YESHUA BEN YOSEF HA-NOZRI O DI UN DIALOGHETTO SULLE MIGRAZIONI


Pubblico qui un frammento di dialogo tra me e l’amico Giuseppe Gristina sul tema che dilaga su tutti i media, in un clima di pietà spesso pelosa, al limite del voyeurismo. A distanza di venticinque anni dall’89 novecentesco, segnato dalla caduta del Muro di Berlino, la questione si presenta epocale.

G. – Simone Weil diceva, nel 1940: “ Gli uomini ritroveranno il genio epico quando sapranno credere che nulla è al riparo dalla sorte, quindi non ammirare mai la forza, non odiare i nemici, non disprezzare gli sventurati. È dubbio che ciò sia prossimo ad accadere.” Yeshua ben Yosef Ha-Nozri alias Gesù Nazareno, poneva al centro del suo insegnamento la misericordia. Misericordia è una vecchia parola. Durante la sua lunga storia, ha acquisito un senso molto ricco. In greco, la lingua del Nuovo Testamento, misericordia si dice éleos (έλεος). Éleos è la traduzione abituale, nella versione greca dell’Antico Testamento, della parola ebraica hésèd (רחמים).
È una delle parole bibliche più belle, che spesso si rende molto semplicemente con “amore”. Éleos traduce anche un altro termine ebraico, quello di rahamîm (מעיים). Frequentemente questa parola va di pari passo con hésèd, ma è più carica di tensione emotiva. Letteralmente significa le viscere (materne), è una forma plurale di réhèm (רחם), l’utero materno.

C. – E’ significativo della pregnanza e della ricchezza epistemica del termine il fatto che in questa accezione la radice greca riecheggi nell’invocazione “Kyrie eleison”, l’unica reliquia della lingua ellenica semplicemente translitterata, non tradotta nella messa in latino. Pensando alla versione italiana, “Signore pietà”, viene da ricordare la preferenza accordata da Eugenio Montale alla liturgia preconciliare: “Preferivo la messa in latino; era una specie di forfait con l’Eterno; questa [la messa in italiano] no, è un contratto, un duro contratto”.

G. – La misericordia, dicevo, o la compassione, sono qui l’amore avvertito, l’affetto di una madre per il suo bambino (Is 49,15), la tenerezza di un padre per i suoi figli (Sal 103,13), un intenso amore fraterno (Gen 43,30). Quando Gesù guariva i malati, come prima della moltiplicazione dei pani (Mt 14,14), o nel caso dei due ciechi di Gerico (Mt 20, 31-34), l’evangelista usa il verbo greco σπλαγχνίζομαι, provare compassione, derivato da τὰ σπλάγχνα, che, di nuovo, significa visceri. Questo verbo esprime il sentimento della pietà, ed è usato anche nel miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, sia in Matteo (Mt 15,32) che in Marco (Mc 6,34 e Mc 8,2). Il termine verrà tradotto in latino con “misereo” o “misereor”, avere compassione, avere pietà.

C. – Compassione e pietà non sono però sinonimi: nel primo c’è il “cum” unito al “pati”, il soffrire insieme, nella propria carne (σπλαγχνίζομαι), nel secondo il senso greco della “εὐσεβεία”, del rispetto e dell’obbedienza nei confronti della divinità (in latino “pietas”, appunto).

G. – L’etimo del termine italiano è dunque dal latino, ma l’aggiunta dell’altro etimo, “cor”, cuore, indica il sentimento per il quale la miseria di uno tocca il cuore dell’altro. L’atteggiamento della Chiesa cattolica quando parla o agisce in nome della misericordia, cui l’attuale Papa ha dedicato un giubileo, è ispirato dalla cultura che la storia del termine testimonia. Il contraltare laico, privo di connotazioni escatologiche, trova la sua collocazione nell’istanza dei diritti umani, che hanno una storia molto più breve della misericordia. Soltanto il 10 dicembre 1948, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite proclamò la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Per la prima volta nella storia dell’umanità, fu elaborato un documento che riguarda tutte le persone del mondo, senza distinzioni. Per la prima volta si scrisse che esistono diritti di cui ogni essere umano deve poter godere per la sola ragione di essere al mondo.

C. – In verità ci sarebbero la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 in Francia e, ancora prima, nel 1776, la Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America. Ma è pur vero che la storia della questione resta comunque compresa entro due secoli.

