LA VISITA DI RENZI A VENTOTENE: OSSERVAZIONI DI UN CITTADINO EUROPEO SUL FUTURO DELL’EUROPA


Matteo Renzi, reduce da Berlino e dal deludente incontro con Angela Merkel di venerdì 29 gennaio scorso, è andato a Ventotene, a portare fiori sulla tomba di Altiero Spinelli, uno dei Padri Nobili dell’Europa intesa come entità politica sovranazionale, tentando di costruirsi un profilo di statista internazionale che, con tutta evidenza, non possiede.(1)
Il Manifesto spinelliano risale a 70 anni fa. Si tratta di un torno di tempo che va oltre le due generazioni, durante il quale il mondo, è banale dirlo, ha subito sconvolgenti trasformazioni.
Il concetto di Europa non può dunque restare lo stesso degli anni ‘40, né può essere ripetuto come un mantra negli stessi termini in cui alcuni visionari lo elaborarono mentre era ancora in corso la guerra.
Se andiamo alla radice vera dell’ideale europeista, non possiamo non individuarne un motore fondamentale, dopo Potsdam, nella presenza ormai consolidata dell’URSS nel centro del Vecchio Continente e la necessità, da parte degli USA e delle ex grandi potenze europee (Francia e Regno Unito), di arginare una sua ulteriore avanzata.
Il 5 marzo del 1946, al Westminster College di Fulton, nel Missouri, Churchill pronuncia il celebre suo discorso passato alla storia come il ‘Discorso della Cortina di Ferro’: “Da Stettino nel Baltico a Trieste nell’Adriatico una cortina di ferro è scesa attraverso il continente. Dietro quella linea giacciono tutte le capitali dei vecchi stati dell’Europa Centrale ed Orientale. Varsavia, Berlino, Praga, Vienna, Budapest, Belgrado, Bucarest e Sofia; tutte queste famose città e le popolazioni attorno ad esse, giacciono in quella che devo chiamare sfera Sovietica, e sono tutte soggette, in un modo o nell’altro, non solo all’influenza Sovietica ma anche a una altissima e in alcuni casi crescente forma di controllo da Mosca.”. L’unità europea venne così compromessa con la dissezione del suo stesso cuore, quella Mitteleuropa che aveva determinato per secoli fisionomia e destini dell’intero Continente.
Accanto a questo fattore, ve ne è un secondo, stavolta interno al campo occidentale: la relazione storicamente drammatica tra le due sponde del Reno.
Sul grande fiume corre infatti una faglia antica, che risale nel tempo fino ad Augusto, alla sua sconfitta a Teutoburgo e alla nascita di due Europe, una latina e una germanica. Si può dire che, da Carlo Magno in poi l’Europa è vissuta attorno a questo incontro-scontro, con alterne vicende e alterne supremazie, da Luigi XIV a Bismarck.
Nella storia più vicina a noi, quella cioè del secondo Dopoguerra, la Francia, ammessa nel novero dei vincitori per la straordinaria intelligenza politica di De Gaulle, e la Germania, sconfitta per la seconda volta nel corso di una generazione, fatta a pezzi e ridotta a un cumulo di macerie, non hanno per questo cessato di rappresentare “la” questione europea. Di conseguenza, anche l’attuale asse franco-tedesco, seppur indebolito per la mediocre statura dei suoi massimi rappresentanti, non è solo “una” delle possibili strategie della politica europea, come parrebbe credere il nostro presidente del consiglio quando ne chiede lo smantellamento in nome di una supposta e mai esistita collegialità europea; essa rappresenta in realtà un dato geopolitico ineludibile.
Nell’ultimo settantennio la dinamica del rapporto franco-tedesco si può raffigurare come un moto pendolare partito da un punto iniziale di indiscutibile egemonia politico-economica della Francia vittoriosa. E’ soprattutto con Charles de Gaulle che essa tese a subordinare il potenziale economico della Germania, la cui rinascita era facilmente prevedibile, nonostante le immani distruzioni della guerra, mantenendo la stessa Germania in una condizione di divisione (nel 1949 nasce la BRD ad occidente, seguita immediatamente dopo dalla DDR a oriente) e di insignificanza politica.
Tappe fondamentali in questo senso furono, a partire dalla costituzione e lo sviluppo della CECA (1952), la nascita stessa del primo nucleo della futura Unione Europea (1959).
