Daniele MANACORDA, L’Italia agli Italiani – Istruzioni e ostruzioni per il patrimonio culturale, Bari 2014, pp. 149


Fin dal titolo, di evidente sapore risorgimentale, il libro di Daniele Manacorda chiama alle armi. E la squilla suona non più contro la reazione austro-borbonica e clericale, ma contro uno schieramento composito di conservatori e timorosi del nuovo, che va dagli “esimi palati” (così li definisce l’Autore, prendendo in prestito l’espressione da Montella e che sono assimilabili alle emunctae nares oraziane) delle anime belle all’inerzia confortevole dei “burocrati”, dei “competenti”, spesso gelosi difensori dei propri horticuli.

Il testo è bipartito: la prima parte, oltre alla premessa, è costituita da una disamina dei princìpi e delle idee che informano tutta la trattazione, svolta con l’ausilio di una sorta di “convitato di pietra”, rappresentato dagli scritti di Tomaso Montanari, storico dell’arte, che, seppur trattato con grande deferenza, costituisce  il catalizzatore negativo dell’intiero discorso. La seconda è un utilissimo “abbecedario” (lemmario, lo chiama l’Autore) che orienta il lettore nella comprensione del ruolo che il patrimonio culturale ha o dovrebbe avere in questo nostro inizio di millennio.

Per citare solo alcuni di questi lemmi, molto significativo mi è parso quello relativo alla “Divulgazione”. Qui bene fa Manacorda a richiamare Huxley, che peraltro sintetizza l’esperienza di ogni buon insegnante, secondo la quale solo spiegando a chi nulla sa si riesce a illuminare quel che fino ad allora era restato oscuro a noi stessi. La divulgazione è però pratica assai poco comune all’Accademia italiana, che tende spesso ad usare la conoscenza come una picca, per tener distanti le folle che vorrebbero dare l’assalto alla rocca. Gustosa e, ahinoi, profondamente vera la citazione in proposito della didascalia incomprensibile e terroristica del piccolo antiquarium del Cilento, leggendo la quale torna alla mente la fulminante coda belliana del sonetto “Er frutto de la predica”: “venissimo a capì che sso’ misteri”.

Alla voce “Restauro” si coglie, tra l’altro, la preziosa esortazione a “liberarci dal demone del falso, preservando il nostro amore per l’autentico, dal demone del frammento, preservando il nostro interesse per il documento, dal demone dell’antico, preservando la nostra propensione verso tutto ciò che può raccontarci il passato.”.

Parlando dell’Università si sottolinea poi come, non per sua colpa esclusiva, essa si chiuda spesso nel fortino disciplinaristico degli specialisti e poco si apra alle collaborazioni “non formali” con enti e istituti che operano direttamente nei processi di gestione e tutela dei beni. A tal proposito, dire che “la collaborazione va creata con i progetti, non a parole” tuttavia non basta. Al contrario, bisogna stare attenti, poiché esiste una malattia perniciosa, la “progettite” che  ha infettato interi settori della Pubblica Amministrazione e che, lungi dal favorirne l’apertura e il rinnovamento, ne ha spesso coperto il sostanziale immobilismo.

Dico subito che quanto è scritto nel libro mi trova pienamente d’accordo, nella sostanza e nell’idea che lo muove. Un lettore superficiale o in malafede (un “esimio palato”, ad esempio) potrebbe classificarlo tra le pubblicazioni che predicano il mercantilismo, l’aziendalismo, la privatizzazione dei beni culturali. Non è così. In queste pagine si coglie invece un atteggiamento che considero affatto positivo, cioè a dire profondamente “laico”, espressione abusata e fraintesa, ma che significa sostanzialmente aperta all’ascolto, che non si asserraglia in fortini ideologici (neppure in quelli “progressisti”), che non ha paura di aprire porte e di confrontarsi con il tumulto del reale, non per assecondarlo, ma per comprenderlo e, se possibile, per interpretarlo a favore della res publica. Un atteggiamento che definirei “gentile” in senso classico, inclusivo più che esclusivo, curioso più che diffidente, intraprendente più che timoroso.

Tutto ciò non significa mero appiattimento sulle mode del momento o assenza di princìpi. I princìpi ci sono e, seppur qui riferiti ai beni culturali, non è difficile estrapolarli e riferirli a tutta l’amministrazione pubblica.

