La questione dei “migranti”: politica estera, politica interna?


Il recente, tragico episodio di Fermo, che ha visto l’assassinio di un uomo di origine nigeriana per motivi legati al fanatismo razzista, dimostra una volta di più che alla radice di questa forma del Male vi è innanzi tutto l’ignoranza.

Per questo non dobbiamo limitarci alla retorica dell’esecrazione, ma restare lucidi e sforzarci di comprendere la realtà sfaccettata di un fenomeno come quello delle migrazioni, che non tollera visioni in bianco e nero.

Ieri

Come forse tendiamo a dimenticare, le migrazioni sono antiche quanto la presenza dell’uomo sulla Terra. Noi stessi, appartenenti al genere Homo sapiens sapiens, siamo giunti in Europa dall’Africa, culla dell’umanità, all’incirca 45.000 anni fa, affiancandoci e poi sostituendo il nostro “cugino” neandertaliano, del quale portiamo ancora le stimmate nel nostro DNA.

A quella primitiva e fondamentale ondata migratoria se ne sono succedute migliaia di altre, più o meno imponenti, più o meno determinanti e durature.

Per restare alla nostra storia di europei d’occidente, penso sia sufficiente rammentare la migrazione degli  Elleni e dei Latini dal nord Europa rispettivamente in Grecia e nella penisola italica, quella degli Etruschi sbarcati in Toscana provenendo dall’Oriente egeo, quella dei Fenici, che si sono espansi dalla costa siro-libanese all’Occidente, fino alla Spagna, alle Isole Cassiteridi (Gran Bretagna) e al Golfo di Guinea, le Völkerwanderungen del tardo impero romano, destinate a forgiare la nuova Europa carolingia e romano-germanica, la folgorante espansione araba che, in meno di un secolo, penetrò nell’Africa settentrionale mediterranea e occupò la Spagna (al-Andalus), lasciando splendide eredità culturali ancora oggi non sopite.

Nessuno dovrebbe ignorare che tutte le grandi civiltà sono state e sono civiltà “meticce”, nate, cresciute e vitalizzate da apporti culturali differenti, civiltà capaci di accogliere le energie nuove provenienti da sconosciuti “altrove” e di sfruttarne il potenziale bio-economico, allo scopo di accrescere il benessere proprio e quello dei nuovi arrivati.

Le civiltà che non hanno conosciuto o che si sono chiuse dinnanzi a tali processi, si sono estinte nel giro di poche generazioni. Basti pensare al destino di Sparta, città-simbolo della purezza razziale, scomparsa assai precocemente dalla ribalta della storia.[1]

Oggi

È pur vero tuttavia che il nostro primo sentire dinnanzi a uno straniero è caratterizzato da un sentimento di diffidenza, se non di repulsione; si tratta di una reazione atavica, che non va né negata in radice, come vorrebbero gli irenisti puri, né presa a modello di “sano” comportamento difensivo. Va gestita ed elaborata in senso “politico”, inteso nella più alta accezione del termine.

Conoscere per deliberare” diceva Luigi Einaudi, soprattutto se si vuole fare politica. Purtroppo, per dirla in termini benevoli, in questi ultimi anni il nesso tra politica e cultura si è molto usurato. La politica è diventata così una caricatura della dottrina cosiddetta machiavelliana del “fine che giustifica i mezzi”, (peraltro inesistente negli scritti del Fiorentino). Attenta al minimo stormire dei sondaggi, timorosa di perdere posizioni all’interno del proprio orticello, la politica, soprattutto europea, è diventata evanescente, tra inconsulte e pavide decisioni (vedi il contratto-mercimonio dei 6 miliardi con la Turchia) e prese di posizioni alterne, tra tintinnar di sciabole e ingiustificati appeasement. In questo quadro si inscrive anche l’ultima dichiarazione della appena percepibile “ministra degli esteri” della UE su una possibile sanzione da comminare a chi “innalzerà muri”. Siamo ancora una volta di fronte a una politica solo mediatica. Non si capisce infatti chi sanzionerà chi e, soprattutto, quale autorità sovrannazionale avrà il potere di farlo, in assenza di una politica europea globale in tema di immigrazione. La stessa Brexit si è determinata in misura non secondaria proprio a causa della cattiva gestione brussellese del problema.

È invece urgente e necessario analizzare scientificamente (cioè a dire storicamente) il fenomeno delle migrazioni in tutti i suoi variegati aspetti e mettere in campo azioni diversificate a breve, medio e lungo termine, tenendo ben presente che governare non significa rispondere sintomaticamente agli eventi, mettere in campo iniziative ad horas, collocarsi alla coda e non alla testa delle dinamiche sociali sopravvenute, perché, così facendo, gli squilibri in atto si accresceranno, aumenterà l’ampiezza delle loro oscillazioni, fino a provocare ondate anche distruttive.

