la Buona Scuola del Maestro Matteo


Il presidente Matteo è giudicato da tutti un abile comunicatore politico e quindi, necessariamente, molto attento alla scelta dei linguaggi e delle forme del comunicare.
Una prima impressione che la grafica di questo importante Documento sulla futura Buona Scuola ci trasmette è quello della pasticceria: la sua estesa policromia, che va dal rosa confetto al caldo colore delle torte della nonna ha la fragranza di un dolce appena sfornato. Questa sensazione è ribadita dal set di caratteri scelti: si fa infatti spesso ricorso al tipico corsivo dei bambini, lo stesso di tante, stucchevoli pubblicità dei prodotti che si vendono nel mercato scolastico, dalle merendine agli zaini.
A conferma del taglio gastronomico dato all’intero Documento giunge l’autrice del progetto grafico, Lucia Catellani, di Bread and Jam (sic!), una designer di area reggiana, come l’influente sottosegretario alla presidenza del consiglio, Graziano Del Rio, che tra i suoi lavori annovera “la papilla brilla”, “food joy”, “food immersion festival” (oltre che un più impegnativo “Tania Tellini sindaco”). Chissà quali sono state le modalità di assegnazione dell’incarico.
I colori pastello e i palloncini si susseguono inesorabilmente di capitolo in capitolo, ribadendo in forma subliminale il concetto che la Buona Scuola sarà il risultato di una Buona Ricetta, fatta di cose semplici e genuine. Siamo ben lontani dunque dalla quotidiana tragedia in cui essa versa.
In questo programmatico tentativo di esorcizzare il dramma e di farci stare tutti sereni, il Documento agita con vigore la bandiera del New Deal renziano (Roosevelt mi perdoni) e sviluppa alcuni temi di forte presa sull’opinione pubblica, senza eccessive preoccupazioni di distinguere pesi, processi, omogeneità e qualità degli interventi e senza tema di cadere in luoghi comuni e in genericismi.
Iniziamone una pur sommaria disamina:
l’istruzione è l’unica soluzione strutturale alla disoccupazione”. Bella frase, ma, alla prova dei fatti, non vera, in quanto i meccanismi che determinano l’occupazione dipendono dal mercato e il mercato prescinde di per sé dai livelli di istruzione. Ricordo solo che nel Triveneto, ai bei tempi pre-crisi, si determinava una dispersione scolastica (un abbandono precoce della scuola) proprio a causa degli alti livelli occupazionali offerti ai giovani a partire dai sedici anni. Non è collegando direttamente l’istruzione al mercato del lavoro che si genera la Buona Scuola.
Per la Buona Scuola non bastano più azioni circoscritte o interventi mirati. È finito il tempo delle sperimentazioni. Occorre intervenire in maniera radicale. Accettando di uscire dalla comfort zone, dal “si è sempre fatto così”, perché questo alibi non ci ha portato da nessuna parte.”
L’intero periodo mi pare retorico e contraddittorio. Da un lato si dice che il tempo delle sperimentazioni è finito e dall’altro si parla di una fantomatica comfort zone (ah, questo inglese prezzemolesco!) determinata da chi non vuole cambiare. Qui sembra non si voglia ricordare che se la scuola è riuscita, in tutti questi anni, a tenere il passo dei tempi, nonostante tutto, è stato proprio perché molti insegnanti hanno scelto la via assai poco confortevole della sperimentazione, lavorando molto e senza alcun riconoscimento. Il guaio è che tutto il patrimonio di buone pratiche, di innovazione (come pure di fallimenti) uscito da quelle sperimentazioni sul campo non è stato mai né valutato, né ricondotto a sistema da chi ne aveva il preciso dovere.
oggi ripartiamo da chi insegna … A loro vogliamo dire chiaramente: siamo pronti a scommettere su di voi. A farvi entrare nella partita a pieno titolo, e a farvi entrare subito. Ma a un patto: che da domani ci aiutiate a trasformare la scuola, con coraggio. Insieme alle famiglie, insieme ai ragazzi, insieme ai colleghi e ai dirigenti scolastici.