Ad esempio, la necessità di intendersi bene sulle parole che si usano (la scelta di un lemmario cade a proposito). Fondamentale mi sembra la distinzione che Manacorda fa e che è oggi largamente offuscata nei mezzi di comunicazione di massa, ma anche in ambienti “competenti”, tra “pubblico” e “statale”. Tale errata sinonimia sottende una precisa ideologia tutta novecentesca, secondo la quale lo Stato in quanto tale incarna il Bene Comune e sussume la Res Publica. Aggiungerei qui di mio, ad integrazione, l’uso “spregiudicato” del termine “Nazione”, anch’esso impiegato con eccessiva disinvoltura (basti pensare al “Partito della Nazione”, un ossimoro di cui si continua a parlare senza esplicitarne bene contenuti e limiti) o di “decentramento”, largamente e correntemente confuso con “autonomia”. Ristabilire il valore delle parole significa comprendere dove ci troviamo e in che ambito ci muoviamo.

Nella fattispecie, il libro esorta a distinguere, sempre: tra conservazione e conservatorismo, tra istruzioni e ostruzioni, tra valorizzazione e mercificazione. Il filo dell’argomentare riconduce al titolo, laddove si parla di una “espropriazione” del bene comune degli stakeholders (portatori di interessi) a vantaggio quasi esclusivo degli shareholders (azionisti). Non vi è dubbio infatti che il nostro Paese sia abitato da shareholders e non da stakeholders. In parole povere, da noi le ferrovie sono dei ferrovieri e non dei viaggiatori, le poste dei postini e non dei destinatari delle lettere, le scuole dei professori e non degli studenti e così via seguitando. E’ così che si sentono taluni professori  e “addetti ai lavori” dire (scherzosamente?) che le scuole e i musei sono più belli quando non ci sono studenti e visitatori.

E’ un Paese che ha scarsa coscienza di sé, dei suoi diritti, dei beni straordinari che possiede, consegnati per indolenza – e per cinismo – agli “esperti”, per i quali peraltro non esiste alcun sistema di accountability (altra parola due volte straniera in Italia). Questa condizione di permanente alienazione conduce all’asfissia dei processi formativi, parcellizzati negli specialismi, incapaci di dialogare tra loro, se non per meritorie eccezioni che, in quanto tali, non riescono mai a diventare sistema.

Aprire le porte, far circolare aria, abbattere vecchi tabù, mettere tutto in discussione, sembra dire il libro di Manacorda. Ci troviamo forse di fronte ad un rarissimo esemplare di “archeologo futurista”? Niente affatto, poiché l’approccio “movimentista” va non già in direzione dell’abbattimento tout court di lacci e lacciuoli, ma di un approccio policentrico, sinergico alla questione del come amministrare il patrimonio culturale degli Italiani.

All’interno di questo “campo di forze”, in cui il privato e lo Stato si fanno “pubblico”, l’Amministrazione, centrale e periferica, conserva un ruolo irrinunciabile, un ruolo in cui assumono fondamentale importanza il controllo dei processi, la verifica dei protocolli, il feed-back sui risultati ottenuti, l’indipendenza, la competenza, la trasparenza, più che la gestione diretta dei beni. Per questo, dobbiamo dire con chiarezza maggiore di quanto, nel fuoco della polemica, non traspaia dalle pagine del libro di Manacorda: badiamo a non demonizzare la burocrazia in quanto tale; essa è divenuta oggi sinonimo (ancora una volta si assiste ad un uso distorto di un termine) di trascuraggine, ostacolo al progresso, autoreferenzialità. La burocrazia, cioè a dire, nella definizione weberiana, l’insieme in cui “le procedure sistemiche, le gerarchie ben strutturate e un’amministrazione governata da professionisti adeguatamente formati ad agire secondo regole fisse sono […] tutti elementi necessari per mantenere l’ordine, massimizzare l’efficienza ed eliminare i favoritismi” resta oggi più che mai indispensabile antemurale alla corruzione e al buon funzionamento della Res Publica. Purché la politique politicienne cessi di innervarla con le sue propaggini clientelari e di ridurne costantemente l’efficacia e i livelli di competenza. La ricostruzione di una moderna, indipendente e preparata burocrazia, non la sua cancellazione, costituisce la vera sfida per il futuro di ogni società civile. Una burocrazia “leggera”, con compiti però decisivi negli snodi dei processi di gestione, che cioè non sia costretta a fronteggiare e a normare direttamente e momento per momento ogni aspetto di tali processi (alla lettera D del lemmario sarebbe stato utile aggiungere anche “Delega”).

Nel libro c’è naturalmente molto di più di quel che ho detto finora. Lascio al lettore il piacere di scoprirlo.

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