Un libro scritto per la Francia che parla anche dell’Italia: Christophe GUILLUY, “Le crépuscule de la France d’en haut”, Flammarion, 2016, pp. 253


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Il libro di Guilluy ha innanzi tutto il pregio di essere stato scritto da un geografo, un tipo di intellettuale ormai raro in Italia.[1] L’ancoraggio geografico al territorio e alle popolazioni ha fornito all’ A. una prospettiva di analisi diversa rispetto alle interpretazioni più propriamente politico-economiche dei dati sulla nostra attuale realtà.

La nuova metropoli mondializzata: la patria della nuova borghesia

Le prime parole del primo capitolo sono: “Tornano le cittadelle medievali”. In queste nuove roccaforti vive una nuova borghesia, che si caratterizza per la sua inclinazione verso l’open society, la mescolanza sociale e l’eguaglianza dei diritti individuali. Si potrebbe dire verso il politically correct.[2] Questa vernice progressista nasconde in verità un feroce meccanismo di esclusione, secondo uno schema tipico del vincente modello nord-americano: massima ampiezza dei diritti individuali, tradotta nella massima diseguaglianza in seno alla società.[3] Dunque un progressismo senza progresso, che custodisce con grande efficacia privilegi e ricchezze prodotte dal laissez-faire globalizzato. “La mondializzazione è il regno del Re Mercato e un’opportunità riservata alle classi superiori.” Se prima la borghesia accettava e combatteva apertamente la lotta di classe, adesso, sposando quella che l’A. definisce “la menzogna della società aperta”, essa tenta addirittura di negare l’esistenza di quella stessa lotta di classe. “Nella loro volontà di distinguersi dai borghesi tradizionali, le nuove classi superiori “aderiscono alla ‘cultura del narcisismo’, al culto dell’ego, rafforzato proprio dalla eclissi delle classi popolari e recuperano il termine ‘popolare’, giocando a ‘fare il popolo’.”[4]

In realtà, i processi economici hanno continuato a svilupparsi in maniera, per certi versi, ancora più dura rispetto al passato, provocando il sistematico allontanamento dalle metropoli globali – da lì e solo da lì nasce e transita la ricchezza mondializzata –  dei ceti operai e impiegatizi, anche attraverso uno spettacolare aumento dei prezzi delle case e un sistema sempre più esteso di “gentrificazione” delle aree urbane destinate all’edilizia popolare.[5]

Il trionfo della nuova borghesia mondializzata ha reso dunque “invisibile il dominio di classe”, sostituendo la lotta di classe con la confusione delle classi. Non è un caso, sottolinea l’A. che la sinistra “moderna” abbia, ad esempio, nella megalopoli parigina, con il suo alto reddito e il 43% di funzionari e impiegati di grado superiore, un suo terreno d’elezione. Rinserrate nella neo-cittadella medievale e costrette a vivere gomito a gomito, destra e sinistra tradizionali finiscono per confondersi, anche perché sono entrambe d’accordo sulla irreversibilità del modello economico mondializzato.[6] “Riflesso di un modello unico, le metropoli si fanno banditrici della politica unica e del pensiero unico, in attesa del partito unico.” Sarà interessante a questo proposito seguire la marcia trionfale di Macron.

La fascistizzazione della periferia invisibile

Il modello in integrazione assimilazionista, laico ed egualitario, francese ha lasciato il posto alla frammentazione ineguale del trionfante comunitarismo anglo-americano, per cui, in nome del multiculturalismo, vivono sul medesimo territorio, ma restando diversi per lingua, costumi, religioni, storia e cultura, gruppi sociali in cerca di ancoraggi e identità.[7]

Scacciate dai luoghi dove si produce la maggior parte della ricchezza, della ricerca e della comunicazione, le classi popolari vengono sempre più perifericizzate, tra campagna e centri urbani medio-piccoli, e ridotte al silenzio, tacciate di essere “sovraniste” e “retrograde” da una martellante campagna mediatico-ideologica, che ha provveduto con successo a fascistizzare le richieste di ripristino di una sovranità nazionale. [8]

Quali però le ragioni per cui un processo di diseguaglianza tanto brutale si è realizzato un po’ dappertutto in Europa? La risposta sta nel controllo ferreo delle “rappresentazioni sociali e territoriali”: la rappresentazione sociale mira a conservare il mito di una classe media maggioritaria, ormai sostanzialmente scomparsa, al fine di nascondere l’emergere di nuove categorie popolari precarizzate; in parallelo, la rappresentazione dei territori e delle metropoli contribuisce a rendere invisibile la Francia periferica. Nel paese immaginario delle élites francesi, tutte le persone “modeste” semplicemente non esistono.

“La retorica dell’apertura consente di squalificare tutte le rappresentazioni che contestano l’ordine economico e sociale esistente.” L’opposizione popolare alla mondializzazione e al libero scambio è spesso ridotta dal mainstream a una manifestazione di razzismo.[9] Il nuovo partito operaio è, nei dati, il FN. Tra le cause di ciò vi è certamente lo slittamento dei partiti socialisti europei verso le dottrine liberiste già dai primi anni ’80, ma anche “la ribellocrazia di sinistra, quella di chi lotta contro il capitale, le banche, il mercato, le multinazionali, ma che difende anche la mondializzazione.” Descrivere l’insicurezza sociale e culturale dei ceti popolari significa oggi per costoro “fare il gioco di”. E’ il pasoliniano “fascismo degli antifascisti”. Fascistizzare tutti quelli che fanno emergere la nuova realtà popolare.

L’ideologia “bougista”: il mito della mobilità e dell’ascensore (discensore) sociale

La sfida, finora vinta, è stata quella di instaurare senza conflitti un modello egemonico di economia della diseguaglianza, che rende invisibili i perdenti della mondializzazione. Gradualmente espulsi dai processi produttivi rilevanti, gli operai sono stati collocati in periferia (discensore sociale), mentre la classe media si frantuma, verso l’alto e verso il basso: negli anni ’60 ci volevano 12 anni perché un membro della classe media potesse salire verso livelli sociali superiori. Oggi ne sono necessari 35.

