Suicidio in diretta


Il generale croato che, dinnanzi alla condanna definitiva a vent’anni di carcere comminatagli dal Tribunale Internazionale dell’Aia, ha ingoiato una fiala di veleno di fronte alle telecamere di tutto il mondo, ha compiuto un gesto di arcaica dignità.

Vedendolo, mi sono venute alla mente due immagini: una letteraria, la celebre poesia di Giuseppe Giusti, “Sant’Ambrogio”, dove si parla, tra l’altro, dei terribili soldati croati, “co’ baffi di capecchio e con que’ musi/ davanti a Dio diritti come fusi”, proprio come quelli del generale che si è ucciso, di fronte al cui malinconico canto però anche il risorgimentale poeta monsummanese prova un’umana pietà (“Qui, se non fuggo, abbraccio un caporale,
colla su’ brava mazza di nocciòlo, duro e piantato lì come un piolo
.” così si conclude il testo).

La seconda scultorea, la gigantesca statua che Napoleone III innalzò a Vercingetorige ad Alesia, sul luogo stesso della sua “ défaite glorieuse” a opera di Giulio Cesare.

Come sappiamo, anche al vinto Vercingetorige si applicò l’implacabile “giustizia” dei vincitori. Trascinato in catene a Roma da Cesare, fu mostrato alla folla durante la pompa trionfale e poi strangolato, senza tante formalità giuridiche, nel carcere Mamertino. I Romani, pur creatori indiscussi del diritto in Occidente, evidentemente non conoscevano tribunali internazionali.

Chissà quante volte ancora ci sarà mostrato, il generale Slobodan Praljak, in quel suo tragico gesto, degno di figurare in un dramma antico, svilito dall’eco internettico, lui che alla modernità certo non appartiene, a questa modernità onnivora e mercificante, anche dei gesti più estremi.

Farà parte del repertorio, il generale Slobodan Praljak, assieme a incidenti aerei, annegamenti in mari in tempesta, uragani mortiferi, esplosioni vulcaniche, che tanta pubblicità attraggono sui media e che vengono graziosamente alternati a consigli di cucina, di giardinaggio, di cosmetica.

Una riflessione nel merito va fatta: “Io non riconosco questo tribunale” ha detto il generale prima di compiere il gesto suicida. Già. Eccoci al punto: è possibile “processare la Storia”? E quel giudice in toga bicolore di raso nera e cremisi, con quel suo sguardo sparuto da burocrate mite e inadeguato, di fronte al personaggio di una tragedia vera come quella serbo-croato-bosniaca, cosa ci sta a fare?

La “pochezza giurisdizionale” del Tribunale Internazionale dell’Aia – peraltro “a tempo” (chiuderà definitivamente a dicembre) – è o dovrebbe essere davanti agli occhi di tutti. Qual è il suo ambito d’azione? Dove passa lo spartiacque che conduce alla sbarra alcuni per crimini di guerra (i serbi e i croati, nella fattispecie), ma non, un esempio tra i tanti, il principe saudita Muhammad, che sta massacrando migliaia di persone inermi nello Yemen, in un tentativo di pulizia etnico-religiosa? Forse perché i primi hanno perso e il secondo è al potere e sta vincendo?

Mi viene da chiedere: esiste davvero un diritto internazionale applicando il quale si possano emettere sentenze valide erga omnes? Oppure è semplicemente una foglia di fico che copre le vergogne di una cruda realtà che già Trasimaco, nel primo libro della “Repubblica” di Platone, afferma senza infingimenti e ipocrisie, cioè a dire che la giustizia è semplicemente la legge del più forte? Dice il sofista a Socrate, con evidente sarcasmo: “E hai compiuto davvero molti progressi nel definire i concetti di giusto e di giustizia, di ingiusto e di ingiustizia, dato che ignori che la giustizia e il giusto non sono altro in realtà che un bene alieno, cioè a dire l’interesse di chi è più forte e comanda […]”

Non aveva forse ragione Hegel, quando affermava che nessun organismo superiore può regolare i rapporti inter-statali?

Slobodan Praljak sembra venire da un passato che è vicino e lontano al tempo stesso, certo barbarico, in cui morte e vita hanno concrete radici in un’esistenza quotidiana drammatica e sanguinosa, in un passato che, per essere storicamente (non giuridicamente) valutato avrebbe bisogno di una riflessione meno corriva e perbenista di quella che mi pare abbia prevalso sulle pagine dei giornali, in televisione e su internet.

Con il suo gesto atroce, il generale croato ha stracciato il velo moralistico e consolatorio, che l’illusione eticista, tipica della cultura egemone statunitense, stende sulle vicende umane, secondo la quale Virtù e Vizio sono sempre ben individuabili e riconoscibili e quindi, encomiabili e punibili, a prescindere dalla Storia che li ha generati.

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Risultati elettorali e futuro dell’Europa


Lo spartito della UE suonato dall’orchestra di Junker & Soci si arricchisce di nuove, preoccupanti stonature.

A pochi giorni dalla vittoria a Vienna di una ÖVP (partito popolare) spostata nettamente a destra, seguita da una “liberale” FPÖ, che va in Parlamento con un deputato in più della tramortita SPÖ (partito socialdemocratico), forte ormai solo nei centri urbani (vedi la cartina dello Spiegel in http://www.spiegel.de/politik/ausland/oesterreich-alle-ergebnisse-der-nationalratswahl-2017-a-1172061.html ), ecco giungere in Cechia la vittoria del tycoon Babis (32% di voti), alla testa di un partito personale, il “Sì”, decisamente schierato a destra. A rinforzare la tendenza, giunge il secondo classificato, una neoformazione radicale, xenofoba e antieuropea guidata da un ceco-giapponese con il 12%. Débâcle per i socialdemocratici di Sobotka finora al governo, che dal 20,5% scendono al 7,9%.

Il quadro si completa con il governo del socialista nazionalista Fico in Slovacchia, del “populista” Kaczynski in Polonia e del nazionalista xenofobo Orbán in Ungheria.

Tutti i Paesi sopra citati, esclusa l’Austria, appartengono al Gruppo di Visegrad, nato nel 1991 per rafforzare la collaborazione economica e culturale della rinata Mitteleuropa, uscita dalla sfera egemonica sovietica e che non a caso ha preso il nome da una piccola cittadina ungherese ai confini con la Slovacchia, dove, già nel XIV secolo, si erano incontrati i re di Ungheria, Boemia e Polonia, nel tentativo di cercare un’unità che li rendesse più autonomi da Vienna. Identità antica, dunque, rafforzata poi dalla comune, secolare appartenenza all’impero asburgico, di cui, sostanzialmente, questi Paesi ricalcano ancora oggi i confini.

I Paesi del gruppo di Visegrad (in verde), più l’Austria (in giallo)

Allora si trattava di liberarsi dal giogo della nascente potenza austriaca, oggi, con tutta evidenza, dal giogo sentito come altrettanto “imperiale” di Bruxelles.

Né le vicende sono poi tanto diverse nella parte occidentale del continente. I sintomi di disagio e le spinte centrifughe rispetto al governo della UE sono presenti un po’ dappertutto, a partire dal Brexit, evento di cui non si è forse percepita fino in fondo l’importanza prospettica.

A farne le spese sono stati soprattutto i partiti che si richiamano alla tradizione socialista e socialdemocratica europea. Abbiamo così assistito alla scomparsa pressoché totale del PS francese (nato nel 1889!), alla grave crisi del partito che fu di Carlo Marx in Germania, a un PSOE spagnolo che, dopo aver guidato il Paese fuori dal franchismo, si trova oggi a far da stampella a uno dei peggiori governi della Spagna (il modo con cui ha gestito la pur spinosa questione catalana è lì a testimoniarlo), alla fine del Pasok greco, sciaguratamente abbattuto dalla cieca burocrazia brussellese a trazione tedesca e infine all’evidente declino dell’ibrido PD, nato in Italia sulla scia del fallito “compromesso storico” tra cattolici e comunisti.

