Lettera al Prof. Giovanni Sabbatucci sul regionalismo


29 settembre 2012

Egregio Professore Sabbatucci,

ho letto la sua bella analisi su “Il Messaggero” di oggi. La condivido per la giustezza e l’equilibrio delle idee e delle proposte. Mi piacerebbe che lei facesse oggetto di una sua prossima riflessione quanto, sinteticamente, qui le elenco:

– Oggi si sta vivendo in un equivoco che i mass media non contribuiscono a sciogliere: non è la patologia (modello Fiorito) che va curata e sconfitta, ma la normalità: ieri Bersani, onest’uomo penso, ha fatto un’affermazione all’apparenza innocente, ma sintomatica dell’incoscienza in cui si trova anche la cosiddetta parte sana della politica: “Noi con i soldi del contributo non ci compriamo le ostriche pelose, ma i manifesti.” Non pensa Bersani che, ostriche o manifesti che siano, quel tipo di spese non debbano ricadere sul contribuente, ma su chi ha uno stipendio mensile netto che è cinque volte il mio, tre volte il suo (credo), dieci volte quello di un professore di liceo?

– Posso vantare un’inutile primazia: il mio primo voto è stato per le prime regionali. Allora ventunenne, militavo (non ancora iscritto) nel PCI ed ebbi occasione di dire in sezione che l’attuazione delle regioni in un paese moralmente malato come il nostro, non avrebbe esteso capillarmente la democrazia, bensì l’allora già grave morbo della corruzione e del clientelismo. Le lascio immaginare le reazioni;

–  Grande errore l’abolizione delle province. Lo dico ad un illustre storico quale lei è: l’Italia ha una tradizione comunale fortissima, ma ne ha anche una provinciale altrettanto solida, anche se più recente. Non ha invece alcuna tradizione regionale. Alcune regioni sono affatto fittizie (vedi Lazio, costruito a posteriori rubando pezzi al vecchio Regno delle Due Sicilie, all’Abruzzo ulteriore e unendoli alla Tuscia. Se si volesse radicare storicamente il federalismo, si dovrebbe tornare agli antichi stati italiani, ricostituendo l’unità territoriale del regno borbonico, il Lombardo-Veneto, il Piemonte-Liguria-Sardegna, ecc., ovvero tutte quelle unità che, nella costruzione dello stato unitario e centralistico, sono state a bella posta disintegrate.

– Parlo per esperienza personale: la Regione è solo uno snodo per la distribuzione delle risorse e per l’intermediazione (malata) della politique politicienne, limitandosi ad appaltare ad altri ciò che sarebbe suo compito amministrare (il caso dell’istruzione e della formazione è lampante. Se vanno a scoperchiare quella pentola ….). In conclusione: non sarebbe opportuno pensare ad una conservazione delle province, istituto più vicino ai cittadini,  e a una abolizione o a un fortissimo ridimensionamento dell’istituto regionale? Ho riletto in questi giorni “La questione nazionale” di Domenico Fisichella. Illuminante.

Mi scusi per il tempo che le ho sottratto e un augurio di buon lavoro.

Risponde il Prof. Sabbatucci:

Caro Salone, le questioni che mi pone meriterebbero una lunghissima risposta. Mi limito a poche osservazioni. Sul punto 1 sono d’accordo: il problema non sono le ostriche, ovvero la malagestione dei fondi, ma il meccanismo con cui i fondi sono erogati, che sembra fatto per promuovere quegli abusi. Fermo restando che, per i motivi che ho detto, una qualche forma di finanziamento pubblico deve sussistere.
2) Le regioni sarebbero dovute nascere assieme alla costituzione che le prevedeva. Ne sarebbe uscito fuori uno Stato fondato ab origine sulle autonomie (e sulla responsabilità finanziaria) degli enti territoriali. Inserite in un sistema nato e vissuto centralista, e dominato dai partiti nazionali, hanno prodotto i guasti che sappiamo, aggravati, ma non creati, dalla sciagurata riforma del titolo V.
3) Non sono d’accordo sulle province. Sono l’istituzione caratterizzante di uno Stato centralizzato, di modello napoleonico, e sono state disegnate a tavolino, senza alcun legame con storia e tradizioni. Se viene meno quel modello, devono scomparire anche le province. Certo, anche le regioni sono in parte fittizie (qualsiasi suddivisione politico-amministrativa lo è), ma corrispondono a denominazioni storiche, in parte coincidenti con i vecchi Stati, come lo sono i laender tedeschi, e sono dotate di una “taglia” ragionevole (salvo il Molise, che andrebbe subito cancellato: la Valle d’Aosta non si può). Poi bisogna farle funzionare bene, ma questo è un altro discorso.
Sul quarto punto, eccetto le province, sono d’accordo con lei.
Grazie per l’attenzione e saluti cordiali, Giovanni Sabbatucci