Innanzi tutto va affrontata la questione di un fenomeno migratorio percepito, che contrasta con quello reale, le cui cifre sono decisamente meno allarmanti di quanto l’opinione pubblica non sia indotta a credere. Non si insiste mai a sufficienza sul paradosso di un’Unione Europea con (escludendo il Regno Unito) oltre 400 milioni di abitanti, che sembra esser messa in ginocchio dall’ingresso di alcune centinaia di migliaia di immigrati all’anno.

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                                                                             (Repubblica.it)

La causa principale di tale scarto tra migrazione percepita e migrazione reale nasce dalle condizioni in cui versano le società nazionali europee al loro interno, strette come sono nella morsa di una crisi economica che, gestita solo in termini di austerità e di pareggio di bilancio, crea sempre maggiori diseguaglianze e segna un progressivo abbandono da parte dello Stato dei territori marginali, soprattutto, delle periferie urbane, dove la presenza delle istituzioni, vuoi sul piano del decoro pubblico (la bellezza cui fa spesso giustamente riferimento Renzo Piano), vuoi su quello del controllo fisico delle aree, è diventata sempre più fantasmatica.

Per questo, più che su progetti di “migration compact”, che presuppongono la presenza come interlocutori esterni di società civili e politiche mature e non corrotte, bisognerebbe puntare tutte le risorse possibili sul risanamento delle comunità nazionali europee, mettendo in campo efficaci piani di investimenti pubblici sociali, capaci di riaffermare con forza e dovunque lo Stato di Diritto, arrestare l’incastellamento delle nostre città e l’ampliarsi della forbice tra chi ha tutto e chi non ha niente e impedire l’immiserirsi senza speranza di chi sta già oggi sull’orlo della dissoluzione.

Solo così si potrà contrastare la dolorosa e distorta contrapposizione tra “poveri interni non tutelati” e “poveri esterni assistiti”; solo così i numeri riacquisteranno il loro valore, smentendo in radice ogni discorso di “invasione”. Solo così si metterà fine a quella che si configura come una vergognosa (e lucrosa) industria del profugo, che consente lauti guadagni a pochi e tenui controlli di qualità ed efficacia degli interventi.

Come ogni persona sulla Terra, anche le persone migranti non sono tutte eguali. Abbandonata la speciosa e inefficace distinzione, oggi molto in voga, tra “migranti economici” e “migranti politici”, si dovrebbe piuttosto parlare di:

Immigrati: la categoria di gran lunga più numerosa, che determina la fisionomia drammatica del fenomeno che stiamo attualmente vivendo. La loro decisione di lasciare le sedi d’origine è tutta e solo soggettiva. A differenza dei rifugiati, non esistono “oggettive condizioni di rischio per la persona e per i suoi beni”. La scelta è determinata dalla insoddisfazione personale, dal desiderio di migliorare il proprio status, dalla curiosità e dalla voglia di avventura, dai motivi cioè che sono stati sempre alla base di grandi trasformazioni e di progresso. Non è un caso che si tratti per lo più di persone giovani o giovanissime, in prevalenza uomini, che, in punta di diritto, non dovrebbero godere del diritto d’asilo.  Costoro, spesso ristretti in “centri di accoglienza” nella più totale accidia, quando non brutale sfruttamento, dovrebbero invece essere destinatari di politiche di sostegno a lungo termine, soprattutto nel campo della formazione, mirate ad una loro utile e graduale integrazione nel paese ospite.

Rifugiati (Refugee): UNHCR è la sigla dell’” Alto Commissariato ONU per i Rifugiati” e il termine inglese, tradotto letteralmente in italiano, serve comunemente a designare un po’ tutti i migranti.[2] In realtà, esso dovrebbe riferirsi solo a una determinata categoria di persone, quelle cioè che hanno scelto di fuggire dalle loro sedi e di andare presso altre comunità, per mettersi al riparo da pericoli o da rischi che incombono direttamente su di loro nelle proprie terre d’origine. Il destino di tali persone, che richiedono il diritto d’asilo, non è di per sé stabilmente legato al paese di accoglienza, né esclude un loro possibile ritorno in patria, una volta scomparsi i rischi e i pericoli che ne avevano provocato l’allontanamento.[3] Il carattere di provvisorietà, anche se prolungata (vedi i rifugiati sahraui, in Algeria da oltre vent’anni) di tale permanenza presso le comunità di accoglienza andrebbe comunque preso in considerazione, perché è a tale grado di provvisorietà che dovrebbero mirare le opportune azioni di governo. (Politiche di sostegno al rientro e di integrazione a medio termine).