G. – Eppure quella Dichiarazione è tuttora disattesa, forse perché ancora da troppi volutamente ignorata, così come è disatteso il concetto di misericordia, nonostante sia vecchio di millenni. La prova di ciò sta sotto gli occhi del mondo, e riguarda un numero incredibile di persone: uomini, donne, vecchi e bambini, i cosiddetti migranti. Queste persone, sradicate dai loro paesi di origine dalla guerra, dalla povertà, dalla fame e dalle malattie, si muovono oggi in un flusso di dimensioni bibliche verso l’Europa, in cerca di salvezza. L’Europa, a sua volta, riduce questo evento epocale a una perniciosa “emergenza” che, si spera, prima o poi finirà. Da sola, come da soli cessano i terremoti o le tempeste. E, come le tempeste si spostano in modo apparentemente casuale da una parte all’altra del pianeta con il cambiare dei venti, distribuendo distruzione un po’ a tutti, così i governi europei fanno rimbalzare queste vite da uno Stato all’altro sperando che la distribuzione del “danno” tra tutti, lo minimizzi per ciascuno.

C. – Hai ragione. La pochezza etica della misura distributiva è direttamente proporzionale alla sua inefficacia pratica. Senza contare che, pur se minima, essa non raccoglie i favori di tutti gli Europei. Al contrario. Forse è maggioritaria nei governi, ma certo non tra la gente, che non capisce perché dovrebbe accettare la distribuzione del “danno” senza poter dire nulla sulla soluzione – o quantomeno sulla gestione – del problema. E poi, quale “misericordia” c’è in una distribuzione meramente aritmetica di persone, ridotte a unità senz’anima e senza storia?

G. – Già. Intanto, mentre l’Europa politicamente balbetta, sempre con l’occhio alle elezioni e ai sondaggi, migliaia di questi esseri umani hanno già trovato una tragica fine nel mare mediterraneo, altri sono morti stremati dalla fatica, altri sono rinchiusi nei campi profughi, ammucchiati come detriti dell’umanità. I media mostrano famiglie che partono con nulla al seguito, bambini con sorrisi disarmanti, qualcuno si è portato il cagnolino o il gatto nel tentativo di sentirsi ancora intorno a un focolare. Non ci sono state omelie sulla misericordia che li abbiano riportati al loro status di cittadini del mondo e non ci sono state leggi dei vari governi occidentali che abbiano saputo proteggerli e restituire loro la dignità che gli spetta. Non soltanto è mancato un reale progetto di accoglienza per questi cittadini del mondo, ma anche, e soprattutto, una reale pianificazione degli interventi necessari a risolvere per davvero il problema alla sua radice con azioni serie, adeguate e lungimiranti. Anzi, l’impreparazione degli Stati coinvolti, da questi accettata con reciproca giustificazione, in alcuni casi si sta trasformando, per calcolo politico, in una violenta e rabbiosa reazione. Penso non solo all’Ungheria, ma anche alla Slovacchia, alla Croazia, agli Stati baltici.

C. – Non bisogna trascurare che, accanto alla “reazione violenta e rabbiosa”, come tu dici, è nata e si è sviluppata una vera e propria “economia del profugo”, che va dall’estendersi incontrollato del caporalato “etnico” ai contratti di assistenza con le cooperative che operano nel terzo settore, al reddito fornito ad albergatori astuti, i quali, invece di affrontare le spese di ristrutturazione dei loro immobili turistici e confrontarsi con le leggi del mercato, hanno spesso preferito mettere a disposizione, traendone un profitto non indifferente, edifici poco più che fatiscenti e spesso privi dei servizi più elementari.

G. – Il problema è proprio questo: l’“emergenza” è difficile da arginare perché è difficile comprendere che non è un’emergenza, ma un esodo. Un’epocale migrazione di popoli che trova le sue ragioni nelle scelte di comportamento compiute dall’Europa nei loro confronti. Scelte di colonialismo, tramite il quale la civiltà occidentale ha ridotto in schiavitù, per centinaia di anni, le popolazioni dell’Africa. Scelte di miope convenienza politica …

C. – Miope? Non saprei fino a quale punto. L’instabilità generatasi nel quadrante medio – orientale potrebbe non essere frutto di cecità, ma di una precisa, lucida visione; essa infatti impedisce il formarsi di governi e alleanze forti ed autonome in regioni di cruciale importanza per l’impero. Dopo 4 milioni di profughi e 250.000 morti, adesso USA e URSS dicono di voler trovare un accordo sulle rovine di un paese come la Siria, fino a pochi anni fa tra i più sviluppati (certo, non politicamente) dell’area. In Bosnia accadde la stessa cosa, con la disgregazione della Jugoslavia titina e con la pavida Europa che stette a guardare inerte (e chi può dimenticare i visi bolsi e ottusi dei soldati olandesi a Srebrenica?) che si seppellissero 200.000 morti.

