Furbetti e populisti


Grandi clamori, visi dell’arme, richieste di pene severissime (non ancora la gogna, ma …) per gli impiegati fedifraghi che timbrano il cartellino anche per i colleghi assenti, secondo una prassi ahinoi diffusa, consolidata e annosa.

Il governo non si è lasciato sfuggire l’occasione, sincrona con gli sgoccioli della campagna elettorale, per esibire ancora una volta i muscoli: nessuna pietà, cacciata immediata per i rei, pacchie finite.

Naturalmente il presidente del consiglio sa bene che la mera soluzione “poliziesca” del problema si dimostrerà inefficace, ma tant’è: l’importante è alzare i toni, far vedere che “noi si tira diritto”.

In buona sostanza si tratta di quello stesso modo di agire populistico che si rimprovera a ogni piè sospinto ai movimenti dell’opposizione e che tende a vedere tutta la realtà in bianco e in nero, a dividere l’umanità in buoni e cattivi, senza dubbi e incertezze.

Nella fattispecie la questione è invece, al di là delle apparenze e per chi voglia ragionarci sopra con meno emotività, assai più complicata della facile icona negativa del “vigile in mutande” di Sanremo.

Investe infatti e innanzi tutto il modello di lavoro all’interno della Pubblica Amministrazione, ancora largamente dominato da logiche otto-novecentesche, direi quasi fordiste, logiche che prevedono un’uniforme linearità dell’impegno lavorativo, una parcellizzazione minuta dei compiti, una diffusa deresponsabilizzazione dei singoli rispetto all’obiettivo generale perseguito dall’ufficio, in analogia con quanto avveniva nelle catene di montaggio. È da questa impostazione che nasce la necessità di un controllo punto per punto, sia dello spazio che del tempo, dei processi produttivi, da qui gli strumenti di sorveglianza tipici dei “Tempi moderni” di chapliniana memoria, dagli odiati “capi” con il cronometro in mano, ai registri delle presenze, alla timbratura dei cartellini, oggi sostituiti dai più tecnologici badge.

Nell’industria privata avanzata tutto ciò è oggi solo un ricordo: il lavoro in team è ormai la regola, come pure il coinvolgimento dei lavoratori rispetto ai risultati da ottenere, con la conseguente, possibile articolazione flessibile dell’impegno, a seconda delle esigenze del momento.

Partiamo dai fatti di cronaca: se in un ufficio con un organico di 17 persone ci vuole la Guardia di Finanza per accorgersi che manca regolarmente all’appello più del 50% del personale, è evidente che, al di là del giudizio morale sul comportamento dei singoli, non possono non sorgere interrogativi sull’organizzazione generale della struttura. Delle due l’una: o il personale è in esubero del 50% rispetto ai compiti affidatigli (cioè a dire, lo stesso lavoro potrebbe essere portato a termine con la metà delle risorse organiche) oppure il lavoro è organizzato in maniera inefficiente, inefficace e quindi diseconomica. Se così non fosse, l’impiegato o l’addetto non potrebbe assentarsi arbitrariamente dal proprio ufficio, non per ragioni etiche, ma perché si troverebbe nell’impossibilità di farlo, avendo assunto compiti e obiettivi ben commisurati a tempi e a scadenze precise.

Ѐ qui il nocciolo del problema. Bisogna porre mano non già a roboanti quanto inutili inasprimenti delle pene per accontentare le numerose e chiassose tricoteuses del nostro Paese, ma a un ripensamento radicale delle forme in cui si opera nella PA.

Qualche anno fa si parlò molto di una dimensione “femminile” dei tempi di lavoro. Mi pare sia stata una delle tante meteore mediatiche, poi scomparsa nelle oscure superficialità della politica italiana. Bisogna invece riprendere la riflessione su quel tema, che va al di là della caratterizzazione di genere che si è voluto darle, per aprire la strada ad una condizione più produttiva del lavoro impiegatizio, sia per gli operatori che, soprattutto, per i fruitori dei servizi.

In particolare, le nuove tecnologie informatiche, se diffuse e sostenute da reti territoriali ampie e moderne (non è purtroppo ancora il caso dell’Italia, uno dei Paesi sviluppati tra i meno attrezzati in questo senso) consentirebbero di adattare meglio le attività alle necessità territoriali e familiari, riducendo gli spostamenti casa-lavoro, flettendo i tempi a seconda delle esigenze degli operatori, senza pregiudicare la qualità del servizio, distinguendo il back office dal front office e utilizzando al massimo il telelavoro, oggi da noi ancora troppo poco diffuso; soprattutto abbandonando l’idea di un lavoro lineare, continuo, uniforme (“alienato”, si sarebbe detto in altri tempi) e introducendo in tutti gli uffici un’operatività per progetto, in cui ciascuna tappa del processo produttivo acquisti un suo senso e disponga degli strumenti necessari al raggiungimento degli obiettivi in un preciso ambito temporale. Ciò consentirebbe al dirigente di essere qualcosa di più di un pastore che deve badare a che il gregge non si disperda, ma gli conferirebbe la piena e verificabile responsabilità dei risultati ottenuti.

Se questa fosse l’impostazione, si potrebbero agevolmente abolire i classici controlli del mero tempo trascorso in ufficio, spesso una sorta di black box all’interno della quale non si sa bene cosa succede e, soprattutto, se tutte le unità lavorative, pur fisicamente presenti, operino utilmente ed efficacemente al servizio della comunità.

Adattando tempi e modi agli scopi da raggiungere di volta in volta, nella massima trasparenza delle procedure e delle risorse impiegate, non ci sarebbe più nulla di male nel fatto che un impiegato non vada tutti i giorni in ufficio alla stessa ora, per poi uscirne alla stessa ora. La riprovazione nascerebbe solo dal mancato raggiungimento dei risultati previsti.

Perché, è bene ricordarlo, si può anche timbrare puntualmente il cartellino in entrata e in uscita e poi trascorrere gran parte del proprio “tempo di lavoro” a fare altro, senza che questo desti un particolare sdegno nell’opinione pubblica. Lo scandalo vero sta proprio qui.

[pubblicato su http://www.eguaglianzaeliberta.it/]

 

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2 thoughts on “Furbetti e populisti”

  1. D’accordo su un lavoro collettivo dotato di senso e sulla responsabilità di chi è preposto al coordinamento. Quanto agli orari sono per loro natura contrattualmente legati alla retribuzione, o viceversa. Ma possono variare con un’ampia flessibilità in funzione sia delle esigenze della produzione (beni o servizi) sia dei bisogni individuali. (Propongo di pubblicare il pezzo su EL)

    Ciao.

    A.

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    1. Grazie per le considerazioni e per la proposta di pubblicazione su EL. Il tema è vasto, delicato e, pur avendo radici profonde e ormi lontane (Legge Bassanini), ha conosciuto un esile sviluppo. Avrò letto distrattamente, ma a me pare che abbia ben poco segnato anche il recente testo della riforma della PA redatto dall’on.le Madia.
      C.

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