La maschera progressista del conservatorismo mondializzato vede le metropoli come il territorio privilegiato “del tutto è possibile”, le “ideopoli”, della mobilità verticale, da contrapporre al resto del Paese, statico e senza idee.[10] Ma, come l’A. si incarica di sottolineare, tale mobilità è solo narrata: ad esempio, nessuno dei grandi “creatori” di ricchezza mondializzata, da Mark Zuckerberg a Bill Gates, viene “dal basso”. Inoltre, e le statistiche sulla (im)mobilità sociale nelle scuole stanno lì a dimostrarlo, “‘i figli e le figlie di’ sono come pesci nell’acqua in questa società liberale, in cui la norma è ‘ciascuno per sé’.” Nelle università, nei giornali, nel mondo del cinema e della politica, in aperto contrasto con le dichiarazioni di apertura al diverso, tutto il sistema è saldamente in mano ai bianchi che abitano nelle metropoli mondializzate e la diversità è rappresentata solo in misura residuale. I “bobo” progressisti e aperturisti infatti “non intendono giocare con l’avvenire dei propri figli, la mescolanza sociale e il multiculturalismo reali li lasciano agli altri”.

Le diseguaglianze sono dunque esplose dovunque nel mondo globalizzato. Se negli USA, negli anni ’70, la percentuale più ricca della popolazione incamerava l’8% della ricchezza nazionale, oggi quella stessa percentuale è passata a incamerarne il 20%.

Il nomadismo globale, tipico mito della modernità mondializzata, è imposto dai media come un dato incontestabile.  Se ne deduce il grottesco slogan che per risolvere il problema della disoccupazione basta accettare l’ipermobilità. Secondo l’ideologia “bougista” insomma, si resta disoccupati perché ci si rifiuta di muoversi. Per le classi escluse dalla mondializzazione, l’emigrazione rappresenta invece una necessità dolorosa, quasi mai una scelta volontaria e felice. A smentire poi il mito ci sono i dati: nel 2013 il mondo contava 223 milioni di migranti internazionali, cioè a dire solo il 3% della popolazione mondiale, la fotografia di una società prevalentemente sedentaria.

Le nuove società periferiche: dall’ideologia alla gestione del quotidiano

Per la prima volta nella storia, le classi popolari non vivono più laddove si crea la ricchezza e il lavoro, ma in una “Francia periferica”, sempre più fragile e nascosta. “L’economia mondializzata, che poggia sulla divisione internazionale del lavoro e sulla crescente robotizzazione e automazione dei processi produttivi, non ha più bisogno di una classe popolare occidentale, troppo cara e tropo garantita, ma di manodopera a bassissimo prezzo (cinese, indiana, africana). Così, quei ceti popolari sono stati progressivamente perifericizzati e resi ininfluenti.”

Questa espulsione ha provocato quella che l’A., in modo suggestivo, definisce il marronage delle classi popolari, assimilabile alla “fuga dalle piantagioni” degli schiavi. Esse cioè non si riconoscono più nelle narrazioni che provengono dall’alto, dalle istituzioni tradizionali (partiti, sindacati, media).

Sta nascendo una “contro società”, che non è la società del ripiegamento o di chi non sa (con buona pace di BHL), che non prefigura una chiave interpretativa del mondo, ma si fa carico delle contraddizioni che un modello di sviluppo non voluto comporta: “non sono le idee che spingono il mondo, ma la quotidianità”. E il quotidiano è caratterizzato dalla complessità, non dall’ideologia. “Le classi popolari non hanno altra scelta se non quella di resistere all’ordine dominante facendosi carico della realtà”.

Quello che la società dominante chiama “ripiegamento” è in realtà la risposta a una società iperliberista che distrugge ogni nozione di solidarietà. “Il progetto mondialista non ha creato l’uomo nuovo, ma l’uomo ordinario, di orwelliana memoria.” Citando Jean-Pierre Le Goff, “la società dei consumi e del tempo libero ha esaltato la sfera privata a detrimento delle culture e delle istituzioni sociali tradizionali.” Del resto, la mescolanza sociale non è  mai stato un obbiettivo delle classi popolari, che trovano nell’ancoraggio locale una risorsa per la loro economia familiare.

La panne della mobilità sociale rafforza la società popolare. Questa società è depositaria dello “spirito del dono” (Maus), di una mutua solidarietà, che agisce non per spinta ideologica, ma perché costretta dalla realtà del quotidiano.

“E’ evidente che l’idea secondo la quale il popolo non esiste più si collega al pensiero magico di coloro che hanno tutto da temere personalmente dal suo risveglio politico, piuttosto che all’analisi del mondo così com’è.”

Di qui nasce anche la pericolosa crisi attuale dei processi democratici (il calo costante della partecipazione al voto): le classi dominanti e superiori sembrano sempre più tentate da un’opzione di totalitarismo soft. Si veda la reazione delle élite alla Brexit o all’elezione di Trump, allorché hanno riconosciuto con grande fastidio gli esiti del voto democraticamente espresso (BHL). In Francia, sull’onda della Brexit, che ha visto il voto “remain” concentrato nelle città metropolitane e tra i giovani, si è giunti a proporre (Fillon) che ai giovani sia dato il doppio suffragio (“democrazia a punti”). E così in Svizzera. “Si arriverà”, si chiede l’A., “alla Gazzetta Ufficiale che ufficializzerà un voto con coefficiente 3 per i giovani delle metropoli, 2 per i dirigenti, 1 per gli operai e 0,5 per i disoccupati?” Bisogna invece sempre ricordare che “la democrazia riposa su un principio fondamentale, quello per cui un operaio ignorante e un intellettuale raffinato sono egualmente capaci di decidere le sorti di un paese.”

In questo denso e sfaccettato saggio di Guilluy, munito peraltro di un corredo ricco e molto significativo di carte tematiche della Francia, c’è molto, molto di più. Spero possa essere presto tradotto in italiano, perché de te fabula narratur.