Difficile tracciare il profilo di una realtà che si sta così velocemente dinamizzando e non senza rischi per la tenuta generale delle nostre società. Quel che è certo è che così non si può continuare.

L’insistenza retorica con cui il “vecchio” asse franco-tedesco, con un Macron che indossa i panni di una grandeur politica francese ormai da tempo tramontata e che non riesce più a fare da contrappeso alla preponderante egemonia tedesca, pretende di governare l’Europa muovendosi nella tradizionale prospettiva di un federalismo ancora più stretto e di una più ampia cessione di sovranità agli organismi comunitari (vedi la proposta di un ministro delle finanze europeo, destinata a naufragare miseramente dopo i risultati elettorali di cui sopra), si sta rivelando velleitaria e  gravida di pericoli.

Né la lezione che si può trarre dallo spostamento dell’asse politico europeo verso le posizioni della destra nazionalista può ridursi ad affermare, come è stato fatto, apoditticamente, che “a Vienna ha vinto l’Europa migliore” solo perché il partito socialdemocratico, pur perdendo più del 5% dei voti e conseguendo il peggior risultato dal dopoguerra a oggi, ha mantenuto la maggioranza relativa.

È necessario invece dedicarsi a districare sine ira et studio il fitto intreccio di ragioni che si nascondono dietro quel voto “a destra” ormai generalizzato.

Al primo posto metterei l’irrisolta “questione nazionale”, troppo presto liquidata come unfit rispetto all’odierno mondo globalizzato.  La demonizzazione degli stati nazionali, considerati intrinsecamente forieri di conflitti, la retorica dell’abbattimento delle frontiere come passo decisivo verso un mondo migliore ha finito per nascondere il profondo vulnus democratico causato dalla perdita di sovranità da parte dei cittadini, che si sentono governati da organismi non controllabili e  eletti con procedure poco trasparenti: a Praga come a Vienna, a Varsavia come a Madrid, quanti saprebbero spiegare i meccanismi di governo della UE e quanti individuare i luoghi del potere? Se si ritiene che gli stati nazionali usciti dal XX secolo siano ormai obsoleti e avviati a un inesorabile declino, cosa mettere al loro posto? Un’irenistica e indefinita “Unità Europea”, oppure non è il caso di avviare un graduale processo di apertura, all’interno di un’Europa confederata, a identità territoriali autonome e omogenee culturalmente ed economicamente, a organismi regionali o pluriregionali che si costituiscano liberamente attorno a una storia e a interessi comuni e a cui, al contrario di quanto viene detto, proprio il processo di globalizzazione potrebbe fornire ragione e sostentamento? Oltre al citato Gruppo di Visegrad, che interessa più di 60.000.000 di cittadini su una superficie di circa 500.000 kmq, si potrebbe rammentare, sempre in area mitteleuropea, la “Comunità di lavoro Alpe-Adria”, nata già nel 1978, che raccoglie regioni pertinenti a diversi stati nazionali (la Baviera tedesca, il Friuli-Venezia Giulia, il Veneto e la Lombardia, la Carinzia, l’Austria superiore, la Stiria, il Burgenland austriaci, alcuni distretti ungheresi), per un totale di 26.000.000 milioni di cittadini su circa 200.000 kmq., costituitasi proprio per superare i vecchi confini nazionali, riconoscendo tuttavia nuovi interessi e nuove identità.

Al secondo posto metterei le questioni economiche e, in primissimo piano, un bilancio da trarre dall’esperienza ormai quasi ventennale dell’Euro.

Come si sa, solo diciannove tra gli stati membri della UE (27, senza il Regno Unito) hanno adottato la moneta unica. Un’unicità dunque “relativa”, se mi si consente il paradosso logico.

È un argomento questo che suscita, al solo evocarlo, fideistici timori e affermazioni irrefutabili: l’Euro non si tocca, l’Euro ci ha salvato e ci salva dal disastro, guai a chi parla di possibili criticità; il minimo che gli può accadere è di essere chiamato “irresponsabile populista”.

Un bilancio invece va fatto, senza strappi e senza stracciarsi le vesti, per cambiare quello che non ha funzionato e sviluppare gli elementi di maggiore positività. Anche perché sono sempre di più le persone comuni che hanno, come si usa dire oggi, “una percezione” negativa della moneta unica, in termini di un marcato impoverimento delle risorse familiari, specie per i ceti medio-bassi, che sono la maggioranza della popolazione.

Se si vuole evitare la retorica populista del “via dall’Euro”, l’unica cosa che non si deve fare è contrapporvi lo slogan del “sempre e comunque con l’Euro.”

Altra questione spinosa è quella della gestione economica della UE, tutta rattrappita in una contabilità senza prospettive (vedi l’aberrante inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione), terrorizzata da processi inflattivi che neppure si affacciano all’orizzonte e che, a causa di questi fantasmi, comprime oltre misura i consumi interni a vantaggio delle esportazioni. Persino nella florida Germania, come ha fatto osservare di recente Janis Varoufakis, “il 40% della popolazione meno abbiente sta peggio ora di quanto non stesse venti anni fa e il numero di lavoratori poveri è cresciuto (e questo spiega il successo alle ultime elezioni Federali di movimenti come Alternative Für Deutschland)”.

Quarto capitolo: la questione dei migranti. Anche in questo caso si parla di “fenomeno percepito” e “fenomeno reale”. Ammettendo pure una certa distorsione percettiva, causata dal clamore mediatico su singoli episodi, è indubbio che si è di fronte a un cattivo o insufficiente governo di un processo epocale. Si tocca qui un argomento che ha degli immediati riflessi sul primo punto, quello della questione nazionale e della identità culturale europea: non basta enunciare principi generali e affatto incontrovertibili (no al razzismo, accogliamo tutti perché siamo tutti eguali, aiutiamo chi sta peggio di noi e così via seguitando), ma è necessario agire “politicamente” soppesando tutti gli elementi della crisi, percepiti o meno, per tentare una sintesi quantomeno accettabile per la maggioranza dei cittadini. Pena l’accrescersi irrazionale della paura sociale e il ricorso alle soluzioni estreme, più semplici e gratificanti, come sta accadendo oggi in misura crescente un po’ dappertutto in Europa.

A tal proposito, almeno in Italia, andrebbe messa sotto la lente di ingrandimento la neonata, fiorente “economia del profugo”. Dotata di sostanziosissime risorse che, attraverso ministeri ed enti locali, prendono la strada di cooperative e altri soggetti “qualificati”, su di essa non si esercita alcun serio ed efficace controllo rispetto ai risultati attesi (l’azione di alcune procure siciliane nei confronti di ONG “sospette” ha finalmente squarciato il velo di un buonismo di maniera); non è un caso se in tale economia abbiano trovato spazio infiltrazioni malavitose e rapidi arricchimenti di pochi sulle spalle dei più diseredati: come si può pretendere che un cittadino che vive in zone periferiche con scarsi servizi, in difficoltà perché non trova lavoro, perché ha una pensione insufficiente a soddisfare i suoi bisogni primari, con una assistenza sanitaria sempre più costosa e inefficace, dei figli adulti disoccupati da sostenere, possa tollerare che, alla porta accanto, si spendano fino a 120 € al giorno per dare alloggio, vitto e istruzione (!) ai migranti, spesso lasciati poi allo sbando? È questo un modello di accoglienza emergenziale da rivedere in radice, per renderlo sistemico, controllato, efficace ed efficiente, oltre che economico. Bisogna fare in fretta, perché la rabbia delle periferie cresce di giorno in giorno ed è in cerca di surrogati salvifici, di scorciatoie che potrebbero essere assai poco democratiche.

E intanto la UE, come l’Austria-Ungheria negli anni ’10 del secolo scorso, sembra danzare “am Abgrund”, “sull’orlo dell’abisso”.

