GIORGIO NAPOLITANO È UN EX: QUALCHE RIFLESSIONE SU UN IPERSETTENNATO


Il compagno Giolitti ha il diritto di esprimere le proprie opinioni, ma io ho quello di aspramente combattere le sue posizioni. L’intervento sovietico ha non solo contribuito a impedire che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione ma alla pace nel mondo.”

Giorgio Napolitano, novembre 1956 sull’insurrezione magiara contro il regime sovietico

Ho reso questo omaggio sulla tomba di Imre Nagy a nome dell’Italia, di tutta l’Italia, e nel ricordo di quanti governavano l’Italia nel 1956 e assunsero una posizione risoluta, a sostegno dell’insurrezione ungherese e contro l’intervento militare sovietico“.

Giorgio Napolitano, settembre 2006, discorso in omaggio delle vittime dell’insurrezione di 50 anni prima

In quest’ultima occasione, non una parola di pubbliche scuse per il proprio tragico errore d’allora. Ricordo che il socialdemocratico Willy Brandt, partigiano e resistente, nel 1970, con la Guerra Fredda ancora in atto, cadde in ginocchio, in Polonia, dinnanzi al monumento alle vittime del nazismo.

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Giorgio Napolitano lascia dunque la sua carica, esercitata, negli ultimi tre anni, ai limiti estremi del mandato costituzionale, a partire dalla inusitata rielezione “a termine”, accettata – non credo controvoglia –  perché il Parlamento non era in grado (!) di adempiere ai suoi doveri istituzionali. Ricordiamo tutti la strigliata da severo maestro di scuola data ai parlamentari il giorno stesso del suo insediamento e l’inverecondo applauso (quasi) generale dei discoletti aspramente rimbrottati.

Tre anni in cui siamo stati messi sotto tutela da un presidente educato all’antica pratica delle “due verità”, una “più vera” che è quella di chi governa, che sa cose che nessuno conosce e l’altra “apparente”, buona per il popolo, tanto simpatico e pieno di qualità, ma sostanzialmente incapace di comprendere gli arcana imperii e perciò stesso non in grado di decidere da solo il proprio destino, senza la guida cioè di chi è Saggio, del Migliore, insomma.

Così, dalla crisi del berlusconismo della fine del 2011 si è usciti scavalcando Parlamento e elettori,  con la nomina del paracadutista Monti,  lanciato dall’aereo europeo su un paese tenuto in scacco dalla speculazione finanziaria internazionale.

Così, dalla difficile situazione venutasi a creare dopo le elezioni 2013, con l’inaspettato e prepotente emergere di un 25% di italiani “antisistema”, si è usciti con un governo da “Union Sacrée”, con la nomina tutta quirinalizia di Enrico Letta, ottima persona, ma vaso di coccio tra vasi di ferro, poi pugnalato alle spalle e senza che dal Colle si levasse una sola parola di sdegno e di riprovazione, dal “giovane” Renzi, eletto da nessuno (le primarie del PD? Cosa sono?) e che, qualche tempo prima (si era nel 2010), guarda caso, era andato a pranzo da Berlusconi ad Arcore. “Tu mi somigli” aveva detto allora il Cavaliere. Ricordate?

Così, oggi si è governati da un PD che ha ottenuto il premio di maggioranza con una coalizione che poi si è dissolta (SEL è passata all’opposizione) e da un pezzo dell’ex opposizione, che, battuta sonoramente alle urne, ha generato, sempre sotto lo sguardo benevolo del presidente, un’inedita formazione ad hoc, l’NCD, con un profilo politico difficilmente rintracciabile,  se non nel desiderio di gestire comunque una fetta di potere, centralmente e localmente.

Già, perché questo presidente ha saputo tacere e volgere la testa dall’altra parte (esercizio praticato a lungo e con lusinghieri risultati personali quando era nel PCI), ma anche parlare ed entrare direttamente nell’agone partitico, distribuendo patenti di legittimità, di sovversivismo, di pericolosità, nominando e imperiosamente consigliando.

Un triste epilogo, questi ultimi tre anni, per un nonagenario dalle molte stagioni, da quella stalinista (leggere il libro di Ermanno Rea, “Mistero Napoletano”, del 1995), a quella del migliorismo moderato, comunque sempre ben centrale e coperto (leggere l’autobiografia di Giorgio Amendola, “Una scelta di vita” del 1976 e ripensare al migliorismo, questo sì coraggioso, dell’amico Emanuele Macaluso), infine a quella del tecnoeuropeismo e della governabilità a tutti i costi, che il presidente ha sempre scambiato con il sostanziale mantenimento dello status quo.

Tre anni in cui nulla si è fatto di serio, se non vacue esortazioni al cambiamento e un gran vociare di proclami e leggi demagogiche e pasticciate. Per essere precisi, qualcosa di serio c’è stato: il costante, inarrestabile aumento del debito pubblico, nonostante un livello di tassazione che ormai veleggia oltre il 50%, un tasso di disoccupazione giovanile del 43%, l’ulteriore riduzione dei consumi, il declino del pur solidissimo risparmio privato degli italiani e, più in generale, un clima di generale depressione, che sono convinto amareggi anche l’ex presidente Napolitano.

 

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