 

[1] Vedi il precedente intervento sul blog, “Aiuto! Ha ragione la Littizzetto!”

[2] “Il sinistrismo del ’68 ha facilitato e accelerato l’avvento del capitalismo liberal-libertario e la totale egemonia del mercato” (M. Clouscard, cit.). Come dice efficacemente l’A., si è passati dai Rougon-Macquart agli hipsters.

[3] L’A. cita in proposito Margareth Thatcher: “La società non esiste.”

[4] Si veda la gentrificazione del più popolare tra gli sport, il calcio, ottenuta con l’aumento vertiginoso dei prezzi dei biglietti allo stadio.

[5] A Londra si è giunti a punte di 80.000 € al mq. L’aumento poi degli interventi di edilizia pubblica nelle metropoli non serve a favorire il ritorno dei ceti popolari, ma a dare alloggio a quei “key workers” senza i quali la qualità e la sicurezza della vita urbana verrebbe messa a repentaglio (poliziotti, badanti, personale sanitario e scolastico, ecc.).

[6] J.-P. Chevènement: “non resterà niente della destra e della sinistra se la prima abbandonerà la nazione e l’altra la società.

[7] Jacques Julliard: “il multiculturalismo è una beffa, una beffa sanguinosa”. Del resto, dice l’A., “come poteva non cedere la diga repubblicana di fronte a Wall Street, al CAC 40, a Hollywood?”

[8] Il mentore di una tale interpretazione è Bernard Henry-Levi, cui l’A. non risparmia opportunamente critiche e frecciate ironiche.

[9] La classe dominante usa ormai l’antifascismo come uno strumento di lotta di classe. A tal proposito, l’A, cita gli Scritti corsari di Pier Paolo Pasolini (1974: “un antifascismo facile che ha per oggetto un fascismo arcaico che non esiste e non esisterà mai più”).

[10] Les Idéopôles, laboratoires de l’électorat socialiste è il titolo di un saggio di F. Escanola e M. Vieira, del 2014 citato dall’A. Non vi è chi non veda, alla luce della disfatta del PS, come la realtà si incarichi talvolta di lacerare i veli dell’ideologia.

Giuseppe Cappello, “Vita Nuova”, Ladolfi 2016


I termini della “Vita N(u)ova” che Giuseppe Cappello, con questa sua recente silloge (VITA NUOVA, Ladolfi, Novara, 2016, € 10) vuole significare poeticamente a partire dalla nascita della figlia Beatrice, non si spiegano compiutamente nel gusto della pur allusa citazione “alta”.

Essi ci riconducono piuttosto ad un raffinato piano cartesiano, in cui sintagma e paradigma fissano sempre un punto nello spazio e nel tempo, concreto e ideale, personale e collettivo, privato e pubblico insieme.

Già l’endecasillabo iniziale che dà il titolo alla prima poesia (“L’aurea increspatura tiberina”) colloca con movenza classica l’evento generatore in un luogo storico concreto, soprattutto per chi, romano, conosce l’intimo, storico collegamento tra il Tevere sabino (“è vita ancora nel ventre sabino”) e la nascita di tanti figli di Roma.

Questa dialettica tra polarità opposte è particolarmente evidente in una delle più belle poesie della raccolta, “Il pendolo del Dio”. Qui la quotidianità, che assume toni quasi crepuscolari, è continuamente illuminata da bagliori di riflessione cosmica (il latte e caffè, “carburante dell’antimeridiana” e la “tangenziale salsedine del ferro” del mare, le “volontà riluttanti” degli studenti della prima ora, che si “raccolgono piano” e che ben conosce chi insegna, accanto alla “fatica per le parole del vero”), fino alla chiusura del cerchio di un eterno ritorno, ma mai all’eguale, che riscatta nell’amore il senso della giornata (“il vortice risolve e ti stringo/I lazzi e i baci/Lancette d’infinito nel nostro tempo insieme.”).

In questa ricerca di senso, Cappello stringe il nodo delle generazioni. “Ancora ti chiedo di stare”, dice il Poeta al padre che non c’è più. Un omaggio struggente e reso ancora più forte dalla condivisione della medesima condizione di figlio che è diventato padre (“Nel conflitto e nel maturo riabbraccio/Te ne sei andato”), nella consapevolezza di una diversità (“l’arabo volume del sentimento”, “l’intelligenza figlia di un piatto di fave”) che si scopre identità.

Una poesia per molti versi liminale, dunque, quella di Giuseppe Cappello, che sa trasfigurare il quotidiano, senza mai abbandonarlo, anzi, al contrario, traendone linfa di ispirazione universale, come nella poesia dedicata ai fidanzati morti nel terremoto dell’Aquila, densa di riferimenti colti (vedi il titolo stesso, “Il giaciglio di Harshad”, la citazione dannunziana del finale, “la favola bella/Che ieri l’illuse”), che tuttavia si originano sempre nella concretezza mai dimenticata del vissuto, “nel ritmo sussultorio della ninnananna”, quel benefico terremoto che tutti i genitori provocano ogni sera tra le loro braccia per far addormentare i figli.

La piccola Beatrice ci prende dunque per mano, come la Grande, e, nel suo crescere, ci conduce a (ri)scoprire le grandi verità nascoste nel nostro esistere, spesso irriflesso, facendocene intendere il senso profondo e, soprattutto, sentire la gioia.

 

Federico De Rosa, L’ISOLA DI NOI, San Paolo Edizioni, Milano 2016, pp. 139


È questo il secondo libro di Federico De Rosa. Del primo abbiamo già avuto modo di parlare in questo blog due anni fa (“Quel che non ho mai detto. Io, il mio autismo e ciò in cui credo“, San Paolo Edizioni, Milano 2014). Qui l’Autore fa ancora un passo avanti e dalla drammatica e commovente descrizione della sua condizione di autistico alla ricerca di una “guarigione”, passa all’attacco e rivendica alla sua dimensione esistenziale tutta la sua dignità e il diritto di essere “diversamente felice”.

