L’Europa tra “mythos” e “historìa”


Non esiste un progresso lineare della conoscenza, dal “mythos”, racconto fantastico e spesso ominoso degli eventi, alla “historìa”, narrazione scientificamente fondata degli stessi eventi e ricerca delle loro cause.  Si tratta di due dimensioni del conoscere che intrecciano sempre tra loro diversi fili di differenti colori. L’importante è tenerle sempre distinte. Ciò vale anche per l’Europa, che è al tempo stesso  mythos e historìa.

Il mito

Risultati immagini per casa di giasone immaginiIl rapimento di Europa in un affresco pompeiano dalla Casa di Giasone

Il nome di Europa, da “euru”, “ampio”, e “opa”, “orao”, “vedere” e quindi “dall’ampio sguardo”, fa riferimento all’occhio dei bovini, capace di un orizzonte molto esteso. Di origine vicino-orientale, sarebbe l’ipostasi della colonizzazione dell’occidente da parte dei Fenici. Esso ha come protagonista la figlia del re di Tiro, Europa appunto, rapita in riva al mare e portata a Creta da Zeus apparso in forma di candido toro; l’antropomorfizzazione velerebbe, sotto le spoglie della fanciulla, una giovenca, che, accoppiatasi con il toro sacro (Zeus), diventò poi capostipite della dinastia cretese (Minosse era suo figlio e padre a sua volta del Minotauro). Il regno cretese fu dunque, secondo questa “spiegazione” mitica, il primo regno europeo, con una sfera di influenza estesa anche alla parte settentrionale dell’Egeo. In Beozia esisteva poi un’altra versione del mito, in cui “Europa” era un epiteto di Demetra e significava “dalla notte oscura”, come il profondo, esteso e inesplorato nord del Continente[1].

La storia

In generale, dalla tradizione greco-romana emerge un’identità “nordica” dell’Europa, quasi fosse un’immensa retrovia del mondo mediterraneo.

Nella tarda antichità (V secolo), l’abate irlandese Colombano, si riferisce a papa Gregorio Magno come al “totius Europae flaccentis augustissimo quasi cuidam Flori” (Ep. I), “al più augusto fiore di tutta la decadente Europa” e a Bonifacio IV come: “Pulcherrimo omnium totius Europae Ecclesiarum Capiti, (Ep. IV) “al più bel capo di tutte le Chiese dell’intera Europa”. Non è facile dire di che Europa si tratti. Colombano sembra identificare il patriarcato d’Occidente (Roma) e il continente europeo, dove si mescolano e si compenetrano i resti del mondo tardo-antico e le nuove genti germaniche; da irlandese, l’Europa gli appare come l’unico termine in grado di definire il “calderone in cui egli si trova a vivere e a operare”[2]. Presso un altro monaco, Isidoro, troviamo l’aggettivo “Europeenses” a indicare le schiere che, a Poitiers, nel 732, fronteggiarono gli Arabi: “prospiciunt Europeenses Arabum tentoria, nescientes cuncta esse pervacua”.

Fu Carlo Magno a fondare, tra la fine dell’VIII e l’inizio del IX secolo, il primo imperium autenticamente europeo, cioè a dire continentale, in cui trovarono una rinnovata unità politica l’elemento germanico, quello gallo-romano e quello italico, tutti cementati dalla comune fede nella religione di Roma, nell’uso di un’unica lingua franca, il latino, e di un’unica moneta, il denaro.

La fucina carolingia forgiò dunque il prototipo di un’entità unitaria politica e culturale continentale che si può definire europea. Tuttavia, come si sa, le antiche linee di faglia, storiche, geografiche e politiche a un tempo, il Reno, il Danubio, le Alpi, iniziarono a dislocarsi e nel corso dei secoli quella unità finì per decomporsi, in un processo che conobbe, tra le sue tappe salienti, la Riforma luterana, La Prima Guerra dei Trent’anni, il graduale abbandono del latino come lingua comune e infine, dopo Napoleone, lo svanire definitivo anche del fantasma del Sacro Romano Impero Della Nazione Germanica.

Altro discorso per la koinè culturale europea, che non ha invece mai cessato di svilupparsi in quanto tale. Dalla filosofia alla letteratura, dalla musica alla pittura, alle arti e alle scienze in generale, le élites del Vecchio Continente hanno continuato nel loro dialogo secolare, dando vita a una civiltà che a buon diritto si può definire universale, capace di “europeizzare” quasi tutto il globo terrestre.

All’interno di un immenso campo di forze, con un baricentro economico e politico sempre in movimento, dal Mediterraneo prima (Repubbliche marinare, Comuni e signorie italiane) all’Atlantico (scoperta dell’America), da ovest (Spagna, Francia, Inghilterra) al centro (Austria, Germania) a est (Russia e poi l’URSS), l’idea di un’autentica unità politica continentale non si è mai più affacciata alla ribalta, se non nei diversi tentativi di egemonia continentale messi in atto dell’una o dell’altra potenza (l’impero absburgico di Carlo V, la Francia di Luigi XIV e poi di Napoleone I, la Germania del I e del III Reich).

Tra la prima e la seconda fase della Seconda Guerra Europea dei Trent’anni (1914-1945), un’Europa annichilita ha cercato di ritrovare le ragioni dell’unità. Diversi importanti intellettuali e politici (basti citare Aristide Briant, Gustav Stresemann, Hugo von Hofmannsthal, Richard Coudenhove Kalergi), tentarono, invano, di proporre nuove soluzioni politiche per una Europa che non fosse più, come in passato, mero obiettivo egemonico di una singola potenza, bensì, proprio nel segno di una cultura comune e condivisa, un luogo di possibile concordia e condivisione di risorse e sovranità. Dopo il ’45, nello stato di prostrazione che accomunava vinti (Germania, Italia) e vincitori (Francia, Regno Unito), il renano Adenauer, l’alsaziano Schumann, il trentino De Gasperi, non per caso tutti uomini di frontiera ed educati alla cultura tedesca, ripresero quei tentativi esperiti negli anni ‘20 e, approfittando della estrema debolezza dell’Europa di fronte ai nuovi giganti globali USA e URSS, a partire dagli inizi degli anni ’50 riuscirono a muovere i primi passi (CECA) verso un progetto di unità politica continentale.

