Il liceo dei perché


L’11 e il 12 aprile scorsi si sono tenuti a Roma gli incontri conclusivi del convegno “Classici Dentro”, un’iniziativa promossa da tre licei romani, Giulio Cesare, Virgilio e Visconti, per riflettere sulla crisi di iscrizioni che ha colpito il liceo classico, passato in quattro anni dall’11% al 6% circa e più in generale su un indirizzo di studi che caratterizza profondamente e da oltre novanta anni l’intero sistema scolastico italiano e che, in Europa, è restato sostanzialmente unico.
La prima delle due giornate, preceduta da un altro incontro seminariale, svoltosi a marzo e destinato in particolare agli insegnanti, ha assunto un aspetto “spettacolare”, in quanto è stato imbastito un vero e proprio processo al liceo classico, con accusa, difesa e giudici togati, questi ultimi presieduti da Luigi Berlinguer.
Il processo si è concluso con un’assoluzione, ma non con formula piena.
Al di là dell’efficacia dei singoli interventi e dei molti stereotipi che si sono affacciati nella discussione, si è trattato di un momento utile di disamina e di scambio di idee.
Peccato che i decisori delle politiche scolastiche abbiano brillato per la loro assenza, perché, come ha sottolineato Laura Correale, il nodo vero sta proprio nella configurazione da dare all’intero sistema dell’istruzione, di cui il classico è forse diventato una parte tra le più fragili.
Le ragioni di questa fragilità stanno nella fisionomia stessa del liceo voluto da Giovanni Gentile, una fisionomia ricompresa in una visione autoritaria e classista, ma comunque organica di scuola e di società, che oggi è affatto scomparsa. E come sempre, non sono mancate le accuse alla “scuola gentiliana” idealistica e nemica del sapere scientifico.
Vorrei tuttavia che si riflettesse sulla lezione che quel pensiero sulla scuola ci ha lasciato, senza proporre una sua conservazione idolatrica, ma anche senza condanne aprioristiche.
Del resto lo stesso Giovanni Gentile va annoverato tra gli sconfitti. Dai fascisti prima, visto che il suo liceo non è mai loro piaciuto (ricordo che Mussolini dovette imporsi personalmente perché la legge fosse approvata e che la permanenza del Filosofo al Ministero della PI durò appena un anno) e che gli stessi fascisti gli preferirono in seguito il “democratico” Bottai (l’idea di scuola media unica è sua). Dalla tradizione gesuitica poi, la quale, nella pratica didattica corrente e salvo lodevolissime eccezioni, ha finito per imporre una scuola meramente trasmissiva, spesso catechetica, una scuola della grammatica e della retorica (ancora oggi si sente dire che le materie caratterizzanti l’indirizzo sono il greco e il latino), insomma una scuola isocratea più che platonica.
Il liceo gentiliano è invece il liceo della storia, nel senso dell’”historia” greca, della ricerca delle cause, un’”historia” che lega a sé tutte o quasi le materie, dall’italiano, all’arte figurativa, alle discipline classiche, alla filosofia, alla storiografia, non già come mero racconto e memorizzazione di vicende e di fatti, ma come continua e “libera” interrogazione sulle vicende umane che discente e docente accendono, in quell’unità tra colui che apprende e colui che insegna in colui che conosce, che resta tra le più belle definizioni di scuola.
E’qui la centralità del testo, in tutte le sue accezioni e al di là delle barriere disciplinari, vero laboratorio di scienza e di coscienza. Questa è l’eredità non caduca che il liceo classico gentiliano ci lega, questa è l’eredità che dobbiamo non già rifiutare, ma ricomporre nella nostra modernità. Come?
Ricreando una licealità con al suo centro un asse forte, visibile, comunicabile, un asse che potremmo definire “dei perché”, una licealità che, superata la ormai divenuta fittizia barriera tra”scientifico” e “classico” (non è un caso che entrambi gli indirizzi, pur se in misura diversa, siano in crisi), si rifondi su un tronco unitario a più rami e trovi la sua caratteristica non tanto nella presenza o meno di alcune discipline (meglio sempre molto di poco che poco di molto) quanto in un suo baricentro autenticamente “socratico”, che miri a sviluppare il pensiero logico, il pensiero divergente, la creatività, l’inquiry learning. Un liceo che resti “difficile”, ma non perché schiacciato dalla fatica di ingurgitare e memorizzare più pagine di ogni altro tipo di indirizzo, ma perché scuola di libertà e di responsabilità, nella consapevolezza – che va insegnata – che esiste solo la ricerca incessante, esercitata attraverso uno studio serio e rigoroso e non la mera acquisizione di verità già preconfezionate, da usare per superare esami e verifiche e poi da riporre nel cassetto (se non nel secchio della spazzatura).
Qui il ruolo degli insegnanti resta fondamentale, proprio perché, abbandonata ogni sicurezza derivante dalla logica meramente trasmissiva del sapere, dovrebbero saper indossare il camice da laboratorio e guidare quella ricerca e crescere assieme agli studenti e creare ogni giorno la scuola, senza tabù e senza schemi precostituiti, senza l’opprimente attuale sistema ad aule chiuse ed eguali le une alle altre, senza la sequenza indifferenziata di ore di lezione che si succedono, le une alle altre, una scuola in cui conoscenze e competenze formino, nella prassi didattica, una polarità inscindibile.
Il nuovo liceo, non più classico né scientifico, aperto e costantemente in itinere, continuerebbe a parlare di Omero e di Virgilio (ma anche, finalmente, di Galileo e di Schoenberg), divenendo una vera scuola di cittadinanza, centrata sul dialogo, la relazione, il contesto. Per far questo si potrebbe avvalere, non come meri gadgets, dei formidabili strumenti offerti dalle ICT e dai nuovi media interattivi, che sono naturaliter comunitari e non gerarchici.
Sarebbe la più nuova di tutte le scuole e conserverebbe la più autentica tra le eredità della cultura classica, quella cioè dell’apertura verso tutto ciò che è umano (homo sum, humani nihil a me alienum esse puto) e dell’antidogmatismo.

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