Sull’insularità come dimensione irriducibile dell’animo umano sono stati scritti volumi e volumi: dalle Isole Beate dell’antichità all’Isola di Arturo, l’Isola misteriosa di Jules Verne, l’Isola del tesoro di Stevenson, l’Isola che non c’è di Peter Pan e se ne potrebbero citare ancora molte altre.  Personalmente, come molti credo, da piccolo disegnavo anch’io isole di cui mi facevo sovrano assoluto, collocando porti e città, distribuendo uffici e lavori, isole in cui non c’erano conflitti di nessun genere (perché tutti erano d’accordo con me). Sembra tuttavia che questo esercizio sia pericoloso se lo si mantiene in età adulta, perché favorirebbe il fantasticare e il distacco dalla realtà. Per questo la prospettiva insulare è spesso considerata una prospettiva regressiva, utopica o distopica che sia, tipica di chi non ha la forza di affrontare la complessità, i compromessi, le ferite che inevitabilmente infligge l’età matura (vedi Arturo, che solo abbandonando, dimenticando, l’isola può diventare adulto).

In questo bel libro di Federico (mi limito a definirlo bello, in omaggio alla sua reiterata richiesta di essenzialità) non si tratta affatto di regressione, di fuga, ma di positiva affermazione di valori, legati a una realtà complessa e perfettamente adulta, una realtà che ha molto da insegnarci. E’ dunque questa un’isola pedagogica.

Il libro si legge con grande piacere per l’essenzialità e la chiarezza con cui è scritto. Niente inutili connettivi, ma solo sostanza di significati. Queste pagine sono un vero balsamo per chi, come noi , è immerso nella fuffa di un linguaggio, la cui ridondanza e complicatezza (non complessità!) è inversamente proporzionale alla sua significatività. L’unità minima di significato non sembra essere più la parola, ma lo spezzone prefabbricato di frase. Chi non ha mai sentito dire, ad esempio, “vuoi una pera, piuttosto che una mela, piuttosto che un’arancia?” Oppure, non avete notato il diffondersi di una patologica aggettivazione iperbolica, per cui oggi ci troviamo a indossare impunemente “calzini favolosi” e mangiamo delle “mitiche patatine fritte”? Non è forse vero che è ormai impossibile affacciarsi a una finestra senza vedere ogni volta un panorama “mozzafiato”? Bravo, dunque, Federico, che ci rammenta il peso delle parole, la fatica della loro decifrazione, la necessità di non gettarle al vento solo per riempire i vuoti creati dalle nostre ansie comunicative.

I contenuti del libro/guida sono organizzati in giornate, per una settimana complessiva di permanenza sull’Isola di Noi, il “Paese dell’Autismo”, dedicate ciascuna ad un aspetto della società autistica, la scuola, l’ospedale, la politica, il monastero, il centro per l’handicap, il divertimento, l’economia, la voglia di vivere, l’amore autistico, il centro città, con un utilissimo capitolo destinato alle F.A.Q., in cui Federico risponde ai quesiti più importanti e frequenti sull’autismo.

Alcuni concetti informano di sé tutto il libro. In primis la critica feroce a ogni tipo di distinzione discriminatoria: le recenti statistiche ci dicono che qui [sull’Isola di Noi] solo un bambino ogni duecento nasce iperegocentrico, ipercomunicativo, mentalmente sistematizzante, ossia con l’handicap della neurotipicità. Quello di cui voi siete portatori.” (p. 12). Va detto che Federico definisce “neurotipici” tutti i cosiddetti “normali.”

Basta dunque con la sistemazione degli esseri umani in apposite cellette semplificatorie. Una volta stabilita la nostra appartenenza alla sottospecie homo sapiens sapiens, Federico ci invita a considerare l’umanità come un continuum in cui trovano spazio realtà diverse e tutte definibili solo ed esclusivamente nella relazione che esse sanno instaurare con gli altri: “Potremmo definire portatore di handicap una persona sulla sedia a rotelle mentre è parte di una classe che segue una lezione universitaria in cui sia obbligatorio stare seduti, fermi e sia vietato alzarsi?” (p. 56).

Il silenzio regna sovrano sull’isola, in cui la comunicazione, crocevia di ogni pensiero degli abitanti autistici, non accetta l’imperio della parola o del gesto, ma afferma l’importanza dell’empatia, della relazione meditata e lenta, della sobrietà delle espressioni: Tra i gestori di questi locali [di divertimento] vige il motto che un pubblico che si rispetti fa più silenzio di quando il locale è chiuso.” (p. 102)

La guida che conduce il gruppo di turisti è una guida silente, antinomia solo apparente e per la quale nutro una qualche nostalgia, pensando alle guide niente affatto silenti che talvolta, durante le visite a mostre e monumenti, impediscono con il loro chiacchiericcio standardizzato la concentrazione e la fruizione personale delle opere.

Che dire poi della “Settimana di caccia al rumore inutile” (p. 26)? Non sarebbe da proporre nel nostro mondo di neurotipici, vista anche la pletora di “giornate” di ogni genere che segnano il nostro calendario globalizzato, in sostituzione dei vecchi santi protettori ormai obsoleti?

La scuola dell’Isola di Noi è creazione complessa e originale, non priva di accenti utopistici, ma che contiene suggerimenti affatto utili nell’immediatezza del nostro operare: l’ora di integrazione iniziale (p.23), già praticata nelle scuole elementari della Scandinavia (senza citare l’esperienza steineriana), la necessità didattica di esplicitare sempre dove il docente sta portando la classe, la questione del cambio dell’ora, con il passaggio brusco e slegato da una materia all’altra.

L’ospedale: anche l’ospedale dell’isola è caratterizzato dalla necessità di includere e di non conformare a modelli astratti di normalità: “verrà un giorno in cui l’autismo non sarà più una patologia, ma solo un modo particolarissimo di essere persone. (p. 33).