È in questo contesto tra mythos (come già contro gli Arabi a Poitiers nel 732, contro i Turchi a Lepanto nel 1571 e sotto le mura di Vienna nel 1683, l’Europa diventò il bastione della libertà contro “il barbaro” totalitarismo sovietico) e historìa (la Guerra Fredda, l’equilibrio del terrore tra USA e URSS) che si è formata e consolidata l’Europa dei “miracoli economici” e della lunga pace che abbiamo conosciuto fino alla caduta del Muro di Berlino (1989), al riparo dell’ombrello militare statunitense e della simmetrica oppressione del socialismo reale.

Caduto il Muro e rovinosamente sconfitto l’esperimento del socialismo reale nell’Europa centrale e orientale, quello stesso mito assunse i caratteri dell’assoluto metastorico (vedi l’effimero Fukuyama), diventando una sorta di totem inscalfibile e indiscutibile per tanta cultura progressista. Mito, appunto. E l’historìa?

La scomparsa del bipolarismo planetario e l’irrompere sulla scena internazionale di altri grandi protagonisti globali (Cina su tutti), hanno rotto gli antichi equilibri[3] e da allora l’Europa rischia di passare dalla linea del fronte alle retrovie[4]. Questo processo avrebbe dovuto indurre a ragionare (historìa) sull’Europa e sul suo destino e non più a idoleggiarla acriticamente (mythos).

E invece un nebuloso “sogno europeo” ha continuato a dominare le menti, incuranti della realtà mutata. Governata da un esercito di 50.000 addetti tra Bruxelles, Strasburgo e Lussemburgo (erano 100.000 tra mandarini e impiegati i burocrati che, alla fine del XVIII, facevano funzionare l’immensa Cina imperiale) e da un sistema politico-decisionale privo di autentici controlli democratici, tendente a confondere l’azione politica con quella amministrativa, la UE è tornata ad essere, come in passato, mero campo per l’esercizio egemonico di alcuni Stati nazionali (la Germania, innanzi tutto, con l’appoggio di una Francia sempre più  à bout de souffle).

Un mythos però funziona solo se è capace di esprimere una coscienza collettiva; a differenza del periodo antecedente l’89, esso è oggi profondamente offuscato da sentimenti crescenti di nazionalismo, dalla ricerca di un’identità culturale e politica che si considera perduta senza contropartite. Né l’Euro introdotto oltre vent’anni fa (moneta comune, ma non unica) ha ancora coinvolto tutti gli Stati della UE, finendo per non giovare alla causa dell’unità europea e per accrescere le diseguaglianze e i rancori all’interno delle singole comunità nazionali.

Per questo non basta più recitare il vuoto mantra del “sogno europeo”. È necessario tornare a riflettere politicamente sulla “questione europea”.  Due le alternative: la prima, la più difficile, prevede l’accelerazione (se non l’avvio vero e proprio) di un processo serio di integrazione politica, economica e militare, con cessioni sostanziali di sovranità da parte degli Stati membri, che veda come interlocutori privilegiati sia la Russia – che è, fino a prova contraria, Europa – che gli USA; la seconda è quella di imboccare la strada opposta: iniziare ad allentare i legami costitutivi di un mitologema che con tutta evidenza non funziona più (Gli Stati Uniti d’Europa) e mettersi al lavoro per riorientare la politica europea su un sistema di alleanze flessibili, di patti bi-tri-quadrilaterali su temi di comune interesse, per costruire non già uno stato federale europeo unitario, ma, come voleva Margareth Thatcher nel suo celebre discorso di Bruges, “un’organizzazione sovranazionale basata sulla cooperazione volontaria tra stati sovrani”[5]Tertium non datur. A dire il vero, un Tertium appare all’orizzonte, nei segnali di disgregazione che si fanno sempre più forti. Siamo sicuri che la Brexit rappresenti solo un’anomalia dell’oggi?

____________

NOTE

[1] “Europa” potrebbe anche essere la trasposizione fonetica quasi letterale di “ereb” (gharb in arabo), vocabolo di radice semitica, che sta a indicare l’occidente, ovvero le terre poste a ovest della costa siriana. Nelle fonti iconografiche la fanciulla rapita appare quasi sempre velata e quasi sempre cavalca all’amazzone il toro divino. Europa compare, ad esempio, in Omero (Il. 14, 321), Esiodo (Theog. 357), nell’Inno Omerico ad Apollo (251: “quanti abitano l’Europa e le isole circondate dal mare”) con chiaro riferimento al nord della Grecia e all’Egeo settentrionale, nell’ epillio di Mosco di Siracusa (II secolo a.C.) Erodoto, il padre della historìa, è il primo a descrivere l’Europa in termini più precisi, come un continente più vasto di Asia e Libia (Africa) messe insieme (IV,42). Per una trattazione estesa dell’argomento, cf. SORDI, Marta, L’Europa nel mondo antico, Milano 1986; PASSERINI, Luisa, Il mito d’Europa: radici antiche per nuovi simboli, Firenze 2002.

[2] http://www.rmoa.unina.it/1072/1/RM-Polonio-SanColombano.pdf

[3] Basti pensare alla sanguinosissima guerra serbo-bosniaca degli inizi egli anni ’90, con oltre 200.000 vittime.

[4] Azzeccata l’immagine di Massimo Cacciari di un’Europa trasformata in “centro storico” del mondo.

[5]We Europeans cannot afford to waste our energies on internal disputes […] I want to see us work more closely on the things we can do better together than alone”. Per il discorso di Bruges https://www.austriancenter.com/thatcher-europe/

Annunci

Dialoghetto di vita quotidiana


DIALOGHETTO DI VITA QUOTIDIANA

Protagonisti:

Amministratore di condominio

Condomino

ATTO UNICO

Una mattina molto fredda d’inverno, nell’atrio di un grande casamento ex popolare e poi gentrificato.

C. – Buongiorno, signor amministratore

A. – Buongiorno, signor Rossi

C. – Ha un minuto?

A. – Quasi, se non è una cosa complicata e lunga …

C. – No. Volevo solo segnalarle che la temperatura del riscaldamento è insufficiente e in casa abbiamo tutti freddo. Non è possibile alzarla di un paio di gradi?

