Suicidio in diretta


Il generale croato che, dinnanzi alla condanna definitiva a vent’anni di carcere comminatagli dal Tribunale Internazionale dell’Aia, ha ingoiato una fiala di veleno di fronte alle telecamere di tutto il mondo, ha compiuto un gesto di arcaica dignità.

Vedendolo, mi sono venute alla mente due immagini: una letteraria, la celebre poesia di Giuseppe Giusti, “Sant’Ambrogio”, dove si parla, tra l’altro, dei terribili soldati croati, “co’ baffi di capecchio e con que’ musi/ davanti a Dio diritti come fusi”, proprio come quelli del generale che si è ucciso, di fronte al cui malinconico canto però anche il risorgimentale poeta monsummanese prova un’umana pietà (“Qui, se non fuggo, abbraccio un caporale,
colla su’ brava mazza di nocciòlo, duro e piantato lì come un piolo
.” così si conclude il testo).

La seconda scultorea, la gigantesca statua che Napoleone III innalzò a Vercingetorige ad Alesia, sul luogo stesso della sua “ défaite glorieuse” a opera di Giulio Cesare.

Come sappiamo, anche al vinto Vercingetorige si applicò l’implacabile “giustizia” dei vincitori. Trascinato in catene a Roma da Cesare, fu mostrato alla folla durante la pompa trionfale e poi strangolato, senza tante formalità giuridiche, nel carcere Mamertino. I Romani, pur creatori indiscussi del diritto in Occidente, evidentemente non conoscevano tribunali internazionali.

Chissà quante volte ancora ci sarà mostrato, il generale Slobodan Praljak, in quel suo tragico gesto, degno di figurare in un dramma antico, svilito dall’eco internettico, lui che alla modernità certo non appartiene, a questa modernità onnivora e mercificante, anche dei gesti più estremi.

Farà parte del repertorio, il generale Slobodan Praljak, assieme a incidenti aerei, annegamenti in mari in tempesta, uragani mortiferi, esplosioni vulcaniche, che tanta pubblicità attraggono sui media e che vengono graziosamente alternati a consigli di cucina, di giardinaggio, di cosmetica.

Una riflessione nel merito va fatta: “Io non riconosco questo tribunale” ha detto il generale prima di compiere il gesto suicida. Già. Eccoci al punto: è possibile “processare la Storia”? E quel giudice in toga bicolore di raso nera e cremisi, con quel suo sguardo sparuto da burocrate mite e inadeguato, di fronte al personaggio di una tragedia vera come quella serbo-croato-bosniaca, cosa ci sta a fare?

La “pochezza giurisdizionale” del Tribunale Internazionale dell’Aia – peraltro “a tempo” (chiuderà definitivamente a dicembre) – è o dovrebbe essere davanti agli occhi di tutti. Qual è il suo ambito d’azione? Dove passa lo spartiacque che conduce alla sbarra alcuni per crimini di guerra (i serbi e i croati, nella fattispecie), ma non, un esempio tra i tanti, il principe saudita Muhammad, che sta massacrando migliaia di persone inermi nello Yemen, in un tentativo di pulizia etnico-religiosa? Forse perché i primi hanno perso e il secondo è al potere e sta vincendo?

Mi viene da chiedere: esiste davvero un diritto internazionale applicando il quale si possano emettere sentenze valide erga omnes? Oppure è semplicemente una foglia di fico che copre le vergogne di una cruda realtà che già Trasimaco, nel primo libro della “Repubblica” di Platone, afferma senza infingimenti e ipocrisie, cioè a dire che la giustizia è semplicemente la legge del più forte? Dice il sofista a Socrate, con evidente sarcasmo: “E hai compiuto davvero molti progressi nel definire i concetti di giusto e di giustizia, di ingiusto e di ingiustizia, dato che ignori che la giustizia e il giusto non sono altro in realtà che un bene alieno, cioè a dire l’interesse di chi è più forte e comanda […]”

Non aveva forse ragione Hegel, quando affermava che nessun organismo superiore può regolare i rapporti inter-statali?

Slobodan Praljak sembra venire da un passato che è vicino e lontano al tempo stesso, certo barbarico, in cui morte e vita hanno concrete radici in un’esistenza quotidiana drammatica e sanguinosa, in un passato che, per essere storicamente (non giuridicamente) valutato avrebbe bisogno di una riflessione meno corriva e perbenista di quella che mi pare abbia prevalso sulle pagine dei giornali, in televisione e su internet.

