“QUEL CHE NON HO MAI DETTO. Io, il mio autismo e ciò in cui credo”, di Federico De Rosa, San Paolo Edizioni, Milano 2014.


Federico, (ometto, come vedi, “caro”)
ho conosciuto tua madre quando era presidente del Consiglio di istituto dell’Aristofane, di cui sono stato il preside per diversi anni e confermo quel che tu dici (sulla sua statura in centimetri non mi pronuncio): un tipo davvero “vorticoso”, con una straordinaria energia e capacità di comprendere.
Quando ricevetti il suo invito alla presentazione del tuo libro in Campidoglio, pensai che mi sarei trovato di fronte a una sorta di diario, fatto di racconti e storie semplici. Il che avrebbe rappresentato comunque un grande successo. Invece. Mi sono immerso in una lettura pienamente matura, che parlava di me e a me, adulto e neurotipico (si fa per dire) e che mi ha commosso, in senso etimologico, nel cuore e nella testa.
Voglio qui ripercorrere solo alcune delle tante riflessioni che il tuo densissimo scritto mi ha suscitato. La prima riguarda il silenzio come strumento di comunicazione. Nel corso della presentazione hai definito la “nostra” civiltà come “troppo rumorosa”. Hai còlto nel segno. Non sai quanto personalmente detesti quella sorta di “horror vacui” che vuole riempire ogni spazio libero, dai muri delle case, ai momenti di silenzio, per impedire che, stando finalmente soli con noi stessi, ci mettiamo a pensare sul serio e, chissà, a porci la domanda delle domande: cosa stiamo facendo qui e ora? Hai notato che, ormai, il sottofondo cosiddetto musicale ci perseguita dovunque, nei supermercati, nei ristoranti, nei negozi, addirittura nei parcheggi e, più in generale, nei luoghi dove è più difficile recuperare il senso del nostro quotidiano agire inutilmente frenetico, della nostra “strenua inertia”, come avrebbe detto Orazio?
Il secondo spunto è quello della parola del cuore. Comunicare con il cuore, un argomento che ha affaticato tanti filosofi (del resto, in antico, come tu sai, si riteneva che la sede della nostra volontà fosse proprio il cuore, non il cervello). Magnifiche le tue passeggiate con papà, nel silenzio. Profondamente vero quel che tu dici: “non provavamo in due lo stesso sentimento, ma un unico sentimento”. Dopo aver letto il tuo libro, avrò qualche difficoltà a dire, “buongiorno, come stai?” oppure a rispondere “bene, grazie, e tu?” Sentirò che si tratta di tessuto connettivo, poco irrorato e ossigenato da un’autentica partecipazione empatica. Spiritosissimo e profondamente utile l’esercizio di parafrasi che suggerisci quando ci viene da dire semplicemente “grazie”: “desidero ringraziarti perché sei stato gentile a passarmi la penna che mi serviva.” E aggiungi: “State tranquilli che questa frase non potrà mai uscirvi in modo meccanico e con distacco formalistico e convenzionale. Riuscirete a dirla solo se la sentite veramente e la direte sicuramente guardando in volto l’interlocutore.”
Sulla scuola poi, dici parole che andrebbero inviate a tanti cianciatori sul tema: “A me autistico, la scuola superiore neurotipica appare un gigantesco processo di addestramento a quanto l’essere umano ha prodotto o scoperto nelle varie discipline della conoscenza. Mi sembra incentivi la dipendenza, l’acquiescenza al sapere attuale e mortifichi l’intraprendenza, l’autonomia, la ricerca, l’intuizione.” Appare a te autistico? E ancora: “Giulio Cesare non ha fatto un corso per diventare quello che è stato”; “c’è qualcosa di massificante nella scuola, qualcosa che spinge a diventare gregari dei propri professori e chissà se tutti, al termine del diploma, riescono a recuperare un’autonomia così poco coltivata negli anni.” Eppure, nonostante l’acutezza di queste critiche, riesci a cogliere anche gli aspetti positivi che la scuola pubblica ha avuto per te, se interpretata da persone come quel tuo maestro Ermanno che, laicamente, ti accoglie senza incertezze, nell’esercizio di un dovere che è civico e morale assieme e che oggi è spesso negletto.
Che dire poi della tua capacità di esprimerti per immagini? Trovo particolarmente suggestiva la spiegazione che dai del rapporto tra sesso e amore, paragonati ad una vasca da bagno e al mare: “Quasi tutti abbiamo a casa una vasca in cui immergerci per trovare refrigerio in una torrida giornata d’estate. Perché allora il refrigerio lo andiamo a cercare al mare? Forse perché la sabbia, il sole, il cielo, il mare sono tutte dimensioni che ci avvolgono con il loro essere infinite e l’essere immerso in tante meravigliose dimensioni infinite è molto più umano e umanizzante che guardare le mattonelle del proprio bagno stando a mollo nella vasca.” Ancora un’immagine dolorosamente vera ed efficace è quella in cui tu ti paragoni ad un carcerato, innamorato di una donna che vive all’esterno della tua cella e della quale ignora “cosa stia facendo, cosa stia vivendo il suo cuore”. Torna il cuore, forse il vocabolo che appare più di frequente dello stesso termine “autistico”.
A questo proposito, certamente il tuo libro mi ha aiutato a capire alcuni aspetti di una condizione che, fino ad ora, avevo considerato solo una specifica modalità di handicap intellettivo. Ad esempio, la facilità automatica che i neurotipici hanno nel decifrare la molteplice contemporaneità dei messaggi, verbali e non verbali che stanno alla base una semplice comunicazione e che per un autistico si trasforma in un muro altissimo, dietro al quale c’è il buio dell’ansia (mi sono figurato in un affollatissimo suk orientale, in cui si addensano odori, colori, suoni diversi e caotici e in cui si parla ad alta voce e velocemente una lingua sconosciuta). Eppure, anche se potrebbe apparire paradossale, l’argomento che meno mi ha coinvolto è stato proprio quello del tuo autismo, tecnicamente inteso.
Le tue parole mi sono “semplicemente” apparse quelle di un giovane uomo che ha molto sofferto e soffre per una condizione reclusiva ed escludente, ma che ha molto da dire di autentico a tutti. Perché si tratta di un libro scritto da chi è “in cammino” e, così come deve essere, in forme e con intensità diverse, incontra ostacoli, cade, ma nello stesso tempo è capace di provare anche la gioia di sentirsi amato.
Non ti nascondo che, nonostante la tua esortazione a non piangere, conclusiva dell’incontro al Campidoglio, mi sono venute le lacrime agli occhi, sentendo le parole di tua madre, la “feroce guerriera”, anche lei visibilmente commossa. Ma sono state lacrime liete, di profonda condivisione, per la pienezza di senso che la tua vita, così difficile e dolorosa, è riuscita a trasmettere a tutti noi presenti.
Grazie per quel che non hai mai detto, ma che hai trovato la forza e l’entusiasmo di scriverci.

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