A. – Mi spiace, ma a me risulta che sia di 20°, come prescrive la legge, e quindi nessuno può sentire freddo.

C. – Eppure da noi, nel seminterrato, abbiamo freddo tutto il giorno.

A. – Guardi, signor Rossi, che si tratta di una sensazione, smentita dai dati. Voi “percepite” freddo, ma non “fa” freddo. Del resto, siete gli unici a lamentarvi.

C. – Forse perché siamo gli unici ad abitare nel seminterrato? Insomma, non può far alzare la temperatura …

A. – Ma dovrei infrangere le regole! Il bilancio del condominio ne risentirebbe e alla fine tutti staremo peggio!

C. – Intanto a stare peggio siamo noi!

A. – Ma guardi, non si lasci suggestionare … Pensi al termometro, che non mente. Sono 20° e con questa temperatura interna non si può avere freddo …

C. – Ma come si spiega allora che i miei figli piccoli sono tutti e due sempre raffreddati?

A. – Ma lei è sicuro che non tratti di allergia …

C. – Sicuro. D’estate stanno benissimo!

A. – Eppure la temperatura è quella giusta! Forse, mi scusi sa, si tratta di educare la sua famiglia ad avere abitudini più sane, a fare più sport, a mangiare meglio, con cibi più calorici …

C. – Già, magari potessi. Il mio stipendio basta appena ad arrivare alla fine del mese … E se facessi una richiesta alla prossima assemblea condominiale?

A. – Ma le regole, signor Rossi, le regole! Non si possono infrangere le regole! A proposito … lei sa che è in debito con le quote condominiali e che, secondo le norme vigenti, dovrò mandarle una raccomandata ingiuntiva e …

C. – Lo so. Ma se mi si costringe a scegliere tra la mia famiglia e il condominio, la mia scelta non potrà che essere una … A proposito di regole, lei è sicuro che tutti, proprio tutti, le rispettino? Mi pare che i figli dell’avvocato al secondo piano facciano spesso feste rumorose e lascino bottiglie di birra un po’ dappertutto, nel cortile, e lei a loro non dice niente …

A. – Ah, non cominciamo a fare discorsi demagogici! L’avvocato è persona rispettabile, paga sempre il dovuto e quando si è trattato di difendere l’amministrazione ha sempre dato il suo patrocinio gratuito … Dobbiamo piuttosto ringraziarlo di essere qui con noi e …

C. – Di fare il suo porco comodo perché ha più soldi e potere? Ah signor amministratore, non sono per nulla d’accordo. Se le regole ci sono, devono valere per tutti!

A. – Mm, sento aria di populismo, anche qui da noi! Del resto, non mi meraviglia, lei è un impiegato di concetto … che ne vuole sapere di come si amministra un palazzo … Le competenze, mio caro, le competenze vanno rispettate … [fa cenno di allontanarsi]

C. – Ancora un momento, signor Amministratore. Può darsi che lei abbia ragione, che io non possieda le competenze per amministrare, ma il disagio che sento resta comunque vero ed è a questo che lei deve tentare di porre rimedio …

A. – Ma quale disagio! Rifletta bene, si attenga ai dati, non dia retta alle sensazioni e ai sentimenti, vedrà che non sentirà più freddo, né lei, né la sua famiglia. Arrivederci! [Scompare nell’androne, nella strada]

C. – [Alzando la voce] Ci ho provato. Ma il rispetto dei regolamenti non genera calore e non voglio più assistere alle violazioni che pure altri che vivono ai piani alti compiono impunemente e … [Tra sé] Se ne è andato. Non credo che alla prossima assemblea lo voterò. È un tipo troppo ragionevole. E se dovesse essere riconfermato, beh, non mi resterà che traslocare in un altro condominio. Chissà … forse riuscirò ad ottenere che invece di 20° … almeno 21° … [scende le scale, verso il suo appartamento]

FINE

Questo dialoghetto senza nessuna pretesa letteraria mi è venuto in mente dopo aver sentito una conferenza TED https://www.ted.com/talks/carole_cadwalladr_facebook_s_role_in_brexit_and_the_threat_to_democracy segnalatami dal mio caro amico Carlo Batini, con il quale discuto – almeno io – con grande piacere e interesse su temi e questioni che spesso ci vedono lontani. Ve ne raccomando la visione, perché si tratta di un pezzo di bravura retorica notevole e nello stesso tempo molto significativo sotto diversi aspetti.

In esso si tratta di un tema cruciale, quello del controllo e dell’uso dei big data e più in generale del ruolo dei social media all’interno delle nostre comunità politiche (intendo OECD).

L’amico Carlo si è detto entusiasta del discorso della nostra Carole, definendolo di portata storica. Personalmente, ritengo invece che la suddetta Carole sia l’icona del problema, non quella della soluzione. O, per dire meglio, l’immagine stessa di una sconfitta.

Vedere per giudicare: giacchina di nappa, vestitino chic poco appariscente, scarponcini di pregio, pelle curata, trucco leggero, denti perfetti. Insomma, il ritratto di chi non è particolarmente ricco (ohibò!), ma che sta davvero bene – come molti di noi, del resto – e che, dall’alto della sua competenza e della sua sicurezza, sorride/irride all’ignoranza e alla credulità, alle paure di chi non è sul ponte di comando, al sicuro, in cabine di prima classe.

L’oggetto è la Brexit, naturalmente esecrata come un fenomeno dovuto – sostanzialmente – a un abbaglio indotto da una pletora di fake news circolanti su Facebook, Cambridge Analytica e altro del genere. L’esempio del Galles sembrerebbe particolarmente calzante: la UE vi ha portato molti benefici (strade, ponti, palazzetti dello sport – orrendi, ma questo non conta – e altre magnificenze), non vi si registrano fenomeni migratori massicci e incontrollati, eppure … due più due non ha fatto quattro e la maggioranza dei cittadini gallesi si è espressa per la Brexit.

Come è possibile? Semplice! Sono stati ingannati, hanno “percepito” una realtà che non c’è, anche con l’aiuto di centrali di disinformazione ben attrezzate (la Russia di Putin, ad esempio, che, come è noto, ha causato la sconfitta di Hillary Clinton, andando a imbrogliare i minatori della Pennsylvania dicendo loro che erano diventati poveri e senza lavoro). Per rimediare basterà diffondere il “New York Times”, che di verità se ne intende, da molto tempo.