G. – Parlo di miopia quantomeno in una prospettiva di lunga durata. Come non definire miope il cinismo con cui, dopo la prima guerra mondiale, le nazioni vincitrici tracciarono “a tavolino” e in nome della ragione di stato i confini degli attuali Stati medio-orientali ignorando, per comodo, la diversità di altre culture e religioni, irridendo alla necessità di instaurare con esse un dialogo? E che dire delle scelte di schiavizzazione e di mantenimento nella povertà dei popoli abitanti le terre delle risorse energetiche pur di mantenerne il possesso e l’egemonia, fino a creare instabili regimi autoritari di comodo, per poi abbatterli quando non più funzionali o pericolosi, generando in alcuni casi il caos e lo sgomento che è sotto i nostri occhi? Concetti vecchi e ricchi di significato come “misericordia” dovrebbero aver insegnato che tutti hanno necessità di una casa, di cibo, di medicine, di scuole, che i malati vanno curati e gli affamati nutriti, i bambini protetti e allevati in serenità, che tutti hanno diritto a vivere con dignità e in pace. Al contrario, questi visceri di madre, che portano a rendere obesi tanti bambini nel cosiddetto mondo industrializzato, non provano alcun turbamento, se non una malsana curiosità. Le fotografie dei bambini morti sulle spiagge della Turchia hanno fatto il giro del mondo e raccolto commenti commoventi, ma dopo nulla è accaduto. Davanti a questi esseri umani macilenti, spaesati, esausti, anche la Dichiarazione dei Diritti Umani sembra piuttosto metafisica, perché non va a toccare i corpi di queste persone, ma rimane un magnifico argomento di elevate dissertazioni. Probabilmente quello che non siamo in grado di capire è che forse i nodi di un intero secolo, se non di due, stanno venendo al pettine e che è giunto il momento di fare i conti con la nostra stessa storia. Fare i conti con la storia non piace mai a chi è in debito, come lo è la società occidentale, come lo sono i ricchi nei confronti dei poveri, dunque il momento viene dilazionato e si trovano mille appigli per sentirsi con la coscienza a posto. Ma come i tormenti che gli ebrei subirono durante l’ascesa trionfale del nazismo furono ignorati per comodo dagli altri stati europei finendo per trasformarsi in un olocausto, così la tragedia che queste persone vivono oggi potrebbe essere alla base di altri incubi domani, se possibile ben più truci di quelli attuali.

C. – Lasciami essere più cinico e meno penitenziale. Perché l’occidente ricco, che sta largamente vincendo la sua guerra globale, dopo aver sconfitto il secondo mondo che si definiva socialista, sia politicamente che economicamente (il modello cinese è in buona sostanza un originale modello di capitalismo statalista) dovrebbe fare i conti con la sua storia, che è la storia di un vincitore?

G. – Perché, in sintesi, i governi e i popoli occidentali dovrebbero comprendere che è probabilmente giunto il momento di rivedere dalle fondamenta l’intero insieme dei canoni e dei riferimenti culturali che hanno sorretto fino ad oggi la storia, l’economia, i modi di vita della nostra civiltà. Una simile revisione non può che partire dall’esame delle cause di questa migrazione e dall’ammissione degli errori compiuti, per giungere ad una diversa concezione dei processi di sviluppo, dei rapporti di produzione e del valore da annettere alle merci. Questo percorso non sarà però possibile se non faremo prima di tutto chiarezza sul significato da attribuire alle parole “sviluppo” e “progresso”.

C. – Il mondo occidentale non può non avere come riferimento unico la crescita, lo sviluppo; i costi umani vanno semplicemente riportati nell’apposita colonnina del libro mastro. Nulla più. Mi pare che, nel corso della sua breve storia, il capitalismo moderno si sia sempre battuto per la libertà dell’individuo (ed è stato un bene), ma quasi mai per l’affermazione dell’essere umano come persona, con una propria incomprimibile dignità. Un uomo “dignitoso” e ben radicato nella sua storia e nella sua cultura non è infatti facilmente riducibile a mero consumatore e quindi egli stesso a merce.

