Antichi populismi e politica attuale


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“Quando nell’uomo le singole membra del corpo non erano in reciproca armonia come adesso, ma ognuna di loro aveva la possibilità di parlare e di pensare in proprio, indignatesi tutte per il fatto che le loro fatiche, i loro sforzi e il loro lavoro servissero solo al ventre, che se ne stava tranquillo nel mezzo, godendo solo dei piaceri a lui offerti, organizzarono una congiura e decisero che le mani non dovessero più recare il cibo alla bocca, che la bocca non lo ricevesse e che i denti non lo masticassero. Volevano così domare il ventre per fame, ma anche loro, una dopo l’altra e di seguito l’intero corpo, furono condotte all’estremo limite della consunzione. Ecco quindi che si comprese come anche il ventre svolgesse un compito utile e che, pur nutrito, nutrisse a sua volta, restituendo a tutte le parti del corpo il sangue in virtù del quale viviamo e abbiamo vigore, attraverso le vene e il cibo opportunamente digerito.” Con questo paragone tra la congiura delle membra del corpo e l’ira della plebe nei confronti dei patrizi [Menenio Agrippa] riuscì a convincere le menti degli uomini.[1]

Livio, II, 32.9

Questo celebre apologo segna, nel mito civile di Roma, la nascita di una magistratura tutta nuova e tutta romana, il tribunato della plebe, un organo di governo destinato a riequilibrare i poteri all’interno della Res Publica appena fuoriuscita dalla forma statuale monarchica e ancora profondamente aristocratica. La sua attualità e pregnanza mi paiono ancora oggi – e, direi, soprattutto oggi – particolarmente suggestivi, poiché si ricollegano direttamente a una questione diventata centrale nel dibattito politico degli ultimi dieci anni di crisi economica, cioè a dire quella della nascita e della crescita impetuosa dei cosiddetti populismi.

Le radici del fenomeno sono profonde e diffuse e attingono gli strati ormai desertificati degli antichi partiti di massa, in profonda crisi, se non addirittura del tutto estinti.

Qual era il loro tratto distintivo (penso al PCI e alla DC in Italia)? Proprio quello di avere l’ambizione di rappresentare ventre e membra, un corpo dunque “in armonia con le sue parti”, nelle parole di Menenio in Livio.

La perdita della consapevolezza di cosa significhi essere corpo, societas, nel senso aristotelico per cui, “l’intero è qualcosa di più delle parti” e riguarda “…tutte le cose che hanno molte parti, ma il cui insieme non è come un ammasso” (Metafisica, libro H 1045 a 9-10) ha generato una politica frammentata e sconnessa, che, a sua volta, utilizza il termine “populismo” con un’evidente accezione negativa moralistico-illuminista, laddove presuppone che a reggere le sorti della Res Publica debba essere solo la Vernunft, la Ragione, gli Happy Few della Competenza (singolare il fatto che, nell’apologo, sia la pancia a rappresentare l’organo di governo privilegiato, non il cervello, come ci si sarebbe potuto attendere).

La forza del PCI e della DC stava invece proprio nel saper essere “anche” populisti (“Il Popolo” era il giornale del partito democristiano e non si tratta di un caso o di una scelta dettata dal marketing), nella determinazione di voler comunque coinvolgere anche le masse “irragionevoli” nel governo della cosa pubblica.

Quella stagione sembra essere finita e il partito che ne è l’erede diretto, il PD, si è gradualmente trasformato proprio nel partito della sola Vernunft, nel “partito del ventre” che vuole restare sordo alle richieste delle altre parti del corpo.

Urge invece, vista anche la deriva attuale verso lidi ad alto rischio per la tenuta dell’intero organismo sociale, dar prova di coraggio, ear to the ground, senza boria e senza irridere all’ottusità della mano che non vuole più portare il cibo alla bocca.

