abnorme e inutile, fonte di appesantimenti burocratici e fiscali per imprese e cittadini.

L’artificiosità dell’istituto, che, come abbiamo visto, ha profonde radici nella nostra storia. è davanti agli occhi di tutti e ben pochi sono i cittadini che saprebbero dire in quale aspetto della loro esistenza sentano a loro prossima e utile la regione.

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