Con il suo gesto atroce, il generale croato ha stracciato il velo moralistico e consolatorio, che l’illusione eticista, tipica della cultura egemone statunitense, stende sulle vicende umane, secondo la quale Virtù e Vizio sono sempre ben individuabili e riconoscibili e quindi, encomiabili e punibili, a prescindere dalla Storia che li ha generati.

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3 thoughts on “Suicidio in diretta”

  1. Ho visto anch’io le immagini al Tribunale dell’Aia. E le ho passate su Twitter, ma alternandole a idilliche immagini della Croazia. Dove ero anch’io, nel 1991, alla dichiarazione di indipendenza e all’inizio di una guerra fratricida.

    Perché il male è così: banale. Così lo descrisse Hannah Arendt riferendosi alla fine del nazismo parlando di uomini in epoche buie e descrivendo la banalità del male.

    Men in Dark Times

    Her collection of essays, Men in Dark Times, presents intellectual biographies of some creative and moral figures of the 20th century, such as Walter Benjamin, Karl Jaspers, Rosa Luxemburg, Hermann Broch, Pope John XXIII, and Isak Dinesen.

    Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil

    Adolf Eichmann on trial

    In her reporting of the 1961 Adolf Eichmann trial for The New Yorker, which evolved into Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil (1963), she coined the phrase “the banality of evil” to describe the phenomenon of Eichmann. She examined the question of whether evil is radical or simply a function of thoughtlessness, a tendency of ordinary people to obey orders and conform to mass opinion without a critical evaluation of the consequences of their actions. She was sharply critical of the way the trial was conducted in Israel. She also was critical of the way that some Jewish leaders, notably M.C. Rumkowski, acted during the Holocaust. This caused a considerable controversy and even animosity toward Arendt in the Jewish community. Her friend Gershom Scholem, a major scholar of Jewish mysticism, broke off relations with her. Arendt was criticized by many Jewish public figures, who charged her with coldness and lack of sympathy for the victims of the Holocaust. Because of this lingering criticism, neither this book nor any of her other works were translated into Hebrew until 1999.[31] This controversy was answered by Hannah Arendt in the book’s Postscript.

    The controversy began by calling attention to the conduct of the Jewish people during the years of the Final Solution, thus following up the question, first raised by the Israeli prosecutor, of whether the Jews could or should have defended themselves. I had dismissed that question as silly and cruel, since it testified to a fatal ignorance of the conditions at the time. It has now been discussed to exhaustion, and the most amazing conclusions have been drawn. The well-known historico-sociological construct of “ghetto mentality” … has been repeatedly dragged in to explain behavior which was not at all confined to the Jewish people and which therefore cannot be explained by specifically Jewish factors. … This was the unexpected conclusion certain reviewers chose to draw from the “image” of a book, created by certain interest groups, in which I allegedly had claimed that the Jews had murdered themselves.[32]

    Arendt ended the book by writing:

    Just as you [Eichmann] supported and carried out a policy of not wanting to share the earth with the Jewish people and the people of a number of other nations—as though you and your superiors had any right to determine who should and who should not inhabit the world—we find that no one, that is, no member of the human race, can be expected to want to share the earth with you. This is the reason, and the only reason, you must hang.

    A Vukovar mi diedero per la prima volta un giubbotto antiproiettile. E fui costretta a indossarlo.

    Fu la più crudele e più lunga battaglia d’Europa dopo la seconda guerra mondiale.

    When Vukovar fell on 18 November 1991, several hundred soldiers and civilians were massacred by Serb forces and at least 20,000 inhabitants were expelled.[6] Most of Vukovar was ethnically cleansed of its non-Serb population and became part of the self-declared Republic of Serbian Krajina. Several Serb military and political officials, including Milošević, were later indicted and in some cases jailed for war crimes committed during and after the battle.

    The battle exhausted the JNA and proved a turning point in the Croatian war. A ceasefire was declared a few weeks later. Vukovar remained in Serb hands until 1998, when it was peacefully reintegrated into Croatia. It has since been rebuilt but has less than half of its pre-war population and many buildings are still scarred by the battle. Its two principal ethnic communities remain deeply divided and it has not regained its former prosperity.