La politica: ingegnoso il sistema elettorale escogitato da Federico, sicuramente più intelligente dei porcelli, dei mattarelli e degli italici. Vera e calzante la definizione della struttura piramidale della politica neurotipica: struttura sociale tribale proiettata in una realtà ipertecnologica. (p. 38).

Il monastero: è un po’ il cuore dell’Isola di Noi, con le sue Piccole Sorelle del Silenzio e, soprattutto con il neurotipico che sceglie di diventare autistico per meglio percorrere le vie che portano alla Verità, decano delle luminose Persone della Frontiera. È qui che il limite diventa opportunità.

Il centro per l’handicap: assistiamo a un rovesciamento radicale delle prospettive. Ad essere anomala è la c.d. normalità neurotipica. Anche qui, i metodi Krupp e Osi per l’integrazione dei poveri bambini neurotipici è densa di suggerimenti e di spunti affatto applicabili e niente affatto utopistici.

L’economia: vi si recupera il significato etimologico di economia come legge di armonia e positiva relazione tra persone e ambiente, il valore del tempo libero. Vi si afferma, con sintesi felice, che “la felicità non è un multiplo del piacere (p. 74).

Nel capitolo dedicato alla voglia di vivere, si osserva come i neurotipici si caratterizzino per la velocità, nel dare risposte immediate. Viene preso di mira il nuovo mito neofuturistico del giovanilismo, dello sprezzo per la meditazione e la lentezza. “Resistete, mi raccomando, alla forte pulsione interiore a darvi risposte immediate.” (p. 84).  Sante parole!

L’amore autistico: la centralità del sentimento d’amore è sintetizzata dalla frase “tutto il mondo si muove attorno a una coppia innamorata” (p. 91) Qui regnano incontrastati  l’interiorità e il silenzio (pensate invece a trasmissioni neurotipiche di grande successo come “Uomini & Donne”!). Struggente è poi la descrizione della coppia che si separa perché non in sintonia: quel lento accelerare dell’uno e l’altra che cerca di seguirlo, per poi piangere quando lui scompare (p. 90). Ma soprattutto si smaschera l’horror vacui che ci attanaglia, quella necessità ansiosa e ansiogena di riempire gli spazi, di passare da uno stato all’altro senza aver assaporato fino in fondo il momento che si sta vivendo.

Federico possiede la qualità principe delle persone intelligenti, l’ironia e il sense of humour. Tutto il libro ne è intessuto. Citerò solo il jet lag neurotipico, di cui i “normali” soffrono al ritorno sul Continente, Guglielmo Lasciamistare, uno dei fondatori della città e Sant’Autistico, martire dell’esclusione.

Spero proprio che questa seconda opera di Federico conosca un successo ancora maggiore della prima, che ha raggiunto traguardi invidiabili per tiratura e diffusione (è già stata tradotta in diverse lingue). Mai come adesso non dobbiamo né trovare asilo in un’Isola di Beati, né rifuggire da ogni insularità, per gettarci a capofitto nella mischia di una quotidianità di cui talvolta smarriamo il senso.

A unirci all’Isola di Noi è, significativamente, un traghetto, una nave cioè che presuppone un’andata e un ritorno, perché dall’Isola di Noi si deve tornare, se possibile migliori di prima, capaci cioè di far rivivere dimensioni e valori dimenticati o sottovalutati: il silenzio, l’empatia, la relazione affettiva profonda, l’inclusione, la lentezza.

E’ un libro questo che dovrebbe essere adottato nelle scuole, non tanto e non solo per insegnare ai genitori e ai ragazzi a “sopportare” in classe l’autistico, quanto a sopportare e curare molti “strani” neurotipici.

Raccomandiamoci tutti a Sant’Autistico, perché ci protegga dalla superficialità, dall’arroganza e dalla paura del diverso.

 

Valentina FORTICHIARI, “Non ha mai quiete”, romanzo, Sedizioni, Milano 2015, pp. 207


Un romanzo nato da una penna elegante ed esperta di scrittura intride di vita un grandioso, marmoreo monumento, quel Leonardo da Vinci che, nella vulgata, siamo abituati a considerare il paradigma stesso del sapiente rinascimentale.
Ben lungi dallo stereotipo del vessillifero della luce della scienza e al di là dell’immagine di chi, più di ogni altro dotto dell’epoca sua, ha incarnato il terenziano homo sum et nihil humani a me alienum esse puto, l’Autrice traccia un ritratto di Leonardo in cui prevalgono i toni scuri, i brividi, le increspature delle acque in superficie, in cui, come nelle sue pitture, il segno fiorentino e la luce veneziana si fondono in indistinti profili. Perché, come recita il sottotitolo, “Leonardo e l’acqua”, il deuteragonista del libro è proprio l’acqua, ubiqua, in tutte le sue manifestazioni, da quelle pacificatrici e ristoratrici a quelle distruttrici (molto suggestiva la descrizione dello tsunami che si abbatte sulle coste della Bretagna).
Leonardo è sicuramente un uomo d’acqua; basti pensare alle sue tante “invenzioni acquatiche”, dal boccaglio dei sub al prototipo degli sci d’acqua. Parrebbe perciò contraddittorio il fatto che detesti Venezia, i suoi mefitici odori, la sua assurda posizione (“Ma come fanno queste genti a vivere fra canali d’acque stagnanti e lerce, e invasioni di topi?”, p.67). Eppure così non è, perché, pur essendo città d’acqua come nessun’altra al mondo, dell’acqua nega l’essenza, il cangiamento continuo, il suo non aver mai quiete, imprigionata com’è nei suoi paludosi e bassi canali.
L’acqua è anche il destino dei tre personaggi di invenzione che l’Autrice con grande maestria intesse nella biografia di Leonardo, facendone dei potenti catalizzatori che conducono a sintesi stralci di vissuto del protagonista, in una dimensione di dubbiosa realtà, ma più potente della realtà stessa (“Perché vede più certa la cosa l’occhio ne’ sogni che colla immaginazione quando desto”). Clarice e Rachel sono due figurette diverse tra loro, che inteneriscono perché inermi e determinate al tempo stesso nell’inseguire il senso della propria esistenza, accompagnate da un medico, Vincent, che nella sua stessa identità celebra il drammatico fallimento della ragione.
Il Leonardo dell’Autrice si muove anche nella storia: magnificamente descritti e restituiti al lettore moderno i suoi incontri con Aldo Manuzio e con Pico della Mirandola, commovente nella sua tragica incompiutezza il rapporto con la ormai vecchia madre, crudo nella sua violenta fisicità il ritratto del caravaggesco Salaì.
Un romanzo saggio, dunque, che non ricama in superficie le vicende storiche, ma che ci dà una chiave di lettura supplementare per comprendere la profonda complessità di una mente grandiosa come quella di Leonardo, che non è tale solo perché enciclopedica nel più schietto significato del termine, ma perché si muove inesausta in ogni direzione alla ricerca del senso, come quando interroga gli organi ormai privi di vita, gli occhi in particolare, cercandovi ancora una scintilla di vita e di conoscenza.
E’ un Leonardo tutto fisico, quello che Valentina Fortichiari ci restituisce, lontano dall’iconografia ufficiale del vecchio saggio barbuto e quasi calvo che tutti conosciamo. La sua è una fisicità affatto consapevole, ricercata e custodita con l’esercizio e una dieta attenta. Ciò non conferisce tuttavia a Leonardo la pienezza e la sicurezza del suo celebre “Uomo vitruviano”. Al contrario, egli ci appare come una creatura umbratile, irrisolta, inquieta e inquietante, incapace di opporre resistenza, incapace di educare, di combattere.
Debbo confessare di aver provato da sempre un istintivo e originario sentimento di disagio di fronte alla pittura leonardesca, di cui sono portato a cogliere una immediata dimensione torbida e malata, sottostante la clarté del paradigma rinascimentale. Questo notevole romanzo di Valentina Fortichiari, pur fondando ulteriormente le ragioni di quel disagio, mi ha aiutato a meglio comprenderne radici e contesto.