Quanta retorica e quanta vuotaggine! E’chiedere troppo di smetterla con le metafore calcistiche (partita, entrare in campo)? Possibile che l’unico parametro culturale di riferimento del nostro presidente sia lo sport nazionale italiano? Che significa chiedere agli insegnanti di “aiutare a trasformare la scuola” se il governo non detta con precisione le linee di indirizzo della nuova scuola, con concretezza e senza la solita enfasi sui suoi “alti e nobili compiti”, enfasi che ha sempre coperto il sostanziale disinteresse della politica italiana per l’istruzione (ricordo, per inciso, che per la scuola spendiamo meno della pur non esaltante media europea – 5% del PIL -, ovvero poco più del 4%).
lanciamo un Piano straordinario per assumere a settembre 2015 quasi 150 mila docenti”. La Buona Scuola inizia dunque con l’assunzione di un numero davvero ingente di precari, pari a circa un quarto dei docenti attualmente in ruolo. Una sanatoria che, di per sé, può anche essere un atto di giustizia sociale, ma che, altrettanto di per sé, non determina in alcun modo l’avvento della Buona Scuola.
Ogni scuola dovrà avere vera autonomia, che significa essenzialmente due cose: anzitutto valutazione dei suoi risultati per poter predisporre un piano di miglioramento. E poi la possibilità di schierare la “squadra” con cui giocare la partita dell’istruzione”. Qualche attenzione in più alla forma italiana non avrebbe guastato, ma non sottilizziamo. Pare di intendere che le scuole autonome abbiamo bisogno “essenzialmente” (?) di due cose: di essere valutate e di schierare una “squadra con cui giocare la partita dell’istruzione”. Ci risiamo con il calcio. Nel corpo del Documento si affronta poi il cuore del problema, che sono le risorse e se ne distinguono diversi tipi di reperimento, tutti o quasi ispirati al mondo anglosassone, dove, tuttavia, il principio di sussidiarietà è largamente applicato in un contesto in cui gli sgravi fiscali non sono una burletta, come da noi. Dove poi si reperiranno le risorse per coprire i conseguenti mancati introiti per l’erario non è detto.
Siamo il Paese di Montessori e di Don Milani, di Don Bosco e Malaguzzi”. Nell’Olimpo pedagogico del Maestro Renzi brillano astri assai diversi per grandezza e rilievo nazionale e internazionale (Reggio Emilia è comunque sempre presente): che significa mettere insieme quattro nomi illustri senza cogliere i nessi che dovrebbero connetterli nel sostenere un preciso disegno comune? E’ solo una vetrina, peraltro assai parziale, del “made in Italy” pedagogico?
la nostra scuola è piena anche oggi di innovatori silenziosi. Dobbiamo farli crescere, potenziando e rendendo obbligatoria la formazione in servizio, con modalità nuove che valo¬rizzino e mettano in rete gli innovatori naturali della nostra scuola, dando loro un ruolo di “guide decentrate” dell’innovazione didattica.” “Fate fumo!” ordinavano i capitani delle navi sotto preponderante attacco nemico. Qui di fumo ce n’è molto: chi sono “gli innovatori silenziosi”? Perché silenziosi? E gli “innovatori naturali”? Ci sono “innovatori artificiali”? E, ancora, cosa sono “le guide decentrate dell’innovazione didattica”? Ci sentiamo soffocare.
Vogliamo poi che la scuola ritorni ad essere centro civico e gravitazionale di scambi culturali, creativi, intergenerazionali, produttivi. Per farlo servono semplicità, connessione e apertura. Serve sbarazzarsi della burocrazia scolastica.” Ci viene in mente il “centro di gravità permanente” di Franco Battiato che, alla luce di questa proposizione, appare di una chiarezza folgorante. Torna qui un linguaggio anacolutico simil-marinettiano così tipico del presidente Matteo: “semplicità, connessione e apertura”: mah! Segue poi il catoniano “ceterum, delenda Carthago”, il refrain renziano contro la burocrazia vista come la fonte di tutti i mali. Mi domando che cultura giuridico-amministrativa possegga il nostro governo.