Il progetto, poi rivelatosi illusorio, cercava di far nascere non già un’Europa unita e federale, come nei sogni di Spinelli, bensì un’entità politica continentale di stampo confederale (l’Europa delle Nazioni), capace di far dialogare l’est e l’ovest del Continente ed egemonizzata politicamente dalla Francia, la quale, non per nulla, era ostile a far entrare nella comunità europea il Regno Unito, considerato, con una qualche fondata ragione (vedi gli accordi di Bretton Wood e la sottomissione della sterlina al dollaro), una sorta di satellite degli USA. In fondo, mutatis mutandis, rinasceva il disegno napoleonico di un’Europa dall’Atlantico agli Urali.
Tuttavia, gli eventi degli anni ’50, Dien Bien Phu e lo scoppio della guerra in Algeria prima, l’affaire Suez e il grande moto di decolonizzazione dopo, sancirono il definitivo declino della potenza globale francese, a tutto vantaggio degli Stati Uniti.
Inoltre, la rinascita economica della Germania e la sua ricostruzione “miracolosa” non potevano non originare un accrescimento sempre maggiore del suo potenziale politico, proprio perché, a differenza del miracolo economico italiano, che in nulla modificò la posizione di sostanziale insignificanza dell’Italia sullo scacchiere mondiale, la crescita tedesca fece riaffiorare, direi quasi automaticamente, il ruolo storico della Germania al centro dell’Europa.
Dalla prima metà degli anni ‘60 è evidente che la politica continentale della Francia nei confronti della Germania passò da una strategia di egemonia a una di contenimento. Soprattutto della strapotenza del marco tedesco.
Fu sostanzialmente questa la strategia che guidò alla creazione per fasi della moneta unica europea, a partire dalla creazione di un’unità di conto scritturale (ECU), dall’attuazione di una politica di stabilizzazione dei cambi (serpente monetario) fino all’introduzione dell’Euro in 11 Paesi (1999), seguiti poi, fino al 2015, da altri sette.(2)
A processo politico di unificazione niente affatto compiuto e reso sempre più fragile da un allargamento “scriteriato” (nel senso letterale del termine) della UE, la genesi della moneta unica europea si intrecciò con avvenimenti capitali: la caduta del Muro (1989), la Wiedervereinigung nel 1990 e la scomparsa dell’URSS (1992).
Quello che Dominique Wolton definisce “le paradoxe de Maastricht”, cioè a dire il fatto che la questione europea sia stata rimessa al centro del dibattito politico delle diverse nazioni “au moment où la fin de la guerre froide rendait cette construction politique moins urgente” esprime con chiarezza il punto di svolta della recente storia del nostro Continente.(3)
Lo stesso Delors ammette infatti che “en dehors des idéaux des pères du traité de Rome“, la costruzione europea non ha potuto iniziare il suo cammino se non per la “crainte du communisme”.(4)
Con la scomparsa della Cortina di Ferro, rinacque di fatto quella Mitteleuropa che, seppur lacerata per un quarantennio, non è mai svanita dalla coscienza e dalla cultura dei popoli europei, una Mitteleuropa che ha sempre “parlato tedesco”, con il Reich germanico e la monarchia danubiana degli Absburgo prima, con la Germania unificata oggi.
Tale ridislocazione dei pesi ha fatto sì che oggi la BRD rappresenti di nuovo un punto di riferimento non solo economico, ma anche politico e culturale per una corona di stati a cavallo dell’ ex confine est-ovest, che vanno dall’Austria ai Paesi Baltici, ai vecchi territori imperial-regi della Repubblica ceca, della Polonia, della Slovenia, della Slovacchia e dell’Ungheria. Di qui il vistoso declino del peso politico ed economico della Francia.
Non bisogna poi dimenticare che, seppur fredda, c’è stata una guerra, che si è conclusa, come tutte le guerre e dopo poco più di 40 anni, con vinti e vincitori. La caduta del Muro segna infatti la fine di questa terza guerra mondiale sui generis e come tale rappresenta una rottura forte, non già una semplice tappa di un cammino lineare verso l’ampliamento della libertà e dei diritti.
Così come è stata configurata fino alla metà degli anni ’90, l’Europa Unita non serve più. Con il venir meno dell’URSS, la sua funzione di antemurale verso il comunismo e di vetrina delle libertà ha cessato di avere un senso. C’è stata una sconfitta, quella del modello del cosiddetto “socialismo reale” e una vittoria, quella del modello occidentale nella sua forma più radicale (Thatcher, Reagan) e del “Pensiero Unico”. Ciò ha fatto invecchiare, rendendolo retorico e meramente enunciativo l’obiettivo politico “alto” o, se si vuole ideologico di Altiero Spinelli, degli Stati Uniti d’Europa. A contatto con la nuova realtà determinatasi dalla sconfitta e della vittoria di cui si diceva sopra è emersa tutta l’astrattezza di un concetto di Europa nato da un anelito di pace più che giustificato dopo tanti massacri, ma storicamente assai mal fondato.