Appendice lombardo-veneta:

L’” inutile” referendum promosso nell’antico regno lombardo-veneto ha dato i risultati che ci si attendeva. Nonostante le cautele dell’astuto e sornione “governatore” Zaja, il risultato potrebbe avere in prospettiva effetti eclatanti, un “Big Bang” lo ha già definito lo stesso Zaja. Per carità, si sono affrettati a dichiarare i promotori, nulla a che vedere con il referendum “eversivo” catalano; eppure, da oggi, è stata messa in opera un’altra tessera di un nuovo mosaico europeo dai contorni ancora incerti, ma del quale si iniziano a intravvedere le nuove forme costitutive: identità culturale, autogoverno, democrazia diretta.

 

 

 

Europa e sovranità nazionali


Alla vigilia di un delicato passaggio della storia spagnola ed europea, riporto qui i contenuti principali di un articolo di Robert Tombs, professore di storia a Cambridge, apparso su” The Financial Times” nel luglio scorso e segnalatomi dall’amico Antonio Lettieri, dal titolo “La sovranità ha ancora un senso, pur se in un mondo globalizzato”.

“La sovranità nazionale è stata da tempo consegnata alla pattumiera della storia”. Così esordisce Tombs, richiamando poi quanto detto dal britannico Joseph Chamberlain, segretario di stato alle colonie, nel 1902: “Questa è l’epoca dei grandi Imperi e non dei piccoli Stati”.

Adesso però quegli Imperi sono tramontati, mentre i piccoli Stati sono rimasti. Eppure esistono ancora degli ostinati seguaci del pensiero di Chamberlain, che, in età matura, si sono poi fatti sostenitori del federalismo europeo.

L’esistenza dei piccoli Stati nazionali, prosegue Tombs, è addirittura scandalosa per tutti coloro i quali pensano in termini di razionalità, ordine e potere, piuttosto che in termini di disordine democratico; costoro includono diplomatici, amministratori pubblici, economisti ed esponenti del mondo accademico, di destra e di sinistra, tutti d’accordo nell’attribuire all’idea di sovranità le colpe dello scoppio dei conflitti mondiali. Solo i sistemi sovranazionali sono invece in grado di mantenere la pace.

La realtà delle cose si presenta però in modo diverso. Sia la prima che la seconda guerra mondiale (in realtà si è trattato di un unico conflitto, separato da un breve intervallo di pace relativa, la seconda guerra europea dei Trent’anni, dal 1914 al 1945) sono state accese da dinamiche interne agli imperi autoritari e non dal nazionalismo dei popoli: “la guerra è sempre stata impopolare, anche nel Reich hitleriano”, afferma Tombs.

I tentativi utopistici di creare un ordine mondiale sovranazionale hanno portato a ben scarsi risultati. Eppure questa visione è dura a morire. Ad esempio, i difensori dell’UE insistono nel dire che essa ha mantenuto la pace e che, se essa si dissolvesse, l’intero continente sarebbe sommerso da una tempesta nazionalista analoga a quella degli anni ’30. In effetti, afferma Tombs, “l’Unione Europea è il frutto, non il seme della pace, venutasi a creare per merito delle nazioni democratiche vittoriose, che hanno schiacciato il nazismo e costituito la NATO.”

“Gli schemi imperialisti e federalisti hanno dovuto fare i conti con la sovranità nazionale e la democrazia, che sono le due facce della stessa medaglia politica”. Chamberlain riteneva che il popolo avrebbe vissuto in condizioni migliori in un sistema politico sovranazionale, guidato da un élite disinteressata e mossa da nobili sentimenti. La realtà della gran parte del mondo lo ha da tempo smentito.

È certo possibile affermare che l’impero britannico abbia creato il mondo moderno così come lo conosciamo, ma è altrettanto vero che i popoli al suo interno se ne sono allontanati non appena hanno potuto. Il risultato politico di maggior rilevanza della UE è stato quello di persuadere la maggioranza degli europei, anche quelli che avevano combattuto per la propria sovranità nazionale, che questa sovranità non aveva più valore, “che era una mera illusione, che poteva essere messa in comune in tutta sicurezza all’interno della UE e che qualunque tentativo di esercitarla come singolo Stato avrebbe condotto al disastro.”

L’anno scorso, il popolo britannico ha deciso di correre il rischio, seppure con una maggioranza non molto ampia.

Da questa decisione di esercitare di nuovo la propria sovranità nazionale sono scaturiti diversi problemi: quali i modi e quali gli attori del processo? Da un lato i nazionalisti scozzesi rivendicano a loro volta i propri diritti sovrani, dall’altro gli oppositori del Brexit vorrebbero una sovranità fortemente centrata sul Parlamento, mentre i fautori del Brexit considerano invece il voto popolare diretto come la più compiuta espressione della sovranità. Difficile districarsi tra queste interpretazioni così divaricate, ma “è probabile che la maggioranza di noi consideri che il cuore della sovranità si trovi nel consenso diretto del popolo.”

Siamo di fronte al risorgere di un mito politico ormai fuori del tempo? Quante volte ci è stato detto che nel mondo globalizzato di oggi il concetto di sovranità nazionale non ha più alcun senso, così come irrilevanti appaiono i confini nazionali, mentre il potere sta scivolando verso organismi internazionali e non più centrati sullo Stato. “Si tratta sicuramente di un dogma ideologico più che di un’osservazione spassionata.” Il numero di Stati in grado di esercitare il proprio potere anche sulle forze economiche di maggior peso è ancora grande, sicuramente più grande di quanto non fosse in passato.

In molti Paesi il bilancio statale vale quasi la metà del PIL e il Quantitive Easing ha dimostrato l’importanza che riveste la sovranità monetaria. I piccoli Stati fioriscono, mentre sono i maggiori protagonisti della scena mondiale a trovarsi in gravi difficoltà. “Anche in base alle stime più basse, i poteri rimasti agli Stati nazionali rivestono un’enorme importanza. Si afferma che la UE ha risolto i problemi delle singole sovranità e dei poteri nazionali, mettendo in comune le prime per far aumentare i secondi. Tuttavia la soluzione non funziona, come è del tutto evidente.”

Sono molti i Paesi membri della UE, soprattutto quelli dell’Europa meridionale, Grecia, Spagna e Italia, per i quali l’aver messo in comune la sovranità nazionale ha significato conseguenze devastanti in ambito sociale, economico e politico.

“Alla stregua di un ‘buco nero’, l’UE succhia sovranità dai suoi Stati membri, ma la messa in comune di tali sovranità sembra scorrere via, senza lasciare alcun effetto. Se è la sovranità a conferire il diritto riconosciuto a prendere una decisione finale, chi è che nella UE esercita tale diritto?”

Tombs cita poi Thomas Hobbes: “L’esercizio della autorità sovrana non è così penoso quanto lo è la sua mancanza.” Nulla di quello che sta facendo l’Europa è tanto dannoso quanto le azioni che dovrebbe intraprendere e che non intraprende. Non riesce a risolvere i problemi legati all’introduzione dell’Euro, non riesce a controllare i movimenti, né a governare una collocazione equilibrata delle popolazioni che provengono da oltre i suoi confini o che si trovano al suo interno.

“Dell’impero britannico si diceva che fosse ‘un brontosauro con un immenso corpo vulnerabile e un sistema nervoso centrale non in grado di proteggerlo, dirigerlo e controllarlo’. Lo stesso dicasi della UE, la cui debolezza è suscettibile di provocare la sua distruzione. Il vecchio impero austro-ungarico poteva solo sperare di mantenere i suoi popoli in una condizione di accettabile insoddisfazione. Vale lo stesso per la UE di oggi?”

Tombs si augura che il parallelismo si fermi qui. È sperabile che entro pochi anni le élite europee si accorgano che il federalismo rappresenta un vicolo cieco e che la speranza migliore per il nostro Continente è riposta in un’associazione democratica di nazioni sovrane, tenuta assieme non da “direttive” (come quelle emanate dal cervello brussellese del brontosauro), ma da politiche di solidarietà e di buon vicinato.

But don’t hold your breath”, conclude amaramente l’Autore.

