Brexit: un’occasione per tornare a pensare in grande


Aggiungo anche la mia goccia all’oceano dei commenti formatosi dopo l’inaspettato (?) esito del referendum inglese sulla permanenza nella UE, allineandomi a quanto detto con ben maggiore autorevolezza nell’ultimo numero di “Eguaglianza & Libertà” (http://www.eguaglianzaeliberta.it/) da Antonio Lettieri (Brexit certifica il fallimento europeo) e Carlo Clericetti (Brexit, gli apprendisti stregoni dell’austerità).

Dico fin da subito che, se fossi stato un elettore britannico, avrei votato per il “leave”. Non perché mi piaccia Farage o perché sia nazionalista, xenofobo e antieuropeo, ma perché sarebbe stato l’unico modo per far intendere a chi governa l’UE che così non si può più andare avanti.

Il coraggioso voto soprattutto inglese, con buona pace degli intellettuali progressisti emunctae naris, non è tout court il voto della Chouannerie o delle arretrate zone rurali del Paese; come spiegare altrimenti il voto scozzese, largamente espressosi per il “remain”, pur essendo la Scozia ben più largamente agricolo-pastorale dell’Inghilterra? Senza contare poi che i distretti del nord, dove il “leave” ha prevalso massicciamente, non sono zone rurali, ma ospitano forti insediamenti industriali, gravemente colpiti dalla crisi e dalla disoccupazione. Piuttosto è stato il voto di cittadini che non si sentono più tali, sopraffatti come sono da un meccanismo di governo comunitario democraticamente incontrollato e incontrollabile, che agisce per algoritmi, seguendo i dettami della finanza e trascurando le necessità e i bisogni delle persone, un meccanismo che è guidato da Troike, Uffici e Commissioni non eletti da nessuno, che dispongono a piacimento dei destini dei popoli e che, aspetto ancora più grave, fanno da copertura all’inanità politica e ai conflitti di interessi dei diversi governi nazionali. Un ultimo esempio: il prolungamento di sei mesi delle “inique sanzioni” nei confronti della Russia, approvato in automatico da un gruppo di alti funzionari, giusto in contemporanea con la visita di Renzi e altri leaders europei a Mosca.

In una delle tante trasmissioni dedicate all’evento dalla BBC, mi ha colpito quello che ha detto un signore un po’ avanti negli anni per giustificare la sua scelta pro leave: “Sono consapevole, ha detto, che soffrirò per alcuni anni le conseguenze della mia decisione, ma l’ho fatto per i miei nipoti, che sicuramente staranno meglio.” Al di là del merito e della fondatezza di questa affermazione, mi pare che essa esprima in parole semplici la volontà di riaffermare il primato della politica sull’economia, di una politica che sappia progettare per le generazioni future e non sia succuba degli zerovirgola, una politica che pensi in grande e che l’Europa ha pur conosciuto ai tempi di de Gaulle, di Adenauer, di Brandt, di Mitterrand, di Kohl. Ora sembra invece che al timone della UE siedano dei nani impauriti, capaci solo di ragionare in termini di Fiscal Compact, drastiche riduzioni della spesa sociale, con conseguente impoverimento di milioni di cittadini in tutto il Continente.

Abbiamo poco tempo a disposizione. Credo che già le elezioni spagnole di oggi risentiranno del voto inglese, anche perché la Spagna è sottoposta a un ennesimo esame da parte di un oscuro organismo comunitario, per verificare se ha fatto bene i compiti nel tagliare il bilancio sociale e forse dovrà pagare una multa di alcuni miliardi per avere sforato il tetto previsto. Tutto ciò in un contesto sociale gravemente compromesso da un tasso di disoccupazione altissimo, da una crisi economica che morde soprattutto in basso e in cui i governanti non hanno certo lesinato, almeno negli ultimi cinque, sei anni, corpose riduzioni al Welfare.

Dopo la Spagna, ci sarà la Francia, dove Marine Le Pen canta già vittoria. E poi?

È urgente abbandonare la vuota e comoda retorica europeistica, che ha contribuito a coprire le malefatte degli (in)decisori politici. È tempo di intraprendere un cammino comune ben tracciato sui grandi temi strategici che ci preoccupano, dal tema del lavoro a quello della ricerca e dell’innovazione tecnologica, dalla sanità alle infrastrutture continentali, al controllo concretamente comune dei flussi migratori, al sistema bancario e al ruolo della BCE. Non è vero che mancano le risorse; in questi ultimi dieci anni si è calcolato che esse si sono al contrario globalmente accresciute, anche se, assieme ad esse,si sono enormemente accresciute  le diseguaglianze sociali. Manca solo un chiaro disegno politico e la volontà di attuarlo.

Speriamo  che l’Europa dei ragionieri alla Schaeuble, che con la sua iattanza ha tanto contribuito alla vittoria del leave,  sia ormai al tramonto.

[pubblicato su http://www.insightweb.it/web/content/]

 

 

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