    Il Generale Slobodan Praljak fu accusato di violare le leggi di guerra e di non aver impedito crimini contro l’umanità secondo la Convenzione di Ginevra a Prozor e Mostar. Permise che si compissero atti atroci, di ingiustizia sommaria contro tutti i diritti umani, di cui i soldati non erano se non sciocchi, brutali esecutori:

    Praljak was accused of committing violations of the laws of war, crimes against humanity and breaches of the Geneva Conventions during the Croat–Bosniak War by the International Criminal Tribunal for the former Yugoslavia (ICTY) in 2017.

    Praljak failed to act and prevent many crimes by the armed forces of which was informed and could foresee, including removing and placing in detention the Muslim population of Prozor from July through August 1993, murders in Mostar municipality, the destruction of buildings in East Mostar (including the mosques and the Stari Most), attacking and wounding of members of international organisations, the destruction and looting of property in Gornji Vakuf in January 1993, Raštani in August 1993, and Stupni Do in October 1993.[18] During 1993, General Praljak was in charge of the Dretelj camp where Bosniak men were brutalized, starved, and some killed.[19]

    Praljak was accused ordering the destruction of Mostar’s Stari Most in November 1993, an act which ICTY ruled had “caused disproportionate damage to the Muslim civilian population”.[20] However, ICTY agreed that the bridge was a legitimate military target.[11] During the trial, Praljak denied the accusation because in the same month when the destruction occurred, he came into conflict with the commander of the HVO’s so-called Punishment Battalion Mladen Naletilić Tuta which resulted in his resignation from the positions of HVO’s Chief of Staff, one day before the destruction of the bridge. He said that the bridge was demolished by activation of the explosive charge set on the left bank of the Neretva, where the Army of Bosnia and Herzegovina was located.[14][21] In addition to the responsibility and whether it was a legitimate military target, ICTY also examined whether the earlier siege by JNAand Bosnian Serb forces contributed to the bridge’s collapse.[22] Praljak retired from military service at his own request on 1 December 1995.[15]

    Quando Praljak si ritirò dal suo ruolo militare non era più un uomo di teatro. Aveva partecipato volontariamente ad atti di guerra.

    E l’esercizio del teatro della giustizia è necessario. Per le vittime. Per gli accusati. E per i 250 milioni di cittadini in Europa e il resto del mondo che osservano.

    Norimberga insegna. E i paesi come l’Italia, che non ha celebrato alcun processo dopo la seconda guerra mondiale, hanno pagato conseguenze politiche molto più tardi.

    Il Tribunale dell’Aia può chiudere, ma perché non ci saranno più guerre e nè altri genocidi in Europa. Noi ci crediamo.

    Il generale Praljak è stato giudicato democraticamente, pubblicamente, da un giudice inadeguato davanti a crimini innominabili. Ma con un codice di diritto internazionale e leggi basate sui Diritti Umani. Da rispettare. Ovunque.

    Praljak was found guilty on (taken from the UN press release 2004, 2017):

    four counts of grave breaches of the Geneva Conventions (willful killing; unlawful deportation, transfer and confinement of a civilian; inhuman treatment; extensive destruction of property and appropriation of property, not justified by military necessity and carried out unlawfully and wantonly).
    six counts of violations of the laws or customs of war (cruel treatment; unlawful labour; destruction or wilful damage done to institutions dedicated to religion or education; plunder of public or private property; unlawful attack on civilians; unlawful infliction of terror on civilians)
    five counts of crimes against humanity (persecutions on political, racial and religious grounds; murder; deportation; imprisonment; inhumane acts)[28][29]
    The trial began on 26 April 2006. On 29 May 2013 the Trial Chamber judgement sentenced him to 20 years of imprisonment, and on 28 June 2013, Praljak filed an appeal.[4] On 29 November 2017, the ICTY trial was concluded finding him guilty, and although some parts of his conviction were overturned, the judge did not reduce the initial sentence of 20 years.[1][11][30] He was charged with crimes against “humanity, violations of the laws or customs of war, and grave breaches of the Geneva Conventions”, also “extensive appropriation of property not justified by military necessity” and “plunder of public or private property through the third category of joint criminal enterprise liability”,[31] on which given his command responsibility he failed to act and prevent.[3][32] He was acquitted of some charges related to the destruction of Stari Most.[3][6] As he had already served more than two-thirds of the sentence in jail, he would probably have been released soon.[

    Se la giustizia di guerra non arriva ad essere esercitata avviene in altri paesi, ci indigna. E ci incita a continuare con più forza la battaglia del rispetto dei Diritti Umani, la Carta Universale delle Nazioni Unite

    http://www.un.org/en/universal-declaration-human-rights/

    e la convenzione di Ginevra

    https://en.wikipedia.org/wiki/List_of_parties_to_the_Geneva_Conventions

    Se altrove si è deciso secondo la legge del più forte, vedi la fine di Saddam Hussein, Bin Laden, Gaddafi, soffriamo. Perché li avremmo voluti vedere in tribunale. Costretti ad accettare le leggi della maggioranza e del diritto internazionale, basato sul rispetto dei Diritti Umani.

