LA BANALITÀ DEL MALE di Giuseppe Gristina


Ricevo e pubblico una riflessione di Giuseppe Gristina su un tema che dovrebbe tornare al centro dei nostri pensieri di abitanti della “polis”, anche nell’imminenza del settantesimo anniversario della Liberazione dal Nazifascismo, occasione ahinoi meramente celebrativa di un evento che si tende più a “ricordare” che a “riconoscere” nella nostra prassi quotidiana di cittadini.

“Un tempo, non lontanissimo, nelle nostre valli prealpine e alpine era molto frequente il riscontro di una patologia tiroidea caratterizzata da un’ipofunzione grave legata all’endemica carenza di iodio in quei territori.

Si manifestava con 2 segni: il gozzo e la ridotta performance intellettiva. Quest’ultima era definita «cretinismo endemico».

Non era un insulto. Era una constatazione epidemiologico-clinica.

In tempi come i nostri, caratterizzati da un rigurgito imponente d’ignoranza e comportamenti tribali, potremmo far valere la proporzione secondo la quale la mancanza di iodio sta al «cretinismo endemico» come la mancanza di cultura sta al «cretinismo morale».

Anche il cretinismo morale è una constatazione, in questo caso epidemiologico-etica, non un insulto.

C’è poi l’allegra e spensierata sfrontatezza degli ignoranti i quali – misconosciuto il primato della cultura – pensano di cogliere la loro grande occasione facendosi vanto dell’aver trascorso ben 12 anni all’università come fuori-corso senza mai laurearsi, per poi intraprendere una brillante carriera politica solo perché questi sono tempi di nani e ballerine.

Oggi, il signor Salvini, che esclamò «arriverà prima la Padania della mia laurea!» e che è stato definito ufficialmente «fannullone» in pieno Consiglio d’Europa per non aver mai partecipato ai lavori della commissione in cui era inserito, vuole «radere al suolo» i campi Rom.

Radere al suolo: parole che vengono da lontano.

Fu raso al suolo il ghetto di Varsavia. Nei campi di sterminio furono rase al suolo le comunità Sinti, Rom e quelle Yiddish del centro – Europa. A Roma il 16 ottobre del 1943, non per un caso un sabato, alle 5:15 del mattino le SS invasero le strade del Portico d’Ottavia rastrellando 1259 persone, tra cui oltre 200 bambini. Due giorni dopo, alle 14:05, 18 vagoni piombati partirono dalla stazione Tiburtina e dopo 6 giorni arrivarono ad Auschwitz. Solo 15 uomini e una donna ritornarono. Nessuno dei 200 bambini è mai tornato. La comunità ebraica di Roma fu «rasa al suolo».

Ecco, quello del signor Salvini non è cretinismo morale; potremmo definirlo piuttosto come la sua forma involutiva. Potremmo definirlo «la banalità del male», come fecero Hannah Arendt e Primo Levi; una parte integrante ma oscura della natura umana che rischia, «in occasioni opportune», di riemergere e trionfare.

Ne I sommersi e i salvati Primo Levi dice: «I carnefici erano infatti della nostra stessa stoffa […], erano esseri umani medi […] non erano mostri […] avevano un viso come il nostro». Chi compie il male non è un mostro, una persona assolutamente diversa da chi lo subisce; è un essere umano come gli altri e, proprio in ciò sta la banalità del male: chiunque altro avrebbe potuto compierlo.

Ancora, in Se questo è un uomo, Primo Levi chiese a un altro deportato: «Warum?» (Perché?). La risposta fu: «Hier ist kein Warum!» (Qui non c’è alcun perché!).
La notte del 10 maggio 1933, nella Germania nazionalsocialista, iniziò la campagna a favore dei Bücherverbrennungen (roghi di libri) propagandata dall’ufficio stampa dell’Associazione Studentesca della Germania che proclamò una «azione nazionale contro lo spirito non tedesco», durante la quale si doveva effettuare una «pulizia» della cultura tedesca usando il fuoco. Questa propaganda fu diffusa anche via radio.
Quella notte gli studenti bruciarono più di 25.000 libri «non tedeschi».

I professori, i rettori e gli studenti furono radunati alla presenza delle autorità naziste per assistere ai falò al suono di orchestre in un’atmosfera di gioia.

Durante i roghi furono bruciati i libri scritti da Bertold Brecht e August Bebel, i libri di Karl Marx, quelli di Arthur Schnitzler, Ernest Hemingway, Jack London, Helen Keller, Herbert George Wells, oltre ai libri di autori ebrei quali Franz Werfel, Max Brod, Stefan Zweig.

In sintesi, siamo abituati a collegare la banalità del male alle violenze dei campi, ai vagoni dei deportati, alle loro facce scheletrite, ai falò, perché istintivamente alle parole leghiamo immagini del passato. Ma questo è un errore.

Infatti è del tutto evidente che il signor Salvini non è neppure minimamente paragonabile a un SS.