Al di là delle battute e senza disconoscere il rilievo che ha assunto il controllo dei dati nelle nostre società, il fatto è che molti di noi sono ancora in grado di guardarsi attorno e di accorgersi di vivere concretamente in un mondo desertificato, in cui le distanze tra alto e basso si sono fatte siderali e non più ricomponibili, proprio a causa di quella “liberal democracy” blairiana che, secondo Carole “is broken”.

La sinistra perde perché si è fatta paladina di una democrazia della diseguaglianza, non perché Cambridge Analytica mente sui dati.

Se non si riesce a ricomporre un’unità politica e culturale verticale all’interno delle nostre società (da questo punto di vista la morte dei partiti è stata esiziale), il sorriso compiaciuto di Carole avrà solo l’effetto di confortarci nelle nostre certezze di persone “politically correct” e “open-minded” e di ampliare lo iato tra le attuali classi dirigenti (ma lo sono davvero?) e chi, in tutto il mondo, non ha più alcuna intenzione di continuare a vivere “al proprio posto”, illuminato solo dalla Luce della Dea Ragione.

 

Competenze, democrazia ed educazione


Pubblico qui due miei interventi, apparsi sulla rivista “Education 2.0”, http://www.educationduepuntozero.it/ diretta da Luigi Berlinguer, sul tema delle competenze e delle prospettive educative della scuola italiana.

LA QUESTIONE DELLE COMPETENZE

La seguente riflessione è legata alla lettura di un utile e significativo Gallina (http://www.educationduepuntozero.it/studi-e-ricerche/la-scuola-vista-da-dentro-il-rapporto-invalsi-2018-di-vittoria-gallina.shtml) pubblicato sulla Rivista dell’Istruzione n. 4-2018 dal titolo “Le competenze: un nodo non risolto”.

La questione delle competenze, che, come uno spettro – di assai minore entità rispetto all’altro più grande – si aggira ormai da tempo nel mondo della politiche educative, acquista una sua particolare centralità, in quanto è in grado di catalizzare e di portare alla luce un tema che, come ho già accennato in questa stessa rivista nell’articolo di commento a Giunio Luzzatto (“Una breve riflessione su ‘Democrazia e educazione’”), discrimina la/le visione/i che si hanno della scuola.

Prendiamola (apparentemente) alla lontana.

Come è noto, scholè in greco significa “ozio”, “allontanamento dalla vita pratica”, laddove l’ascholia era, all’opposto, l’immersione nelle occupazioni quotidiane, diremmo noi nel lavoro, faccenda questa che, in una società dominata dal modo di produzione schiavistico, era considerata indegna dell’Uomo.

Una scuola dunque in cui il concetto stesso di competenza, sarebbe risuonato come una bestemmia.

In greco il termine “competenza” (significativamente) non ha una traduzione univoca. Forse si potrebbe rendere con una qualche maggiore approssimazione con “ikanotes”, che contiene in sé il concetto “adattamento alla realtà”, “adeguatezza rispetto a un compito pratico”.

In latino esistono i termini “peritia”, “essere adatto a risolvere una situazione pratica” e “competentia”, relativa all’ambito giuridico – dunque “pratico” –  come “ambito di spettanza di un giudice” o “diritti di compenso”. Da aggiungere anche il significato di “competere” come “gareggiare”, “emulare” (abbiamo ben presente, credo, l’invasività del modello competitivo: dal miglior cuoco alle migliori università, ai migliori insegnanti, è tutto un classificare e dare punti e numeri).

Altra cosa è la “scientia”, che è il sapere disinteressato “acquisito attraverso lo studio e la meditazione”, la “sophia” greca (“philosophia”, amore per la conoscenza).

Questa concezione della scuola come “scholè” passa dal mondo greco-romano a quello dei chiostri dell’età di mezzo fino al Rinascimento e oltre, giungendo a noi e segnatamente in Italia, con l’ultima grande riforma pre-moderna del sistema educativo, quella di Giovanni Gentile, un impianto restato ormai unico in Europa, anche se “smangiucchiato” qua e là con mezze riforme, dal profilo sempre incerto e di assai incerta efficacia (ha ragione Vittoria, finora si è persa la grande occasione di cambiamento offertaci dal processo, lasciato incompiuto e senza volto, dell’autonomia scolastica).

Eccoci dunque al punto: cosa deve essere oggi la scuola, la scuola della knowledge, o del knowing (ma perché? …)? Mi si potrebbe rispondere: dell’una e dell’altro, naturalmente! Capisco che non si possa e non si debba essere così tranchant, ma resta pur sempre il fatto che è necessario individuare un baricentro: “De qqua non z’esce, o semo Giacubbini/O credemo alla legge der Zignore”, dice G.G. Belli all’inizio del suo stupendo sonetto, “La morte co la coda”

L’evoluzione dell’istituzione scolastica segue e rispecchia quella dei processi sociali ed economici: nella nascente società borghese, ogni richiamo al “disinteresse aristocratico” è considerato nemico del progresso, a sua volta identificato sostanzialmente con l’espansione delle libertà politiche individuali; l’annesso processo crescente di mercificazione presuppone tuttavia da un lato l’esaltazione della libertà individuale, ma dall’altro una equiparazione del processo formativo a qualsiasi altro processo di produzione, destinato a “produrre” “buoni cittadini”, cioè a dire individui integrati nella nuova società delle libertà democratiche e buoni consumatori, rispettosi delle leggi del mercato e, se possibile, funzionali ad esso.

L’arcaicità della scuola come “scholè”, in cui la libertà non è di per sé una libertà democratica, è sicuramente d’ostacolo ai processi produttivi della moderna società capitalistica, in quanto ne nega in radice l’importanza formativa.

Non è certo un caso che i modelli pedagogici “vincenti” (basti osservare il dominio assoluto della nomenclatura inglese), a partire dalla seconda metà dell’800, provengono dalla società di capitalismo avanzato di oltre Atlantico.

