Le due scuole


Ripubblico un intervento di cinque anni fa, ahinoi ancora attuale.

marzo 2008

Nella tempesta di tante riforme mancate o attuate solo a metà, la scuola sembra avere smarrito la sua missione. Sembra che continui a funzionare per forza d’inerzia e a muoversi per sobbalzi improvvisi, senza poter costruire strategie di lungo respiro. Per fortuna può ancora contare sul lavoro qualificato di tanti insegnanti preparati e motivati, che desiderano e sanno far bene il loro meraviglioso mestiere e di tanti funzionari e impiegati amministrativi e ausiliari che,
nonostante il consistente aumento dei carichi di lavoro e la corrispettiva diminuzione delle risorse di personale, riescono comunque a far funzionare bene la macchina organizzativa. Ma se ci chiediamo dove la scuola stia concretamente andando credo che pochi oggi saprebbero dare una risposta precisa e sicura. Dopo l’ultima grande, vera riforma che ha investito il
sistema scolastico, cambiandolo alla radice, cioè a dire l’istituzione della scuola media unica agli inizi degli anni ’60, ci accorgiamo come, di fronte alle rapide e travolgenti trasformazioni che hanno fatto dell’Italia, da povero paese uscito in rovina dalla guerra una potenza industriale ed economica di primo rango, la scuola abbia reagito solo sintomaticamente,
cercando affannosamente di tenere il passo delle dinamiche sociali, “sperimentando” molto e a lungo, agendo su segmenti anche importanti del percorso formativo, senza tuttavia mutare in profondità le sue strutture, senza cioè passare attraverso un efficace e durevole mutamento di sistema.
Anche l’introduzione, formalmente rivoluzionaria, dell’autonomia (Legge 59/97 art. 21) si è tradotta nei fatti di questo decennio trascorso in un’altra grande incompiuta. Parafrasando l’Evangelista, si è continuato cioè a mettere il vino nuovo in un otre vecchio, con le conseguenze che si possono immaginare. Così, si sono sferrate poderose picconate all’edificio
costruito genialmente da Giovanni Gentile come strumento di selezione e di educazione delle élites, senza però riuscire a demolirlo, ma al contrario aggiungendovi – spesso non solo metaforicamente – superfetazioni abusive, improbabili superattici, oscuri sottotetti, verande di cartone, per ospitare una popolazione non solo smisuratamente aumentata di numero, ma anche non più in sintonia con il modello sociale prima dominante.

Qui mi pare emerga un tratto tipico di tanta parte del pensiero politico italiano, cioè a dire quello che produce e pratica la
“doppia verità”, l’una, a beneficio delle masse, retorica e predicatoria della assoluta centralità e importanza della scuola nello sviluppo delle nuove generazioni e nella creazione dell’unica ricchezza che possediamo, ovvero la forza dell’ingegno, l’altra, a beneficio di chi governa, ben più concreta che ha fatto e fa della scuola un luogo in cui trovare facile soddisfacimento di grandi clientele e potentati corporativi e nello stesso tempo la valvola di sfogo di un ceto
intellettuale a funzione sociale diffusa cresciuto senza criterio e senza alcun progetto. In un paese come il nostro, ben poco aduso a rivoluzioni e sostanzialmente alieno da ogni radicalismo, ha sempre e comunque avuto la meglio la ricerca del compromesso, la sistematica conciliazione degli opposti, il “quieta non movere”. Ma ciò non è stato senza danni,
anche gravi, per il nostro intero sistema di istruzione e, a fortori, per la società nel suo insieme. Che cosa è dunque la scuola? Se ci si volesse rifare all’etimologia del termine, la scuola dovrebbe essere scholè, otium, separazione dal tumulto quotidiano, momento di studio, di crescita e di riflessione disinteressata sulla storia individuale e collettiva, di trasmissione del deposito di tradizioni, cultura e identità di un popolo. E’ facile misurare oggi la distanza tra la nostra realtà e questa definizione. Nell’esperienza di tutti la scuola è diventata proprio il suo opposto, ovvero ascholìa, negotium, invasa com’è da mille pratiche, da mille “stimoli” esterni, che, tuttavia, abitando nello stesso pur nobile edificio in rovina di cui si diceva, spesso non riescono ad acquisire dignità, organicità ed efficacia. Per questo la prospettiva si fa inevitabilmente schizofrenica, bilocata: la “vecchia scuola” che reclama i suoi intoccabili “diritti”, in termini di materie, interrogazioni, voti, bocciature, cattedre, classi di concorso convive con la “nuova scuola” che non si sottrae alle lusinghe del mondo esterno e che finisce per aggiungere ad essa, con il pericolo di soffocarla, una congerie di variegate attività, tutte di
per sé validissime, ma che in molti casi accentuano la disintegrazione piuttosto che creare un progetto educativo e culturale omogeneo.