Daniele MANACORDA, L’Italia agli Italiani – Istruzioni e ostruzioni per il patrimonio culturale, Bari 2014, pp. 149


Fin dal titolo, di evidente sapore risorgimentale, il libro di Daniele Manacorda chiama alle armi. E la squilla suona non più contro la reazione austro-borbonica e clericale, ma contro uno schieramento composito di conservatori e timorosi del nuovo, che va dagli “esimi palati” (così li definisce l’Autore, prendendo in prestito l’espressione da Montella e che sono assimilabili alle emunctae nares oraziane) delle anime belle all’inerzia confortevole dei “burocrati”, dei “competenti”, spesso gelosi difensori dei propri horticuli.

Il testo è bipartito: la prima parte, oltre alla premessa, è costituita da una disamina dei princìpi e delle idee che informano tutta la trattazione, svolta con l’ausilio di una sorta di “convitato di pietra”, rappresentato dagli scritti di Tomaso Montanari, storico dell’arte, che, seppur trattato con grande deferenza, costituisce  il catalizzatore negativo dell’intiero discorso. La seconda è un utilissimo “abbecedario” (lemmario, lo chiama l’Autore) che orienta il lettore nella comprensione del ruolo che il patrimonio culturale ha o dovrebbe avere in questo nostro inizio di millennio.

Per citare solo alcuni di questi lemmi, molto significativo mi è parso quello relativo alla “Divulgazione”. Qui bene fa Manacorda a richiamare Huxley, che peraltro sintetizza l’esperienza di ogni buon insegnante, secondo la quale solo spiegando a chi nulla sa si riesce a illuminare quel che fino ad allora era restato oscuro a noi stessi. La divulgazione è però pratica assai poco comune all’Accademia italiana, che tende spesso ad usare la conoscenza come una picca, per tener distanti le folle che vorrebbero dare l’assalto alla rocca. Gustosa e, ahinoi, profondamente vera la citazione in proposito della didascalia incomprensibile e terroristica del piccolo antiquarium del Cilento, leggendo la quale torna alla mente la fulminante coda belliana del sonetto “Er frutto de la predica”: “venissimo a capì che sso’ misteri”.

Alla voce “Restauro” si coglie, tra l’altro, la preziosa esortazione a “liberarci dal demone del falso, preservando il nostro amore per l’autentico, dal demone del frammento, preservando il nostro interesse per il documento, dal demone dell’antico, preservando la nostra propensione verso tutto ciò che può raccontarci il passato.”.

Parlando dell’Università si sottolinea poi come, non per sua colpa esclusiva, essa si chiuda spesso nel fortino disciplinaristico degli specialisti e poco si apra alle collaborazioni “non formali” con enti e istituti che operano direttamente nei processi di gestione e tutela dei beni. A tal proposito, dire che “la collaborazione va creata con i progetti, non a parole” tuttavia non basta. Al contrario, bisogna stare attenti, poiché esiste una malattia perniciosa, la “progettite” che  ha infettato interi settori della Pubblica Amministrazione e che, lungi dal favorirne l’apertura e il rinnovamento, ne ha spesso coperto il sostanziale immobilismo.

Dico subito che quanto è scritto nel libro mi trova pienamente d’accordo, nella sostanza e nell’idea che lo muove. Un lettore superficiale o in malafede (un “esimio palato”, ad esempio) potrebbe classificarlo tra le pubblicazioni che predicano il mercantilismo, l’aziendalismo, la privatizzazione dei beni culturali. Non è così. In queste pagine si coglie invece un atteggiamento che considero affatto positivo, cioè a dire profondamente “laico”, espressione abusata e fraintesa, ma che significa sostanzialmente aperta all’ascolto, che non si asserraglia in fortini ideologici (neppure in quelli “progressisti”), che non ha paura di aprire porte e di confrontarsi con il tumulto del reale, non per assecondarlo, ma per comprenderlo e, se possibile, per interpretarlo a favore della res publica. Un atteggiamento che definirei “gentile” in senso classico, inclusivo più che esclusivo, curioso più che diffidente, intraprendente più che timoroso.