È dunque indispensabile scegliere:

  • La scuola deve essere il luogo di formazione del cittadino, di integrazione nella comunità, capace di fornirgli gli strumenti che lo porteranno al successo (visto sempre come felice integrazione). Se è così, bisognerà evitare la sovrapposizione di modelli eteronomi che generano il Kluftrilevato in Germania dal progetto Cicero, citato da Vittoria e “l’affermazione, talora retorica, delle competenze nella normativa scolastica e nelle produzioni ministeriali, contrapposta alla vita reale della scuola; di qui la stasi dei processi di traslazione dalle politiche alle pratiche”. Si tratta di quel fenomeno “additivo” di cui parla sempre Vittoria e che io ebbi modo di definire “emulsivo”, in cui il vecchio si mescola, senza integrarsi, né formare nuova sostanza, al nuovo;
  • La scuola deve conservarsi come luogo della conoscenza disinteressata, dove si avviano processi consapevolmente “inutili”, di cui non si può e non si deve progettare o misurare il successo o le finalità, essendo queste connesse con l’imponderabile che è dentro di noi e che muta con l’andare del tempo; è la scuola della trasmissione di quel tucidideo “ktema es aiei” (possesso eterno) che è polarmente distante, ad esempio, dalla logica del “portfolio”.

Ho estremizzato, me ne rendo conto, ma sono convinto che, se non ci diciamo con chiarezza a cosa deve servire la scuola, continueremo ad assistere ad un vano agitarsi di questioni, buone solo per alimentare il dibattito accademico.

UNA BREVE RIFLESSIONE SU “DEMOCRAZIA E EDUCAZIONE”

L’articolo di Giunio Luzzatto (http://www.educationduepuntozero.it/politiche-educative/democrazia-e-educazione-di-giunio-luzzatto.shtml) tocca un punto cruciale: la mancanza di una prospettiva educativa chiara nella scuola italiana. In passato lo scontro ideologico è stato acceso e fruttuoso. Oggi sembra si agisca all’ombra di un “pensiero unico”, che ha smarrito il senso della storia, ripiegando su categorie astratte (civismo, cittadinanza, democrazia) e quindi inefficaci.

Il breve, denso e intelligente intervento di Giunio Luzzatto tocca il cuore del problema della scuola italiana: la mancanza di una prospettiva educativa, di una visione dei compiti dell’istituzione. E si sa che, essendo la scuola una costruzione intrinsecamente prospettica, non destinata cioè a cogliere nell’immediato i frutti della semina, la mancanza di un orizzonte la pone in una condizione di quotidiana, potenziale insensatezza.

In passato tali prospettive sono esistite e configgevano fieramente tra loro, confortate da un’elaborazione teorica e critica potente. Luzzatto cita Aldo Visalberghi, il grande uomo di cultura, prima che pedagogista, che ha aperto la scuola italiana alle correnti di pensiero anglosassoni e con ciò la strada “al superamento delle concezioni, idealistiche da un lato e cattoliche dall’altro, all’epoca prevalenti nel dibattito pedagogico italiano”. Forse qui sarebbe stato opportuno citare anche la pedagogia marxista, non poco influente negli anni della ricostruzione del secondo Dopoguerra, anche se oggi totalmente o quasi dimenticata (chi si ricorda ancora del capolavoro di Makarenko, il “Poema Pedagogico”?).

Ma al di là di ciò, proprio attorno all’attuazione della scuola media unica (o unificata) si accese un dibattito anche aspro, che non può essere interpretato “ideologicamente” come lo scontro tra progresso e conservazione, come la raggiunta consapevolezza di una fase di accresciuta “democraticità” della scuola. Peraltro lo stesso PCI votò contro la riforma, adducendo la presenza facoltativa (e perciò discriminante) del latino. In realtà, ci sarebbero stati argomenti più forti da opporre alla costituenda scuola media unificata, la quale, assumendo come modello la vecchia scuola media prodromica al liceo, ha mortificando la pedagogia del lavoro, che era invece al centro della pedagogia marxista (poche ore settimanali, assenza di laboratori attrezzati), formalizzando lo iato tra scuola e lavoro, caro alla piccola borghesia in ascesa, con conseguenze ancora oggi visibili.

Nel 1967 con “Lettera a una professoressa”, lo stesso don Milani, denunciò “il principale difetto della scuola italiana: […] i ragazzi che ancora perde”. E indicò come porvi rimedio, proponendo di dare di più a chi parte con meno nella vita. È la cosiddetta “discriminazione positiva”, che è l’opposto dell’eguaglianza formale perché va alla sostanza delle cose, proprio come dice l’articolo 3 della Costituzione.

Aveva dunque ragione Salvemini, quando affermava che non c’è di peggio che offrire una scuola eguale a chi si trova in condizioni diverse.

Se non si riesce a educare i futuri cittadini, è probabile che la causa debba essere rintracciata nel fatto che siamo tornati a parlare in termini categoriali astratti (cittadinanza, democrazia, civismo) e ci siamo dimenticati della lezione di Marx sulla storicità assoluta delle categorie. Che senso ha parlare di cittadinanza e di democrazia se queste vengono presentate avulse dalla loro effettiva attuazione all’interno della società? La morte della Storia è esperienza di tutti i giorni e la invasività di un pensiero unico dalle caratteristiche “universali” non può celare l’ipocrisia e quindi la falsità dei modelli educativi astrattamente fondati su di esso.

Credo quindi che, per recuperare senso all’azione educativa sia necessario recuperare il senso storico, ritornare allo studio critico e non meramente trasmissivo dei contenuti delle vituperate discipline, perché è solo dalla conoscenza che può derivare la libertà vera, che è quella che ci consente di scegliere liberamente se e come far parte della collettività, in base a convincimenti personali approfonditi.

L’impatto del laureato? Dipenderà dalle condizioni sociali ed economiche in cui opera, e dalla consapevolezza acquisita che quelle condizioni possono essere mutate, non essendo ineluttabile un’azione di adattamento all’ambiente e alla vita collettiva presa così com’è.

Le competenze trasversali? Sono tutte nella capacità di “sospettare” cosa si cela al di sotto della superficie e di comportarsi di conseguenza.

 

Ideali e miraggi


Roberto Saviano chiude un suo articolo pubblicato su “Repubblica” del 10 luglio scorso a proposito della politica dell’attuale governo sugli sbarchi e più in generale sull’immigrazione con queste parole: “saremo più grandi noi nella nostra sconfitta, che loro in questo barbaro trionfo”.

La frase mi ha colpito, perché, non so se consapevolmente o meno (mi permetto di inclinare per questa seconda ipotesi) è la traduzione quasi letterale di un passo latino di circa duemila anni fa.

