Questione di modelli: una risposta a Irene


Rispondo qui all’intervento di Irene, lieto di risentirla dopo tanto tempo.
Si tratta di una riflessione, la sua, come sempre lucida e utile a cogliere il nòcciolo del problema della nostra attuale architettura costituzionale e istituzionale: la mancanza di un preciso modello di riferimento. Tra i peccati più gravi della cosiddetta “Buona Scuola” renziana c’è proprio quello dell’assenza di una fisionomia.
Nell’attuare il dettato costituzionale, come si disse allora, la riforma regionale della metà degli anni ’70 aprì alla istituzione di parlamenti locali, senza tuttavia che venissero intaccati nella sostanza i poteri e le dimensioni dello stato centrale. Così, centro e periferie non solo non si integrarono in un disegno nuovo e più efficace, efficiente e, soprattutto, più economico, ma finirono per intrecciarsi e generare solo costose superfetazioni.
Come nel caso dei Decreti Delegati sulla scuola, pressoché coevi alla creazione delle regioni a statuto ordinario, si trattò di una risposta alle spinte dei “movimenti” della fine degli anni ’60, ma in un senso tutto politico-politicante: allo slogan “nulla al di fuori della politica” corrispose una capillare penetrazione ed estensione del modello parlamentaristico-partitico fino a livelli decisionali di base: chi ha frequentato i primi consigli di istituto sa che, in miniatura, vi operavano le medesime forze politiche rappresentate al centro e con le stesse dinamiche di alleanze, scontri e compromessi.
Tutto ciò, lungi dall’avvicinare i momenti decisionali al cittadino, ha fatto nascere una nuova professione: quella del politico, sostanzialmente autoreferente, con a disposizione un cursus honorum all’interno di una struttura che, con qualche gusto per il paradosso, si potrebbe definire “sovietica”, cioè a dire dominata dai consigli: per le scuole i consigli di istituto, di dipartimento, provinciale, nazionale e, più in generale, i consigli di circoscrizione, comunali, provinciali, regionali, oltre ai due gradi supremi del Parlamento nazionale ed europeo.
Da qui è nato un primo grande equivoco: parlamentarizzare le decisioni non significa renderle più democratiche, ma solo più complesse e aperte a pratiche moralmente eccepibili, quali la formazione di partiti intesi come meri comitati di gestione del potere.
Si è trattato di un processo lungo, non privo di contraddizioni e di rare luci, oltre che di molte ombre e che ha conosciuto un altro snodo importante negli anni ’90, con le leggi cosiddette Bassanini (autonomia scolastica e universitaria, società di gestione dei servizi a capitale misto a livello territoriale, meccanismi di autocertificazione, ecc.).
Come nella fase della metà degli anni ’70, anche allora le intenzioni furono buone, forse nella speranza che, pur iniziando dal cappello, si potesse poi cambiare l’intero vestito: sveltimento dei processi decisionali, più poteri ai portatori di interesse (stakeholders), ampliamento della libertà di azione degli organismi di base, rendendoli nello stesso tempo valutabili e responsabili dei risultati. Pie illusioni.
Dopo oltre vent’anni è possibile tracciare un bilancio di questa spinta “modernizzante”, già allora non più politica in senso ideologico (il cosiddetto “pensiero unico” si stava affermando proprio in quel torno di tempo). Così facendo, non si può non parlare di fallimento, soprattutto a causa del perdurante equivoco e della non-scelta tra modelli statuali diversi. L’autonomia delle comunità territoriali afferisce ad un modello di stato centrale leggero, di tradizione sostanzialmente anglosassone, soprattutto statunitense, affatto estraneo alla nostra tradizione, che è sempre rimasta “napoleonica” e centralistica, di chiara derivazione transalpina.
In questi anni però il centro non si è affatto indebolito e, anzi, ha da ultimo riacquistato peso, mentre le comunità territoriali autonome non hanno cessato di accrescere a dismisura spese e poteri, destinati ad alimentare le voraci esigenze dei partiti, senza recare alcun vantaggio ai comuni cittadini. Richiamo qui, ancora una volta, l’ottima indagine condotta tempo fa dall’istituto “Bruno Leoni” sui costi della politica, intesa come apparato di governo delle decisioni: se razionalizzata, tale spesa potrebbe fornire un risparmio di 20 miliardi di Euro all’anno, pari a oltre due finanziarie in tempo di crisi(1).
L’esempio più lampante di questa perdurante, mancata scelta tra modelli è quello dell’autonomia scolastica, la grande “incompiuta”, mai attuata sul serio che, se implementata come doveva, avrebbe condotto ad una vera e propria “rivoluzione”.
Come è diffuso costume italiano, ha prevalso una logica non già innovativa, ma additiva, secondo la quale è bene “non buttar via nulla”, per cui il vecchio, pur indebolito dai nuovi provvedimenti, ha continuato a coesistere con un nuovo appena abbozzato. Il MIUR è restato com’era, si sono aggiunti gli Uffici Scolastici Regionali, inutili doppioni delle competenze regionali, ormai sancite dalla Costituzione, mentre le scuole hanno continuato ad operare in un magma confuso di livelli di competenze, di direttive non coordinate e spesso contraddittorie, per di più aggravate da una crisi economica che ha condotto negli ultimi cinque anni ad una riduzione di oltre 10 miliardi di risorse, unico “caso” di rigorosa quanto improvvida “spending review” (ricordo che, nonostante i roboanti annunci del Presidente Matteo, la spesa per istruzione in Italia nel 2015 resta attorno al 4,5% del PIL, ben al di sotto della media europea, attestata attorno al 6%).
E’ dunque urgente scegliere una strada, un disegno prospettico definito e, nello stesso tempo, ridurre il livello di parlamentarizzazione delle istituzioni, diminuendo drasticamente sia il numero dei parlamentini territoriali, sia quello delle “persone addette”, dei politici di professione, giunti a cifre davvero insostenibili.
La lentezza delle procedure di cui spesso ci si lamenta, addossandone l’intera responsabilità alla “burocrazia”, va in realtà attribuita in primo luogo allo smisurato potere di interdizione esercitato dalla “Partiti spa”, la quale, proprio abusando di asseriti “stati di emergenza”, fa saltare ogni controllo di merito e di metodo, imponendo un po’ dappertutto le proprie clientele.
Dobbiamo al più presto restituire valore alle competenze, alla selezione per merito e, così facendo, riconquistare quel “senso dello Stato” da troppi anni smarrito nella giungla degli interessi corporativi e falsamente democratici.
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(1) vedi in questo blog “Cocomeri e fichi d’India” dell’ottobre 2013

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