Ideali e miraggi


Roberto Saviano chiude un suo articolo pubblicato su “Repubblica” del 10 luglio scorso a proposito della politica dell’attuale governo sugli sbarchi e più in generale sull’immigrazione con queste parole: “saremo più grandi noi nella nostra sconfitta, che loro in questo barbaro trionfo”.

La frase mi ha colpito, perché, non so se consapevolmente o meno (mi permetto di inclinare per questa seconda ipotesi) è la traduzione quasi letterale di un passo latino di circa duemila anni fa.

Marco Anneo Lucano nacque nella provincia Betica, a Corduba, il 3 novembre del 39 d.C. e morì a Roma il 30 aprile del 65, a soli 26 anni.

Giovane di belle speranze, di buona e ricca famiglia provinciale (il filosofo Seneca era suo zio), si inserì fin da subito nei circoli più influenti della politica romana, in particolare alla corte dell’imperatore Nerone, salito al potere alla morte di Claudio nel 54, a soli diciassette anni.

Lucano e Nerone avevano quasi la stessa età ed è facile ipotizzare l’intesa reciproca che nacque tra i due poco più che adolescenti: lo dimostra il fatto che il nuovo princeps concesse all’amico di iniziare il cursus honorum con la questura prima che avesse raggiunto l’età minima per candidarsi.

Poi qualcosa si ruppe. Probabilmente una rivalità letteraria tra i due, qualche sgarbo intollerabile per l’orgoglio risentito del giovane iberico, condusse Lucano ad allontanarsi dalla corte e poi a partecipare alla congiura antineroniana di Pisone (65 d.C.), a seguito della quale fu costretto al suicidio.

Il poeta cordubano e l’imperatore rappresentano un tipico esempio di rapporto tra intellettuale e politico, oscillante tra l’adulazione e il disprezzo, in cui appare determinante l’offesa arrecata all’ego narcisistico dell’uno o dell’altro.

In ombra resta invece la relazione con il mondo esterno, con la vita e la realtà delle cose. Come si sa, Nerone non ha mai goduto di una buona reputazione: tiranno sanguinario, matricida, folle sperperatore, poeta da strapazzo, tutta la propaganda senatoria (oggi diremo la stampa d’opinione) si schierò contro il giovane imperatore, “reo” di cercare il consenso popolare al di là degli istituti tradizionali del potere, con una politica “democratica nella sostanza”. Fautore di un “deficit spending” ante litteram, Nerone promosse grandiose opere pubbliche (edifici termali a Roma, il completamento del Porto di Claudio, il taglio dell’istmo di Corinto, la costruzione del canale del lago Averno, tra le tante) e una riforma monetaria che mutava il rapporto tra oro e argento, a favore di quest’ultimo metallo e che quindi era destinata ad avvantaggiare gli strati sociali medio-bassi (equites e liberti) e il popolo in generale, che costituivano la sua principale fonte di consenso.

La congiura di Pisone nacque infatti in ambienti reazionari, allo scopo di ripristinare quella “Libertas” repubblicana, sotto il cui usbergo si celavano in realtà gli interessi delle grandi famiglie aristocratiche, che ancora mal digerivano di essere state estromesse dal potere.

Il giovane Lucano non sembra abbia avuto parte attiva nell’azione dei congiurati, anche se probabilmente ne condivise gli intenti e ne patì le conseguenze.

Il suo grande poema epico, il “Bellum Civile” o “Pharsalia” non celebra, come l’Eneide virgiliana, la grandezza del destino di Roma, ma il suo ineluttabile declino, il prevalere al suo interno delle forze e degli istinti peggiori, incarnati nella figura al nero di Cesare, l’ innovatore, che per Lucano è il simbolo stesso del potere cinico e senza scrupoli, cui si oppone Catone, il vinto fuori del tempo, incapace di leggere il presente se non con le lenti di un passato ormai definitivamente scomparso.

Di qui l’esaltazione paradossale degli sconfitti, tali per il destino, ma non per la grandezza dei loro ideali: “Victrix causa deis placuit, sed victa Catoni” dice Lucano in B.C. I, 128, “la causa dei vincitori piacque agli dei, ma quella dei vinti a Catone”

Eroica cecità di fronte all’avvenire da parte di chi agisce in un mondo che non comprende più e che, infantilmente, vorrebbe si conformasse ai propri desideri.

Esiste peccato più grave che un politico possa commettere di quello di inseguire un délibáb, un miraggio?

 

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