G. – Per questo sarebbe già un grande passo in avanti comprendere che le due parole non sono sinonimi; possono forse indicare due volti di uno stesso fenomeno che solo in determinate situazioni storiche si integrano fra loro; oggi però, per noi occidentali, esse indicano due fenomeni di opposto significato. Infatti, mentre lo sviluppo di una nazione o di un continente si misura sulla sua ricchezza e sui modi per generarla, il concetto di progresso implica i contenuti culturali che su quel modello di sviluppo si sono andati strutturando, e che si riferiscono anche ai modi con cui gli esseri umani si relazionano tra loro. Progresso infatti, è una nozione ad un tempo ideale, sociale e politica, che, attraverso precise categorie di giudizio, dovrebbe permettere di distinguere ciò che è bene da ciò che è male e, quindi, assumere responsabilmente decisioni su ciò che è giusto o sbagliato fare. Il progresso prevede dunque una riflessione e una dimensione morali, che non sono insite necessariamente nel concetto di sviluppo.

C. – Sono proprio la riflessione e la dimensione morale ad essersi affievolite. Non quella moralistica, però. Dal punto di vista della nostra comune identità di uomini non possono esserci tentennamenti nell’accoglienza e nel soccorso a chi soffre e a chi si trova in pericolo. Nella indispensabile lettura politica del fenomeno dobbiamo tuttavia distinguere i diversi soggetti del nuovo esodo. Distinguere è importante per comprendere, non per escludere. Ad esempio, quando osservo le migliaia di giovani per lo più ventenni o giù di lì, vestiti e accessoriati con i surrogati dei nostri centri commerciali (jeans, telefonini, griffes tarocche), mi chiedo: qual’ è la molla che li spinge ad affrontare il Calvario della migrazione? La conquista del necessario o del superfluo? Perché, nel pieno delle forze in cui sono, non combattono nei loro paesi per conquistare spazi di democrazia e di civiltà? Certo, le cosiddette “primavere arabe” e il loro drammatico fallimento starebbero a significare l’inanità di tali sforzi e, ancora una volta, la supremazia di un modello imperiale che applica il “divide et impera” per affermare il proprio dominio. I modelli cui sembrano far riferimento quei giovani sono tutti interni al mondo occidentale, comunicati e diffusi acriticamente e in quanto tali terreno di cultura della barbarie estremistica e identitaria dell’islamismo armato.

G. – Capisco il punto, ma io vedo oggi il mondo occidentale a un bivio: deve decidere se vuole continuare ad avere come riferimento primo lo sviluppo, e quindi il suo particolare interesse economico che ha oggi come principale riferimento culturale il valore della merce, o se, invece, puntare al progresso come arma principale per giungere a una soluzione ragionata e morale dei problemi di nuova ed inusitata tragicità che si vanno delineando nell’era della globalizzazione, tenendo conto che la scelta delle soluzioni adottate oggi condizionerà inevitabilmente il benessere di tutti domani. Certamente optare per il progresso implica un diverso modo di distribuire la ricchezza, di pensare a noi stessi nel mondo, di porci anche in relazione all’ambiente in cui viviamo; ma è proprio questa la sfida che la storia, tramite i migranti, lancia oggi al mondo occidentale.

C. – Mi chiedo, di nuovo, perché il Pensiero Unico egemonico dovrebbe accettare la sfida. La sfida di chi e con chi? Vedendo i ragazzi siriani che lanciavano sassi contro le guardie confinarie ungheresi, mi sono venuti in mente i ragazzi palestinesi dell’Intifada, gli scugnizzi napoletani delle Quattro Giornate, se vuoi anche Giovanni Battista Perasso, detto Balilla: non trovi anche tu delle differenze paradossali? Non è forse vero che quei giovani migranti lanciavano pietre contro il mondo – o per meglio dire – l’immagine del mondo di cui vogliono ardentemente far parte? Credi davvero che gli scalzi della “gauche caviar” appartengano ad un altro orizzonte “alternativo”? Io vedo ahinoi un unico orizzonte di anarchica e inarrestabile mercificazione globale. E se fosse, questa tragedia, un’ulteriore vittoria dell’Occidente?

