Cocomeri e fichi d’India


L’articolo comparso oggi su “Il Sole 24 Ore” a firma di Alberto Orioli, “La multinazionale della partitocrazia”, torna su una questione che sembra sopita, nascosta tra i fumi di un dibattito artefatto, alimentato dallo spettacolo-sceneggiata  dei tanti, troppi talk-show televisivi, ovvero quella niente affatto demagogica e assai complessa della riduzione dei costi della politica.

Se la si confina nella sguaiataggine delle piazze (vedi “Quinta Colonna”), nelle invettive plebee contro la Città Proibita, che pure si è venuta a creare nel centro di Roma negli ultimi lustri, con i suoi cento palazzi del potere, si rischia di dire solo parte della verità e, cosa più grave, di spuntare armi preziose per promuovere il cambiamento, offrendole invece a chi grida, appunto, “demagogia, demagogia!” e favorisce per ciò stesso lo status quo.

L’argomento è tale che merita una considerazione lucida e non emotiva, quella cioè dovuta a un sistema che non è semplicemente “peccaminoso” e “corrotto”, ma che ha “funzionato” per anni, impiegando un numero molto elevato di persone. Basti pensare che, riferendosi alle sole società partecipate, Orioli parla di una vera e propria grande azienda, con trecentomila dipendenti e un fatturato di 15 miliardi di Euro.

In aggiunta a questo dato, già di per sé impressionante, vorrei richiamare come esemplare lo studio pubblicato sul sito dell’Istituto Bruno Leoni www.brunoleoni.it/  da Pietro Monsurrò il 22 marzo di quest’anno, a cui rimando. Ne riferisco qualche punto soltanto:

  1. – L’Italia spende per la politica 39 miliardi €/anno, contro i 25 della pur statalista Francia, i 24 del Regno Unito, i 18 della Spagna;
  2. – Il costo della politica pro-capite per gli italiani è di 200 €/annui maggiore di quello che pagano gli altri cittadini europei di stati paragonabili al nostro;
  3. – Dal 1990 la spesa per la politica in Italia è raddoppiata;
  4. – Disaggregando i dati e facendo solo qualche esempio:

–        il Parlamento costa 1,6 miliardi €/annui, contro gli 0,9 della Francia e gli 0,6 del Regno Unito;

–        il Quirinale costa 349 milioni €/annui, l’Eliseo 119 € annui:

–        gli amministratori locali (regioni, province, comuni) costano 1,6 miliardi €/annui, con fortissime differenze tra nord e sud (es. la Toscana, con 3,7 m.ni di abitanti spende 25,5 m.ni €/annui, la Calabria, 2 m.ni di abitanti, spende 50, 1 m.ni €/annui);

–        il finanziamento ai partiti, formalmente abolito da un referendum popolare, si aggira oggi attorno ai 100 m.ni €/annui;

–         le auto blu (7.000) e grigie (52.000), per un totale di poco più di 59.000 mezzi, esclusi i mezzi delle forze di polizia, le targhe speciali, e i circa 100 mezzi del Parlamento, del Quirinale e della Corte Costituzionale, hanno avuto un costo di 1,1 miliardi €/annui nel 2011 (anche qui con forti divari regionali: in Sicilia, ad esempio, si concentra il 15% degli autisti, per una popolazione che è l’8,3% di quella nazionale);

–        Riproporzionando la spesa dell’Italia nel settore e riportandola ai livelli delle altre nazioni europee simili alla nostra, si potrebbero ottenere risparmi per 16 miliardi €/annui.

Se si pensa ai tormenti dell’attuale governo per trovare 1, 2 miliardi di Euro di copertura per evitare l’aumento della tassazione!

La stessa enormità delle cifre e l’estrema articolazione del sistema, che in tutti questi anni è servito ad amministrare (spesso assai male) il Paese, ma anche a creare posti di lavoro, per quanto surrettizi, a soddisfare clientele politiche nazionali e locali, a narcotizzare potenziali conflitti e drammi sociali (specie nel meridione), spiegano la difficoltà e la scarsa volontà di intervenire manifestate da questo e dagli altri governi che lo hanno preceduto. L’abolizione mancata delle province e il balbettio continuo sul finanziamento pubblico dei partiti, sta lì a dimostrarlo.

