UN APPROCCIO OLISTICO ALL’EREDITÀ CULTURALE ANCHE PER LA SCUOLA


Mi rifaccio qui all’interessante articolo di Giuliano Volpe, apparso sul numero dello scorso  gennaio della rivista “Ananke 74”, “FRANCESCHINI (2014) DOPO FRANCESCHINI (1966): PER UNA VISIONE OLISTICA DEL PATRIMONIO CULTURALE E PAESAGGISTICO”, pp. 34 – 40, nel quale, tra l’altro, si sostiene un approccio “multidisciplinare, integrato, globale e olistico” alla questione della tutela, della valorizzazione e della gestione della nostra straordinaria Eredità Culturale, con un conseguente forte sostegno alla ricerca e alla formazione specifica nel settore, nonché a nuove strategie di protezione e di comunicazione.

Il contenuto dell’intervento mi trova pienamente d’accordo, soprattutto per l’orizzonte culturale aperto e coraggioso che esso traccia, anche al di là dell’immediata attuazione normativa di taluni dei principi enunciati.

In particolare, nel  paragrafo 7 dell’articolo, dal titolo “Un’azione coesa tra MIBACT e MIUR”, si auspica una maggiore collaborazione tra i due Ministeri nel campo della formazione universitaria, “per una revisione della formazione universitaria nel campo dei Beni culturali, ponendo fine a quelle logiche autoreferenziali che hanno creato tanti guai in questi anni, con professionalità improbabili, percorsi formativi disomogenei a livello nazionale, inutili duplicazioni”, constatando altresì le difficoltà in cui versano oggi gli indirizzi di laurea in Beni Culturali (“Le iscrizioni ai corsi di studio nei Beni Culturali sono crollate, molti corsi sono stati già chiusi e altri chiuderanno a breve, a causa della mancanza di reali prospettive lavorative”).

Qui vorrei aggiungere un altro possibile, importante  “terreno di collaborazione” tra i due Ministeri, MIBACT e MIUR, quello della scuola superiore e, segnatamente, del liceo, classico, ma non solo. È necessario infatti prestare la massima attenzione alla sorte della cultura classica e, più in generale, della “tradizione” della nostra Eredità Culturale in questa fondamentale fase del percorso formativo delle giovani generazioni, prima che entrino all’Università.

Da diversi anni registriamo un costante affievolirsi delle iscrizioni, evidente soprattutto al liceo classico (le scelte, che  nove anni fa superavano il 10%, sono calate ulteriormente quest’anno dal 6% al 5,5%;  negli ultimi tempi si è avvertito qualche “scricchiolio” anche per il liceo scientifico “tradizionale”, quello cioè che conserva ancora il latino).  In corrispondenza, assistiamo ad un impetuoso accrescimento dei nuovi licei “senza latino”, ad esempio il liceo linguistico,[1] raddoppiato in pochi anni,  e il liceo scientifico delle scienze applicate (compreso il recentissimo liceo dello sport).

Si tratta di un fenomeno ineluttabile, dovuto allo Spirito del Tempo, che soffia inesorabilmente in un’altra direzione, o si può e si vuole fare ancora qualcosa?

Mi chiedo se non sarebbe opportuno che Università, MIUR, MIBACT, Enti di Ricerca, Soprintendenze, Scuole si incontrassero per ridefinire un “Canone” per l’apprendimento della nostra Eredità Culturale, un Canone che non si limiti a comprendere, come è oggi largamente inteso, lo studio delle lingue antiche, le opere letterarie e filosofiche e la manualistica della Storia dell’Arte (peraltro colpevolmente ridotta negli ultimi provvedimenti di riordino), ma anche l’archeologia, il diritto, l’antropologia, tutti approcci disciplinari che, opportunamente intessuti, consentirebbero di dare un senso e una motivazione più forti all’apprendimento stesso. Come ha giustamente osservato Maurizio Bettini in un articolo pubblicato nel 2013 su “La Repubblica”, “perché mai un ragazzo in età da ginnasio dovrebbe volontariamente sottoporsi alla tortura delle declinazioni o della sintassi, senza vedere qual è lo scopo di tutto ciò?

Da parte di chi difende il liceo classico “così com’è” si continua a ripetere che:

  • A) – il latino e il greco sono discipline formative per eccellenza, che insegnano a ragionare come nessuna altra può fare;
  • B) – tradurre una versione dal latino o dal greco è esercizio difficile, ma produttivo, equiparabile a quello della risoluzione di un problema di matematica;
  • C) – il liceo classico forma “la classe dirigente” del nostro paese: statistiche alla mano, da questa scuola escono infatti gli studenti con il più alto successo universitario e i migliori esiti professionali.

Pur non negando i grandi meriti storici e l’ancora attuale efficacia del liceo, classico – ma anche scientifico – italiano, mi permetto di osservare che :

