La vittoria del presidente Matteo


C’è un commento, tra i tanti fatti ai risultati delle elezioni europee, che non condivido per nulla, quello secondo il quale, nel quasi 41% ottenuto dal PD, si dovrebbe leggere una straordinaria vittoria della sinistra italiana, la prima di queste proporzioni della sua storia, ben oltre i risultati già importanti ottenuti alla metà degli anni ’70.
Si tratta invece, a mio parere, della vittoria del “nuovo” blocco di interessi che Renzi è riuscito a saldare attorno a sé, innovando stili comunicativi e immagine e che è facilmente riconoscibile in quella “democristianità” restata ben viva nella società italiana, dal dopoguerra (ma credo anche da molto prima) a oggi e che trova di volta in volta una sua incarnazione storica differente: prima la DC, poi Forza Italia/PDL, adesso il PD.
Quali sono le caratteristiche di questo blocco di interessi agglutinatosi attorno al presidente Matteo? Vediamone alcuni tratti peculiari, alcuni principi (termine, mi rendo conto, del tutto improprio e che uso solo per approssimazione), ma l’elenco potrebbe essere più lungo:
1. – La vita pubblica è solo la sommatoria delle vite private, proprie e dei propri cari, che può diventare sostanzialmente pericolosa se eccessivamente irrigidita da regole e norme di comportamento civilmente condiviso;
2. – L’esistenza dell’Uomo va considerata sub specie aeternitatis e come tale sottratta alla competizione tra fronti ideali contrapposti, che potrebbero condurre a scelte radicali e inutilmente dolorose. Conciliare, condividere, associare, premiare, soccorrere, sanare sono i verbi giusti.
3. – Il colpevole e la vittima devono coincidere. Nessuno è da ritenersi immune o estraneo al meccanismo di correità nella gestione della politica e della società. In tal modo, avendo tutti ricevuto qualcosa e quindi avendo tutti qualcosa da perdere, si spenge ogni velleità di cambiamento profondo e si alimenta la paura per il nuovo.
E’ un modo di concepire la politica che ha mostrato, in passato, anche pregi non indifferenti: ha guidato l’Italia fino a farci diventare una potenzia industriale tra le maggiori del mondo, ha consentito – certo, non sempre volentieri e con molta circospezione – la generale modernizzazione di un Paese che, alla metà degli anni ’40, aveva ancora un enorme tasso di analfabetismo e soffriva di una generale arretratezza del sistema produttivo.
La questione sta nel prezzo pagato: accontentare tutti on demand per garantire stabilità di governo ha significato accumulare un debito pubblico stratosferico, non fare mai battaglie di principi ha generato le leggi sui pentiti, l’appeasement con la criminalità organizzata in diverse regioni, il laissez-faire nell’amministrazione pubblica, mai sottoposta a verifiche di efficienza, la crescita abnorme dei costi di una politica sempre più professionale e autoreferenziale.
Come sarà la nuova DC/PD renziana? Saprà trovare Renzi i margini di manovra per continuare una politica che, tutto cambiando, continui a non cambiare nulla nei rapporti di forza e nelle relazioni sociali oggi in essere? Sia la DC/DC che la DC/PDL hanno potuto contare su grandi risorse, la prima perché ha agito sotto la protezione della Cortina di Ferro e della necessità di mantenere l’Italia saldamente al qua del Muro; la seconda perché ha avuto in dote qualche centinaio di miliardi di Euro, derivati dai risparmi sul costo del debito pubblico, grazie all’introduzione della moneta unica. Ora quelle fonti si sono inaridite e il nostro giovane Timoniere dovrà prendere decisioni radicali, dolorose, scomode. Riuscirà a declinare ancora una volta il paradigma della democristianità, far contenti tutti e rimettere in sesto l’Italia?

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