La crisi catalana


[pubblicato anche su http://www.insightweb.it/web/%5D

Quello che sta avvenendo in Catalogna attorno al referendum per l’indipendenza del 1 ottobre prossimo induce a riflessioni più generali su temi che, si può dire, siano presenti in Europa fin dalla conclusione della prima guerra mondiale, con la cosiddetta “dottrina Wilson”, ma che, se si vuole, si possono far risalire fino alla pace di Augusta (1555), con la quale venne sancito il principio del cuius regio, eius religio e con esso l’inizio del declino dell’impero medievale e la nascita degli stati-nazione.

Dopo il 1918, con l’applicazione, in diversi casi ad usum delphini, della wilsoniana “autodeterminazione dei popoli”, si vollero creare stati-nazione omogenei per lingua, cultura e religione (una d’armi, di lingua, d’altare/ di memorie, di sangue, di cor”, per dirla con l’Italia di Alessandro Manzoni in “Marzo 1821”) e annientare i grandi imperi dell’epoca, tedesco, austro-ungarico e ottomano, per dare spazio al nascente, nuovo impero americano, desideroso e capace di sostituirsi ai suoi omologhi britannico e francese, ormai in declino, nonostante la vittoria.

La nascita dell’URSS e gli esiti della seconda fase della Guerra Europea hanno poi condotto, dopo il 1945, all’instaurarsi di un equilibrio imperiale bipolare est-ovest, che, fino alla caduta del Muro di Berlino e alla scomparsa dell’Unione Sovietica, ha tenuto a bada le spinte nazionalistico-identitarie presenti all’interno dell’Europa.

In questi ultimi tempi si è molto parlato nel main stream della inattualità, se non della pericolosità dei nazionalismi, della negatività del cosiddetto “sovranismo”, individuando invece nell’irenistico orizzonte di una società senza confini, senza distinzioni di razze, di religione, di sesso (sintetizzata dalla celebre frase attribuita a Einstein, il quale, interrogato sulla razza di appartenenza al suo ingresso negli Stati Uniti ad Ellis Island nel 1933, rispose “razza umana”), la buona via da seguire.

Tale prospettiva di stampo illuminista, che ha prodotto la pervicace utopia della costruzione degli Stati Uniti d’Europa, ha tratto forza e giustificazione dalle ceneri di un’Europa distrutta dai nazionalismi.

Tuttavia, se essa era comprensibile negli anni della ricostruzione di un intero continente annientato da un unico immane conflitto (la seconda guerra dei Trent’anni europea, dal 1914 al 1945), quando erano ancora vivi e operanti coloro i quali avevano direttamente patito quella rovina, a valle del crollo del sistema imperiale sovietico e del bipolarismo globale nei primi anni ‘90, la stessa prospettiva si è ossificata in proclami europeisti di maniera, rivelandosi nel contempo affatto irrealizzabile se non, addirittura, controproducente. Basti considerare la Brexit, la crescita generalizzata dei partiti nazionalisti identitari (vedi le ultime elezioni tedesche) e leggere le statistiche sulla disaffezione crescente dei cittadini europei per le attuali istituzioni comunitarie.

La rottura di quell’equilibrio bipolare, scaturita dalla conclusione della Guerra Fredda (fredda sì, ma pur sempre guerra) avrebbe dovuto indurre a cercare un nuovo progetto di Europa, che tenesse conto delle grandi e radicali novità apparse sul teatro europeo e mondiale. Ma così non è stato.

La spinta ideale e politica di Schumann e di Monnet, capaci di “inventare” istituzioni all’altezza delle circostanze, si è esaurita nella genesi di un governo europeo di profilo essenzialmente contabile, che patisce un forte deficit di controllo democratico e, cosa ancora più importante, nella rinuncia a elaborare un’identità europea adatta ai tempi nuovi del post ’89.

Recitando il vuoto mantra del “no al sovranismo, no al nazionalismo”, senza indicare la direzione verso la quale avviarsi per risolvere la questione, sempre aperta e irrinunciabile, dell’identità dei popoli, si sono aperte ferite profonde e sanguinose nel cuore stesso del Continente.

Consideriamo la Jugoslavia e la sua dissoluzione, iniziata anch’essa agli inizi degli anni ’90.

Morto Tito (1980), la fragile costruzione statuale degli slavi del sud comincia a vacillare. Crollato l’equilibrio imperiale bipolare, ecco che si riaffaccia di nuovo alla ribalta il principio dell’autodeterminazione dei popoli. Nel caso jugoslavo, l’Occidente (USA e UE) hanno ritenuto valide le ragioni dei “separatisti”, ragioni fatte poi valere con una guerra sanguinosissima (oltre duecentomila morti, massicci bombardamenti aerei, enormi distruzioni), i cui esiti sono ancora oggi malcerti (vedi la situazione della Bosnia-Erzegovina), ma che ha comunque condotto alla creazione di microstati, immediatamente riconosciuti dalla comunità internazionale (da ultimo persino l’evanescente Cossovo) e, in taluni casi, ammessi rapidamente nell’Unione Europea (Slovenia, Croazia).

Viene da dire: perché, nel caos jugoslavo post URSS, si sono appoggiati gli stati scissionisti, si è sostenuta e finanziata la nascita di stati-nazione assai piccoli (la Slovenia arriva appena a due milioni di abitanti), si è promossa la distruzione di un Paese internazionalmente riconosciuto?

Certo, si può ribattere che la Jugoslavia era uno stato recente, nato con una debole identità, voluto anche in funzione anti-italiana, per fare da contrappeso, dopo il 1918, alle aspirazioni plurisecolari dell’Italia post e preunitaria (Venezia, ma anche il regno di Napoli) a un’egemonia nell’area balcanica e sull’oriente mediterraneo europeo in generale. La Spagna invece è uno tra i più antichi stati d’Europa (risalente almeno alla Reconquista del 1492 e all’unione dinastica dei regni di Castiglia e di Aragona).

Eppure, anche nella genesi dello stato unitario spagnolo ci sono elementi “imperiali”, cioè a dire che sovrastano e schiacciano le singole identità nazionali e culturali della penisola iberica.

La Catalogna in particolare, avendo parteggiato per gli Asburgo nella guerra di successione spagnola, dovette subire il rigore dei decreti borbonici del 1716 (Decretos de Nueva Planta), con cui Filippo V toglieva ai catalani ogni forma di autonomia, ivi compreso l’uso della lingua loro propria.

La politica “imperiale” castigliana continuò negli anni ’20 del secolo scorso, con la dittatura di Miguel Prima de Rivera e poi con quella di Francisco Franco, morto nel 1975, con la quale la repressione madridista toccò il suo vertice.

La monarchia spagnola post-franchista non si è data una struttura federale, paragonabile a quella della Germania o a quella della defunta Jugoslavia titina, anche se ha concesso regimi diversificati di autonomia a talune realtà regionali particolarmente centrifughe, come la Catalogna o i Paesi Baschi. Essa ha mantenuto in buona sostanza un impianto centralista (il re è garante dell’unità del Paese. La Spagna resta Una, Grande y Libre, come recitava un noto slogan franchista).

Arriviamo al punto: perché la Slovenia sì e la Catalogna no?

Le critiche veementi ai cosiddetti “sovranismi”, come vengono oggi spesso definite le spinte alla riconquista di spazi democratici di decisione, usurpati dalla burocrazia “irresponsabile” bruxellese, l’assenza nel contempo di un’identità europea che possa sostituirsi al perseguito annullamento delle identità nazionali, aprono spazi pericolosi, che andrebbero colmati e governati. Gli stati nazionali sono un bene da salvaguardare a corrente alternata?

Risalendo indietro nel tempo, c’è stato in verità nel cuore dell’Europa un modello politico-statuale cui guardare per trarne ispirazione per una nuova Europa: il Bund tedesco pre-bismarckiano.