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Lettera a Mons. Ravasi sul paganesimo


Gentile Professor Ravasi,

3 marzo 2010

le scrivo a proposito del suo articolo sui “Pagani del terzo millennio” (Il Sole della domenica, 22 febbraio 2010). Le chiedo se non sia venuto il tempo di sconfessare con maggior vigore la vulgata che vede il paganesimo come mera, arcaica manifestazione culturale in senso etno-antropologico o (nella peggiore delle interpretazioni) come espressione del degrado del sentimento religioso, da collegarsi a superstizioni, riti magici e così via.  Non è piuttosto il caso di rammentare che i “pagani” sono stati e sono i protagonisti di splendide stagioni culturali, quali quella greco-romana e induista, che tra loro si annoverano Platone, Isocrate, Aristotele, Cicerone, Virgilio, tanto per fare alcuni nomi?

Il fatto è che bisognerebbe premettere che la religione pagana non è una religione assimilabile alle altre, cosiddette “del libro” e che di religioni in realtà ce n’è una sola, la quale poi si declina e coniuga in infiniti modi e tempi, perché infinito è il Mistero che ci contiene tutti.

Perché non si ricorda la voce di Simmaco, nella sua straordinaria Relatio Tertia  per la restituzione dell’altare della Vittoria al Senato di Roma, ultima, luminosa voce del paganesimo morente, contrapposto al duro discorso fondamentalista di Ambrogio,  uno itinere non potest perveniri ad tam grande secretum?

E’ quello il paganesimo autentico, “gentile”, cioè a dire non dogmatico, non metafisico, aperto alle verità dell’altro, che coglie la presenza del divino solo nel suo rapporto con l’uomo.

Paolo, l’inventore del cristianesimo, non è forse ancora  un “gentile” da questo punto di vista? Forse che la via cristiana al Mistero non ha riscattato – ed è stata questa la sua forza – la presenza corporea di Dio nella Natura dell’Uomo? Parole magnifiche quelle scritte da Benedetto XVI su logos e cristianesimo. Peccato che poi il suo dia-logos con chi cerca altrove e con altri mezzi torni ad affermare costantemente il punto di vista dogmatico e a tratti sprezzante di Ambrogio, il quale, di fronte all’apertura di Simmaco risponde: Quod vos ignoratis id nos dei voce cognovimus (Ep.18)

Le maschere della crisi


Con la crisi in atto del governo delle Larghe Intese siamo alla solita “Commedia alla antica italiana”, genere letterario di  illustre e venerabile  tradizione, ma che non vorremmo veder messo in scena dalle parti di Montecitorio e dintorni. Vediamone la trama e i personaggi:

–          All’indomani delle celebri elezioni “non vinte” dal PD (mai litote fu più audace!) e di fronte al pericolo di eversione rappresentato dal 25% di elettorato M5S (un cittadino italiano su quattro è dunque un potenziale terrorista: mamma mia, altro che Brigate Rosse!) si forma il governo PD-PDL e soci di minoranza, nientepopodimeno che “per salvare l’Italia”;

–          In realtà si vuole mascherare di ideale un intento duplice e che si ritiene inconfessabile: il governo apparentemente contro natura PD-PDL deve salvare Berlusconi dalla giustizia e conservare l’equilibrio  diarchico che ha governato l’Italia almeno dalla fine degli anni ’70 ai giorni nostri, in barba a Mani Pulite, alla favola della Seconda Repubblica, non importa sotto quale etichetta o sigla, una diarchia “destrasinistra” che ha un nome, consociativismo, diffuso capillarmente in tutta la società italiana e non per sola colpa dei “politici”, ma anche di una società civile passiva, di un’imprenditoria assai poco propensa al rischio, di un sindacato troppo spesso conservatore e corporativo, di una cinica, lucida mancanza di prospettive future, di un’intrinseca, oserei dire, filosofica tendenza al precariato, nel senso etimologico della parola, che definisce chi prega per ottenere, da suddito e non da cittadino;