  • A) – qualunque percorso disciplinare non insegnato mnemonicamente, ma in maniera critica (direi più socratica e meno isocratea),  centrato sul cogliere gli scarti, le differenze più che le continuità, nel corso del quale si insegni a formulare domande più che a fornire risposte già date da altri, può essere altrettanto formativo;
  • B) – per esperienza diretta, ho potuto constatare che, al termine di cinque anni di liceo classico, in cui il latino e il greco vengono insegnati per 9 ore settimanali nel biennio ginnasiale e 7 nel triennio liceale, forse appena un terzo degli studenti è in grado di tradurre un testo di media difficoltà dalle due lingue antiche. Proviamo ad immaginare gli stessi risultati per una qualsiasi lingua moderna insegnata con il medesimo monte-ore: sarebbe un clamoroso fallimento;
  • C) – “statistiche alla mano”, il liceo, classico e scientifico, è già la scuola migliore “ab origine, poiché drena i migliori studenti della scuola media, la quale, lungi dall’essere la scuola dell’orientamento, si limita spesso a indirizzare al classico e allo scientifico gli alunni “più bravi”.  Sarebbe utile piuttosto interrogarsi sul valore aggiunto che questo tipo di scuola  è in grado di offrire a ragazze e ragazzi che, nella stragrande maggioranza dei  casi, si iscrivono alla I liceo (o al IV ginnasio) già motivati, ben attrezzati sul piano dei contenuti appresi e con alle spalle famiglie spesso culturalmente consistenti. Sarebbe altrettanto interessante misurare il “valore formativo” del latino e del greco così come sono oggi insegnati nel caso di ragazzi in difficoltà sul piano della motivazione e con un back-ground culturale povero. In realtà, in queste circostanze, opera spesso una selezione paragonabile ad una “discesa agli Inferi”:  dalla vetta liceale non attinta  si dovrà “scendere” al liceo linguistico, poi al liceo psico-pedagogico, oppure, ma siamo oramai nelle Malebolge, all’istituto professionale.  Con una strategia di orientamento del genere, non è certo un caso se il tasso di dispersione scolastica in Italia è ancora molto alto, più alto della media europea.

Di qui la necessità di un approccio “olistico” all’Eredità Culturale e, segnatamente, al mondo classico, anche nella scuola, capace di recuperare senso e motivazione per lo studio dell’antico, così che l’apprendimento  della cultura greca e latina non venga più usato come mera barriera per selezionare i migliori,  attraverso un percorso iniziatico tutto grammaticale, in cui le forme dell’aoristo, le regole della contrazione, la consecutio temporum appaiono come eidola inesorabili e che spesso, ahinoi, restano muti.

Torniamo alla “protezione e alla comunicazione” dell’eredità del mondo classico, evocata da Giuliano Volpe e che non dobbiamo disperdere, né surrogare, come polemicamente adombra Bettini, con “ore di socializzazione, educazione a esprimere se stessi, lettura del codice della strada (per prendere la patente di guida), riscoperta delle radici identitarie attraverso i dialetti, apprendimento di una seconda lingua straniera – da sommare all’ignoranza della prima – realizzato attraverso l’opera di un insegnante che a sua volta non la sa”: è indispensabile passare dalla difesa all’attacco, “scommettendo” su un ampliamento del numero dei cittadini che siano sempre più consapevoli ed “esperti” della nostra Eredità Culturale. In tal modo la protezione e la comunicazione di tale eredità non riposerà solo sull’interdizione e su una sua fruizione inevitabilmente ristretta ed elitaria.

Bisognerà dunque:

  • Arricchire e ampliare la formazione dei docenti di culture classiche e di storia dell’arte ad altri ambiti, oltre a quello più propriamente filologico, quali, ad esempio, la didattica dell’archeologia, la didattica museale, l’antropologia culturale, i fondamenti del diritto romano, le tecniche del restauro;
  • Consentire che, almeno gli studenti dell’ultimo triennio di tutti gli indirizzi di scuola superiore profittino di curricola flessibili, all’interno dei quali, come accade, ad esempio, in Belgio, Danimarca e Regno Unito, possano esplorare il mondo antico e il suo grandioso lascito senza necessariamente passare per lo studio diretto delle lingue classiche, ma utilizzando testi tradotti e retroversioni; così, accanto all’indirizzo classico tradizionale, che pure dovrebbe accogliere un tale ampliamento di prospettive, si costituirebbe un ambito disciplinare di “civiltà antiche”, da estendere anche a indirizzi che oggi ne sono privi, perché l’eredità del mondo greco e latino non resti patrimonio di pochi, ma riesca a rendere partecipi e consapevoli quanti più futuri cittadini possibile della nostra Eredità Culturale  e delle nostre radici, nonché della necessità di non reciderle;
  • Collegare scuole e istituti che operano sul territorio in percorsi non desultori e occasionali, dipendenti assai spesso e per fortuna dall’apertura mentale di molti insegnanti e dirigenti scolastici, in un sistema di reti in cui parte del curricolo possa trovar posto nell’ apprendimento sul campo o in laboratorio. Abbiamo la fortuna di avere una ricchezza in opere, paesaggi, città diffusa su tutto il territorio nazionale e senza eguali (ricordo che l’Italia, con 50 siti, è la nazione al mondo più rappresentata tra quelle incluse nella lista UNESCO) e sulla quale i nostri ragazzi sembrano spesso galleggiare inconsapevolmente.

Si salverà così il liceo classico e, più in generale, la “tradizione” (in senso etimologico) della cultura classica? Non è forse meglio lasciare che si attesti tra il 5 e il 6% delle scelte e conservi la sua funzione di scuola di formazione delle élites?  E’ un interrogativo aperto, sulla cui soluzione non si possono avere certezze. Quel che è certo è che l’Europa si  muove in altra direzione.  Il dato della disaffezione dalle discipline classiche tradizionali è generalizzato: fortemente ridotto lo studio del latino, il greco è pressoché scomparso dalle scuole secondarie del Continente.

Una  strategia “olistica” così come delineata da Giuliano Volpe per l’Eredità Culturale, se applicata, mutatis mutandis e in modo flessibile e ragionevole, anche alla scuola, consentirebbe un recupero della organicità nello studio del mondo antico, una sua maggiore e qualificata presenza nella formazione del cittadino e, last but not least, un ampliamento delle occasioni di nuove professionalità in ambito umanistico, sia in campo accademico che in quello della ricerca e della presenza sul territorio.

[1] In realtà, nel  curricolo del liceo linguistico il latino è presente, ma solo per due ore a settimana e solo per i primi due anni, una presenza poco più che fantasmatica, dunque.

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