Invece di inseguire vanamente la creazione di un unico stato europeo federale, che prevede necessariamente un’ampia cessione di sovranità da parte dei singoli stati nazionali, i quali, come indica la storia di questi ultimi sessant’anni, non sono affatto intenzionati a concederla, bisognerebbe a questo punto lavorare alla costruzione di una diversa struttura politico-istituzionale dell’Europa Unita, che resta un bene irrinunciabile, ovvero a una confederazione di entità statuali sovrane, anche a carattere regionale, che superino le angustie dei vecchi nazionalismi, ma che rispondano alle esigenze identitarie dei popoli e che, soprattutto, restituiscano ai cittadini il controllo democratico dal basso del proprio futuro.

Con un’Europa davvero forte e davvero democratica, governata da una Dieta confederale (non da un pallido scimmiottamento  dei parlamenti nazionali, come è l’attuale, pressoché inutile e costosissimo parlamento europeo), eletta dai cittadini europei su base continentale e non più regional – nazionale e dotata di poteri autentici e trasparenti, ma limitati alle materie di comune interesse (commercio internazionale, armonizzazione economica e fiscale, difesa dei confini esterni, politica estera), la questione delle identità nazionali si potrebbe riaprire e risolvere senza demonizzazioni e senza invocare, quando fa comodo, l’intangibilità di stati-nazione, di cui peraltro e a ogni piè sospinto, si parla come di istituzioni superate e pericolose.

Una confederazione europea potrebbe lasciare spazio al formarsi di unità statuali nuove, più piccole e libere di collocarsi all’interno della stessa confederazione, con un evidente aumento del tasso di democrazia.

La Catalogna “scissionista”, regione culturalmente antica e ricca di tradizioni sue proprie, come pure la Scozia, non hanno affatto chiesto la secessione dall’UE, ma “solo” di poter partecipare in modo diverso all’unità europea.

Il liceo “corto”: dal mosaico al merchandising, passando per il cacciavite


[pubblicato anche su http://www.eguaglianzaeliberta.it/web/ ]

Il titolo può apparire criptico, ma sintetizza efficacemente, a mio parere, il destino dell’istituzione scolastica italiana nell’arco di un ventennio circa.

Correva l’anno 2000, quando fu pubblicata in GU la “Legge Quadro in materia di Riordino dei Cicli di Istruzione”, meglio nota come la “Legge Berlinguer” (L. 30 del 10.02.2000).

Come tutti sanno, questa legge non andò mai in vigore, perché il governo Berlusconi, succeduto a quello di centro-sinistra di Romano Prodi, tramite la ministra Moratti, volle fare “punto e a capo”.

Guardando retrospettivamente, fu quello del Prof. Berlinguer l’ultimo, serio tentativo di mutare l’articolazione della scuola italiana, conservandone le caratteristiche storicamente sedimentate e da tutti apprezzate e coniugandole con l’esigenza di una maggiore sintonia con i sistemi scolastici del resto dell’Europa. In primis l’accorciamento del curricolo scolastico da tredici a dodici anni.[1]

Berlinguer definì la sua azione come “la strategia del mosaico”, perché composta da un insieme di tessere – interventi normativi da posare in opera in tempi diversi e in zone diverse del sistema scuola (vedi l’innovativo e assai mal compreso e attuato esame di stato), ma capaci di profilare un percorso di studi globale, dalla scuola dell’infanzia alla secondaria di secondo grado, alla formazione post-diploma, all’educazione degli adulti, all’università.

Si era nel periodo segnato dall’avvio della autonomia scolastica (art. 21 della legge 59/97, detta “Legge Bassanini”), sostenuta da un Regolamento esemplarmente redatto (DPR 275/99) e spirava ancora forte la fiducia nella politica.

Poi il gelo dei piccoli e farraginosi interventi, delle sperimentazioni frammentate e quasi sempre senza alcuna accountability caratterizzò l’azione sostanzialmente conservatrice del ministro Moratti, senza che vi si scorgesse un disegno preciso, se non quello di limitare la sfera di azione della scuola pubblica.

Con il ritorno al governo del centro-sinistra, il ministro Fioroni inaugurò “la strategia del cacciavite”: non più tessere di un mosaico di cui, è bene sottolinearlo, si possedeva saldamente il cartone, ma una serie di smontaggi e rimontaggi per cambiare i pezzi più deteriorati della macchina, badando bene a non “turbare” gli interessi consolidati di corporazioni e sindacati.

La debolezza di una tale strategia, che un tempo si sarebbe definita “democristiana”, emerse in piena luce negli anni della crisi, a partire dal 2008. Il governo della scuola affidato al duo Tremonti-Gelmini condusse a un radicale affievolirsi di risorse e di idee. Si tornò all’antico, senza le sue virtù. In quel torno di tempo furono sottratti alla scuola, in un triennio, circa dieci miliardi di euro, con la vana promessa di un successivo, parziale storno per progetti di ricerca e di innovazione. Promessa, naturalmente, non mantenuta.

Il clima dettato dal tema costante della riduzione della spesa non è più mutato da allora. Non ci sono stati, è vero, bruschi colpi di accetta, ma si è proceduto a una sorta di costante limatura, la cui polvere è stata nascosta da un’abile azione di marketing.

Intendo riferirmi, come è facile intuire, alla cosiddetta “Buona Scuola”, di cui ho avuto modo già di parlare ai suoi inizi.[2]

Presentata nella stessa veste grafica delle ricette di Nonna Carla, con tinte pastello e spolverate di zucchero, condannata dal suo stesso nome a rappresentare l’ottimismo dolciastro della cucina renziana, la riforma “epocale” (nelle parole dell’ormai ex primo ministro) si è tradotta in una congerie di promesse non mantenute, di interventi confusi e ideologici (i danni della cosiddetta “alternanza scuola-lavoro” si percepiranno sul lungo periodo: quante ore di studio individuale sono state sottratte al sistema dei licei, per inseguire vani fantasmi?), di burbanzose accentuazioni dirigistiche, tutte accompagnate dal basso continuo “senza ulteriori aggravi per la spesa pubblica”.

La povera ministra Giannini, bouc émissaire dell’intera operazione, è stata estromessa dal governo Gentiloni e sostituita da una più baldanzosa e sindacalmente esperta ministra Fedeli.

Idee nuove per la scuola? Non pervenute. Solo qualche iniziativa per tacitare il malumore degli insegnanti e una serie di decreti applicativi della Buona Scuola, il cui testo (vedi quello sulla cultura umanistica) grida vendetta al cospetto di un qualsiasi buon giurista esperto di politica scolastica. Senza contare il “misterioso” disegno di revisione dell’esame di stato, prima promesso per il prossimo anno scolastico e poi rimandato al 2019 (?), di cui restano ignote le motivazioni e lo spirito (!) che lo hanno animato.

E veniamo al punto che ha suscitato questa mia ulteriore riflessione: la sperimentazione (aridaje, direbbero a Roma! Ci aveva già provato la ministra Carrozza ai tempi del governo Letta) della riduzione del percorso secondario superiore da cinque a quattro anni.[3]

Un ritorno a Berlinguer, come avevo modestamente suggerito circa quattro anni fa?[4] Neppure per idea. Là dove la riduzione dell’intero percorso scolastico acquistava senso e fisionomia, qui, a leggere gli scarni documenti prodotti dal ministero, colmi di caveat per non spaventare troppo il colto e l’inclita (“non ci sarà alcuna riduzione dei contenuti”, “si eserciterà un rigoroso controllo tramite commissioni a diversi livelli”), si vede in controluce solo il desiderio di tagliar posti, con la scusa di allinearci all’Europa, imbottendo in un sacco da quattro quello che era contenuto in un sacco da cinque.

Una proposta? Sempre la stessa: torniamo alla Legge 30, è già bell’e fatta, con tanto di sistema graduale di applicazione, aggiorniamola (sono pur sempre passati diciassette anni), ma manteniamone l’impianto. Ricordiamo che gli istituti “comprensivi” erano stati concepiti proprio in vista di una unificazione del ciclo di secondaria inferiore. Ora che sono stati imposti in tutta Italia, maldestramente e solo per risparmiare risorse, potrebbero trovare una qualche ragione d’essere e un’operatività didatticamente efficace e non solo burocratico-amministrativa.

