La paghetta di papà Renzi


 

Dunque si è giunti alla fase operativa di quanto previsto dalla legge finanziaria 2016 relativamente al bonus di 500 Euro da destinare alla spesa culturale dei giovani che compiono i diciotto anni nel corso di quest’anno, cittadini italiani e non italiani, purché provenienti dagli Stati della UE. In tutto 571.000 persone, per una spesa complessiva di circa 290 milioni.

Già al momento dell’approvazione di questa misura i commenti critici non sono mancati: si lamentava la natura a-sistemica del provvedimento, il suo spirito intrinsecamente anticostituzionale, poiché non agisce per rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che […] impediscono il pieno sviluppo della persona umana (art. 3), visto che le risorse sono destinate indistintamente a tutti coloro i quali posseggono un mero, comune status anagrafico. Essa inoltre esclude, ingiustificatamente, quei ragazzi extracomunitari che sono nati in Italia e hanno frequentato le scuole italiane (vedi http://www.lavoce.info/archives/39298/bonus-cultura-non-tutti-i-diciottenni-sono-uguali/) ed è significativo che, all’inizio della discussione, anche un esponente di spicco del governo, come il sottosegretario Zanetti, si sia dichiarato contrario a questo tipo di misure spot, senza un progetto, né una visione globale.

La logica è la stessa del bonus concesso agli insegnanti e qualcuno vi ha colto il sapore inconfondibile della mancia elettorale. Né si può negare la singolare coincidenza tra referendum e avvio delle procedure di assegnazione del bonus ai diciottenni e quindi ai neo-elettori.

Tuttavia, anche se si prescinde da questa visione maliziosa e tendenziosa del provvedimento, non v’è dubbio che i milioni che si spenderanno potevano essere meglio impiegati.

Quantomeno finalizzando l’assegnazione del bonus alla presentazione di un ISEE, che oggi pare funzionare meglio del passato come indicatore delle effettive condizioni economiche familiari. In questo modo si sarebbero raggiunte le situazioni critiche con maggiori risorse pro-capite e quindi applicando il principio costituzionale dell’art. 3.

Riemerge poi il tema che ho già trattato a proposito dell’assenza di una domanda formativa da parte della comunità nazionale (q.v.). Ancora una volta ci si è mossi sul lato, più facile e immediatamente utile dell’offerta, cioè a dire di una risorsa una tantum, che può essere utilizzata in qualunque ambito con caratteristiche anche solo vagamente culturali.

Ancora una volta si è trattato il cittadino come un cliente, che va incentivato a spendere comunque e dovunque, profittando di un’offerta variegata quanto spesso inconsistente, un cittadino del quale tuttavia la comunità nazionale non è in grado di intercettare le esigenze di più ampio respiro relative alla sua formazione e alla sua crescita personale.

Di questi tempi, la risorsa non indifferente di quasi 300 milioni di Euro poteva essere investita, ma è solo un esempio tra i tanti, nel rafforzamento del fragilissimo esperimento dell’alternanza scuola-lavoro, che rischia di restare, ancora una volta, una “mossetta” di fronte a una grande questione vitale per il futuro del Paese.

Un’ultima malignità: nella bozza della legge finanziaria 2017 non sono riuscito a trovare la riproposizione della norma. Forse perché non si considera l’anno prossimo un anno elettorale?

 

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