Profughi: è parola che nella terminologia inglese ONU è assorbita dal termine “Refugee”, ma che dovrebbe tuttavia designare un’ulteriore, diversa condizione.[4] Andrebbe cioè applicata a coloro i quali si sono mossi dalle loro sedi abituali non per scelta individuale o per ragioni personalmente coattive, ma per un preciso volere delle autorità di governo nei loro luoghi di residenza. Profughi erano, ad esempio, i tedeschi scacciati dai Sudeti e dalla Prussia orientale al termine della II Guerra Mondiale, gli italiani dell’Istria e della Dalmazia, costretti ad emigrare con la forza dal governo titino, i musulmani di Bosnia, espulsi dalle milizie serbe di Karadzic e Milosevic. All’interno del fenomeno migratorio che oggi ci interessa, potrebbero essere considerati profughi, ad esempio, gli Iazidi di Iraq e Siria, scacciati, quando non sterminati, da Daesh, in un evidente tentativo di pulizia etnica. Per i profughi la spinta a migrare non è soggettiva, ma determinata dalle circostanze esterne; come per i rifugiati, anch’essi dovrebbero godere del diritto d’asilo, in una prospettiva di un non celere ritorno in patria. (Politiche di integrazione e di sostegno al rientro a medio – lungo termine).

Sfollati (Displaced Persons): nel linguaggio ONU si tratta di persone costrette a fuggire dai loro luoghi di residenza, perché direttamente minacciate di morte, da guerre o da catastrofi naturali, che ne hanno distrutto case e attività. Ricordiamo gli sfollati delle guerre europee e dei terremoti in Campania e in Sicilia, allontanati d’autorità dalle zone a rischio e alloggiati provvisoriamente altrove, spesso all’interno del medesimo paese o, al massimo, nelle zone esterne più prossime ai confini. È il caso oggi dei milioni di sfollati siriani, alloggiati nei tanti campi posti nel settentrione del paese o in zone più tranquille e pacificate, oppure subito al di là del confine turco, giordano o libanese. Per costoro la provvisorietà è ancora più evidente rispetto a quella dei rifugiati e dei profughi e le misure in questo senso dovrebbero facilitare il più possibile il loro ritorno alle originarie aree di residenza. Perciò, quando si dice che il piccolo Libano o la piccola Giordania o la Turchia ospitano un carico di “rifugiati” proporzionalmente ben maggiore del nostro, non si specifica però che si tratta di persone pronte a tornare in patria, non appena le condizioni lo consentiranno. (Politiche di sostegno a breve termine per favorire il rientro).

Distinguere tra politiche emergenziali e politiche di integrazione a più vasto respiro sarebbe utile per tarare azioni diversificate, non per giustificare selezioni tra chi merita l’accoglienza e chi no.

In un paese come il nostro, in evidente declino demografico e con uno squilibrio delle classi d’età tutto sbilanciato verso il segmento terminale della vita, la politica dovrebbe muoversi con coraggio per acquisire queste risorse, governandone l’impiego e l’integrazione, non confinandole in disumani recinti per mesi, se non per anni e pagando enormi somme per il loro mero mantenimento. Se si continuerà a non decidere, a metter toppe, i fenomeni di disgregazione sociale aumenteranno e con essi il tasso di violenza e di rigetto del “diverso” all’interno delle comunità nazionali.

Oltre alla Brexit, che ha colto di sorpresa solo i politici di professione, non ha ancor risuonato abbastanza forte il campanello d’allarme dell’ascesa in tutta Europa delle destre xenofobe e nazionaliste, dalla Polonia alla Slovacchia, all’Ungheria, per non parlare della Francia, della Germania e dello stesso Regno Unito? Crediamo che sia un elemento di folklore il fatto che il 50% della popolazione di un civilissimo paese come l’Austria abbia votato l’FPÖ di Hofer?

[1]  C’è chi legge nella “Germania” di Tacito, testo fondante, suo malgrado, del pensiero razzista europeo, l’esaltazione dell’autoctonia, del concetto di “Blut und Boden”, “sangue e suolo”, contrapposto alla polarità aperta e quindi fonte di corruzione della “Bildung und Besitz”, “cultura e proprietà”. Eppure non si può non cogliere l’ironia dello storico romano quando, riconoscendo ai Germani la “purezza” della loro stirpe, mai mescolatasi con genti estranee, afferma che, del resto, nessuno avrebbe mai potuto desiderare di trasferirsi in quelle terre inospiti: “Quis porro, praeter periculum horridi et ignoti maris, Asia aut Africa aut Italia relicta Germaniam peteret, informem terris, asperam caelo, tristem cultu aspectuque, nisi si patria sit?”, “Chi poi, al di là dei pericoli di un mare tempestoso e ignoto, abbandonata l’Asia, l’Africa o l’Italia, potrebbe desiderare di andare in Germania, una terra senza bellezza, dal clima inclemente, squallida alla vista e selvaggia negli usi, tranne che per coloro che vi sono nati?”(Tac. Germania, II, 1).