Se l’unico partito ancora in piedi della sinistra italiana non vuole trasformarsi definitivamente ed esclusivamente in un partito radicale della Upper middle class, destinato per sua natura a restare minoritario, certo attento ai diritti civili e alle libertà astratte degli individui, ma incapace di dare risposte ai bisogni e alle speranze dei sempre più numerosi esclusi, è necessario che faccia nuovamente sua la nobile dimensione del populismo, che ascolti senza arroganza quanto hanno da dire le membra doloranti di un corpo sempre più debilitato, ricordando peraltro come sia proprio l’animale ferito e spinto all’estremo limite della sopravvivenza a diventare feroce e non più contenibile.

[1] Tempore quo in homine non ut nunc omnia in unum consentiant, sed singulis membris suum cuique consilium, suus sermo fuerit, indignatas reliquas partes sua cura, suo labore ac ministerio ventri omnia quaeri, ventrem in medio quietum nihil aliud quam datis voluptatibus frui; conspirasse inde ne manus ad os cibum ferrent, nec os acciperet datum, nec dentes quae acciperent conficerent. Hac ira, dum ventrem fame domare vellent, ipsa una membra totumque corpus ad extremam tabem venisse. Inde apparuisse ventris quoque haud segne ministerium esse, nec magis ali quam alere eum, reddentem in omnes corporis partes hunc quo vivimus vigemusque, divisum pariter in venas maturum confecto cibo sanguinem. Comparando hinc quam intestina corporis seditio similis esset irae plebis in patres, flexisse mentes hominum.

 

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2 pensieri riguardo “Antichi populismi e politica attuale”

  1. Trovo magnifica la rievocazione dell’apologo e il significato che ne trai per una spiegazione razionale del populismo, liberandolo dal tratto dispregiativo che sintetizza la povertà-inconsistenza del giudizio politico sulla crisi. E condivido il giudizio su PCI e DC – interclassisti in un senso alto, nel senso di intrecciare popolo e funzioni dirigenti (intellettuali più o meno organici e società civile.

    Quanto al PD, direi, tuttavia, che ha progressivamente smarrito il DNA che ne erano all’origine, sia pure confusamente (PCI-DC) per divenire un soggetto puramente autoreferenziale, con una disgregazione del rapporto fra le varie membra, per tornare all’apologo. Un motore che gira su se stesso senza cinghia si trasmissione. E non mi occuperei delle condizioni della sua rinascita: non se ne intravvedono né le condizioni,né il bisogno. Rinascerà certamente la sinistra, ma sulle ceneri, non sui residui del PD. Mi porrei a domanda sul tempo presente. Come interpretarlo, se è insignificante e stupido mischiare tutto nella categoria opportunistica del “populismo”?
    Probabilmente, stanno emergendo i primi elementi di chiarificazione della scena: da una parte un’ autentica destra dura e pura (non quella sotto tutti i profili puttanesca di Berlusconi). Una destra che mette al centro l’individuo come base della vita collettiva e dello stato: l’individualismo che ha il collante nel pagare meno tasse, allontanare il diverso, individuare nemici reali e di fantasia come base di “legge e ordine”. Cosa si può pretendere di più da un autentica destra? Che per essere tale è necessariamente nazionalista (e ineliminabile paradosso) alleata degli altri nazionalismi (vedi Austria e Baviera).

    Per le Cinque stelle il discorso mi pare più complesso. Non avendo un asse ideologico, non si può paragonare al PCI (nella sua veste interclassista). Ma si potrebbe paragonare (con tutte ,le riserve necessarie) alla DC ideologicamente interclassista. Qualcosa che si sforza di rimettere insieme pancia e cervello…
    Il dibattito, in ogni caso può ripartire in termini più interessanti che non al tempo di Renzi e soci, anche grazie ai tuoi stimoli sempre intellettualmente raffinati.
    Antonio

    Antonio Lettieri a.lettieri@insightweb.it

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