Stringiamoci attorno all’altare della visione – uno scritto di Giuseppe Cappello sui doveri della scuola, oggi.


Pubblico qui uno scritto del Professor Giuseppe Cappello, docente di storia e di filosofia nei licei.
Già in passato ho avuto modo di apprezzarne i pensieri, anche in questa stessa sede.
Queste sono le sue riflessioni da “reduce” dal primo Collegio dei docenti in un noto liceo classico romano, del cui organico è entrato a far parte da quest’anno come ordinario.
Spero possano suscitare pensieri e considerazioni “inattuali”; di questo abbiamo grande bisogno, poiché è a tutti evidente che l’Occidente non sa più stringersi “attorno all’altare della visione” e, vivendo integralmente nella Agorà – mercato, non riesce più ad alzare lo sguardo verso l’Acropoli.
Il linguaggio è quello di un poeta e Giuseppe Cappello è autentico poeta (http://www.giuseppecappello.it/ ) e per questo più vicino al cuore della cose.

Con questo anno si sta chiudendo per me, dopo tre lustri di peregrinazioni, la dolente ma anche affascinante strada del precariato nell’insegnamento e approdo finalmente alla meta concludendo questa carriera quindicennale di spostamenti in uno dei licei classici più rinomati di Roma. Uno di quei licei che sono contento di frequentare non solo come docente ma anche come genitore (di una bambina di cinque anni) per poter avere un panorama completo e reale delle possibilità scolastiche da offrire a mia figlia. Bene, poiché quest’anno le nomine sono arrivate in ritardo, ieri ho partecipato al mio primo collegio dei docenti in quello che dovrebbe essere uno dei templi sull’acropoli della speculazione. E amaramente ho dovuto prendere atto che anche qui la mentalità immediatamente applicativo-produttiva che pervade ormai la nostra società e, in essa, la mentalità degli individui, non ha più una resistenza o, perlomeno, un momento di riflessione critica. Pure in quella istituzione, il liceo classico, che dovrebbe fare della schole, il tempo libero dal lavoro dedicato alla ginnastica e all’amabilità del pensiero, la sua bandiera, ha ammainato tale vessillo in una corsa spasmodica di fronte alla nuova parola d’ordine con cui la società totalizzante immeditamente applicativo-produttiva dell’agora sta facendo breccia fino su all’acropoli; di fronte al nuovo grido di battaglia pedagogico dell’“alternanza scuola-lavoro”. Scriveva Gentile: “scuola è lì dove una mente che insegna e una mente che apprende si uniscono in una mente che conosce”. Ecco, anche sull’acropoli, questo versetto della bibbia della speculazione suona come blasfemo. Tutto deve essere rivolto al negotium; fosse pure alle produzioni delle migliori griffe, tutto deve essere subito immediatamente produttivo, applicativo, spendibile. E qui veniamo, per chiudere, alle difficoltà delle nostre società occidentali di questi giorni. Scriveva Hegel che “un popolo senza metafisica è come una chiesa senza il suo altare”. Naturalmente qui il termine metafisica va inteso come visione; momento teoretico che si fa ethos e anche nell’uomo comune va al di là del momento applicativo-produttivo (fosse solo magari anche per guidarlo; con questa idea Napoleone aveva istituito proprio i Licei in Francia). Bene, credo che se in questi giorni di terrore c’è qualcosa che il mondo occidentale debba temere questo sia proprio se stesso; la sua incapacità a stringersi intorno all’altare della visione; di quella visione che, da Socrate all’Illuminismo, l’Occidente aveva coltivato sul suo altare laico nel tempio sull’acropoli della speculazione. Così ciò che più temo per mia figlia non sono i terroristi (certo anche quelli) ma il fatto di non trovare più una scuola che, in un certo senso, la preservi dal ‘lavoro’ (altro che alternanza!) e si occupi più appropriatamente della sua paideia.

Giuseppe Cappello

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