Marco Anneo Lucano nacque nella provincia Betica, a Corduba, il 3 novembre del 39 d.C. e morì a Roma il 30 aprile del 65, a soli 26 anni.

Giovane di belle speranze, di buona e ricca famiglia provinciale (il filosofo Seneca era suo zio), si inserì fin da subito nei circoli più influenti della politica romana, in particolare alla corte dell’imperatore Nerone, salito al potere alla morte di Claudio nel 54, a soli diciassette anni.

Lucano e Nerone avevano quasi la stessa età ed è facile ipotizzare l’intesa reciproca che nacque tra i due poco più che adolescenti: lo dimostra il fatto che il nuovo princeps concesse all’amico di iniziare il cursus honorum con la questura prima che avesse raggiunto l’età minima per candidarsi.

Poi qualcosa si ruppe. Probabilmente una rivalità letteraria tra i due, qualche sgarbo intollerabile per l’orgoglio risentito del giovane iberico, condusse Lucano ad allontanarsi dalla corte e poi a partecipare alla congiura antineroniana di Pisone (65 d.C.), a seguito della quale fu costretto al suicidio.

Il poeta cordubano e l’imperatore rappresentano un tipico esempio di rapporto tra intellettuale e politico, oscillante tra l’adulazione e il disprezzo, in cui appare determinante l’offesa arrecata all’ego narcisistico dell’uno o dell’altro.

In ombra resta invece la relazione con il mondo esterno, con la vita e la realtà delle cose. Come si sa, Nerone non ha mai goduto di una buona reputazione: tiranno sanguinario, matricida, folle sperperatore, poeta da strapazzo, tutta la propaganda senatoria (oggi diremo la stampa d’opinione) si schierò contro il giovane imperatore, “reo” di cercare il consenso popolare al di là degli istituti tradizionali del potere, con una politica “democratica nella sostanza”. Fautore di un “deficit spending” ante litteram, Nerone promosse grandiose opere pubbliche (edifici termali a Roma, il completamento del Porto di Claudio, il taglio dell’istmo di Corinto, la costruzione del canale del lago Averno, tra le tante) e una riforma monetaria che mutava il rapporto tra oro e argento, a favore di quest’ultimo metallo e che quindi era destinata ad avvantaggiare gli strati sociali medio-bassi (equites e liberti) e il popolo in generale, che costituivano la sua principale fonte di consenso.

La congiura di Pisone nacque infatti in ambienti reazionari, allo scopo di ripristinare quella “Libertas” repubblicana, sotto il cui usbergo si celavano in realtà gli interessi delle grandi famiglie aristocratiche, che ancora mal digerivano di essere state estromesse dal potere.

Il giovane Lucano non sembra abbia avuto parte attiva nell’azione dei congiurati, anche se probabilmente ne condivise gli intenti e ne patì le conseguenze.

Il suo grande poema epico, il “Bellum Civile” o “Pharsalia” non celebra, come l’Eneide virgiliana, la grandezza del destino di Roma, ma il suo ineluttabile declino, il prevalere al suo interno delle forze e degli istinti peggiori, incarnati nella figura al nero di Cesare, l’ innovatore, che per Lucano è il simbolo stesso del potere cinico e senza scrupoli, cui si oppone Catone, il vinto fuori del tempo, incapace di leggere il presente se non con le lenti di un passato ormai definitivamente scomparso.

Di qui l’esaltazione paradossale degli sconfitti, tali per il destino, ma non per la grandezza dei loro ideali: “Victrix causa deis placuit, sed victa Catoni” dice Lucano in B.C. I, 128, “la causa dei vincitori piacque agli dei, ma quella dei vinti a Catone”

Eroica cecità di fronte all’avvenire da parte di chi agisce in un mondo che non comprende più e che, infantilmente, vorrebbe si conformasse ai propri desideri.

Esiste peccato più grave che un politico possa commettere di quello di inseguire un délibáb, un miraggio?

 

Antichi populismi e politica attuale


[pubblicato su http://www.insightweb.it/web/ ]

“Quando nell’uomo le singole membra del corpo non erano in reciproca armonia come adesso, ma ognuna di loro aveva la possibilità di parlare e di pensare in proprio, indignatesi tutte per il fatto che le loro fatiche, i loro sforzi e il loro lavoro servissero solo al ventre, che se ne stava tranquillo nel mezzo, godendo solo dei piaceri a lui offerti, organizzarono una congiura e decisero che le mani non dovessero più recare il cibo alla bocca, che la bocca non lo ricevesse e che i denti non lo masticassero. Volevano così domare il ventre per fame, ma anche loro, una dopo l’altra e di seguito l’intero corpo, furono condotte all’estremo limite della consunzione. Ecco quindi che si comprese come anche il ventre svolgesse un compito utile e che, pur nutrito, nutrisse a sua volta, restituendo a tutte le parti del corpo il sangue in virtù del quale viviamo e abbiamo vigore, attraverso le vene e il cibo opportunamente digerito.” Con questo paragone tra la congiura delle membra del corpo e l’ira della plebe nei confronti dei patrizi [Menenio Agrippa] riuscì a convincere le menti degli uomini.[1]

Livio, II, 32.9

Questo celebre apologo segna, nel mito civile di Roma, la nascita di una magistratura tutta nuova e tutta romana, il tribunato della plebe, un organo di governo destinato a riequilibrare i poteri all’interno della Res Publica appena fuoriuscita dalla forma statuale monarchica e ancora profondamente aristocratica. La sua attualità e pregnanza mi paiono ancora oggi – e, direi, soprattutto oggi – particolarmente suggestivi, poiché si ricollegano direttamente a una questione diventata centrale nel dibattito politico degli ultimi dieci anni di crisi economica, cioè a dire quella della nascita e della crescita impetuosa dei cosiddetti populismi.

Le radici del fenomeno sono profonde e diffuse e attingono gli strati ormai desertificati degli antichi partiti di massa, in profonda crisi, se non addirittura del tutto estinti.

Qual era il loro tratto distintivo (penso al PCI e alla DC in Italia)? Proprio quello di avere l’ambizione di rappresentare ventre e membra, un corpo dunque “in armonia con le sue parti”, nelle parole di Menenio in Livio.

