Tristitia Urbis: una riflessione a partire da un nonnulla


Uscendo da una visita ai Musei Capitolini, mentre stavo per imboccare la stretta scalinata che, fiancheggiando il retro dell’Altare della Patria, conduce al Foro di Cesare, avendo di fronte uno scorcio unico per grandiosità e bellezza, con l’attico del Colosseo sullo sfondo, l’arco di Settimio Severo e la Curia Iulia in primo piano, il Palazzo Senatorio e il Tabularium come quinta a destra, lo sguardo mi è caduto su un piccolo spazio verde di risulta, circondato da una cancellata di protezione non proprio discreta. Tale spazio è prospiciente al resto di un muro in tufo di epoca repubblicana.

Ebbene, esso ospita un décor agghiacciante: all’interno dell’immancabile praticello all’inglese, un rettangolo riempito di ciottoli di marmo bianco, come capita di incontrare su talune tombe terragne degli attuali cimiteri. Dentro questo rettangolo bianco è stato tracciato il celebre acronimo S.P.Q.R. ricorrendo a cespuglietti di mortella. L’insieme è dominato (!) da un’orrenda lupa romana, con tanto di gemelli, anch’essa fatta con cespugli di mortella appositamente modellati.

Un giardinetto degno di una qualsiasi periferia di una qualsiasi cittadina balneare.

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Mi si dirà: tanto esagerato sdegno per una sciocchezza simile!

Non penso sia così esagerato, poiché sono fermamente convinto che è da queste gravi smagliature del gusto che si riconosce il declino culturale di un’intera comunità, lo iato che ci separa da un passato che non vive più con noi, in comportamenti che si riconoscono in un’identità vissuta giorno dopo giorno, ma solo, e forse, in apposite “giornate” o, addirittura, in “notti” dedicate a ricordi (del resto, si ricorda solo quello che non si possiede più!) e celebrazioni, frutto, per dirla in sintesi, di quel consumo culturale che induce ad affollare qualsiasi mostra si proponga, anche la più insignificante, e a lasciare normalmente semideserti musei e gallerie.

E’ possibile che nessuno, compreso il sindaco quando lascia i suoi meravigliosi uffici,  si accorga dello stridore tra quell’ornamento miserevole e la grandezza circostante? E se è così, mi chiedo a cosa serva condurre torme di scolaresche più o meno recalcitranti a visitare le splendide collezioni d’arte che possediamo, se poi appare  tanto clamorosamente inefficace la quotidiana educazione al bello, al rispetto dell’ambiente che millenarie vicende hanno configurato?

Roma non è nuova a queste trascuraggini per lo straordinario contesto in cui la Storia l’ha collocata. Basterà ricordare l’epidemia di ciotole fiorite sparse un po’ dovunque a “decorare” la città, quasi si trattasse di un aprico paesino bavarese oppure la teca lunare di Meier che custodisce l’Ara Pacis in totale spregio della storia e delle relazioni architettoniche, con i suoi miseri schizzetti termali nella città che ha inventato le fontane a scala urbana.

ara pacis

Ancor più di recente, la brutta e melanconica sistemazione di piazza San Silvestro, con quelle panchine curvilinee di pietra giallina messe lì a ricostituire una sorta di slargo paesano, affatto fuori luogo in quel contesto.

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Voglio ancora ricordare il terribile monumento ai caduti di Porta San Paolo, sistemato in un angolo dei trascurati giardinetti antistanti la stazione della ferrovia Roma-Ostia, una fila di povere sagome di ferro arrugginito, tenute assieme da catenelle da ferramenta, cui non è stato risparmiato neppure l’orrore ortografico (nella lapide si può ancora leggere “camice nere”!) e del quale già chiesi invano, diversi anni fa, la rimozione per il rispetto dovuto a chi è morto per l’Italia Nuova.

porta san paolo

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E che dire del monumento al giudice Amato su viale Ionio, che, pur inserendosi in un contesto privo di particolari qualità architettoniche, dall’alto dei suoi  pretenziosi e retorici due metri scarsi, certo fa ben poco per qualificare l’intorno. Per onorare il magistrato caduto sotto i colpi del terrorismo non sarebbe bastata una semplice targa bronzea, sul modello delle Stolpersteine, le pietre d’inciampo, che tanto efficacemente ricordano i deportati ebrei nei campi di sterminio tedeschi?

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Chissà quanti altri casi di insensibilità e di mediocrità culturale esistono nella nostra città e che bisognerebbe rimuovere all’istante. Temo tuttavia che un discorso del genere, lungi da suscitare la reazione dei nostri decisori politici, non verrebbe da loro neppure compreso e, molto probabilmente, irriso.

E allora tout se tient, dentro una crisi che si identifica sempre di più come un  inarrestabile tramonto.

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