La Guerra Fredda è stata una guerra


Da che mondo è mondo, ogni guerra si conclude con un trattato di pace e una conferenza regolativa della nuova realtà post conflitto: dalla pace di Vestfalia dopo la Guerra dei 30 anni, al Congresso di Vienna dopo la sconfitta di Napoleone, a Versailles, Saint Germain, Trianon dopo la I Guerra Mondiale, a Yalta, Potsdam, Teheran dopo la II.

Nessuno invece si è preoccupato, all’indomani dell’89 e della fine della Guerra Fredda, di convocare una conferenza di pace tra vincitori e vinti, ma si è lasciato libero campo al dispiegarsi delle forze generatesi dopo la dissoluzione del blocco sovietico. Tali forze, sfuggite al controllo di una debolissima politica globale, hanno acceso scontri e guerre che potrebbero essere definite “glocali” e che in questo ultimo quasi trentennio hanno provocato stragi inaudite e sconvolgimenti profondi in tante zone del mondo.

L’Europa si è solo apparentemente salvata dalle carneficine avvenute in Africa, nel Medioriente e in Asia, con i loro milioni di morti. Non dobbiamo dimenticare infatti che, agli inizi degli anni ’90 del secolo scorso, la guerra in Bosnia e in Serbia ha causato oltre 200.000  vittime e che resta ancora acceso un sanguinoso conflitto in Ucraina. Per non parlare di quanto è successo e sta ancora succedendo sulla frontiera sud-orientale europea del Caucaso.

Né va trascurato il fatto che proprio dalla conclusione della Guerra Fredda è stato innescato il processo di profonda crisi e di incombente disgregazione in cui si trova oggi l’UE (non l’Europa!), nata in un mondo che non c’è più e che fa finta di non accorgersene.

Con la caduta del Muro di Berlino è terminato dunque un vero e proprio conflitto mondiale, durato oltre quarant’anni, che ha visto vincitori e vinti e, come è successo dopo i due conflitti mondiali guerreggiati, la scomparsa di un impero. La dissoluzione dell’URSS è nei fatti equiparabile a quella dell’impero russo nel 1917, degli imperi austro-ungarico e ottomano dopo il 1918 e a quella degli imperi coloniali britannico e francese dopo il 1945.[1]

La fine dell’Unione Sovietica e della divisione in due (tre) blocchi del globo, successiva al 1989 è stata invece derubricata da evento politico epocale a vittoria finale del Bene sul Male, della Libertà sulla Tirannide, del Progresso Globale e del Libero Mercato su ogni residuo concetto di socialismo, secondo un’impostazione moralistica cara al Pensiero Unico dominante dell’unica potenza egemone rimasta, gli USA.

Si è agito, in buona sostanza, in spirito di continuità con il tribunale di Norimberga, con cui si tentò di liquidare in termini etici una gigantesca, tragica questione politica. L’evidente assenza di un’efficace analisi “scientifica” degli accadimenti e di un disegno di prospettive per il futuro è drammaticamente davanti agli occhi di tutti. Tanto che su questo terreno si sono sviluppate con un certo successo teorie strampalate, come quella della “fine della Storia”.

Ha dunque trionfato la falsa coscienza, l’uso comune e acritico di concetti astratti, quali quello di “globalizzazione”, spacciato per nuovo e, soprattutto, considerato come irreversibile, laddove la Storia ci dovrebbe insegnare che non c’è nulla di irreversibile nelle vicende dell’uomo su questa Terra. Si è detto infatti che la globalizzazione in quanto tale è permanente e benefica, poiché ha consentito il progresso di vaste masse di persone su tutti i continenti, ha liberato energie individuali prima compresse, sta realizzando l’ideale illuministico dell’Uomo Cittadino del Mondo.

Non è chi non veda in ciò la trama di una nuova ideologia. La globalizzazione così come la stiamo conoscendo ed esperendo ha assunto nei fatti connotati politici ed economici ben precisi, che hanno consolidato, ampliato e aggravato enormi diseguaglianze. Secondo l’agenzia britannica OXFAM, i 62 miliardari più ricchi sono giunti a possedere una ricchezza pari a quella della metà più povera del mondo.[2] Quando dunque si parla di crescita in termini assoluti, essa è frutto di un calcolo medio tipico del trilussiano pollo.[3]

Un mondo privo di governo, lasciato in balia degli spiriti vitali senza freni del capitalismo finanziario internazionale, è destinato a vedere il ripetersi di incendi, anche molto distruttivi.

Nessun Metternich, nessun Wilson all’orizzonte, nessun tavolo attorno a cui sedersi in conferenza per tentare di prospettare nuovi equilibri. L’ONU è da tempo un mero simulacro autoreferenziale e costantemente disatteso, che esiste solo per alimentare i suoi costosissimi apparati (si è detto che circa il 70% delle risorse destinate a realizzare i suoi scopi istituzionali serve a stipendiare i funzionari e i dirigenti delle Nazioni Unite).