Se, come dice Renzi, non si vuole un’Europa fatta solo di ragionieri e di bilanci in pareggio, è pur vero che quest’altra Europa non può essere costruita solo su un mito e sull’ignoranza della storia.
Sono molti gli interrogativi a cui rispondere; ad esempio: cosa ha comportato il quarantacinquennio circa di dominio sovietico sugli stati dell’Europa centro-orientale, ora integrati nella UE? Il Regno Unito fa davvero parte dell’Europa (ricordiamo la celebre battuta rivelatrice dello spirito che tutt’oggi anima la maggior parte dei cittadini del Regno Unito: “c’è nebbia sul Canale, il Continente è isolato.”)?
La prospettiva di un disfacimento del mito dell’Europa Unita è all’orizzonte e non è opera di cattivi soggetti, degli gnomi di Bruxelles, ma della forza delle cose che nascono dalla storia e, soprattutto, dalla forza della potenza egemone vincitrice dello scontro con l’est comunista, gli Stati Uniti d’America, per i quali l’Europa, da fulcro di una politica di contenimento dell’arcinemico è diventata una periferia dell’impero, da tenere semplicemente sotto controllo e, se possibile, sotto scacco. È in questa prospettiva che rinascono altresì antichi e mai recisi legami tra Germania e USA, cementati dalla storia delle imponenti ondate migratorie di tedeschi al di là dell’Atlantico nel XIX e agli albori del XX secolo e da una politica sempre tendenzialmente amichevole (nonostante le due guerre mondiali) dei secondi verso la prima. (5)
Bisogna dunque riprendere le misure e, lucidamente, tornare ad una diversa articolazione delle prospettive. Non esiste più il mondo diviso in due (o, se si vuole, in tre); gli equilibri globali si compongono in un quadro variabile di alleanze e di interessi che non sempre trovano i contraenti dalla stessa parte; sono accresciute le aree di attrito e di incerta collocazione: un esempio per tutti, la Turchia, membro della NATO, alleata di USA, e Regno Unito e Francia, che bombardano il sedicente Califfato, eterna candidata all’ingresso in Europa, eppure sostenitrice del Daesh in quanto anti Assad e, soprattutto anti Curdi; sono numerosi i processi incompiuti (Schengen e la stessa moneta unica: non si è mai visto nella storia un abbattimento di frontiere e un’unificazione monetaria senza la presenza di una comune sovranità statuale e un comune controllo delle frontiere).
I proclami non bastano più; sventolare bandiere e fare retorici richiami all’ideale europeo non solo non sono utili, ma finiscono per essere controproducenti.
E’ necessario prendere coscienza dei cambiamenti e mutare strategia. Un’Europa a 28 è, allo stato attuale, sinonimo di paralisi, conflitti incrociati, irrilevanza politica a livello internazionale. La direzione potrebbe quindi essere quella di puntare a “un’Europa a geometria variabile”, cioè a dire a processi di unificazione più o meno accelerati ed estesi, a seconda delle reali convenienze dei singoli paesi coinvolti, riconoscendo le radici storiche e culturali di ciascuno.
__________________________________________________
(1) – http://video.corriere.it/renzi-lingue-straniere-senegal-si-lancia-un-intervento-francese/9f6f90fa-ca77-11e5-a089-b5567fb53351
(2) – Jacques Delors lo dice esplicitamente, anche se non senza qualche disagio: l’unione monetaria “c’est le seul moyen d’arrimer définitivement l’Allemagne a la construction européenne”. (DELORS, Jacques, L’unité d’un homme. Entretien avec Dominique Wolton, Paris 1994, pp. 238-239.
(3) – Ibid., p. 226.
(4) – Ibid.
(5) – Già dagli anni ’20 si cominciò a parlare di una nuova politica da tenere nei confronti della Germania, oppressa dal pagamento dell’enorme ammontare delle riparazioni di guerra, falcidiata da un’inflazione astronomica e con il bacino della Ruhr ancora occupato dai Francesi. Gli Americani spingevano per rinsaldare la nuova Repubblica di Weimar come antemurale per il nuovo “nemico pubblico numero 1”, cioè a dire l’Unione Sovietica. La politica filotedesca degli USA si scontrava tuttavia già allora con le diffidenze francesi nei confronti del nemico d’oltre Reno. Tale politica si sarebbe tradotta di lì a poco nel “Piano Dawes” di forte sostegno alla ripresa economica della Germania. Un piano Marshall ante litteram.

