28 giugno 1914: imperi da ricostruire


Oggi è il 28 giugno. Cento anni fa moriva assassinato a Sarajevo l’arciduca Franz Ferdinand, erede al trono dell’impero austro-ungarico. Di lì a un mese sarebbe scoppiata la Grande Guerra Europea che, come la Guerra dei Trent’Anni o la Guerra del Peloponneso, è durata, con un fosco intervallo di pace apparente, fino al 1945.
A un secolo dall’inizio dell’ ”inutile strage” (parole di Benedetto XV), la scomparsa dei grandi imperi multinazionali, russo, austro-ungarico e ottomano prima e dei domini coloniali di Francia e Gran Bretagna poi, voluta e perseguita con determinazione dall’altro impero nascente al di là dell’Atlantico, ha prodotto frutti letali per l’Europa e per il mondo: il fascismo e il nazismo negli anni di tregua tra le due fasi della Grande Guerra, la decolonizzazione, il successivo asservimento dei paesi “liberati” alle multinazionali e l’impero del dollaro negli anni immediatamente successivi (vedi gli accordi di Bretton Wood, Dien Bien Phu, la guerra del Canale di Suez,).
Nel secolo scorso gli USA, con il loro poderoso apparato militar-economico hanno effettivamente dominato il mondo (la presenza dell’URSS e della sua sfera di influenza appaiono oggi assai più fragili e meno competitive di quanto allora non sembrassero), applicando il motto romano del divide et impera e imponendo un modello culturale vincente, in cui i grandi principi di libertà e democrazia si sono coniugati con uno straordinario sviluppo tecnologico e scientifico, con consumi di massa sempre più estesi, ma anche con la dilapidazione delle risorse del globo e la costruzione sistematica di ineguaglianze.
Il dominio imperiale americano ha toccato l’apice con la caduta del Muro di Berlino nell’89 e il crollo del blocco sovietico. Ma, coma accade spesso nella storia e nella geometria, il vertice non può non coincidere che con la discesa: negli ultimi venti anni il declino dell’egemonia USA è sotto gli occhi di tutti: a somiglianza di altri imperi del passato (compresa l’URSS), è il primato politico ed economico a declinare per primo, mentre si mantiene ancora forte quello militare.
E così abbiamo assistito all’ascesa impetuosa, per ora disordinata, di altri grandi soggetti politico-economici (Cina, soprattutto, ma anche India e Brasile) e a sanguinosi sommovimenti in regioni cruciali per gli equilibri mondiali, come l’Africa mediterranea, la Siria, l’Iraq.
Non esistono camere di compensazione della crisi (l’ONU è solo una grande apparato che ingoia enormi risorse e che, in un mondo frantumato e fortemente dinamico come l’attuale, si dimostra inerme e inutile. Mi domando perché non trasformarlo in una assai meno dispendiosa e flessibile Conferenza Mondiale delle Nazioni, che si riunisca quando e solo se serve).
L’Europa politica è insignificante e, con il suo continuo allargamento, propiziato anch’esso dagli USA, sta perdendo fisionomia e sostanza culturale, dominata com’è dall’economico, governata da un apparato burocratico autoreferenziale e senza una vision politica planetaria.
In attesa che si formi un altro sistema “imperiale” mondiale, capace di ristabilire un equilibrio globale accettabile, non ci resta che vivere pericolosamente in un’età di mezzo e ricordare l’Europa che non c’è più, quella definitivamente tramontata un secolo fa, quando era, anch’essa, al vertice del mondo, prima di declinare in una follia autodistruttiva (“il suicidio dell’Europa civile”, sempre nelle parole di Benedetto XV).
Allora, proprio alla vigilia della catastrofe, il nostro continente visse una irripetibile, luminosissima stagione di arte e di cultura, crogiolo della modernità così come la conosciamo. A tale stagione, se non altro per rispetto verso i milioni di morti della Grande Guerra Europea, bisognerebbe riandare. Del resto, lo stesso impero austro-ungarico aveva già in sé l’idea di un’Europa unita nelle sue molteplici diversità. Ricordiamo così che la prima, concreta visione federalista europea fu quella nata dal progetto del rumeno Aurel Popovici (1906), suddito fedele dell’imperatore Franz Joseph, il quale voleva trasformare la monarchia dualistica negli “Stati Uniti della Grande Austria”. Gli stessi due eredi al trono di Vienna, Rudolf e Franz Ferdinand, morti entrambi di morte violenta prima di salire al potere, avevano ben chiaro in mente un disegno di riforme federali e autonomistiche che, specie per i Balcani, avrebbero forse consentito di evitare lo spargimento di tanto sangue, giunto fino agli anni ’90 dello scorso secolo.
Il cosiddetto “grande malato”, l’impero ottomano, al di là della retorica anglo-americana alla Lawrence d’Arabia, che identificava “romanticamente”, ma in realtà per fame di petrolio, la libertà con gli istituti tribali di arretrati nomadi beduini, rappresentava allora l’unica forma evoluta di stato nel mondo musulmano. E non è certo un caso che, tornando all’attualità e alle rivolte in Egitto, in Libia e, soprattutto in Siria e in Iraq, un paradigma politico forte che oggi si affaccia su quel teatro sia quello del neo-ottomano Erdohan.
Eccoci dunque al punto: indebolita ormai irreversibilmente l’egemonia statunitense, per noi europei è importante e vitale tornare a riannodare il filo della nostra grande eredità culturale, strappato nel conflitto 1914-1945, disintossicandoci dal morbo dei nazionalismi, (l’autodeterminazione dei popoli) inoculato all’indomani di Versailles e riprendendo il cammino tragicamente interrotto il 28 giugno del 1914.