[2] Secondo la Convenzione di Ginevra del 1951, art. 1, il rifugiato è “any person who, owing to well-founded fear of being persecuted for reasons of race, religion, nationality, membership of a particular social group or political opinion, is outside the country of his nationality and is unable or, owing to such fear, is unwilling to avail himself of the protection of that country; or who, not having a nationality and being outside the country of his former habitual residence as a result of such events, is unable or, owing to such fear, is unwilling to return to it.”

[3] È su questo punto (il rientro dei rifugiati), ad esempio, che si è arenata la trattativa israelo-palestinese.

[4] In tedesco Flüchtlinge, “rifugiato”, Heimatvertriebene “profugo cacciato dalla patria”; in francese réfugé “rifugiato”, exilé, “profugo”.

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1 thought on “La questione dei “migranti”: politica estera, politica interna?”

  1. Ricevo dall’amico Antonio Lettieri e pubblico, ringraziando per la considerazione:

    “Condivido la profondità storica che merita il fenomeno migratorio. Senza le grandi migrazioni dell’epoca classica non avremmo avuto la Magna Grecia e nell’era moderna gli Stati Uniti d’America…E, in un non lontano futuro i nostri nipoti sarebbero testimoni della desertificazione umana della nostra piccola Europa.

    Aggiungerei che le diverse fasi storiche (e politiche) hanno condizionato le categorie attribuite dal diritto internazionale ai diversi aspetti del fenomeno migratorio. Negli anni ’20 e ’30 del secolo scorso, il fenomeno (la sua legittimità) fu inquadrato nella reazione prima alle conseguenze della rivoluzione d’Ottobre, poi all’avvento dei fascismi. Nel secondo dopo-guerra, come tu ricordi, le organizzazioni internazionali cominciarono a operare distinzioni più sottili (rifugiati, profughi, sfollati) a fianco, e in contrapposizione, alle “migrazioni economiche” determinate dalla volontà di modificare la propria condizione personale/familiare.

    Queste distinzioni hanno retto abbastanza nel corso del tempo, quanto meno per quanto riguarda l’Europa, anche in relazione ai grandi processi storici della decolonizzazione e del collasso dell’impero sovietico. Intanto, milioni di immigrati contribuivano alla crescita economica e allo sviluppo sociale e culturale. Naturalmente, non senza frizioni e momenti critici, come nelle banlieues di Parigi o a Brixton.

    La crisi con la quale oggi ci confrontiamo ha indubbiamente caratteristiche nuove. L’Europa è dinanzi a una situazione senza precedenti. Il processo è stato governabile (e governato, sia pure con i tradizionali attriti) fino a quando si è trattato di flussi provenienti dalla dissoluzione dell’impero sovietico o dei riflessi post-coloniali africani, o anche dalle trasformazioni economiche in paesi come la Turchia.

    Il processo migratorio ha assunto dimensioni e caratteristiche disastrose con le conseguenze esplosive delle guerre ai confini dell’Unione europea, responsabile della disintegrazione di stati con un ruolo chiave nella regione, come l’Iraq e la Siria. Guerre che hanno provocato centinaia di miglia di morti. Ed ecco il punto: milioni di persone (uomini, donne, bambini) che non per loro scelta (o, perfino, in contrasto con quella che sarebbe stata la loro scelta) si presentano come “migranti” alle porte dell’Europa.

    Di fronte a questa tragedia non a torto alcune organizzazioni internazionali, come l’OIM collegata alle Nazioni Unite, hanno deciso di associare le categorie come “rifugiati, “profughi”, “sfollati” che hanno senso in tempi normali, ma il cui senso sbiadisce in un contesto bellico catastrofico. Di fronte a oltre dieci milioni di siriani che hanno dovuto abbandonare le loro case, cinque milioni dei quali finiti fuori dalla Siria, come si fa a distinguere tra le tipologie stabilite in un’altra “era” storica, quando perfino la “guerra fredda” era gestita come strumento di garanzia della pace?

    Ci sono soluzioni? Finora quelle trovate dalla civilissima Unione europea sono inefficienti e indegne: come fare della Turchia un grande campo di concentramento o della Libia, uno stato fallito, il guardiano-mercenario delle coste meridionale del Mediterraneo.

    Il primo problema è costituito dalle guerre mediorientali di cui l’Europa è stata ed è, più o meno direttamente, responsabile, come mostra il caso Blair (che dovrebbe essere processato per crimini di guerra). Poi, c’è un problema Africa ma con scadenze più lunghe (non con la ridicola idea renziana di comprare i favori di qualche miserabile dittatore africano).

    Bene. Il tuo articolo propone i termini di una discussione insieme necessaria e, direi, con un respiro storico. E’ auspicabile che si avvii.

    Antonio Lettieri

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