Occupazioni scolastiche e didattica dei maestri


Pubblico qui, assieme a una breve postilla, un articolo del Prof. Giuseppe Cappello, con cui concordo pienamente.
Occupazioni scolastiche e didattica dei maestri
dicembre 5, 2014
(pubblicato su la Repubblica del 06/12/2014)
Scrivo queste righe di ritorno da un collegio dei docenti (in un liceo romano) che aveva all’ordine del giorno la riflessione sugli esiti dell’occupazione della scuola da parte degli studenti, fenomeno che ha caratterizzato diffusamente le scuole italiane in queste settimane. Esiti materiali, innanzitutto, quelli su cui si è dovuto discutere, disastrosi; visto il sacco a cui sono state sottoposte le strutture dell’istituto. E così, dal materiale allo spirituale, una collega ha ricondotto la furia devastatrice al “nulla” in cui sta precipitando il sé di molti disarticolati adolescenti. Ed è sulla risposta a questo “nulla” (parola odiosa se riferita a un essere umano ma indicativa qualora si voglia stare a un analisi culturale che dal piano antropologico e sociologico si sollevi da ultimo a quello filosofico) che si sono levate le ormai retoriche peroratorie sulla panacea dell’educazione civica. Una seconda collega, a questo punto, ha preso la parola e ha giustamente sottolineato come l’educazione civica la fa ogni docente nel momento stesso in cui entra in classe. Finalmente un sospiro per l’asfittica figura del professore che dovrebbe recuperare i panni del ‘maestro’! Ha testualmente detto la collega: “non riusciremo a educare nessun ragazzo fino al momento in cui questo non dirà di un suo professore: ‘voglio diventare come quello là’!”. Si insegna ciò che si è, non ciò che si sa, spesso molti lo scordano (e l’educazione civica si approfondisce facendo la storia dal punto di vista concettuale). A questo punto il mio intervento per controfirmare ogni singola parola della collega e per una riflessione per distinguere la scuola dei ‘maestri’ da quella ormai imperante dei ‘progetti’. Quest’ultima, ho pensato e detto nel contesto di un liceo scientifico con l’opzione musicale, scuola del ‘free jazz’. Scuola che attraverso la bulimia variopinta e qualche volta folcloristica di progetti extracurriculari sta lentamente dissipando il sé degli studenti; lo sta sottoponendo a quel vortice centrifugo, a quella “furia del dileguare” in cui la stessa famiglia lo espone “gettandolo” fin da bambino in un nugolo disparato di attività. Un atteggiamento e, nello specifico una costruzione, quella della scuola dei progetti che, a dispetto delle migliori intenzioni e nella più classica dinamica della eterogenesi dei fini, sta diventando una scuola reazionaria (altro che avanguardia!). Lì dove la reazione si identifica con quel famigerato “nulla” in cui finisce per risolversi la soggettività degli studenti di riflesso alla frantumazione dell’oggetto scuola. Quel famigerato “nulla” che è la polarità concettuale intorno a cui si stringe la mente dell’uomo per com-prendere la realtà quando viene frantumata la categoria dell’essere. Quel “nulla” che per tornare ai danni materiali, commessi da qualche studente (e non ostacolati da molti), si è concretizzato nella distruzione della bandiera dell’Europa; e nel lasciare che sventolasse sull’istituto solo quella italiana. Non per un sano patriottismo risorgimentale che fu avanguardia; quanto per un insano ‘patriottismo’ reazionario che consente di identificare il sé individuale e collettivo solo come attività nientificatrice dell’extracomunitario. Tutto si tiene: intorno al dogma postmoderno del nulla che ha semplicemente sostituito quello medievale dell’Essere. Ecco allora ancora una volta l’appello ai maestri, altro che progetti, per provare a tracciare un futuro nel segno di una vera e umana modernità (equidistante, nel rischiaramento dei ‘lumi’ di ogni tempo, da dogmatismi e nichilismi intercambiabili).