 

[1] Il testo della Legge 30 in http://www.edscuola.it/archivio/norme/leggi/rcstuddl.html

[2] “La Buona Scuola del maestro Matteo”, https://claudiosalone39.wordpress.com/page/9/

[3] Sul tema segnalo l’appassionato e competente intervento di Giuseppe Cappello, “L’allucinazione del liceo breve”,  http://www.giuseppecappello.it/?p=2532

[4] “Ritornare a Berlinguer”, https://claudiosalone39.wordpress.com/page/11/

Carlo PAVOLINI, Eredità storica e democrazia, Scienze e Lettere, Roma, 2017, pp. 314


Sostenitore fin da anni lontani (1996) delle soprintendenze uniche territoriali, Carlo Pavolini dovrebbe oggi accogliere con particolare soddisfazione gli sviluppi delle riforme Franceschini, che, in buona sostanza, sembrano far propria quella sua idea.

Le soprintendenze uniche territoriali rappresentano il superamento della tradizionale gestione parcellizzata del patrimonio artistico (beni storico-artistici, beni architettonici, beni archeologici), in una visione “olistica” del bene culturale all’interno un continuum storico stratificato e interconnesso, che va al di là delle mere partizioni disciplinari accademiche.

Una cosa è però l’adozione di un principio, altra la sua attuazione pratica. Da qui si origina la critica che l’Autore muove all’intero processo riformatore promosso dai ministri Franceschini in primis e Madia in secundis. Tale critica viene esercitata con grande acribia e dovizia di documentazione, ma senza agitar di bandiere o parlare di beni culturali per dire altro ad altri.

Anche per questo il libro di Carlo Pavolini dovrebbe trovar posto sulla scrivania di tutti i dirigenti e i funzionari del MiBACT.  Si tratta infatti di uno strumento quantomai utile per attraversare e comprendere la fitta e spesso ingarbugliata produzione normativa generatasi negli anni e con particolare rigoglio nell’ultimo triennio.

Tra il 2014 e il 2017 si assiste a un mutamento radicale dell’assetto amministrativo e gestionale dei beni culturali, attraverso norme e decreti che l’A. intreccia con grande pazienza in una trama giuridico-narrativa molto efficace.

Da questa trama emerge in primo luogo una riflessione generale, del resto già evidenziata dallo stesso sottotitolo del libro, “in cerca di una politica per i beni culturali”: il succedersi delle norme, i tanti aggiustamenti in corso d’opera, le tante avanzate e le tante ritirate, esprimono una qualche logica più generale, una qualsivoglia vision e relativa mission, come oggi si usa dire? Percorrendo le pagine del testo pavoliniano si ha piuttosto la sensazione di trovarsi in un labirinto ariostesco, tra crocicchi, sentieri che si inoltrano tra boschi e radure, improvvise apparizioni, repentine scomparse.

Soprattutto si è indotti a ipotizzare che le disposizioni deliberate siano “para buscar el levante por el poniente”.  La cosiddetta “legge Madia”, ad esempio, sulla quale Pavolini esprime con chiarezza la sua contrarietà, con la prevista “confluenza nell’Ufficio Territoriale dello Stato (prefetti) di tutti gli uffici periferici dell’amministrazione civile” ne potrebbe essere un chiaro esempio: si introducono elementi di profonda, radicale e sconvolgente (in senso letterale) novità non per migliorare o orientare in altro modo il servizio, ma per evitare il peggio o il danno eventuale (vedi la questione del silenzio-assenso).[1]

Tornando nel merito dei problemi, l’A. prende in esame un elemento qualificante delle riforme Franceschini, ovvero quello relativo al sistema museale e alla sua sostanziale separazione dal resto delle realtà territoriali. Anche in questo caso, come dice giustamente Pavolini, “non si riesce a cogliere nessuna logica, nessun senso complessivo” (p. 69). Innegabile è invece la risonanza mediatica di tali provvedimenti: i concorsi con bandi aperti agli stranieri, l’accento posto sulla “valorizzazione” del nostro patrimonio, l’introduzione di figure apicali nuove, come i cosiddetti “supermanager”, selezionati non più solo in base al possesso di competenze specifico-disciplinari, ma anche e soprattutto per le capacità organizzative e gestionali, hanno solleticato non poco la fantasia dei giornalisti. Era forse questo l’obiettivo che si voleva raggiungere?

Alla conclusione del capitolo (p.88), Pavolini coglie bene e con giusta preoccupazione l’aporia tra una concezione olistica del bene culturale, da attuarsi mediante le soprintendenze uniche territoriali, e lo “spacchettamento” di musei, poli e parchi. Ma si tratta davvero di un errore, di un’eterogenesi dei fini?

Al centro del libro (capitolo terzo), “Valore d’uso e valore di scambio nei beni culturali”, il discorso si sposta decisamente sulle prospettive di fondo, sulle finalità che dovrebbe avere l’azione politica culturale. Fuori dalle secche degli “errori” (nel senso etimologico dell’errare/vagare) che il combinato-disposto Franceschini-Madia ha generato, si affronta la questione da una prospettiva “filosofica”, alla ricerca del senso.

I termini del titolo provengono, come è noto, da Marx e sottendono la definizione di valore come “lavoro incorporato nelle merci”. Il valore d’uso e il valore di scambio coesistono nella stessa merce e si distinguono solo in rapporto alla sua fruizione. È indubbiamente suggestiva la traslazione che Pavolini fa di questi termini dall’ambito economico ai beni culturali, utile soprattutto per chiarire equivoci e fraintendimenti attorno al tema della loro valorizzazione/tutela. Purché si eviti lo schematismo di un’equazione del tipo “valorizzazione: tutela = valore di scambio: valore d’uso.”

Si tratta infatti di concetti implicati e per certi versi inestricabili e cangianti, a mio parere intrinseci alla stessa nozione di “bene culturale”, che evidentemente allude al mondo delle merci e che tende a sostituirsi a quella di “patrimonio culturale”.

Giustamente (p. 170), Pavolini parla di “battaglia culturale coerente e di lunga lena” attorno a questi temi, “che non avrà un termine finale prevedibile”. Per questo bisognerà rinunciare a una definizione rigida di tali relazioni (valorizzazione/tutela, pubblico/privato), “accontentandosi” di delimitare con chiarezza il terreno della battaglia e di accettare poi il principio della autonomia e della responsabilità di chi dirige le operazioni.

Nell’ultimo capitolo (“In cerca di una politica”) prima dell’utilissima appendice sulla ormai annosa questione della via dei Fori Imperiali, si tirano le fila del ragionamento che si è dipanato nelle pagine precedenti. In buona sostanza, se da un lato si denunciano i pericoli della soluzione “neoliberista” operata dal governo Renzi (p. 215), dall’altro si mette in evidenza una certa incapacità a leggere la situazione da parte del fronte degli antifranceschiniani, che non avrebbe saputo cogliere le contraddizioni del processo in atto, ma si sarebbe spesso arroccato in un tentativo di difesa rigida del passato.

La soluzione proposta da Pavolini si fonda sulla coerenza dell’assunto iniziale: il modello “soprintendenza unica territoriale” deve essere applicato generalmente e senza eccezioni, anche ai poli museali e alle altre “enclave” amministrative. Il recupero di questa omogeneità dovrà poi essere finalizzato alla realizzazione di un progetto culturale nazionale, volto a un’opera di “diffusione e democratizzazione della conoscenza per la quale lo sfruttamento ‘buono’ e l’utilizzo in senso umanistico, pedagogico e didattico dei beni culturali sono tuttora importanti” (p. 267).

Personalmente mi trovo sostanzialmente d’accordo con queste affermazioni, anche se resta il problema dell’orizzonte – spesso nebuloso – su cui tali affermazioni si definiscono.

