Valentina FORTICHIARI, “Non ha mai quiete”, romanzo, Sedizioni, Milano 2015, pp. 207


Un romanzo nato da una penna elegante ed esperta di scrittura intride di vita un grandioso, marmoreo monumento, quel Leonardo da Vinci che, nella vulgata, siamo abituati a considerare il paradigma stesso del sapiente rinascimentale.
Ben lungi dallo stereotipo del vessillifero della luce della scienza e al di là dell’immagine di chi, più di ogni altro dotto dell’epoca sua, ha incarnato il terenziano homo sum et nihil humani a me alienum esse puto, l’Autrice traccia un ritratto di Leonardo in cui prevalgono i toni scuri, i brividi, le increspature delle acque in superficie, in cui, come nelle sue pitture, il segno fiorentino e la luce veneziana si fondono in indistinti profili. Perché, come recita il sottotitolo, “Leonardo e l’acqua”, il deuteragonista del libro è proprio l’acqua, ubiqua, in tutte le sue manifestazioni, da quelle pacificatrici e ristoratrici a quelle distruttrici (molto suggestiva la descrizione dello tsunami che si abbatte sulle coste della Bretagna).
Leonardo è sicuramente un uomo d’acqua; basti pensare alle sue tante “invenzioni acquatiche”, dal boccaglio dei sub al prototipo degli sci d’acqua. Parrebbe perciò contraddittorio il fatto che detesti Venezia, i suoi mefitici odori, la sua assurda posizione (“Ma come fanno queste genti a vivere fra canali d’acque stagnanti e lerce, e invasioni di topi?”, p.67). Eppure così non è, perché, pur essendo città d’acqua come nessun’altra al mondo, dell’acqua nega l’essenza, il cangiamento continuo, il suo non aver mai quiete, imprigionata com’è nei suoi paludosi e bassi canali.
L’acqua è anche il destino dei tre personaggi di invenzione che l’Autrice con grande maestria intesse nella biografia di Leonardo, facendone dei potenti catalizzatori che conducono a sintesi stralci di vissuto del protagonista, in una dimensione di dubbiosa realtà, ma più potente della realtà stessa (“Perché vede più certa la cosa l’occhio ne’ sogni che colla immaginazione quando desto”). Clarice e Rachel sono due figurette diverse tra loro, che inteneriscono perché inermi e determinate al tempo stesso nell’inseguire il senso della propria esistenza, accompagnate da un medico, Vincent, che nella sua stessa identità celebra il drammatico fallimento della ragione.
Il Leonardo dell’Autrice si muove anche nella storia: magnificamente descritti e restituiti al lettore moderno i suoi incontri con Aldo Manuzio e con Pico della Mirandola, commovente nella sua tragica incompiutezza il rapporto con la ormai vecchia madre, crudo nella sua violenta fisicità il ritratto del caravaggesco Salaì.
Un romanzo saggio, dunque, che non ricama in superficie le vicende storiche, ma che ci dà una chiave di lettura supplementare per comprendere la profonda complessità di una mente grandiosa come quella di Leonardo, che non è tale solo perché enciclopedica nel più schietto significato del termine, ma perché si muove inesausta in ogni direzione alla ricerca del senso, come quando interroga gli organi ormai privi di vita, gli occhi in particolare, cercandovi ancora una scintilla di vita e di conoscenza.
E’ un Leonardo tutto fisico, quello che Valentina Fortichiari ci restituisce, lontano dall’iconografia ufficiale del vecchio saggio barbuto e quasi calvo che tutti conosciamo. La sua è una fisicità affatto consapevole, ricercata e custodita con l’esercizio e una dieta attenta. Ciò non conferisce tuttavia a Leonardo la pienezza e la sicurezza del suo celebre “Uomo vitruviano”. Al contrario, egli ci appare come una creatura umbratile, irrisolta, inquieta e inquietante, incapace di opporre resistenza, incapace di educare, di combattere.
Debbo confessare di aver provato da sempre un istintivo e originario sentimento di disagio di fronte alla pittura leonardesca, di cui sono portato a cogliere una immediata dimensione torbida e malata, sottostante la clarté del paradigma rinascimentale. Questo notevole romanzo di Valentina Fortichiari, pur fondando ulteriormente le ragioni di quel disagio, mi ha aiutato a meglio comprenderne radici e contesto.

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2 thoughts on “Valentina FORTICHIARI, “Non ha mai quiete”, romanzo, Sedizioni, Milano 2015, pp. 207”

  1. Volevo il movimento, non un’esistenza quieta. Volevo l’emozione, il pericolo, la possibilità di sacrificare qualcosa al mio amore. Avvertivo dentro di me una sovrabbondanza di energia che non trovava sfogo in una vita tranquilla (Lev Tolstoj) … e vidi il sole che percotea la montagna essere più luminoso quivi che nella bassa pianura (Leonardo Da Vinci)

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