G. – Provo allora a chiarire meglio il mio pensiero . Non c’è dubbio che la vittoria conseguita dal mondo occidentale capitalista sul suo storico avversario (il blocco dei paesi socialisti) ha permesso la diffusione incontrastata, ovunque nel mondo e in tempo reale, di un modello culturale basato sullo sviluppo e quindi sul primato delle merci (tu parli dei giovani migranti con jeans e telefonini, ma che dire allora degli indios dell’Amazzonia in canoa sull’Orinoco con la maglia del Milan?). Ed è altrettanto indubbio che sempre, da che è storia del capitalismo, questo è risorto ogni volta più forte dalle sue crisi, incluse due guerre mondiali. Quindi comprendo bene la tua domanda. Ci sono però oggi tre questioni a mio modo di vedere assai rilevanti che dovrebbero indurre a riconsiderare la differenza tra i due concetti di sviluppo e progresso, e a proporre un cambiamento di modello sociale in occidente riferito al significato che ho cercato di dare al secondo termine – sempre che tu lo condivida. La prima questione riguarda l’ambiente. La scienza ha dimostrato che questo modello basato sullo sviluppo sta operando una sistematica, planetaria distruzione dell’ambiente. Non è più questione di domani o dopodomani, ma di oggi. Sta già accadendo. Penso banalmente che nessuno, neppure il capitalismo occidentale, possa, prima facie, trovare in questo una convenienza. La seconda questione riguarda il superamento della soglia critica del numero dei poveri nel mondo. Che la logica dello sviluppo preveda l’inevitabile arricchimento di pochi alle spalle di molti, è dimostrato dagli economisti di qualsiasi tendenza – con il loro tipico cinismo sono proprio loro a dire che il 20% del mondo può mangiare perché il restante 80% gli permette di farlo digiunando – ma questi molti sono ormai troppi, e chiedono conto e ragione della loro condizione. La terza questione riguarda l’effetto combinato della seconda con uno dei prodotti più moderni dello sviluppo: la globalizzazione dei mercati che ha però prodotto anche la globalizzazione delle masse dei poveri. Con un’aggravante: che oggi, al contrario di quanto avvenne al tempo della rivoluzione industriale, questi, per il loro riscatto, dopo il fallimento del socialismo, sono in balia di una furia cieca o, peggio, stanno iniziando a organizzarsi idealmente su una concezione di società futura basata sul modello integralista. L’IS ne è un chiaro esempio. Senza dimenticare che anche l’IS è, a suo modo, figlio dello sviluppo, un figlio matto, ma pur sempre un figlio. Credo tu possa convenire che queste tre situazioni siano in grado di dimostrare come la necessità da me prospettata di focalizzare la nostra analisi sul tema del dualismo sviluppo – progresso, con una forte propensione per un modello di società che metta al centro il progresso, sia estremamente concreta e tutt’altro che penitenziale. Forse Yeshua Ha-Nozri predicando la misericordia non parlava solo di un astratto regno di dio di là da venire, ma di un nuovo mondo che è necessario attuare qui e ora se non vogliamo che tutto ci esploda tra le mani. Ma ora mi accorgo di essermi dilungato e taccio.

C. – Tutto vero, ma allo stato non vedo chi possa tentare di rintracciare il filo della ragionevolezza. A proposito della misericordia predicata da Yeshua Ha-Nozri mi vengono in mente le parole di Emmanuel Mounier, nel suo articolo “L’agonie du Christianisme” (“Esprit”):Le christianisme n’est pas menacé d’hérésie […] Il est menacé d’une sorte d’apostasie silencieuse faite de l’indifférence environnante et de sa propre distraction. Ces signes ne trompent pas: la mort approche. Non pas la mort du christianisme, mais la mort de la chrétienté occidentale, féodale et bourgeoise. Une chrétienté nouvelle naîtra demain, ou après-demain, de nouvelles couches sociales et de nouvelles greffes extraeuropéennes. Encore faut-il que nous l’étouffions pas avec le cadavre de l’autre.” Correva l’anno 1946.

G. – Mi sembra di poter dire che le parole di Mounier si ricolleghino a quelle di Weil con cui il nostro dialogo si è aperto. Il genio epico degli uomini, che in fondo ha animato anche il cristianesimo, è morto anch’esso per indifferenza e distrazione ed è assai dubbio che gli uomini lo possano ritrovare, a meno che altre e nuove generazioni di uomini non sappiano ridargli vita e significato. Se sei d’accordo, potremmo allora concludere con le parole di Socrate: “Ma vedo che è tempo ormai di andar via, io a morire, voi a vivere. Chi di noi avrà sorte migliore, nascosto è a ognuno, tranne che al dio.”

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