Federico De Rosa, L’ISOLA DI NOI, San Paolo Edizioni, Milano 2016, pp. 139


È questo il secondo libro di Federico De Rosa. Del primo abbiamo già avuto modo di parlare in questo blog due anni fa (“Quel che non ho mai detto. Io, il mio autismo e ciò in cui credo“, San Paolo Edizioni, Milano 2014). Qui l’Autore fa ancora un passo avanti e dalla drammatica e commovente descrizione della sua condizione di autistico alla ricerca di una “guarigione”, passa all’attacco e rivendica alla sua dimensione esistenziale tutta la sua dignità e il diritto di essere “diversamente felice”.

Sull’insularità come dimensione irriducibile dell’animo umano sono stati scritti volumi e volumi: dalle Isole Beate dell’antichità all’Isola di Arturo, l’Isola misteriosa di Jules Verne, l’Isola del tesoro di Stevenson, l’Isola che non c’è di Peter Pan e se ne potrebbero citare ancora molte altre.  Personalmente, come molti credo, da piccolo disegnavo anch’io isole di cui mi facevo sovrano assoluto, collocando porti e città, distribuendo uffici e lavori, isole in cui non c’erano conflitti di nessun genere (perché tutti erano d’accordo con me). Sembra tuttavia che questo esercizio sia pericoloso se lo si mantiene in età adulta, perché favorirebbe il fantasticare e il distacco dalla realtà. Per questo la prospettiva insulare è spesso considerata una prospettiva regressiva, utopica o distopica che sia, tipica di chi non ha la forza di affrontare la complessità, i compromessi, le ferite che inevitabilmente infligge l’età matura (vedi Arturo, che solo abbandonando, dimenticando, l’isola può diventare adulto).

In questo bel libro di Federico (mi limito a definirlo bello, in omaggio alla sua reiterata richiesta di essenzialità) non si tratta affatto di regressione, di fuga, ma di positiva affermazione di valori, legati a una realtà complessa e perfettamente adulta, una realtà che ha molto da insegnarci. E’ dunque questa un’isola pedagogica.

Il libro si legge con grande piacere per l’essenzialità e la chiarezza con cui è scritto. Niente inutili connettivi, ma solo sostanza di significati. Queste pagine sono un vero balsamo per chi, come noi , è immerso nella fuffa di un linguaggio, la cui ridondanza e complicatezza (non complessità!) è inversamente proporzionale alla sua significatività. L’unità minima di significato non sembra essere più la parola, ma lo spezzone prefabbricato di frase. Chi non ha mai sentito dire, ad esempio, “vuoi una pera, piuttosto che una mela, piuttosto che un’arancia?” Oppure, non avete notato il diffondersi di una patologica aggettivazione iperbolica, per cui oggi ci troviamo a indossare impunemente “calzini favolosi” e mangiamo delle “mitiche patatine fritte”? Non è forse vero che è ormai impossibile affacciarsi a una finestra senza vedere ogni volta un panorama “mozzafiato”? Bravo, dunque, Federico, che ci rammenta il peso delle parole, la fatica della loro decifrazione, la necessità di non gettarle al vento solo per riempire i vuoti creati dalle nostre ansie comunicative.

I contenuti del libro/guida sono organizzati in giornate, per una settimana complessiva di permanenza sull’Isola di Noi, il “Paese dell’Autismo”, dedicate ciascuna ad un aspetto della società autistica, la scuola, l’ospedale, la politica, il monastero, il centro per l’handicap, il divertimento, l’economia, la voglia di vivere, l’amore autistico, il centro città, con un utilissimo capitolo destinato alle F.A.Q., in cui Federico risponde ai quesiti più importanti e frequenti sull’autismo.

Alcuni concetti informano di sé tutto il libro. In primis la critica feroce a ogni tipo di distinzione discriminatoria: le recenti statistiche ci dicono che qui [sull’Isola di Noi] solo un bambino ogni duecento nasce iperegocentrico, ipercomunicativo, mentalmente sistematizzante, ossia con l’handicap della neurotipicità. Quello di cui voi siete portatori.” (p. 12). Va detto che Federico definisce “neurotipici” tutti i cosiddetti “normali.”

Basta dunque con la sistemazione degli esseri umani in apposite cellette semplificatorie. Una volta stabilita la nostra appartenenza alla sottospecie homo sapiens sapiens, Federico ci invita a considerare l’umanità come un continuum in cui trovano spazio realtà diverse e tutte definibili solo ed esclusivamente nella relazione che esse sanno instaurare con gli altri: “Potremmo definire portatore di handicap una persona sulla sedia a rotelle mentre è parte di una classe che segue una lezione universitaria in cui sia obbligatorio stare seduti, fermi e sia vietato alzarsi?” (p. 56).

Il silenzio regna sovrano sull’isola, in cui la comunicazione, crocevia di ogni pensiero degli abitanti autistici, non accetta l’imperio della parola o del gesto, ma afferma l’importanza dell’empatia, della relazione meditata e lenta, della sobrietà delle espressioni: Tra i gestori di questi locali [di divertimento] vige il motto che un pubblico che si rispetti fa più silenzio di quando il locale è chiuso.” (p. 102)

La guida che conduce il gruppo di turisti è una guida silente, antinomia solo apparente e per la quale nutro una qualche nostalgia, pensando alle guide niente affatto silenti che talvolta, durante le visite a mostre e monumenti, impediscono con il loro chiacchiericcio standardizzato la concentrazione e la fruizione personale delle opere.