La globalizzazione mercatista alimenta il sentimento di profonda ingiustizia che milioni di uomini provano oggi, anche nelle aree più ricche della Terra. Ingiustizie e diseguaglianze, comunicate anch’esse capillarmente e globalmente dai media, non potranno a loro volta non alimentare frustrazione e rabbia, fino a giungere a un punto di non ritorno.

E’ già successo, circa cento anni fa, nel cuore dell’Europa uscita distrutta dalla Grande Guerra e divorata dalla speculazione finanziaria, quando la debolezza delle élites politiche non riuscì più a interpretare i bisogni dei cittadini, trattando nel contempo i sommovimenti sociali cui assistevano come crisi febbrili passeggere. Si potrebbe fare un’antologia di tali “sviste”: da chi definiva sprezzantemente Adolf Hitler un “imbianchino” a quell’ uomo politico austriaco, che, interrogato sulla possibilità dello scoppio di una rivoluzione in Russia alla metà degli anni ’10 rispose: “Chi dovrebbe farla, la Rivoluzione, per caso quel tale Trotskij seduto a un tavolo del Café Central?”[4]

La miopia, quel disturbo della vista per cui non si riesce a cogliere le prospettive a più lungo raggio e si preferisce perciò accontentarsi di quanto abbiamo immediatamente davanti alla punta del nostro naso, è il rischio maggiore che stiamo tutti correndo.

C’è estremo bisogno, prima che sia troppo tardi, che la bistrattatissima Politica, intesa in senso ciceroniano come l’attività in cui più di ogni altra “la virtù degli uomini si avvicina alla funzione somma degli dei”, torni a dialogare con gli interessi delle comunità, a temperare gli eccessi, a leggere nel presente il futuro delle nuove generazioni.

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[1] L’altro grande “impero”, il Reich tedesco, rappresenta un caso particolare, in quanto manca di un tratto caratteristico del dominio imperiale, quello di raggruppare sotto un unico scettro non solo regni diversi, ma anche nazioni e culture diverse. Non è un caso se, proprio a Versailles, all’atto della proclamazione di Guglielmo a “Kaiser” si discusse non poco sulla formula “Kaiser di Germania” o “Kaiser tedesco”. Del resto lo stesso Guglielmo I reputava di maggior valore il titolo di “re di Prussia”.

[2] http://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2016/01/Rapporto-Oxfam-Gennaio-2016_-Un-Economia-per-lunopercento.pdf

[3] Trilussa, La Statistica.

[4] Le parole con cui Karl Kraus apre il libro “La terza notte di Walpurga” del 1933, sono molto significative: «Su Hitler non mi viene in mente niente». È sicuramente una battuta feroce e ben mirata, che, se da un lato ridimensiona la statura politica del dittatore tedesco, dall’altro dimostra una certa sottovalutazione dell’incombente pericolo sistemico rappresentato in Europa dal nazionalsocialismo in ascesa

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3 thoughts on “La Guerra Fredda è stata una guerra”

  1. Solo brevi “contributi”. Mi resta difficile accettare che la dissoluzione dell’Urss nel 1989 sia simile alla caduta dell’impero russo nel ’17 in quanto i Romanov si consideravano ed erano di fatto “proprietari” della terra e della popolazione russa privata di ogni diritto anche il più elementare. Una situazione pre-medioevale. L’Urss non era arrivata a tanto ed è implosa per motivi sociali ed economici che conosciamo.
    Da quella implosione è derivata quella che Lei giustamente ricorda come “la vittoria del bene sul male”, così venne considerata dai poveri di spirito che governavano il mondo affetti da quella patologia alla vista che Lei cita, cioè la miopia politica che ha aperto una autostrada alla vittoria del pensiero unico sull’egemonia del mercato ovvero all’ideologia neoliberista che ha portato alla dittatura delle banche e a disuguaglianze ingovernabili. Banche e disuguaglianze su cui hanno ampiamente scritto economisti come Gallino, Stiglitz, Piketty, ma ignorati e considerati come eretici. La nuova ideologia neoliberista ha trionfato dopo la caduta dell’Urss, con l’avvento dei vari Putin e con la vittoria del capitale mascherato di rosso in Cina, come fosse una vittoria prima morale e poi etica mentre invece è stata la vittoria di quei 62 miliardari che posseggono una ricchezza pari a quella della metà più povera del mondo. Non è un caso che negli USA i salari nel 2007 fossero pari a quelli del 1973, e che in Italia i salari a tempo indeterminato siano oggi di poco superiori a quelli del 1995.
    Concludendo, hanno apparentemente vinto quegli “spiriti vitali senza freni” del capitalismo finanziario, di cui Lei parla, che hanno voluto la globalizzazione dei capitali e la mortificazione del lavoro e della produzione, ma è una vittoria che potrebbe innescare crisi ben più drammatiche a livello mondiale.
    Cordialmente, Giorgio Castriota

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    1. Con l’equiparazione dell’impero russo a quello sovietico intendevo solo riferirmi al ruolo giocato dall’URSS negli equilibri mondiali, in buona sostanza alla politica estera. Quanto alla natura istituzionale, lei ha perfettamente ragione. Si tratta di realtà diverse. Grazie per l’informazione comparativa sui salari, che non conoscevo e che mi pare oltremodo significativa.
      Saluti cari

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