Il liceo “corto”: dal mosaico al merchandising, passando per il cacciavite


[pubblicato anche su http://www.eguaglianzaeliberta.it/web/ ]

Il titolo può apparire criptico, ma sintetizza efficacemente, a mio parere, il destino dell’istituzione scolastica italiana nell’arco di un ventennio circa.

Correva l’anno 2000, quando fu pubblicata in GU la “Legge Quadro in materia di Riordino dei Cicli di Istruzione”, meglio nota come la “Legge Berlinguer” (L. 30 del 10.02.2000).

Come tutti sanno, questa legge non andò mai in vigore, perché il governo Berlusconi, succeduto a quello di centro-sinistra di Romano Prodi, tramite la ministra Moratti, volle fare “punto e a capo”.

Guardando retrospettivamente, fu quello del Prof. Berlinguer l’ultimo, serio tentativo di mutare l’articolazione della scuola italiana, conservandone le caratteristiche storicamente sedimentate e da tutti apprezzate e coniugandole con l’esigenza di una maggiore sintonia con i sistemi scolastici del resto dell’Europa. In primis l’accorciamento del curricolo scolastico da tredici a dodici anni.[1]

Berlinguer definì la sua azione come “la strategia del mosaico”, perché composta da un insieme di tessere – interventi normativi da posare in opera in tempi diversi e in zone diverse del sistema scuola (vedi l’innovativo e assai mal compreso e attuato esame di stato), ma capaci di profilare un percorso di studi globale, dalla scuola dell’infanzia alla secondaria di secondo grado, alla formazione post-diploma, all’educazione degli adulti, all’università.

Si era nel periodo segnato dall’avvio della autonomia scolastica (art. 21 della legge 59/97, detta “Legge Bassanini”), sostenuta da un Regolamento esemplarmente redatto (DPR 275/99) e spirava ancora forte la fiducia nella politica.

Poi il gelo dei piccoli e farraginosi interventi, delle sperimentazioni frammentate e quasi sempre senza alcuna accountability caratterizzò l’azione sostanzialmente conservatrice del ministro Moratti, senza che vi si scorgesse un disegno preciso, se non quello di limitare la sfera di azione della scuola pubblica.

Con il ritorno al governo del centro-sinistra, il ministro Fioroni inaugurò “la strategia del cacciavite”: non più tessere di un mosaico di cui, è bene sottolinearlo, si possedeva saldamente il cartone, ma una serie di smontaggi e rimontaggi per cambiare i pezzi più deteriorati della macchina, badando bene a non “turbare” gli interessi consolidati di corporazioni e sindacati.

La debolezza di una tale strategia, che un tempo si sarebbe definita “democristiana”, emerse in piena luce negli anni della crisi, a partire dal 2008. Il governo della scuola affidato al duo Tremonti-Gelmini condusse a un radicale affievolirsi di risorse e di idee. Si tornò all’antico, senza le sue virtù. In quel torno di tempo furono sottratti alla scuola, in un triennio, circa dieci miliardi di euro, con la vana promessa di un successivo, parziale storno per progetti di ricerca e di innovazione. Promessa, naturalmente, non mantenuta.

Il clima dettato dal tema costante della riduzione della spesa non è più mutato da allora. Non ci sono stati, è vero, bruschi colpi di accetta, ma si è proceduto a una sorta di costante limatura, la cui polvere è stata nascosta da un’abile azione di marketing.

Intendo riferirmi, come è facile intuire, alla cosiddetta “Buona Scuola”, di cui ho avuto modo già di parlare ai suoi inizi.[2]

Presentata nella stessa veste grafica delle ricette di Nonna Carla, con tinte pastello e spolverate di zucchero, condannata dal suo stesso nome a rappresentare l’ottimismo dolciastro della cucina renziana, la riforma “epocale” (nelle parole dell’ormai ex primo ministro) si è tradotta in una congerie di promesse non mantenute, di interventi confusi e ideologici (i danni della cosiddetta “alternanza scuola-lavoro” si percepiranno sul lungo periodo: quante ore di studio individuale sono state sottratte al sistema dei licei, per inseguire vani fantasmi?), di burbanzose accentuazioni dirigistiche, tutte accompagnate dal basso continuo “senza ulteriori aggravi per la spesa pubblica”.

La povera ministra Giannini, bouc émissaire dell’intera operazione, è stata estromessa dal governo Gentiloni e sostituita da una più baldanzosa e sindacalmente esperta ministra Fedeli.

Idee nuove per la scuola? Non pervenute. Solo qualche iniziativa per tacitare il malumore degli insegnanti e una serie di decreti applicativi della Buona Scuola, il cui testo (vedi quello sulla cultura umanistica) grida vendetta al cospetto di un qualsiasi buon giurista esperto di politica scolastica. Senza contare il “misterioso” disegno di revisione dell’esame di stato, prima promesso per il prossimo anno scolastico e poi rimandato al 2019 (?), di cui restano ignote le motivazioni e lo spirito (!) che lo hanno animato.

E veniamo al punto che ha suscitato questa mia ulteriore riflessione: la sperimentazione (aridaje, direbbero a Roma! Ci aveva già provato la ministra Carrozza ai tempi del governo Letta) della riduzione del percorso secondario superiore da cinque a quattro anni.[3]

Un ritorno a Berlinguer, come avevo modestamente suggerito circa quattro anni fa?[4] Neppure per idea. Là dove la riduzione dell’intero percorso scolastico acquistava senso e fisionomia, qui, a leggere gli scarni documenti prodotti dal ministero, colmi di caveat per non spaventare troppo il colto e l’inclita (“non ci sarà alcuna riduzione dei contenuti”, “si eserciterà un rigoroso controllo tramite commissioni a diversi livelli”), si vede in controluce solo il desiderio di tagliar posti, con la scusa di allinearci all’Europa, imbottendo in un sacco da quattro quello che era contenuto in un sacco da cinque.

Una proposta? Sempre la stessa: torniamo alla Legge 30, è già bell’e fatta, con tanto di sistema graduale di applicazione, aggiorniamola (sono pur sempre passati diciassette anni), ma manteniamone l’impianto. Ricordiamo che gli istituti “comprensivi” erano stati concepiti proprio in vista di una unificazione del ciclo di secondaria inferiore. Ora che sono stati imposti in tutta Italia, maldestramente e solo per risparmiare risorse, potrebbero trovare una qualche ragione d’essere e un’operatività didatticamente efficace e non solo burocratico-amministrativa.

 

[1] Il testo della Legge 30 in http://www.edscuola.it/archivio/norme/leggi/rcstuddl.html

[2] “La Buona Scuola del maestro Matteo”, https://claudiosalone39.wordpress.com/page/9/

[3] Sul tema segnalo l’appassionato e competente intervento di Giuseppe Cappello, “L’allucinazione del liceo breve”,  http://www.giuseppecappello.it/?p=2532

[4] “Ritornare a Berlinguer”, https://claudiosalone39.wordpress.com/page/11/

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