Che dire poi della “Settimana di caccia al rumore inutile” (p. 26)? Non sarebbe da proporre nel nostro mondo di neurotipici, vista anche la pletora di “giornate” di ogni genere che segnano il nostro calendario globalizzato, in sostituzione dei vecchi santi protettori ormai obsoleti?

La scuola dell’Isola di Noi è creazione complessa e originale, non priva di accenti utopistici, ma che contiene suggerimenti affatto utili nell’immediatezza del nostro operare: l’ora di integrazione iniziale (p.23), già praticata nelle scuole elementari della Scandinavia (senza citare l’esperienza steineriana), la necessità didattica di esplicitare sempre dove il docente sta portando la classe, la questione del cambio dell’ora, con il passaggio brusco e slegato da una materia all’altra.

L’ospedale: anche l’ospedale dell’isola è caratterizzato dalla necessità di includere e di non conformare a modelli astratti di normalità: “verrà un giorno in cui l’autismo non sarà più una patologia, ma solo un modo particolarissimo di essere persone. (p. 33).

La politica: ingegnoso il sistema elettorale escogitato da Federico, sicuramente più intelligente dei porcelli, dei mattarelli e degli italici. Vera e calzante la definizione della struttura piramidale della politica neurotipica: struttura sociale tribale proiettata in una realtà ipertecnologica. (p. 38).

Il monastero: è un po’ il cuore dell’Isola di Noi, con le sue Piccole Sorelle del Silenzio e, soprattutto con il neurotipico che sceglie di diventare autistico per meglio percorrere le vie che portano alla Verità, decano delle luminose Persone della Frontiera. È qui che il limite diventa opportunità.

Il centro per l’handicap: assistiamo a un rovesciamento radicale delle prospettive. Ad essere anomala è la c.d. normalità neurotipica. Anche qui, i metodi Krupp e Osi per l’integrazione dei poveri bambini neurotipici è densa di suggerimenti e di spunti affatto applicabili e niente affatto utopistici.

L’economia: vi si recupera il significato etimologico di economia come legge di armonia e positiva relazione tra persone e ambiente, il valore del tempo libero. Vi si afferma, con sintesi felice, che “la felicità non è un multiplo del piacere (p. 74).

Nel capitolo dedicato alla voglia di vivere, si osserva come i neurotipici si caratterizzino per la velocità, nel dare risposte immediate. Viene preso di mira il nuovo mito neofuturistico del giovanilismo, dello sprezzo per la meditazione e la lentezza. “Resistete, mi raccomando, alla forte pulsione interiore a darvi risposte immediate.” (p. 84).  Sante parole!

L’amore autistico: la centralità del sentimento d’amore è sintetizzata dalla frase “tutto il mondo si muove attorno a una coppia innamorata” (p. 91) Qui regnano incontrastati  l’interiorità e il silenzio (pensate invece a trasmissioni neurotipiche di grande successo come “Uomini & Donne”!). Struggente è poi la descrizione della coppia che si separa perché non in sintonia: quel lento accelerare dell’uno e l’altra che cerca di seguirlo, per poi piangere quando lui scompare (p. 90). Ma soprattutto si smaschera l’horror vacui che ci attanaglia, quella necessità ansiosa e ansiogena di riempire gli spazi, di passare da uno stato all’altro senza aver assaporato fino in fondo il momento che si sta vivendo.

Federico possiede la qualità principe delle persone intelligenti, l’ironia e il sense of humour. Tutto il libro ne è intessuto. Citerò solo il jet lag neurotipico, di cui i “normali” soffrono al ritorno sul Continente, Guglielmo Lasciamistare, uno dei fondatori della città e Sant’Autistico, martire dell’esclusione.

Spero proprio che questa seconda opera di Federico conosca un successo ancora maggiore della prima, che ha raggiunto traguardi invidiabili per tiratura e diffusione (è già stata tradotta in diverse lingue). Mai come adesso non dobbiamo né trovare asilo in un’Isola di Beati, né rifuggire da ogni insularità, per gettarci a capofitto nella mischia di una quotidianità di cui talvolta smarriamo il senso.

A unirci all’Isola di Noi è, significativamente, un traghetto, una nave cioè che presuppone un’andata e un ritorno, perché dall’Isola di Noi si deve tornare, se possibile migliori di prima, capaci cioè di far rivivere dimensioni e valori dimenticati o sottovalutati: il silenzio, l’empatia, la relazione affettiva profonda, l’inclusione, la lentezza.

E’ un libro questo che dovrebbe essere adottato nelle scuole, non tanto e non solo per insegnare ai genitori e ai ragazzi a “sopportare” in classe l’autistico, quanto a sopportare e curare molti “strani” neurotipici.

Raccomandiamoci tutti a Sant’Autistico, perché ci protegga dalla superficialità, dall’arroganza e dalla paura del diverso.

 

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