La perdita della consapevolezza di cosa significhi essere corpo, societas, nel senso aristotelico per cui, “l’intero è qualcosa di più delle parti” e riguarda “…tutte le cose che hanno molte parti, ma il cui insieme non è come un ammasso” (Metafisica, libro H 1045 a 9-10) ha generato una politica frammentata e sconnessa, che, a sua volta, utilizza il termine “populismo” con un’evidente accezione negativa moralistico-illuminista, laddove presuppone che a reggere le sorti della Res Publica debba essere solo la Vernunft, la Ragione, gli Happy Few della Competenza (singolare il fatto che, nell’apologo, sia la pancia a rappresentare l’organo di governo privilegiato, non il cervello, come ci si sarebbe potuto attendere).

La forza del PCI e della DC stava invece proprio nel saper essere “anche” populisti (“Il Popolo” era il giornale del partito democristiano e non si tratta di un caso o di una scelta dettata dal marketing), nella determinazione di voler comunque coinvolgere anche le masse “irragionevoli” nel governo della cosa pubblica.

Quella stagione sembra essere finita e il partito che ne è l’erede diretto, il PD, si è gradualmente trasformato proprio nel partito della sola Vernunft, nel “partito del ventre” che vuole restare sordo alle richieste delle altre parti del corpo.

Urge invece, vista anche la deriva attuale verso lidi ad alto rischio per la tenuta dell’intero organismo sociale, dar prova di coraggio, ear to the ground, senza boria e senza irridere all’ottusità della mano che non vuole più portare il cibo alla bocca.

Se l’unico partito ancora in piedi della sinistra italiana non vuole trasformarsi definitivamente ed esclusivamente in un partito radicale della Upper middle class, destinato per sua natura a restare minoritario, certo attento ai diritti civili e alle libertà astratte degli individui, ma incapace di dare risposte ai bisogni e alle speranze dei sempre più numerosi esclusi, è necessario che faccia nuovamente sua la nobile dimensione del populismo, che ascolti senza arroganza quanto hanno da dire le membra doloranti di un corpo sempre più debilitato, ricordando peraltro come sia proprio l’animale ferito e spinto all’estremo limite della sopravvivenza a diventare feroce e non più contenibile.

[1] Tempore quo in homine non ut nunc omnia in unum consentiant, sed singulis membris suum cuique consilium, suus sermo fuerit, indignatas reliquas partes sua cura, suo labore ac ministerio ventri omnia quaeri, ventrem in medio quietum nihil aliud quam datis voluptatibus frui; conspirasse inde ne manus ad os cibum ferrent, nec os acciperet datum, nec dentes quae acciperent conficerent. Hac ira, dum ventrem fame domare vellent, ipsa una membra totumque corpus ad extremam tabem venisse. Inde apparuisse ventris quoque haud segne ministerium esse, nec magis ali quam alere eum, reddentem in omnes corporis partes hunc quo vivimus vigemusque, divisum pariter in venas maturum confecto cibo sanguinem. Comparando hinc quam intestina corporis seditio similis esset irae plebis in patres, flexisse mentes hominum.

 

Nichilismo terapeutico e congiuntura economica


Il nichilismo terapeutico configura un atteggiamento tipico della grande scuola medica viennese della seconda metà del XIX secolo ed è contrassegnato da un profondo scetticismo riguardo il valore delle cure, se somministrate a ridosso della patologia e senza il sostegno della “dottrina”.

Del resto, era la stessa medicina ippocratica (V secolo a.C.) a mettere l’accento sulla diagnosi rispetto alla terapia, considerando il decesso del malato un mero accidente sul cammino della scienza, che si stava liberando dalle superstizioni e dalle stregonerie empiriche dei “guaritori”. Fondamentale nella sua visione è il principio della “forza curatrice della Natura”, laddove il corpo umano è visto in possesso di forze sufficienti a riequilibrare da sé e senza interventi esterni le disarmonie causa delle patologie.

Esponente tra i principali del nichilismo terapeutico è Joseph von Skoda, celebre clinico e semeiotico della Seconda Scuola Viennese, il quale sosteneva che la miglior cura di fronte a molte malattie era proprio quella di astenersi da qualsiasi intervento terapeutico, lasciando che l’organismo ritrovi da solo la via della guarigione. Sulla stessa linea l’anatomo-patologo Rokitansky, autore di straordinarie tavole descrittive dell’anatomia umana, precursore dell’analisi morfologica e anch’egli convinto sostenitore della preminenza della diagnosi sulla terapia.

Tra le vittime illustri del nichilismo terapeutico fu Ignaz Semmelweiss, il quale pur avendo scoperto la causa della morte di molte puerpere e neonati nella sepsi dovuta al fatto che i medici passavano dalla sala settoria alla sala parto senza lavarsi le mani e quindi trasmettendo alle puerpere le infezioni contratte dalle autopsie, venne allontanato dall’ospedale perché, con la sua attenzione “senza fondamento” ai pazienti, aveva leso la professionalità scientifica del medico, abbassando la medicina a mera pratica terapeutica.

Questo atteggiamento serpeggiò in tutta la pur luminosa cultura viennese di quegli anni, dalla letteratura, alla linguistica, alla filosofia, all’economia. In quest’ultimo ambito si formò anche Friedrich von Hayek, uno dei principali teorici del non interventismo dello Stato nei meccanismi economici e che ancora oggi ispira le politiche cosiddette dell’austerità nella zona euro.

Cos’altro è, infatti, se non nichilismo terapeutico applicato all’economia l’odierna idolatria per la correttezza scientifica della norma (pareggio di bilancio, conti in ordine e così via seguitando) avulsa da ogni attenzione per le persone? Non rispecchia forse perfettamente quello che, in modo canzonatorio, si dice del chirurgo il quale ha compiuto l’operazione a regola d’arte, ma il cui paziente è morto sotto i ferri?

Nella crisi che stiamo vivendo vedo perfettamente all’opera lo stesso nichilismo terapeutico incubato nella scuola medica viennese, indifferente alle sofferenze delle persone e attento solo a che la Dottrina non venga intaccata nei suoi principi scientifici e nelle sue dimostrazioni matematiche.

Bisognerebbe invece ripensare, anche in politica e in economia, all’esempio di Semmelweiss, martire dell’empiria e medico “affettuoso” nei confronti dei malati, pronto a rinnegare le Leggi Fondamentali della sua disciplina per trovare soluzioni e, soprattutto, portare conforto a chi sta male.

