Ritornare a Berlinguer


E’ di oggi la notizia che il ministro della Pubblica Istruzione Carrozza ha dato il via ad una sperimentazione che, per l’anno 2014-2015, vedrà alcuni istituti secondari superiori italiani attivare un percorso “corto” che condurrà all’esame di stato in quattro anni anziché in cinque.

E’ un bene che, dopo tanti anni e tante vane richieste in questo senso, si sia affrontata la questione della lunghezza del curricolo scolastico italiano, più lungo di un anno rispetto a molti altri dei paesi dell’OCSE e quindi svantaggioso per i nostri ragazzi rispetto ai loro coetanei “concorrenti” sul mercato del lavoro internazionale.

Senza contare che, riducendo gli anni di permanenza tra i banchi, si otterrebbe, finalmente, che la maggiore età coincida con il pieno esercizio da parte degli studenti diciottenni della responsabilità personale nelle scelte, di lavoro o di studio, per il proprio futuro.

C’è tuttavia nell’aria il timore che questa fondamentale riforma segua le tracce del riordino Tremonti-Gelmini, con cui, sotto il velo dell’innovazione didattica e di sistema, si è voluto nascondere  il vero scopo dell’operazione, quello di “risparmiare” 8 miliardi di Euro in tre anni. Qui non si tratta di fare delle economie di corto respiro e (relativamente) di scarsa incidenza (circa 2 miliardi di Euro diluiti su più anni).

Riprendendo quanto detto in proposito dal presidente Onida, la scuola deve cessare di essere eterodiretta, ovvero piegata a finalità diverse da quelle sue proprie, vuoi come serbatoio da cui attingere riduzioni di spesa pubblica o, come è stato per anni, luogo di compensazione della disoccupazione intellettuale, senza controlli di qualità, senza valorizzazione del merito.

Per questo è bene che il ministro Carrozza ricordi in questo momento la grande occasione perduta della mancata riforma Berlinguer, l’unica che in questi ultimi tre lustri abbia avuto una vision e caratteri di organicità e che è affondata sotto i colpi sindacal-corporativi e la mancanza di coraggio dei decisori politici.

In quel disegno riformatore non era prevista la riduzione del segmento secondario superiore (licei, istituti tecnici e professionali), ma l’accorciamento a sette anni del segmento inferiore, unificato. Una scelta in questo senso troverebbe peraltro le scuole già strutturate, visto che ormai tutte le scuole elementari e medie italiane formano istituti unici (comprensivi) e quindi sono predisposte (?) a lavorare su una diversa articolazione dei due gradi di istruzione.

Agire in questo senso avrebbe quantomeno due vantaggi non di poco conto:

–        eviterebbe la condensazione dei curricoli della secondaria superiore (si parla di sei ore a settimana per sei giorni e per quattro anni), insostenibile, specie per i licei, se non a prezzo di un ulteriore decadimento degli spazi di riflessione individuale;

–        consentirebbe, con la suddivisione del segmento inferiore unitario in tre bienni, più un anno finale, di elaborare efficaci strategie di orientamento, finora assai poco attuate, con relativi esiti negativi sul tasso di dispersione scolastica nel biennio superiore conclusivo dell’obbligo di istruzione.

Non ci resta che attendere. Le prime reazioni mi pare siano state maggioritariamente negative, in quanto i timori di un’eterogenesi dei fini sono giustificatamente forti.

Non perdiamo la speranza che, almeno attorno alla scuola, si abbassino finalmente i ponti levatoi delle diverse corporazioni e che, dai castelli si passi all’agorà.

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