Tutto ciò non significa mero appiattimento sulle mode del momento o assenza di princìpi. I princìpi ci sono e, seppur qui riferiti ai beni culturali, non è difficile estrapolarli e riferirli a tutta l’amministrazione pubblica.

Ad esempio, la necessità di intendersi bene sulle parole che si usano (la scelta di un lemmario cade a proposito). Fondamentale mi sembra la distinzione che Manacorda fa e che è oggi largamente offuscata nei mezzi di comunicazione di massa, ma anche in ambienti “competenti”, tra “pubblico” e “statale”. Tale errata sinonimia sottende una precisa ideologia tutta novecentesca, secondo la quale lo Stato in quanto tale incarna il Bene Comune e sussume la Res Publica. Aggiungerei qui di mio, ad integrazione, l’uso “spregiudicato” del termine “Nazione”, anch’esso impiegato con eccessiva disinvoltura (basti pensare al “Partito della Nazione”, un ossimoro di cui si continua a parlare senza esplicitarne bene contenuti e limiti) o di “decentramento”, largamente e correntemente confuso con “autonomia”. Ristabilire il valore delle parole significa comprendere dove ci troviamo e in che ambito ci muoviamo.

Nella fattispecie, il libro esorta a distinguere, sempre: tra conservazione e conservatorismo, tra istruzioni e ostruzioni, tra valorizzazione e mercificazione. Il filo dell’argomentare riconduce al titolo, laddove si parla di una “espropriazione” del bene comune degli stakeholders (portatori di interessi) a vantaggio quasi esclusivo degli shareholders (azionisti). Non vi è dubbio infatti che il nostro Paese sia abitato da shareholders e non da stakeholders. In parole povere, da noi le ferrovie sono dei ferrovieri e non dei viaggiatori, le poste dei postini e non dei destinatari delle lettere, le scuole dei professori e non degli studenti e così via seguitando. E’ così che si sentono taluni professori  e “addetti ai lavori” dire (scherzosamente?) che le scuole e i musei sono più belli quando non ci sono studenti e visitatori.

E’ un Paese che ha scarsa coscienza di sé, dei suoi diritti, dei beni straordinari che possiede, consegnati per indolenza – e per cinismo – agli “esperti”, per i quali peraltro non esiste alcun sistema di accountability (altra parola due volte straniera in Italia). Questa condizione di permanente alienazione conduce all’asfissia dei processi formativi, parcellizzati negli specialismi, incapaci di dialogare tra loro, se non per meritorie eccezioni che, in quanto tali, non riescono mai a diventare sistema.

Aprire le porte, far circolare aria, abbattere vecchi tabù, mettere tutto in discussione, sembra dire il libro di Manacorda. Ci troviamo forse di fronte ad un rarissimo esemplare di “archeologo futurista”? Niente affatto, poiché l’approccio “movimentista” va non già in direzione dell’abbattimento tout court di lacci e lacciuoli, ma di un approccio policentrico, sinergico alla questione del come amministrare il patrimonio culturale degli Italiani.

All’interno di questo “campo di forze”, in cui il privato e lo Stato si fanno “pubblico”, l’Amministrazione, centrale e periferica, conserva un ruolo irrinunciabile, un ruolo in cui assumono fondamentale importanza il controllo dei processi, la verifica dei protocolli, il feed-back sui risultati ottenuti, l’indipendenza, la competenza, la trasparenza, più che la gestione diretta dei beni. Per questo, dobbiamo dire con chiarezza maggiore di quanto, nel fuoco della polemica, non traspaia dalle pagine del libro di Manacorda: badiamo a non demonizzare la burocrazia in quanto tale; essa è divenuta oggi sinonimo (ancora una volta si assiste ad un uso distorto di un termine) di trascuraggine, ostacolo al progresso, autoreferenzialità. La burocrazia, cioè a dire, nella definizione weberiana, l’insieme in cui “le procedure sistemiche, le gerarchie ben strutturate e un’amministrazione governata da professionisti adeguatamente formati ad agire secondo regole fisse sono […] tutti elementi necessari per mantenere l’ordine, massimizzare l’efficienza ed eliminare i favoritismi” resta oggi più che mai indispensabile antemurale alla corruzione e al buon funzionamento della Res Publica. Purché la politique politicienne cessi di innervarla con le sue propaggini clientelari e di ridurne costantemente l’efficacia e i livelli di competenza. La ricostruzione di una moderna, indipendente e preparata burocrazia, non la sua cancellazione, costituisce la vera sfida per il futuro di ogni società civile. Una burocrazia “leggera”, con compiti però decisivi negli snodi dei processi di gestione, che cioè non sia costretta a fronteggiare e a normare direttamente e momento per momento ogni aspetto di tali processi (alla lettera D del lemmario sarebbe stato utile aggiungere anche “Delega”).

Nel libro c’è naturalmente molto di più di quel che ho detto finora. Lascio al lettore il piacere di scoprirlo.

“QUEL CHE NON HO MAI DETTO. Io, il mio autismo e ciò in cui credo”, di Federico De Rosa, San Paolo Edizioni, Milano 2014.