Così, non vedendo oggi intorno a noi rappresentazioni fisicamente concrete di quella realtà, siamo indotti a credere che parlare di banalità del male sia un’esagerazione, un’iperbole di chi a furia di tentar di comprendere, è ormai vittima della presunzione di spiegare tutto il presente attraverso il passato.

Forse, più semplicemente, il signor Salvini ha la rivoluzionaria ambizione – dicendo tutto ciò che dice e trascinando con sé il peggior becerume italico – di arrivare a indossare finalmente un doppio petto al posto della felpa. D’altronde altri ci sono riusciti, dunque perché non anche lui? E forse è questa una delle differenze tra il nuovo secolo e il ‘900: tutto il Male che nel secolo scorso è stato fatto, è stato comunque tragicamente e per la gran parte pagato dai responsabili. In questo secolo, in un paese di poveri ignoranti, è invece sufficiente aspettare con pazienza il proprio turno in prossimità del camerino per entrare, cambiarsi d’abito ed essere finalmente pronti a partecipare alla grande kermesse.

Ma allora, è ancora possibile parlare oggi della banalità del male? Se si, e se quella del signor Salvini non è la banalità del male che caratterizzò i totalitarismi del secolo scorso, in cosa essa  realmente consiste?

Forse, una nuova forma della banalità del male cui anche noi ci stiamo abituando c’è.

Si tratta, per dirla con Roberta de Monticelli, «di un fenomeno identificabile con l’appiattimento del dover essere sull’essere, del valore sul fatto, della norma sulla pratica comune, anche se abnorme, e in definitiva del diritto sul potere». E, potremmo aggiungere, della cultura sulla tecnica.

I Rom rubano? Se questo è un «fatto reale» allora è inutile discutere del valore morale della convivenza, è «normale» la risposta tecnica di radere al suolo i campi; i migranti che arrivano sui barconi sono troppi? Se questo è un «fatto reale», allora è inutile discutere del diritto d’asilo e dell’accoglienza, è «normale» la risposta tecnica di ributtarli in mano ai mercanti di uomini in nome del potere che abbiamo di farlo.

Così, delle tre dimensioni di un sano mondo morale – conservazione del sé, riconoscimento dell’altro, rispetto della giustizia – che costituiscono il nesso che lega il significato della parola «norma» a quello della parola «normalità», non è rimasto nulla.

Forse è proprio questo il nuovo significato da dare alla banalità del male: la rifondazione del significato delle parole «norma» e «normalità»; non più la regola di responsabilizzazione che l’uomo riceve da una fonte morale esterna (la religione, la legge, la Costituzione), o interna (la propria coscienza) volta a orientare la sua intenzionalità e ciò che nella norma rientra, cioè il suo comportamento, ma semplicemente il primato dei fatti sui valori, della pratica comune sulla legge, del potere sul diritto.

Se però il senso della banalità del male è cambiato, quello che resta uguale, oggi come allora, è la nostra responsabilità.

Evitare il coinvolgimento, non vedere, non sentire e, se possibile, guadagnarci qualcosa.

Da questa responsabilità non sono esenti i cittadini ma soprattutto non lo è la classe politica.

Si comprende allora che nel nostro tempo, come allora, quelle «occasioni opportune» di cui parlavano Hannah Arendt e Primo Levi altro non sono se non gli spazi vuoti lasciati ai vari Salvini dalla politica che, morto Aldo Moro, scelse compattamente di abdicare al suo ruolo di mediazione e di tutela delle libertà individuali nell’ambito della comunità, di cerniera tra mondo morale e mondo reale, e, in ultima analisi, tra identità nazionale e cultura.

Questa politica riconoscendo il primato del puro economicismo non solo ne legittima le forze «animali» che lo caratterizzano, ma ammette che esse non debbano più venire a patti con nessuno e che governino davvero il mondo.

In sintesi, il primato dello sviluppo anziché del progresso preconizzato da Pasolini negli Scritti Corsari.

Ancora Pasolini scrisse nel 1975 nelle Lettere Luterane: «l’Italia di oggi è distrutta esattamente come l´Italia nel 1945. Anzi, certamente la distruzione è ancora più grave, perché non ci troviamo tra macerie, pur strazianti, di case e monumenti, ma tra macerie di valori: valori umanistici, e, quel che più importa, popolari».

E poi: «Il fondo del mio insegnamento consisterà nel convincerti a non temere la sacralità e i sentimenti, di cui il laicismo consumistico ha privato gli uomini, trasformandoli in brutti e stupidi automi adoratori di feticci».

Chissà se non sia stato proprio questo auto-svuotamento morale che Primo Levi vide ripresentarsi pian piano nel nostro paese in tutto il tempo tra il suo ritorno da Auschwitz e quell’11 aprile del 1987 e che ha finito per rappresentare la risposta alla sua domanda: «Warum? ».”

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