Giuseppe Cappello, “Vita Nuova”, Ladolfi 2016


I termini della “Vita N(u)ova” che Giuseppe Cappello, con questa sua recente silloge (VITA NUOVA, Ladolfi, Novara, 2016, € 10) vuole significare poeticamente a partire dalla nascita della figlia Beatrice, non si spiegano compiutamente nel gusto della pur allusa citazione “alta”.

Essi ci riconducono piuttosto ad un raffinato piano cartesiano, in cui sintagma e paradigma fissano sempre un punto nello spazio e nel tempo, concreto e ideale, personale e collettivo, privato e pubblico insieme.

Già l’endecasillabo iniziale che dà il titolo alla prima poesia (“L’aurea increspatura tiberina”) colloca con movenza classica l’evento generatore in un luogo storico concreto, soprattutto per chi, romano, conosce l’intimo, storico collegamento tra il Tevere sabino (“è vita ancora nel ventre sabino”) e la nascita di tanti figli di Roma.

Questa dialettica tra polarità opposte è particolarmente evidente in una delle più belle poesie della raccolta, “Il pendolo del Dio”. Qui la quotidianità, che assume toni quasi crepuscolari, è continuamente illuminata da bagliori di riflessione cosmica (il latte e caffè, “carburante dell’antimeridiana” e la “tangenziale salsedine del ferro” del mare, le “volontà riluttanti” degli studenti della prima ora, che si “raccolgono piano” e che ben conosce chi insegna, accanto alla “fatica per le parole del vero”), fino alla chiusura del cerchio di un eterno ritorno, ma mai all’eguale, che riscatta nell’amore il senso della giornata (“il vortice risolve e ti stringo/I lazzi e i baci/Lancette d’infinito nel nostro tempo insieme.”).

In questa ricerca di senso, Cappello stringe il nodo delle generazioni. “Ancora ti chiedo di stare”, dice il Poeta al padre che non c’è più. Un omaggio struggente e reso ancora più forte dalla condivisione della medesima condizione di figlio che è diventato padre (“Nel conflitto e nel maturo riabbraccio/Te ne sei andato”), nella consapevolezza di una diversità (“l’arabo volume del sentimento”, “l’intelligenza figlia di un piatto di fave”) che si scopre identità.

Una poesia per molti versi liminale, dunque, quella di Giuseppe Cappello, che sa trasfigurare il quotidiano, senza mai abbandonarlo, anzi, al contrario, traendone linfa di ispirazione universale, come nella poesia dedicata ai fidanzati morti nel terremoto dell’Aquila, densa di riferimenti colti (vedi il titolo stesso, “Il giaciglio di Harshad”, la citazione dannunziana del finale, “la favola bella/Che ieri l’illuse”), che tuttavia si originano sempre nella concretezza mai dimenticata del vissuto, “nel ritmo sussultorio della ninnananna”, quel benefico terremoto che tutti i genitori provocano ogni sera tra le loro braccia per far addormentare i figli.

La piccola Beatrice ci prende dunque per mano, come la Grande, e, nel suo crescere, ci conduce a (ri)scoprire le grandi verità nascoste nel nostro esistere, spesso irriflesso, facendocene intendere il senso profondo e, soprattutto, sentire la gioia.

 

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