Una lancia spezzata in favore di Michele Serra


 

Bullismo a scuola: quanto se ne parla in questi giorni! È bastato poi l’intervento di Michele Serra, intellettuale molto ascoltato dalla middle class, ed ecco che la bagarre si è ulteriormente infiammata, vigorosa.

Salvo poi, tra qualche giorno, ad essere dimenticata e sostituita, poniamo, con il fidanzamento di Albano e Maria de Filippi. Questa sì, una notizia bomba!

Nessun moralismo, però. È così che vanno le cose nel nostro mondo-merce. Il bullismo scolastico? Lo si può trovare sul secondo scaffale a sinistra, a destra dell’ISIS, sotto la Corea del Nord e poco prima della Coppa dei Campioni, del grande supermarket globale in cui viviamo.

Eppure un antico “filosofo del sospetto” ci aveva insegnato a non fidarci delle apparenze e, soprattutto, a non considerare gli eventi separati dal contesto che li ha generati. Un contesto che va indagato con gli strumenti della scienza, economica e politica e non solo con quelli, spesso tautologici, della sociologia, della pedagogia, della psicologia, “che si limitano a descrivere, non a cambiare” la realtà cui si applicano. Diciamola, la parolaccia, con un’analisi di classe di quanto accade, e non solo a scuola.

È in fondo quello che ha tentato di fare, mal compreso, Michele Serra, il quale ha poi meglio specificato che:

“Lo sdoganamento dell’ignoranza è uno dei più atroci inganni perpetuati ai danni del popolo, e io penso (e lo scrivo da decenni) che faccia perfettamente parte dello sdoganamento dell’ignoranza l’idea che sia “classista” indicare con il dito proprio la luna: ovvero la differenza di classe. È quello che ho cercato di fare in quella famigerata Amaca”.

Proseguiamo su questa falsariga. Si innalzano grandi lai per la decadenza dei “valori”, della perdita di “autorità” della famiglia e delle istituzioni educative: è un caso tutto ciò, è “colpa” dei populisti, siamo in piena e inarrestabile decadenza? Oppure quel che accade è il naturale portato di uno sviluppo economico e politico che ha condotto alla vittoria del modello capitalistico-finanziario più estremo, con l’annichilimento della politica e la conseguente mercificazione degli esseri umani su scala globale?

Chi ha avuto interesse a che si perdessero identità, gerarchie, radicamento? Chi ha voluto che fossimo tutti clienti e non più cittadini? Quando si fanno richiami generici alle virtù perdute, perché ci si scandalizza se si dice, come Serra, che

“Il popolo ‘sta sotto’, che è messo male, che ha meno e che sa di meno, che ieri era carne da cannone e oggi carne da pubblicità, che al popolo cinquant’anni fa si dava in prima serata l’Odissea di Franco Rossi e oggi gli si danno filmacci americani con sparatoria e squartamento …”? Non bisognerebbe andare un poco oltre e approfondire l’analisi?

Tout se tient: non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca. Se facciamo la battaglia contro i “sovranismi” e poi agitiamo in sostituzione gli ideali vuoti di un europeismo di maniera, fatto di slogan, se abbiamo voluto e perseguito il trionfo della “doxa” (vedi il peso dei sondaggi e delle classifiche nella nostra vita), perché meravigliarci degli esiti violenti e “barbari” di chi questa condizione patisce, costretto com’è a vedere il mondo dal marciapiede, attraverso le sue vetrine piene di luci?

Abbiamo accettato un modello di sviluppo per cui “globale è comunque e sempre bello”, un modello escludente ed emarginante, che lascia agli ultimi solo cascami e illusioni di senso, riservando esclusivamente a chi ha potere, cultura e libri la possibilità di riconoscere una propria identità, abbiamo precluso scientemente alle istituzioni educative pubbliche, private e di Stato, di fungere da ascensore sociale, trasformandole in meri recinti di contenimento del disagio giovanile, fatti di competizione, di premialità, di “verifiche oggettive”, di “competenze” e adesso ci meravigliamo di certi esiti? Bastava vedere cosa stava già succedendo qualche decennio fa al centro dell’impero, dove la violenza nelle scuole (quelle per i poveri, naturalmente) era endemica e crescente.

Bando dunque ai piagnistei moralistici, alle nostalgie per un mondo che fu, prima lucidamente demolito e poi vanamente e tartufescamente rimpianto.

Accettiamo piuttosto ciò che sta accadendo nelle scuole come “un danno collaterale” di questo tipo di sviluppo, analogo a quello provocato dalle “bombe intelligenti”.

Il nocciolo di verità delle parole di Serra, largamente fraintese, sta nella questione del rapporto tra licei e istituti tecnici e professionali. Qui, se si riuscisse a trovare da qualche parte una testa pensante, si dovrebbe agire e in fretta. Come? Ad esempio:

  1. – generalizzando la creazione di Istituti superiori unici, in cui si attivino filiere liceali, tecniche e professionali. Lo scambio tra docenti e studenti di diversi indirizzi e provenienze sociali “costretti” a convivere e a condividere gli stessi spazi fisici e didattici gioverebbe di sicuro;
  2. – elaborando logiche premiali per i docenti che agiscano in ambienti socio-culturali demuniti e difficili, giungendo a sostanziosi incrementi stipendiali per chi voglia e sappia impegnarsi di più e meglio su quel fronte;
  3. – Smettendo di identificare in automatico la scuola superiore con il liceo. Gli istituti tecnici italiani sono stati e sono ancora tra i migliori d’Europa, sono scuole severe, dove molto spesso si studia di più e meglio che non nei licei. La loro immagine va valorizzata come merita: perché, ad esempio, quando si annunciano le materie delle prove di maturità, il greco o il latino, che riguardano il 5% circa degli studenti, sono sempre le prime ad essere comunicate, mentre quasi mai si parla di quelle tecniche e professionali?

Pannicelli caldi, mi rendo conto, soprattutto perché, al di là delle ipocrisie, non si vuole una scuola davvero autorevole: altrimenti il famoso cliente globalizzato non si accontenterebbe di leggere le etichette sui prodotti, potrebbe non più cadere nelle mille trappole delle seduzioni mercificanti e, chissà, anche attrezzarsi per dare l’assalto alla cittadella.