Pubblico qui (*) in appendice l’ultima proposta austro-ungarica all’Italia, datata 27 marzo 1915, al fine di evitare l’ingresso in guerra di quest’ultima a fianco dell’Intesa. Se fosse stata sottoscritta o quantomeno ragionevolmente discussa, la stragrande maggioranza dei sudditi italiani di Franz Joseph sarebbe entrata nel Regno d’Italia; Trieste avrebbe conservato la sua identità culturale italiana e come città autonoma avrebbe costituito un polo economico fiorentissimo; l’Italia si sarebbe assicurata, con Valona, il controllo dell’Adriatico e la sfera d’influenza sull’Albania. E’ evidente che la cosiddetta “guerra patriottica”, la “quarta guerra di indipendenza” perseguiva, negli intenti di Salandra e del suo governo e al di là di ogni continuità con il Risorgimento, sogni imperiali, ahinoi, presto svaniti e pagati con i nostri quasi due milioni di morti, tra soldati caduti in combattimento, vittime civili e deceduti a causa della terribile pandemia detta “spagnola”.
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(*) la traduzione è mia e si limita a cogliere l’essenziale dei diversi articoli

Articolo 1
L’Austria Ungheria riconosce le aspirazioni dell’Italia alle terre del Sud Tirolo abitate da italiani e accetta un nuovo confine che passi tra i distretti di Cles a sud e quelli di Meran e Schlander a nord, sulla linea spartiacque tra il Noce e l’Adige, fino all’Illmenspitze (Val d’Ultimo)
Articolo 2
L’Austria Ungheria accetta di ritirarsi dai territori della riva sinistra dell’Isonzo abitati da popolazioni italiane. La nuova line di confine seguirà la valle dell’Isonzo, passando per Gradisca, fino a Iudrio.
Articolo 3
Alla città di Trieste sarà assegnata la denominazione di “libera città imperiale”. Essa conserverà la propria università e gli statuti di piena autonomia di cui già gode, al fine di mantenere il suo carattere di italianità. L’odierna zona franca del porta sarà mantenuta e, se del caso, ampliata.
Articolo 4
L’Austria Ungheria è disposta a riconoscere all’Italia la piena sovranità su Valona, sulla sua baia e sui territori circostanti.
Articolo 5
L’Austria Ungheria dichiara il suo disinteresse politico per l’Albania, nel quadro degli accordi di Londra
Articolo 6
Agli italiani che resteranno all’interno dei confini dell’Austria Ungheria anche dopo la firma di questo accordo, il governo imperiale garantirà una particolare attenzione in merito ai loro interessi
Articolo 7
L’Austria Ungheria garantisce l’amnistia per tutti coloro che, abitando nei territori ceduti, siano stati condannati per motivi politici o collegati alla sfera militare.
Articolo 8
L’Italia garantisce una perfetta neutralità rispetto al conflitto in corso, in particolare per quel che riguarda l’Austria Ungheria, la Germania e la Turchia
Articolo 9
L’Italia dichiara che non avanzerà alcuna rivendicazione in merito agli eventuali vantaggi che potranno scaturire dal presente conflitto per l’Austria Ungheria
Articolo 10
L’Austria Ungheria rinuncia ad ogni rivendicazione in merito al possesso italiano del Dodecaneso
Articolo 11
L’Italia si dichiara disposta a versare una somma forfetaria per i territori ceduti. L’importo sarà stabilito da una commissione paritetica. In caso che non si raggiunga un accordo, la decisione sarà demandata alla corte internazionale dell’Aia
Articolo 12
Dopo la firma del presente accordo, l’imperial-regio governo si impegna a dar piena e immediata ufficialità all’atto
Articolo 13
Una commissione mista si dovrà occupare di stabilire nello specifico i dettagli dei nuovi confini. Essa inizierà a riunirsi subito dopo la firma di questo accordo e dovrà sottoporre ai rispettivi governi i risultati con distinti protocolli. I lavori dovranno concludersi entro un mese dal loro inizio.
Articolo 14
Subito dopo la firma di questo accordo, il personale militare di stanza nei territori ceduti farà ritorno nei territori dell’Austria Ungheria.
Articolo 15
Italia e Austria Ungheria accettano la Germania come garante dell’attuazione del presente accordo

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