    Secondo le leggi di una giustizia terrena in data 29 novembre 2017, a Bruxelles, Belgio, Europa, il generale Praljak è stato dichiarato colpevole.

    Di atti di guerra inaccettabili, davanti a un’Europa attonita.

    Perché tutto immaginavamo, noi 250 milioni di cittadini, nel 1991, meno di assistere a nuovi atti di genocidio.

    Sentenza giusta. Da celebrare come cittadini europei che crediamo nei Diritti Umani.

    Il generale Praljak si è tolto la vita.

    Death
    On 29 November 2017, during the pronouncement of the appeal judgement against him, Praljak addressed the judges, saying: “Judges, Slobodan Praljak is not a war criminal. With disdain, I reject your verdict!”[34][35][36] He then drank what he said was poison,[34][35] leading the presiding judge Carmel Agius to suspend the hearings.[12] ICTY medical staff transported Praljak to nearby HMC Hospital (nl),[8] where he died.[6][13] The Dutch authorities declared the courtroom a crime scene, and launched an investigation.[12][8]

    Slobodan Praljak è morto. Solo lui è responsabile del suo atto teatrale di fuga.

    Mentre le famiglie dei morti non fuggono.

    Piangono.

    Isabella Stasi Castriota

    #comm4Peace

    http://www.comm4peace.org

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    1. Gentile Isabella,
      il suo commento, ricco e appassionato e per il quale la ringrazio davvero molto, mi ha dato di che riflettere.
      Vorrei proporle qualche mia ulteriore osservazione:
      1. – Eichmann è stato giudicato da un tribunale israeliano, così come era giusto che fosse, al di là delle polemiche suscitate del magnifico libro della Arendt sul processo, e non da un Tribunale Internazionale dei Diritti dell’Uomo; Praljak doveva essere giudicato dal un tribunale della nazione dove i crimini sono stati commessi.
      2. – Il processo di Norimberga ha solo messo a posto le coscienze dei vincitori, i quali, se vogliamo restare sul piano degli Inviolabili e Universali Diritti dell’Uomo, si sono resi colpevoli di atrocità, mai punite da nessun tribunale, nei confronti dei prigionieri di guerra tedeschi (ne sono morti oltre 3.000.000, a conflitto ormai terminato), per non parlare dei tedeschi fuggiaschi dalla Prussia orientale (ricordo solo il “Wilhelm Gunstloff”, piroscafo su cui si ammassavano oltre 10.000 profughi, soprattutto donne e bambini, tutti annegati dopo il siluramento a opera di un sottomarino sovietico). Se esiste la categoria dell’Uomo Universale, mi sa dire perché i tedeschi sconfitti hanno cessato di appartenervi?
      3. – Il tribunale dell’Aia chiude, ma in Europa resta aperto il conflitto in Ucraina, di cui si è smesso di parlare, per evidenti interessi legati agli equilibri planetari, durante il quale non sono certo mancati i crimini contro l’Umanità. Le chiedo poi se è stato mai processato all’Aia il sedicente generale Kadirov, il feroce ceceno che ha sterminato la sua stessa gente.
      4. – Mi spiace, ma non ho abbastanza fede per credere, kantianamente, alla vigenza effettiva di una Carta dei Diritti Universali dell’Uomo. La Società delle Nazioni prima, l’ONU oggi hanno dimostrato e dimostrano la loro radicale inanità. La Storia è conflitto e dal conflitto si esce vinti o vincitori. Ci risparmino questi ultimi di voler rappresentare valori assoluti, metastorici, addirittura “inviolabili”.

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  2. Caro Claudio

    l’articolo è quanto di meglio si potesse scrivere su un argomento che intreccia il tema della giustizia

    con i risvolti della storia. Penso che si possa inserire sul prossimo aggiornamento dei EL.

    E lo mettessi in inglese su Insight.

    A presto.

    A..

    Mi piace

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