Federico, (ometto, come vedi, “caro”)
ho conosciuto tua madre quando era presidente del Consiglio di istituto dell’Aristofane, di cui sono stato il preside per diversi anni e confermo quel che tu dici (sulla sua statura in centimetri non mi pronuncio): un tipo davvero “vorticoso”, con una straordinaria energia e capacità di comprendere.
Quando ricevetti il suo invito alla presentazione del tuo libro in Campidoglio, pensai che mi sarei trovato di fronte a una sorta di diario, fatto di racconti e storie semplici. Il che avrebbe rappresentato comunque un grande successo. Invece. Mi sono immerso in una lettura pienamente matura, che parlava di me e a me, adulto e neurotipico (si fa per dire) e che mi ha commosso, in senso etimologico, nel cuore e nella testa.
Voglio qui ripercorrere solo alcune delle tante riflessioni che il tuo densissimo scritto mi ha suscitato. La prima riguarda il silenzio come strumento di comunicazione. Nel corso della presentazione hai definito la “nostra” civiltà come “troppo rumorosa”. Hai còlto nel segno. Non sai quanto personalmente detesti quella sorta di “horror vacui” che vuole riempire ogni spazio libero, dai muri delle case, ai momenti di silenzio, per impedire che, stando finalmente soli con noi stessi, ci mettiamo a pensare sul serio e, chissà, a porci la domanda delle domande: cosa stiamo facendo qui e ora? Hai notato che, ormai, il sottofondo cosiddetto musicale ci perseguita dovunque, nei supermercati, nei ristoranti, nei negozi, addirittura nei parcheggi e, più in generale, nei luoghi dove è più difficile recuperare il senso del nostro quotidiano agire inutilmente frenetico, della nostra “strenua inertia”, come avrebbe detto Orazio?
Il secondo spunto è quello della parola del cuore. Comunicare con il cuore, un argomento che ha affaticato tanti filosofi (del resto, in antico, come tu sai, si riteneva che la sede della nostra volontà fosse proprio il cuore, non il cervello). Magnifiche le tue passeggiate con papà, nel silenzio. Profondamente vero quel che tu dici: “non provavamo in due lo stesso sentimento, ma un unico sentimento”. Dopo aver letto il tuo libro, avrò qualche difficoltà a dire, “buongiorno, come stai?” oppure a rispondere “bene, grazie, e tu?” Sentirò che si tratta di tessuto connettivo, poco irrorato e ossigenato da un’autentica partecipazione empatica. Spiritosissimo e profondamente utile l’esercizio di parafrasi che suggerisci quando ci viene da dire semplicemente “grazie”: “desidero ringraziarti perché sei stato gentile a passarmi la penna che mi serviva.” E aggiungi: “State tranquilli che questa frase non potrà mai uscirvi in modo meccanico e con distacco formalistico e convenzionale. Riuscirete a dirla solo se la sentite veramente e la direte sicuramente guardando in volto l’interlocutore.”
Sulla scuola poi, dici parole che andrebbero inviate a tanti cianciatori sul tema: “A me autistico, la scuola superiore neurotipica appare un gigantesco processo di addestramento a quanto l’essere umano ha prodotto o scoperto nelle varie discipline della conoscenza. Mi sembra incentivi la dipendenza, l’acquiescenza al sapere attuale e mortifichi l’intraprendenza, l’autonomia, la ricerca, l’intuizione.” Appare a te autistico? E ancora: “Giulio Cesare non ha fatto un corso per diventare quello che è stato”; “c’è qualcosa di massificante nella scuola, qualcosa che spinge a diventare gregari dei propri professori e chissà se tutti, al termine del diploma, riescono a recuperare un’autonomia così poco coltivata negli anni.” Eppure, nonostante l’acutezza di queste critiche, riesci a cogliere anche gli aspetti positivi che la scuola pubblica ha avuto per te, se interpretata da persone come quel tuo maestro Ermanno che, laicamente, ti accoglie senza incertezze, nell’esercizio di un dovere che è civico e morale assieme e che oggi è spesso negletto.
Che dire poi della tua capacità di esprimerti per immagini? Trovo particolarmente suggestiva la spiegazione che dai del rapporto tra sesso e amore, paragonati ad una vasca da bagno e al mare: “Quasi tutti abbiamo a casa una vasca in cui immergerci per trovare refrigerio in una torrida giornata d’estate. Perché allora il refrigerio lo andiamo a cercare al mare? Forse perché la sabbia, il sole, il cielo, il mare sono tutte dimensioni che ci avvolgono con il loro essere infinite e l’essere immerso in tante meravigliose dimensioni infinite è molto più umano e umanizzante che guardare le mattonelle del proprio bagno stando a mollo nella vasca.” Ancora un’immagine dolorosamente vera ed efficace è quella in cui tu ti paragoni ad un carcerato, innamorato di una donna che vive all’esterno della tua cella e della quale ignora “cosa stia facendo, cosa stia vivendo il suo cuore”. Torna il cuore, forse il vocabolo che appare più di frequente dello stesso termine “autistico”.
A questo proposito, certamente il tuo libro mi ha aiutato a capire alcuni aspetti di una condizione che, fino ad ora, avevo considerato solo una specifica modalità di handicap intellettivo. Ad esempio, la facilità automatica che i neurotipici hanno nel decifrare la molteplice contemporaneità dei messaggi, verbali e non verbali che stanno alla base una semplice comunicazione e che per un autistico si trasforma in un muro altissimo, dietro al quale c’è il buio dell’ansia (mi sono figurato in un affollatissimo suk orientale, in cui si addensano odori, colori, suoni diversi e caotici e in cui si parla ad alta voce e velocemente una lingua sconosciuta). Eppure, anche se potrebbe apparire paradossale, l’argomento che meno mi ha coinvolto è stato proprio quello del tuo autismo, tecnicamente inteso.
Le tue parole mi sono “semplicemente” apparse quelle di un giovane uomo che ha molto sofferto e soffre per una condizione reclusiva ed escludente, ma che ha molto da dire di autentico a tutti. Perché si tratta di un libro scritto da chi è “in cammino” e, così come deve essere, in forme e con intensità diverse, incontra ostacoli, cade, ma nello stesso tempo è capace di provare anche la gioia di sentirsi amato.
Non ti nascondo che, nonostante la tua esortazione a non piangere, conclusiva dell’incontro al Campidoglio, mi sono venute le lacrime agli occhi, sentendo le parole di tua madre, la “feroce guerriera”, anche lei visibilmente commossa. Ma sono state lacrime liete, di profonda condivisione, per la pienezza di senso che la tua vita, così difficile e dolorosa, è riuscita a trasmettere a tutti noi presenti.
Grazie per quel che non hai mai detto, ma che hai trovato la forza e l’entusiasmo di scriverci.