Offerta formativa: e la domanda?


Da anni ormai al centro della scuola si pone l’“Offerta Formativa”, organizzata dai singoli istituti autonomi nei POF (Piani dell’Offerta Formativa) prima e nei PTOF (Piani triennali dell’Offerta Formativa) della “Buona Scuola” poi.

L’uso di vocaboli e concetti tratti dal lessico contabile ed economico è penetrato in profondità nel linguaggio scolastico degli ultimi due decenni ed è venuto ad assumere, nel tempo, un significato “strategico” non sempre consapevolmente meditato: parlare di crediti, debiti, Portfolio, “premi di produzione”, valutazione delle performances, bilancio delle competenze e così via seguitando non è mera nomenclatura, ma sostanza di una nuova identità.[1]

Anche accettando una tale impostazione mercantilistica, che riflette gli esiti dell’attuale pensiero egemonico globale, per cui ogni scelta “politica” gravita, su scala planetaria, attorno a meccanismi di produzione del profitto, colpisce il fatto che ad una “offerta formativa” formalizzata, articolata e ricca, non corrisponda una “domanda formativa” altrettanto qualificata. Esiste da qualche parte un “Piano della domanda formativa”? Chi è il compratore sul mercato della formazione e cosa chiede? Siamo certi che, in quanto singolo, egli possieda tutte le informazioni che lo mettano in grado di incontrare l’offerta in un punto che lo possa davvero soddisfare in quanto cittadino e membro di una comunità?

Questo evidente squilibrio nella logica del supposto “mercato educativo” è effetto di un processo di graduale affievolimento della Politica, intesa come attività regolatrice e partecipata delle attività umane volta al bene comune, e dell’irresistibile dispiegamento degli “spiriti animali” di keynesiana memoria, i quali stanno alla base della nuova ideologia del XXI secolo, quella della globalizzazione, che celebra il trionfo delle libertà individuali e la sconfitta  dei totalitarismi novecenteschi, forieri di terribili guerre e immense devastazioni.

Nel venticinquennio trascorso dalla caduta del Muro di Berlino, i morti e le devastazioni non sono certo mancate; la tremenda contabilità dei conflitti (guerra civile jugoslava, Afghanistan, Twin Towers, Iraq, Siria, i vari mattatoi africani, dall’Eritrea, alla Somalia, al Sud Sudan) ci dice in verità che le vittime sono state in numero maggiore di quanto non era mai accaduto nel quarantennio circa della cosiddetta “guerra fredda”. Ciò nonostante, in quella affermazione si coglie un elemento di verità: le ideologie del secolo scorso, intese come diverse e confliggenti visioni del mondo e del futuro, sembrano davvero scomparse, mentre i soggetti collettivi definiti dalle loro tradizioni e dalla loro storia si sono trasformati in mere sommatorie di individui, “liberi” di agire su orizzonti globali resi uniformi dalle regole del mercato. A ciascuno si “offre” così una prospettiva di onnipotenza, l’abbattimento di ogni confine, mentre si tende ad attribuire le eventuali sconfitte alle sole insufficienze dei singoli, non abbastanza forti, competenti e determinati a raggiungere gli obiettivi.

Questo sradicamento del singolo dalla sua Polis, considerata come un ostacolo alla realizzazione dei propri desideri e delle proprie aspirazioni, pone altresì con forza il tema della sovranità. È evidente infatti che la sovranità resta un elemento ineludibile dei processi di governo. Solo che, per dirla in inglese, la governance ha preso il sopravvento sul government, che ha cambiato residenza: dai parlamenti, che, non solo in Italia, hanno perduto dappertutto centralità e importanza, dalle istituzioni di governo, sempre meno emanazione del volere democratico dei cittadini, sempre meno autonome e capaci di sviluppare politiche nazionali, esso si è trasferito nelle sedi delle multinazionali, delle banche globalizzate e di organismi internazionali che, nati con compiti di regolazione e riequilibrio, sono diventati veri e propri organi di governo dell’economia mondiale (FMI, Banca Mondiale). Così, allo stato attuale, la dialettica tra le ragioni dell’economia e quelle della politica pare essersi spenta, in un mondo che, nel giro di pochi anni, è diventato tutto occidentale.[2]