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3 thoughts on “LA VISITA DI RENZI A VENTOTENE: OSSERVAZIONI DI UN CITTADINO EUROPEO SUL FUTURO DELL’EUROPA”

  1. Gentile Professore,
    utilizzero’ questo Suo testo quale base di conoscenza e riflessione per le mie figlie: tredici e diciotto anni. Cercavo da tempo uno “strumento didattico” per aprire loro la mente verso il Mondo che le attende: i testi scolastici (qui in Francia dove viviamo) sono muti o appena caricaturali, l’accavallarsi di eventi politici, economici, sociali rimandano a spiegazioni spesso troppo complesse per il loro livello di studi, e se un giovane non riesce a capire si disinteressa. Del Suo articolo apprezzo la chiarezza, condivido l’analisi e son convinto che sarà di grande aiuto per le mie figliole.

    Concordo profondamente quando afferma che è: “della forza delle cose che nascono dalla storia” il divenire degli eventi. Tuttavia non voglio che cio’ si tramuti in impotente fatalismo dei giovani; desidero infondere ideale e speranza per cui battersi alle mie figlie.

    Alla loro età ero molto impegnato nel Movimento Federalista Europeo di Altiero Spinelli e Aldo Garosci, di cui allora non comprendevo i continui alterchi, ma avevo bisogno di esprimere in azione concreta il mio desiderio d’Europa e il MFE dava sostanza al mio desiderio.

    Indico alla mie figlie quanto avviene nell’azione del Governo italiano in ambito europeo, come esempio a cui guardare per non rassegnarsi alla graduale rinuncia di libertà, al prevalere di squallidi egoismi, corporativismi superati dalla storia che ora in Francia sono subiti col diffondersi di allarmi, di paura. Certamente piacerebbe anche a me che l’azione di Renzi fosse più lineare, più “elegante”, ma quale altro esempio posso suggerire alle mie figlie: quello di Cameron? della Danimarca? dell’Ungheria? della povera Grecia di Tsipras?

    Accetto pragmaticamente l’idea di “un’Europa a geometria variabile” purchè alle mie figlie sia conservato quello spirito di libertà di cui ha goduto in crescedo la mia generazione (’37), ma a chi suggerisco di “guardare” a mia figlia che tra poche settimane sarà nelle liste elettorali?

    Una Sua riflessione in proposito sarebbe per me di grande aiuto; la ringrazio fin d’ora, semmai ne trovasse il tempo. Le saluto cordialmente

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    1. Gentile Maurizio,
      sono lusingato dal fatto che il mio testo sintetico possa essere d’aiuto alle sue figlie. Lungi da me spengere entusiasmi. Anch’io come lei ho avuto fiducia in molti dei valori che l’Europa sembrava incarnare fino all’ 89. Poi, è questa la mia opinione, la Politica con la P maiuscola è morta, sostituita dal piccolo cabotaggio dei tecnici brussellesi e dallo strapotere della finanza globale che nel Pensiero Unico Vittorioso ha trovato vaste praterie.
      Spero proprio che le sue figlie e mio figlio, assieme alla loro generazione che si sta affacciando alla vita adulta, riescano a riprendere il filo interrotto e a tornare a “pensare in grande”, come hanno fatto, a torto o a ragione, Spinelli, Schumann, Adenauer, De Gaulle, De Gasperi, fino a Delors. Ad occhi aperti, però, senza miti e conoscendo bene la Storia.
      Quanto al suo suggerimento finale, mi spiace di aver visto il suo commento così tardi e mi scuso per la risposta altrettanto tardiva, ci penserò, perché l’argomento mi appassiona. Grazie ancora.

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