Si tratta infatti non di operare semplici tagli lineari di spesa, ma di smontare un’intera struttura economica, che impiega, secondo dati UIL, direttamente o indirettamente, circa un milione di persone, Purtroppo (?) però non c’è più tempo da perdere; non potendo più operare sul deficit spending, dobbiamo agire in fretta.

Se non vogliamo che l’Italia muoia soffocata dalle tasse è necessario semplificare e accorciare la filiera, lunga e spesso labirintica, che conduce dalla deliberazione politica all’esecuzione del provvedimento, una filiera ricca di “occasioni” per i partiti, ma che non è più economicamente sostenibile.

Si tratta, finalmente, di iniziare a sbucciare il fico d’India della spesa per la politica, operazione certo ben più pericolosa e faticosa di quella di tagliare le grosse e succose fette del cocomero del mondo del lavoro e della spesa sociale.

 

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3 thoughts on “Cocomeri e fichi d’India”

  1. Il garbo e la misura delle parole che hai usato per descrivere il disastro della politica negli ultimi venti anni non attenuano l’urgenza che richiami nell’appello finale.
    Ti trovo in forma ed egoisticamente mi dispiace che l’istituto che hai contribuito a rendere un punto di riferimento per molti ragazzi, non possa più beneficiare delle tue risorse intellettuali e morali.
    Il cambiamento che invochi mi appare impossibile finché la classe politica manterrà l’attuale status gerarchico, costituito in maniera da perpetuare e rigenerare se stesso.
    Faccio fatica ad immaginare lo scardinamento di un sistema di protezione dei privilegi della politica che ha elargito prebende come fossero fortificazioni medievali concentriche, allo scopo di soddisfare la propria famelica avidità.
    Proprio come un Re, il quale compra la fedeltà dei Principi e Marchesi di cui si circonda concedendo loro privilegi allo scopo di proteggersi, i quali a loro volta comprano la fedeltà protettiva concedendo terreni e proprietà ad un’altra cerchia di nobili e così via fino a mantenere a distanza di sicurezza il contadino che non ha il tempo per alzare la testa dalla Madre Terra che lui coltiva per vedere in lontananza le feste e i banchetti allegramente pagati con il frutto della sua fatica.
    Non credo sia un caso che Dario Fo abbia vinto un Nobel con storie di questo tipo.
    Chiunque voglia prendere il posto del Re sarà Re egli stesso, con lo stesso meccanismo che ha appreso nella faticosa ascesa al potere e con lo stesso sistema di privilegi atti a conservare lo status.
    La speranza oggi, dunque, non è nei vari Cuperlo, Civati, Renzi, Alfano, Fitto, Letta (citati con nausea in ordine sparso bipartisan), ma in internet, dove siamo ora io e te, dove il confronto è pubblico e le idee si confrontano davvero, dove le menzogne vengono svelate e le verità rivelate.
    Un nuova Democrazia?
    Forse sì, è quello che ci vuole, una Democrazia più vicina al significato etimologico che tu mi hai insegnato al Liceo.
    Internet ha contribuito alla diffusione delle idee molto più di quanto hanno percepito i politici di oggi e l’aumento della consapevolezza civica ha permesso ai “contadini” di alzare la testa e guardare attraverso le finestre dei saloni delle feste.
    Un abbraccio

    Gian Luca

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    1. Caro Gianluca,
      ti ringrazio per gli apprezzamenti. Sono convinto anch’io che è necessaria non tanto una stabilità a tutti i costi, quanto una marcata discontinuità nei modi in cui la democrazia si realizza, pena la sua definitiva scomparsa a vantaggio di pericolosi surrogati. E nutro anch’io assai poche speranze che tutto ciò possa accadere in tempi più brevi di quelli di una generazione, date le accanite resistenze “feudali” che tu giustamente sottolinei.
      L’anno scorso sono entrati nelle scuole superiori i primi ragazzi “nativi digitali”. Speriamo che, quando toccherà a loro esprimere la classe dirigente, l’Italia sia ancora in vita e in grado, ancora una volta, di rinascere. In fondo la “rinascenza” non è un stato po’ il nostro mestiere nella storia?

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