Di più: una scuola siffatta, nata per essere sempre più democratica e aperta a tutti, sta diventando invece sempre più classista e preclusiva, poiché, avendo perduto la sua fisionomia e la sua “missione” non riesce più a funzionare da “ascensore sociale”, cioè a dire ad offrire validi strumenti di emancipazione anche a coloro i quali, in condizioni sociali di svantaggio, non possono che trovare nella scuola lo strumento principe di riscatto. E allora: dobbiamo rassegnarci
all’idea di scuola-contenitore, di scuola-supermarket, in cui ciascun cliente afferra dagli scaffali il prodotto che desidera, attratto dalla confezione o dal prezzo, senza preoccuparsi della coerenza e della funzionalità dei propri acquisti? Oppure è ancora possibile tentare di costruire un edificio davvero nuovo e funzionale, che non dimentichi il passato, ma tenga nel
contempo conto del presente e del futuro? Personalmente credo che sia possibile purché si facciano delle scelte “radicali”, cioè a dire, purché:
– Non si dimentichi che la scuola è anche e soprattutto il luogo in cui “una mente che apprende e una mente che insegna diventano una mente che conosce”, secondo l’insuperata definizione di Giovanni Gentile, che coglie la centralità del rapporto essenzialissimo e sempre nuovo tra studente e insegnante nel farsi della lezione in classe;

– Si metta la sordina al marketing pedagogico di cui la scuola è stata oggetto e vittima in questi ultimi anni, invasa e corrotta da “mode” culturali rapidamente transeunti;

– Si diano risorse certe e reali per l’attuazione della “vera” autonomia, capace di incidere sulla didattica, sulla struttura dei curricula e delle cattedre e sugli organici, non ridotta a mero terreno edificabile per la costruzione di giganteschi progettifici;

– Si restituisca ai docenti il loro status naturale di liberi professionisti della conoscenza, sottraendoli al fardello di un’asfissiante burocrazia cartacea;

– Si accordi a tutto il suo personale il riconoscimento economico che merita l’esercizio di una funzione di vitale importanza per il futuro del paese, a fronte di un efficace controllo della qualità del servizio erogato, con la creazione di un organismo di valutazione che risponda solo al Parlamento, sul modello dell’OFSTED britannico;

– Si riformino gli Organi Collegiali, nel senso di un loro snellimento e di un autentico accrescimento del loro peso decisionale nella gestione di “tutti” gli aspetti della vita delle scuole;

– Si dia vita ad un sistema nazionale pubblico di istruzione in cui potranno confluire scuole di stato e scuole paritarie, le une e le altre sottoposte a eguali, puntuali e rigorose verifiche sul rispetto e sul raggiungimento di standard e di obiettivi programmatici validi su tutto il territorio italiano e non consentendo più scorciatoie che, sotto il comodo ombrello
dell’autonomia, si sono tradotte in questi anni in degrado e disuguaglianze crescenti tra le diverse regioni;

– Si abolisca il valore legale del titolo di studio, sostituendolo con un sistema di certificazione delle conoscenze e delle comptenze effettivamente acquisite, secondo modelli già in vigore in Europa e, peraltro, accolti in linea di principio all’interno delle nuove disposizioni in merito all’obbligo di istruzione.

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