Una visione olistica del bene culturale non è più eludibile e deve essere estesa anche ad altri ambiti culturali, come ad esempio la scuola.[2] In tale visione, a mio parere, si devono superare non solo gli steccati accademici, ma anche la tradizionale contrapposizione pubblico buono/privato cattivo, la concezione proprietaria del bene culturale (secondo il diffuso costume per cui le ferrovie sono dei ferrovieri, le poste dei postini, le scuole degli insegnanti, ecc.), come pure i miti opposti del “privato è sempre meglio”, dell’efficientismo, dell’equazione tra aumento dei biglietti venduti e incremento della cultura e così via.

Per mettere in moto un programma tanto vasto, bisognerà procedere con urgenza ad avviare un autentico processo di semplificazione e “alleggerimento” del MiBACT centrale, cui resterebbero compiti decisivi di controllo, verifica e programmazione, attribuendo una ampia ed efficace autonomia alle soprintendenze uniche territoriali, da dimensionare su scala regionale (soprintendenze uniche territoriali a livello di regione, ma non dipendenti dalle regioni). A questo livello, i nodi in apparenza inestricabili tra valorizzazione e tutela, pubblico e privato, precarietà e stabilità potrebbero trovare una composizione non in base a rigidi protocolli stabiliti dal centro, protocolli peraltro assai difficilmente formulabili, come la disamina pavolinana ci ha chiaramente dimostrato, ma in base alle circostanze concrete in cui ci si trova ad agire, diverse da regione a regione, da periodo a periodo, secondo l’unico principio possibile, che è quello della libertà e della responsabilità che, pure all’interno di una cornice tracciata a livello nazionale, devono essere attribuite a chi dirige e a chi opera sul territorio.

 

 

 

[1] In parte è quanto è successo con la “Buona Scuola” renziana, generata anche a copertura della necessità di evitare le multe milionarie che la Corte di Giustizia europea ci ha comminato per anni per la questione dei precari non stabilizzati dopo 36 mesi.

[2] Cf. Claudio SALONE, Un approccio olistico all’eredità culturale, in “Education 2.0”, 2015 http://www.educationduepuntozero.it/curricoli-e-saperi/salone_266-40157278315.shtml

Un libro scritto per la Francia che parla anche dell’Italia: Christophe GUILLUY, “Le crépuscule de la France d’en haut”, Flammarion, 2016, pp. 253


[pubblicato anche su http://www.insightweb.it]

Il libro di Guilluy ha innanzi tutto il pregio di essere stato scritto da un geografo, un tipo di intellettuale ormai raro in Italia.[1] L’ancoraggio geografico al territorio e alle popolazioni ha fornito all’ A. una prospettiva di analisi diversa rispetto alle interpretazioni più propriamente politico-economiche dei dati sulla nostra attuale realtà.

La nuova metropoli mondializzata: la patria della nuova borghesia

Le prime parole del primo capitolo sono: “Tornano le cittadelle medievali”. In queste nuove roccaforti vive una nuova borghesia, che si caratterizza per la sua inclinazione verso l’open society, la mescolanza sociale e l’eguaglianza dei diritti individuali. Si potrebbe dire verso il politically correct.[2] Questa vernice progressista nasconde in verità un feroce meccanismo di esclusione, secondo uno schema tipico del vincente modello nord-americano: massima ampiezza dei diritti individuali, tradotta nella massima diseguaglianza in seno alla società.[3] Dunque un progressismo senza progresso, che custodisce con grande efficacia privilegi e ricchezze prodotte dal laissez-faire globalizzato. “La mondializzazione è il regno del Re Mercato e un’opportunità riservata alle classi superiori.” Se prima la borghesia accettava e combatteva apertamente la lotta di classe, adesso, sposando quella che l’A. definisce “la menzogna della società aperta”, essa tenta addirittura di negare l’esistenza di quella stessa lotta di classe. “Nella loro volontà di distinguersi dai borghesi tradizionali, le nuove classi superiori “aderiscono alla ‘cultura del narcisismo’, al culto dell’ego, rafforzato proprio dalla eclissi delle classi popolari e recuperano il termine ‘popolare’, giocando a ‘fare il popolo’.”[4]

In realtà, i processi economici hanno continuato a svilupparsi in maniera, per certi versi, ancora più dura rispetto al passato, provocando il sistematico allontanamento dalle metropoli globali – da lì e solo da lì nasce e transita la ricchezza mondializzata –  dei ceti operai e impiegatizi, anche attraverso uno spettacolare aumento dei prezzi delle case e un sistema sempre più esteso di “gentrificazione” delle aree urbane destinate all’edilizia popolare.[5]

Il trionfo della nuova borghesia mondializzata ha reso dunque “invisibile il dominio di classe”, sostituendo la lotta di classe con la confusione delle classi. Non è un caso, sottolinea l’A. che la sinistra “moderna” abbia, ad esempio, nella megalopoli parigina, con il suo alto reddito e il 43% di funzionari e impiegati di grado superiore, un suo terreno d’elezione. Rinserrate nella neo-cittadella medievale e costrette a vivere gomito a gomito, destra e sinistra tradizionali finiscono per confondersi, anche perché sono entrambe d’accordo sulla irreversibilità del modello economico mondializzato.[6] “Riflesso di un modello unico, le metropoli si fanno banditrici della politica unica e del pensiero unico, in attesa del partito unico.” Sarà interessante a questo proposito seguire la marcia trionfale di Macron.

La fascistizzazione della periferia invisibile

Il modello in integrazione assimilazionista, laico ed egualitario, francese ha lasciato il posto alla frammentazione ineguale del trionfante comunitarismo anglo-americano, per cui, in nome del multiculturalismo, vivono sul medesimo territorio, ma restando diversi per lingua, costumi, religioni, storia e cultura, gruppi sociali in cerca di ancoraggi e identità.[7]

Scacciate dai luoghi dove si produce la maggior parte della ricchezza, della ricerca e della comunicazione, le classi popolari vengono sempre più perifericizzate, tra campagna e centri urbani medio-piccoli, e ridotte al silenzio, tacciate di essere “sovraniste” e “retrograde” da una martellante campagna mediatico-ideologica, che ha provveduto con successo a fascistizzare le richieste di ripristino di una sovranità nazionale. [8]

Quali però le ragioni per cui un processo di diseguaglianza tanto brutale si è realizzato un po’ dappertutto in Europa? La risposta sta nel controllo ferreo delle “rappresentazioni sociali e territoriali”: la rappresentazione sociale mira a conservare il mito di una classe media maggioritaria, ormai sostanzialmente scomparsa, al fine di nascondere l’emergere di nuove categorie popolari precarizzate; in parallelo, la rappresentazione dei territori e delle metropoli contribuisce a rendere invisibile la Francia periferica. Nel paese immaginario delle élites francesi, tutte le persone “modeste” semplicemente non esistono.

“La retorica dell’apertura consente di squalificare tutte le rappresentazioni che contestano l’ordine economico e sociale esistente.” L’opposizione popolare alla mondializzazione e al libero scambio è spesso ridotta dal mainstream a una manifestazione di razzismo.[9] Il nuovo partito operaio è, nei dati, il FN. Tra le cause di ciò vi è certamente lo slittamento dei partiti socialisti europei verso le dottrine liberiste già dai primi anni ’80, ma anche “la ribellocrazia di sinistra, quella di chi lotta contro il capitale, le banche, il mercato, le multinazionali, ma che difende anche la mondializzazione.” Descrivere l’insicurezza sociale e culturale dei ceti popolari significa oggi per costoro “fare il gioco di”. E’ il pasoliniano “fascismo degli antifascisti”. Fascistizzare tutti quelli che fanno emergere la nuova realtà popolare.

L’ideologia “bougista”: il mito della mobilità e dell’ascensore (discensore) sociale

La sfida, finora vinta, è stata quella di instaurare senza conflitti un modello egemonico di economia della diseguaglianza, che rende invisibili i perdenti della mondializzazione. Gradualmente espulsi dai processi produttivi rilevanti, gli operai sono stati collocati in periferia (discensore sociale), mentre la classe media si frantuma, verso l’alto e verso il basso: negli anni ’60 ci volevano 12 anni perché un membro della classe media potesse salire verso livelli sociali superiori. Oggi ne sono necessari 35.

