Tra canguri e tagliole


In questo luglio singolarmente burrascoso, l’Italia sta consumando un’altra tappa del suo declino.
Il Paese appare come attonito, sopraffatto da dati sempre più allarmanti e deprimenti: tutti gli indicatori economici sono negativi, la ripresa non c’è, il sud si allontana ancor di più dal nord, con una disoccupazione giovanile che non cessa di battere record verso il basso, al ritorno dalle vacanze (per pochi) ci aspetta una salva di imposte pesantissime, che finiranno per deprimere ulteriormente il clima e le finanze, pubbliche e private. Continua la svendita del patrimonio industriale italiano, mentre nel Mezzogiorno non sappiamo neppure spendere i contributi comunitari. Si ingrossa quella che viene definita la “fuga dei cervelli”, che di per sé non sarebbe né grave né dannosa, se riuscissimo ad attrarre altrettanti cervelli stranieri. Purtroppo, dopo anni di sprechi e di clientelismi, l’università italiana è al collasso e con essa la scuola, prive come sono di strategie almeno generazionali. Il triste elenco potrebbe essere più lungo.
Il presidente Matteo continua nel suo inconcludente vociare, nel manifestare una ducesca fermezza (“non arretreremo di un centimetro!” – ricordate il famoso “bagnasciuga”?), nel trattare il dissenso con sempre maggior fastidio, sostenuto in questo da un’idea (?) ancora una volta di matrice futurista, che fa della velocità e dell’insofferenza per qualsiasi manifestazione di pensiero articolato (e per ciò stesso “lento”) un accattivante modo comunicativo, per far breccia nella testa, ma soprattutto nella pancia di tanti italiani stanchi e sfiduciati e quindi disposti ad imboccare scorciatoie.
Spie di tale pericolosa cultura sono la dichiarata avversione alla burocrazia e agli eccessi del parlamentarismo, che consente alle opposizioni (incredibile dictu) di opporsi e quindi di sfastidiare il governo, che si sente impedito nella sua voglia di sollecito agire (anche qui, vi ricorda qualcuno, stavolta di molto recente?). Matteo la volpe però ha scelto bene i suoi bersagli, che tanti anni di abusi e di operosissima incompetenza hanno resi invisi alla maggioranza degli italiani. Tuttavia sarebbe necessaria la massima cautela, prima di gettar tutto nel forno del cambiamento e del novismo dogmatico; e ricordare che la burocrazia, se ben gestita e affidata a persone che sanno il fatto loro, è garanzia democratica: non è forse vero che la corruzione degli ultimi anni ha attecchito proprio laddove sono saltati i controlli e si sono scelte procedure raccorciate di emergenza (vedi G 8, terremoto dell’Aquila, Mose, Expo)? E’ facile poi sparare su un’istituzione parlamentare degradata dalle varie porcate elettorali, spregiata dall’opinione pubblica, chiusa a riccio nella difesa del propri privilegi, a livello nazionale e locale. Ma non per questo si dovrebbe assistere alla sua sistematica umiliazione da parte di un governo che interviene pesantemente su questioni esclusivamente parlamentari come quelle della riforma costituzionale, che tratta “extra moenia” pacchetti preconfezionati ed esige obbedienza a tutti i costi.
Sappiamo che le settimane del fulmineo programma del presidente Matteo si sono diluite nei nuovi, magnifici “mille giorni”, ma ciò nonostante, nulla è stato ancora concretamente fatto nei settori- chiave: il “job act”, pur approvato, non è attuato, la “spending review” non si sa dove è finita (Cottarelli però si è dimesso, sbattendo la porta), la copertura dei celeberrimi 80 € traballa e, se verrà confermata, inciderà ancora una volta sulla tassazione, ormai la più alta del mondo occidentale per servizi alla comunità tra i più scadenti e quindi, di riflesso, sul debito pubblico, che veleggia ormai oltre il 135% sul PIL. ISTAT, SviMez, Confindustria, Confcommercio non fanno che gettare allarmi, che sono oggetto di discussione nei talk-show, ma certo non nelle sedute del consiglio dei ministri.
L’Europa poi. Osservate la prossemica del presidente Matteo quando si presenta nei consessi europei, quel suo piglio volitivo da bambino capriccioso, convinto di convincere con il suo “painful english” – by the way, non si è mai sentito un governo tanto anglofono come questo, con un capo che massacri in modo così efferato la lingua di Shakespeare – la “Kanzlerin” e gli altri, mentre ha già collezionato una serie di smacchi e di rifiuti.
In questa atmosfera plumbea, si vuole risolvere alla svelta una questioncella come la riforma della Costituzione, facendone pretesto per dimostrare di possedere “gli attributi” (“Ho detto ai miei (sic!) deputati: – è sempre il presidente Matteo che parla – calma! Riusciremo a ottenere quello che vogliamo!”), ma certo ben poco badando alla sostanza della questione, che è eufemismo definire delicata e di vitale importanza per il futuro dell’Italia. Provate a comparare, che so, i discorsi alla Costituente di Terracini e quelli del ministro Boschi. Non vi viene la pelle d’oca? Avreste mai pensato di dover associare un marsupiale australiano o l’invenzione misericordiosa del dott. Guillotin, a un dibattito costituzionale?
“Quem vult perdere, deus amentat”. Pare proprio che il Cielo (non solo meteorologico) ce l’abbia con noi.

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