Tornando alla scuola e alla sua “offerta formativa”, è evidente che essa asseconda questa ideologia della globalizzazione: la riuscita o meno del percorso educativo sembra dipendere esclusivamente da quanto il singolo ha saputo mettere nel suo “Portfolio” di competenze, da quante gare ha saputo vincere, da quanto si è dimostrato più forte e deciso rispetto agli altri “concorrenti”. In questa sorta di “Far West globalizzato”, che trova spesso il suo focus nella “customer satisfaction”, nel teaching for testing, nell’abbandono di ogni richiesta progettuale da parte dell’istituzione, quest’ultima si trasforma in mera cassa di risonanza di tendenze, cangianti e mutevoli (le mode culturali) e non strumento di autentica emancipazione e di educazione critica del cittadino.

Occorre perciò introdurre urgenti e decisive correzioni, poiché è evidente che la postulata assoluta libertà dell’individuo è una questione di “falsa coscienza”, che cela un più profondo e non democratico asservimento a poteri incontrollati e incontrollabili; come pure l’idea che, combattendo con un arsenale appropriato, costruito accedendo a un’offerta formativa molto ricca, l’individuo possa sempre farcela, a dispetto delle circostanze in cui opera.[3]

L’economia pianificata, si sa, è stata spazzata via da sciagurate esperienze, ma come si suole dire con abusata metafora, si ha l’impressione che, assieme all’acqua indubitabilmente sporca, si sia gettato via anche il bambino. E il bambino è, sempre metaforicamente, l’immagine che il Paese vuole dare di sé ai propri figli, che non può non avere una fisionomia, non può essere solo un grumo di interessi particolari che trova composizioni provvisorie e comunque sempre dominate da logiche anarcoidi, che con la Polis hanno poco a che fare.

È di oggi il dato della emigrazione di giovani italiani con livello di formazione medio-alto: oltre 100.000 nel solo 2015. Si tratta di una notizia che non desterebbe in sé preoccupazione, se ci fosse a fare da contrappeso un’immigrazione altrettanto sostanziosa di giovani cervelli stranieri nel nostro Paese. Ma così non è. Tale asimmetria è l’esito evidente di una domanda di lavoro (“domanda formativa”) sempre più quantitativamente insufficiente e qualitativamente carente, della mancanza di una visione progettuale del nostri bisogni, che colleghi un’offerta ricca e qualificata come è quella del sistema educativo italiano alle esigenze presenti e future e al ruolo che vogliamo assegnare al nostro Paese.[4]

Un recupero della progettualità sul lato della domanda, ovvero sul lato dei soggetti sociali e politici, capaci di individuare priorità e gerarchie di valori, contribuirebbe a riequilibrare il sistema, oggi sottoposto a oscillazioni imprevedibili, che preludono, anche nella scuola, ad un aumento della dissipazione e della frustrazione collettiva.

 

[1] Senza parlare poi della logica della competizione (concorrenza tra istituti), realizzata attraverso un numero sempre crescente di concorsi, premi, classifiche. Vedi in questo blog “Gareggio dunque sono” del 20 marzo 2016 e su “Education 2.0” http://www.educationduepuntozero.it/professione-docente/03-40213858199.shtml.

[2] Sapreste distinguere una metropoli cinese o indonesiana o africana da una metropoli europea o nordamericana? Che cosa sono le immense conurbazioni sorte nei deserti della Penisola Arabica se non riflessi urbanistici di un’unica idea di città, di abitare e di produrre?

[3] SOLONE, Elegia del Buon governo, fr. 4: “Così, il male pubblico giunge nella dimora di ciascuno/e la porta del cortile non riesce a trattenerlo/oltre l’alto muro salta, e ti trova comunque/anche se ti sei rifugiato nella parte più interna della casa.”

[4] Vedi, ad esempio, per un lettura analitica dei dati: http://www.corriere.it/economia/16_marzo_20/piu-partenze-che-arrivi-l-italia-a-sorpresa-paese-emigrati-0c9186a6-eee1-11e5-a851-4eb96ea5fe45.shtml e http://www.retisolidali.it/italiani-emigrati-piu-degli-immigrati-stranieri

 

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