La scuola deve diventare poi la vera risposta strutturale alla disoccupazione giovanile, e l’avamposto del rilancio del Made in Italy.” Sul rapporto tra scuola e tasso di disoccupazione si è già detto. Quanto all’”avamposto del rilancio del Made in Italy”, mi pare ci si limiti a mettere insieme termini suggestivi, senza tuttavia alcuna ulteriore e necessaria specifica: a quale scuola si sta pensando? In che modo, ad esempio, il liceo classico può diventare un “avamposto” del genere? Si sta forse pensando agli istituti professionali? Così sembrerebbe di capire leggendo la proposizione successiva, dove si parla di “via italiana al sistema duale”. Il riferimento al sistema tedesco è evidente quanto imprecisato. Pare riecheggiare qui un antico slogan, rimasto anch’esso alquanto oscuro, quello della “via italiana al socialismo”. Che significa cercare una via italiana verso un orizzonte culturale ed educativo radicalmente altro? Quali i mezzi, quali le differenze specifiche da salvaguardare? Lo sa il Maestro Renzi che nel sistema duale tedesco le imprese che accolgono i giovani in formazione vengono retribuite? Lo sa che in Germania, pur nelle differenze esistenti tra i diversi Länder, oltre il 60% degli studenti sono sulla filiera professionale (da noi non arrivano al 15%)?
La conclusione un poco bombastica del Preambolo richiama quanto detto all’inizio (“Con un’operazione mai vista prima nella storia della Repubblica”) e sottolinea l’apertura della “più grande consultazione – trasparente, pubblica, diffusa, online e offline – che l’Italia abbia mai conosciuto finora”. Modestia a parte. “Perché per fare la Buona Scuola non basta solo un Governo. Ci vuole un Paese intero”. Mi permetto di dire che ci vogliono soprattutto idee chiare e cultura autentica.

Al Preambolo segue lo sviluppo dei temi fin qui toccati e la conclusione con una sintesi per punti. Lungo e difficile sarebbe rintracciarne i limiti, gli equivoci, le enunciazioni senza sostanza.
Mi limiterò ad alcuni esempi:
a. – Nella tabella esplicativa “i docenti che mancano all’appello” (p. 13) si fa un’evidente confusione nella definizione dell’organico di diritto e dell’organico di fatto e, soprattutto, in quella di spezzoni di cattedra, “da svolgere, ad esempio, per 9 ore in una classe e 9 ore in un’altra.” In questo caso si tratta in effetti di mera normalità, perché così si compone e si articola una cattedra ordinaria. Inoltre gli spezzoni non possono “accavallarsi temporalmente”, visto che ciò dipende dagli orari delle singole scuole, che possono e debbono armonizzarli. Si ha la netta impressione che il compositore della tabella sappia ben poco del funzionamento delle scuole e dell’assegnazione dell’organico.
b. – Si parla poi del cosiddetto organico dell’autonomia o organico funzionale, già sperimentato con interessanti risultati per alcuni anni in diverse scuole di ogni ordine e grado, risultati che sembrano essere completamente ignorati dagli estensori del Documento, visto che si fa manifestamente confusione tra le risorse necessarie per le supplenze e quelle destinate all’ampliamento/miglioramento dell’offerta formativa. Non è confusione da poco, poiché si tratta di uno dei punti critici riscontrati nel corso della sperimentazione della fine degli anni ’90 e sul quale le scuole coinvolte hanno molto lavorato.
c. – A tratti si avverte una certa fastidiosa sciatteria nel linguaggio: “Una volta abolite le SSIS, lo Stato ha inventato un percorso che prevede, all’esito di una selezione nazionale basata su test preselettivi e prove scritte e orali, un anno di formazione per un totale di 1.500 ore di attività”. Torniamo a interrogarci sul livello di cultura giuridica del Maestro Renzi e dei suoi sodali: lo Stato non inventa percorsi; semmai sono il Governo e il Parlamento che, comunque, non inventano ma deliberano e progettano percorsi. Pignolerie professorali? Le parole sono importanti e l’uso che se ne fa individua chi le produce.