La maschera progressista del conservatorismo mondializzato vede le metropoli come il territorio privilegiato “del tutto è possibile”, le “ideopoli”, della mobilità verticale, da contrapporre al resto del Paese, statico e senza idee.[10] Ma, come l’A. si incarica di sottolineare, tale mobilità è solo narrata: ad esempio, nessuno dei grandi “creatori” di ricchezza mondializzata, da Mark Zuckerberg a Bill Gates, viene “dal basso”. Inoltre, e le statistiche sulla (im)mobilità sociale nelle scuole stanno lì a dimostrarlo, “‘i figli e le figlie di’ sono come pesci nell’acqua in questa società liberale, in cui la norma è ‘ciascuno per sé’.” Nelle università, nei giornali, nel mondo del cinema e della politica, in aperto contrasto con le dichiarazioni di apertura al diverso, tutto il sistema è saldamente in mano ai bianchi che abitano nelle metropoli mondializzate e la diversità è rappresentata solo in misura residuale. I “bobo” progressisti e aperturisti infatti “non intendono giocare con l’avvenire dei propri figli, la mescolanza sociale e il multiculturalismo reali li lasciano agli altri”.

Le diseguaglianze sono dunque esplose dovunque nel mondo globalizzato. Se negli USA, negli anni ’70, la percentuale più ricca della popolazione incamerava l’8% della ricchezza nazionale, oggi quella stessa percentuale è passata a incamerarne il 20%.

Il nomadismo globale, tipico mito della modernità mondializzata, è imposto dai media come un dato incontestabile.  Se ne deduce il grottesco slogan che per risolvere il problema della disoccupazione basta accettare l’ipermobilità. Secondo l’ideologia “bougista” insomma, si resta disoccupati perché ci si rifiuta di muoversi. Per le classi escluse dalla mondializzazione, l’emigrazione rappresenta invece una necessità dolorosa, quasi mai una scelta volontaria e felice. A smentire poi il mito ci sono i dati: nel 2013 il mondo contava 223 milioni di migranti internazionali, cioè a dire solo il 3% della popolazione mondiale, la fotografia di una società prevalentemente sedentaria.

Le nuove società periferiche: dall’ideologia alla gestione del quotidiano

Per la prima volta nella storia, le classi popolari non vivono più laddove si crea la ricchezza e il lavoro, ma in una “Francia periferica”, sempre più fragile e nascosta. “L’economia mondializzata, che poggia sulla divisione internazionale del lavoro e sulla crescente robotizzazione e automazione dei processi produttivi, non ha più bisogno di una classe popolare occidentale, troppo cara e tropo garantita, ma di manodopera a bassissimo prezzo (cinese, indiana, africana). Così, quei ceti popolari sono stati progressivamente perifericizzati e resi ininfluenti.”

Questa espulsione ha provocato quella che l’A., in modo suggestivo, definisce il marronage delle classi popolari, assimilabile alla “fuga dalle piantagioni” degli schiavi. Esse cioè non si riconoscono più nelle narrazioni che provengono dall’alto, dalle istituzioni tradizionali (partiti, sindacati, media).

Sta nascendo una “contro società”, che non è la società del ripiegamento o di chi non sa (con buona pace di BHL), che non prefigura una chiave interpretativa del mondo, ma si fa carico delle contraddizioni che un modello di sviluppo non voluto comporta: “non sono le idee che spingono il mondo, ma la quotidianità”. E il quotidiano è caratterizzato dalla complessità, non dall’ideologia. “Le classi popolari non hanno altra scelta se non quella di resistere all’ordine dominante facendosi carico della realtà”.

Quello che la società dominante chiama “ripiegamento” è in realtà la risposta a una società iperliberista che distrugge ogni nozione di solidarietà. “Il progetto mondialista non ha creato l’uomo nuovo, ma l’uomo ordinario, di orwelliana memoria.” Citando Jean-Pierre Le Goff, “la società dei consumi e del tempo libero ha esaltato la sfera privata a detrimento delle culture e delle istituzioni sociali tradizionali.” Del resto, la mescolanza sociale non è  mai stato un obbiettivo delle classi popolari, che trovano nell’ancoraggio locale una risorsa per la loro economia familiare.

La panne della mobilità sociale rafforza la società popolare. Questa società è depositaria dello “spirito del dono” (Maus), di una mutua solidarietà, che agisce non per spinta ideologica, ma perché costretta dalla realtà del quotidiano.

“E’ evidente che l’idea secondo la quale il popolo non esiste più si collega al pensiero magico di coloro che hanno tutto da temere personalmente dal suo risveglio politico, piuttosto che all’analisi del mondo così com’è.”

Di qui nasce anche la pericolosa crisi attuale dei processi democratici (il calo costante della partecipazione al voto): le classi dominanti e superiori sembrano sempre più tentate da un’opzione di totalitarismo soft. Si veda la reazione delle élite alla Brexit o all’elezione di Trump, allorché hanno riconosciuto con grande fastidio gli esiti del voto democraticamente espresso (BHL). In Francia, sull’onda della Brexit, che ha visto il voto “remain” concentrato nelle città metropolitane e tra i giovani, si è giunti a proporre (Fillon) che ai giovani sia dato il doppio suffragio (“democrazia a punti”). E così in Svizzera. “Si arriverà”, si chiede l’A., “alla Gazzetta Ufficiale che ufficializzerà un voto con coefficiente 3 per i giovani delle metropoli, 2 per i dirigenti, 1 per gli operai e 0,5 per i disoccupati?” Bisogna invece sempre ricordare che “la democrazia riposa su un principio fondamentale, quello per cui un operaio ignorante e un intellettuale raffinato sono egualmente capaci di decidere le sorti di un paese.”

In questo denso e sfaccettato saggio di Guilluy, munito peraltro di un corredo ricco e molto significativo di carte tematiche della Francia, c’è molto, molto di più. Spero possa essere presto tradotto in italiano, perché de te fabula narratur.

 

[1] Vedi il precedente intervento sul blog, “Aiuto! Ha ragione la Littizzetto!”

[2] “Il sinistrismo del ’68 ha facilitato e accelerato l’avvento del capitalismo liberal-libertario e la totale egemonia del mercato” (M. Clouscard, cit.). Come dice efficacemente l’A., si è passati dai Rougon-Macquart agli hipsters.

[3] L’A. cita in proposito Margareth Thatcher: “La società non esiste.”

[4] Si veda la gentrificazione del più popolare tra gli sport, il calcio, ottenuta con l’aumento vertiginoso dei prezzi dei biglietti allo stadio.

[5] A Londra si è giunti a punte di 80.000 € al mq. L’aumento poi degli interventi di edilizia pubblica nelle metropoli non serve a favorire il ritorno dei ceti popolari, ma a dare alloggio a quei “key workers” senza i quali la qualità e la sicurezza della vita urbana verrebbe messa a repentaglio (poliziotti, badanti, personale sanitario e scolastico, ecc.).

[6] J.-P. Chevènement: “non resterà niente della destra e della sinistra se la prima abbandonerà la nazione e l’altra la società.

[7] Jacques Julliard: “il multiculturalismo è una beffa, una beffa sanguinosa”. Del resto, dice l’A., “come poteva non cedere la diga repubblicana di fronte a Wall Street, al CAC 40, a Hollywood?”

[8] Il mentore di una tale interpretazione è Bernard Henry-Levi, cui l’A. non risparmia opportunamente critiche e frecciate ironiche.

[9] La classe dominante usa ormai l’antifascismo come uno strumento di lotta di classe. A tal proposito, l’A, cita gli Scritti corsari di Pier Paolo Pasolini (1974: “un antifascismo facile che ha per oggetto un fascismo arcaico che non esiste e non esisterà mai più”).

[10] Les Idéopôles, laboratoires de l’électorat socialiste è il titolo di un saggio di F. Escanola e M. Vieira, del 2014 citato dall’A. Non vi è chi non veda, alla luce della disfatta del PS, come la realtà si incarichi talvolta di lacerare i veli dell’ideologia.