Postilla

Caro Professore Cappello,
come sa, ho avuto modo di conoscerla all’Aristofane e di apprezzarla per le sue qualità culturali e umane. Sono perfettamente d’accordo con quanto lei dice e ottimamente scrive. Senza rivendicare alcunché e solo per mere questioni anagrafiche, mi permetto di aggiungere che già molti anni fa (oltre venti) esprimevo per iscritto i miei fondati dubbi su una effettiva corrispondenza tra la retorica dell’innovazione e la realtà sostanzialmente conservatrice e “reazionaria” di un’istituzione scolastica modernizzata senza sostanza e senza visione.
Ciò accadeva e accade perché, per anni e con lucida e precisa volontà, chi ci ha governato ha dato ai nostri figli dei “giocattoli rotti”, ovvero dei falsi strumenti di crescita, personale e comunitaria. Da lustri ormai la scuola non funge più da ascensore sociale; non è più quell’“opera di emancipazione”, di cui diceva Giovanni Pascoli, quanto piuttosto di consolidamento del pensiero dominante (diciamo del main stream, per far contento il nostro presidente Matteo); una scuola autenticamente “classista”, che non forma al pensiero critico, che perde tempo con luoghi comuni e slogan, una scuola insomma che ha alla sua testa una sottosegretario come l’on. Faraone e che lascia campo libero a chi, nel proprio privato, ha possibilità e mezzi per capire come stanno veramente le cose. Gli altri? L’importante che sappiano leggere bene le etichette dei prodotti e i messaggi pubblicitari (non trova anche lei una certa corrispondenza tra “la bulimia variopinta e qualche volta folcloristica di progetti extracurriculari” e l’altrettanto variopinta distesa delle merci nei supermercati e nei centri commerciali?).
Tornare alla scuola dei maestri e non dei progetti. Giusto. La questione è dove trovare, oggi, i maestri, coloro i quali, quando entrano in aula, insegnano se stessi: non è forse vero che i ragazzi indicano le ore di lezione con i nomi dei professori, e non con quelli delle materie, quando i professori sanno lasciare un segno – talvolta anche negativo, ahinoi? Ha presente gli attuali meccanismi di formazione e selezione delle nuove leve docenti? Le sembra che siano mirati a far crescere autentici “maestri”? Cito qui, per l’ennesima volta, la definizione del “filosofo fascista” Giovanni Gentile: “scuola è laddove una mente che insegna e una mente che apprende diventano una mente che conosce”. Anni luce.
Temo, caro Professore, che la “corrente dominante” sia troppo forte e che troppo deboli siano ormai diventate le forze di chi sta nuotando controcorrente. Mi auguro comunque che lei e la sua collega, a cui la prego di portare il mio saluto e la mia solidarietà, continuiate a nuotare.

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1 thought on “Occupazioni scolastiche e didattica dei maestri”

  1. Caro Preside Salone, sono d’accordo con l’analisi del collega Cappello e con la sua “postilla”. E’ vero, “si insegna ciò che si è”, piuttosto che ciò che si sa. Ed è’ vero quindi che alla Scuola servono più “maestri” e meno progetti.

    I progetti hanno dilagato nelle scuole superiori, rilevando risorse dal FIS e dai contributi dei genitori. C’è chi ha ritenuto, in tal modo, di mitigare la routine del duro lavoro in aula, chi di offrire ai genitori-utenti l’immagine di una scuola aperta alla contemporaneità, chi di attingere a risorse ed esperienze non presenti nella propria scuola.

    Ma la “progettite” rappresenta, a mio avviso, nient’altro che una reazione alla sostanziale immutabilità dell’organizzazione e dei contenuti della didattica. Ed i “maestri” fino a che punto possono resistere in una scuola priva, come lei giustamente definisce, di una visione ? Per restare agli ultimi anni abbiamo avuto un “riordino” (improponibile la parola riforma) nato da esigenze estranee (e ostili) alla scuola ed ora abbiamo l’annuncio di una “buona scuola” che si compiace di non prevedere una riforma e propone un mix disorganico di interventi.

    Temo quindi che oltre ai “maestri” siano più che mai necessari “cittadini” non scoraggiati, attivi, dentro e fuori delle scuole, in grado di proporre “visioni” e indicazioni operative e di tenere a mente le priorità chiaramente indicate dalla Costituzione.

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