d. – Sulla valutazione dei docenti, si riprendono alcune soluzioni già presenti in precedenti disegni di riforma (Aprea, Gelmini), allora fortemente contrastate dal PD, senza tuttavia giungere a chiare ulteriori specificazioni sui modi e sul come, ad esempio, funzionerà l’attribuzione dei “crediti didattici” (“ i CREDITI DIDATTICI si riferiscono alla qualità dell’insegnamento in classe e alla capacità di migliorare il livello di apprendimento degli studenti.”). Si assegneranno in base al numero delle promozioni, al livello medio delle valutazioni? Saranno affidate al giudizio degli studenti e delle famiglie? Non è chi non veda l’estrema difficoltà di mettere in pratica un principio del genere.
e. – La consultazione (la “più grande consultazione – trasparente, pubblica, diffusa, online e offline – che l’Italia abbia mai conosciuto finora”) sul Documento, aperta a tutto il Paese fino a novembre, è sicuramente una trovata, peraltro non originale, visto che anche al tempo del riordino Gelmini si è attivato un meccanismo simile di consultazione della “base”. Purtroppo è meramente illusorio pensare che la riforma della scuola possa nascere o essere determinata “dal basso”; è più probabile che si apra un’inestricabile Babele di opinioni, una logomachia pseudo democratica che sarà impossibile portare a sintesi. E che dire del “kit” destinato agli studenti (tutti? Di tutte le età?) che vorranno discutere della futura Buona Scuola? Sarà affidato anch’esso a Lucia Catellani? E che dire ancora dell’incoraggiamento a “studenti, personale amministrativo delle scuole e creativi (?) a sviluppare soluzioni di service design con cui migliorare i servizi della scuola, partendo dai dati e organizzando hackathon”?
Il Documento, l’abbiamo letto tutto e con attenzione. Ci è sembrato vertiginoso per la quantità e l’ampiezza dei temi trattati, temi complessi e spinosi su cui la scuola fa i conti da decenni e che il nostro presidente Matteo vuol risolvere e concludere nel giro dei suoi famosi mille giorni, ambizioso quanto generico e ricco di quel wishful thinking (mi ci metto anch’io a parlare inglese dopo i tanti nudging, co-design jams, barcamp, world cafè, crowfunding, ecc. ecc.) che non può portare a nulla di concreto se non ad un’efficace azione propagandistica, irrealistico sul piano delle risorse da mettere in campo. Ricordo che il ministro Tremonti, in anni non lontani, ha sottratto alla scuola circa 10 miliardi di euro e che da allora non si è fatto altro che tagliare. Per sfornare la sua Buona Scuola, il presidente Matteo dovrà mettere in campo fin da subito risorse oggi impensabili, ben oltre i tre miliardi di cui si parla nel Documento (forse non basterà neppure il doppio per fare la metà di quello che vi sta scritto). Basti solo pensare alla necessità che l’Italia ha di reperire in tempi brevissimi 20 miliardi, se non vuole incorrere nelle sanzioni di Bruxelles.
Il fatto è che, tristemente, l’unico elemento concreto che emerge dalle oltre 100 pagine del Documento e che non a caso è messo in testa all’intera trattazione, rimane la promessa assunzione in ruolo già dall’anno prossimo di 150.000 precari: in una prospettiva sempre più concreta di elezioni anticipate, si tratta di un notevole, potenziale bacino di consenso elettorale, paragonabile, con l’indotto, a quello generato dagli 80 € mensili di sgravi fiscali, di cui peraltro attendiamo ancora i mirabolanti effetti sull’economia (la produzione è scesa anche a luglio dell’1%).
Il resto appare solo come un pot-pourri, una confusa sommatoria di questioni già mille volte sentite e qui meramente orecchiate e imbastite, qui è il caso di dirlo, con il filoforte di una politica dell’audience, alla ricerca del mero consenso, ottenuto con i meccanismi tipici delle campagne di advertising (trad.: “della pubblicità).

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