–          tale atteggiamento ostativo di ogni cambiamento vero ha prodotto una democrazia costantemente agonizzante, solo formale, con un professionismo politico  ipertrofico, di dimensioni ineguagliate nel mondo occidentale, degno forse del defunto regime sovietico in quanto a privilegi, conservatorismo,  indolenza, ignoranza (i costi della politica sono anche questi!);

–          dunque, al di là degli abbondanti orpelli retorici, il governo PD-PDL ha risposto all’esigenza autentica e potente di conservazione (semper idem, avrebbe detto il cardinale Ottaviani!) di un sistema che aborre gli strappi e ogni vera competizione tra opposti schieramenti (che non sia quella apparecchiata dai vari talk-show, espressioni di mera democrazia circense). Ma perché non dirlo?

–          Comprendo  l’ira di Berlusconi: perché non dare allora compimento anche alla seconda parte del programma,  ovvero, oltre al proclamato salvataggio dell’Italia, anche a quello del Cavaliere, il quale, a buon diritto, rivendica tutto ciò come uno dei pilastri (seppure ipogei) dell’accordo PD-PDL? Sicuramente non ci sarebbe stata la crisi del pur esangue governo Letta.

–           A meno che il potere diarchico consociativo, in tutte le sue innumerevoli articolazioni, non abbia ritenuto che, data anche l’evidente senescenza del personaggio, fosse necessario cambiare alla svelta per fare restare tutto come prima .

–          Naturalmente tutto resterà come prima solo nei luoghi in cui si prendono le vere decisioni. E tra questi luoghi non vi è un Parlamento formato da liberti del principe, non la società italiana, sempre più ingiusta e diseguale, piagata da una crisi economica sempre più grave, resa incapace di reagire da decenni di narcosi culturale di massa (e non parlo solo dei canali commerciali berlusconiani) e destinata a un declino ormai ineluttabile, o meglio, a naufragare nel mondo globalizzato, davvero “nave sanza nocchiero in gran tempesta” .  Il fatto è che i nocchieri, un po’ come Schettino,  sono scesi tutti a terra, a godersi la vita nei loro fortilizi dorati, assieme ai propri clienti.  Gli altri? Si salvi chi può.

In margine a un articolo di Moses Naim


21 ottobre 2009

Da meditare, l’ articolo di Moises Naim, comparso sul “Il Sole 24 Ore” di domenica 18 ottobre scorso e dal titolo “Educazione disastrata la peggiore delle crisi”.

In esso si tratta “dell’altra crisi mondiale”, quella a cui si presta poca attenzione e molte dichiarazioni di principio e che si manifesta in una generale perdita di efficacia dei sistemi scolastici ed educativi dell’occidente. Parlando degli Stati Uniti, Naim fa bene a sottolineare che non si tratta di accrescere gli investimenti nel settore, dato che nel venticinquennio 1980-2005 tali investimenti sono aumentati di oltre il 70% (sempre negli USA) senza per questo riuscire ad arrestare il declino nell’apprendimento delle conoscenze di base in tutti i settori disciplinari.

In Europa, addirittura, a fronte di un aumento della spesa per l’istruzione si è rilevato, tra il 2000 e il 2006, un declino della literacy e della numeracy (leggere, scrivere e far di conto, per dirla in maniera rozza, ma più comprensibile) in numerosi paesi ricchi (Finlandia esclusa).

Nel nostro continente c’è poi un elemento aggravante: mentre negli Stati Uniti il livello superiore dell’istruzione, quello universitario, resta eccellente, da noi in Europa anche questo declina (tra le prime 100 al mondo vi sono solo tre università francesi).

Stesso quadro nei paesi, come si diceva un tempo, “in via di sviluppo”, nonostante le risorse proporzionalmente ingenti profuse. E tutto ciò mentre in tutte le sedi si indica l’istruzione come l’unico argine all’emarginazione, alla violenza urbana, alla povertà, alla corruzione. Non c’è candidato politico in tutto il globo che non dichiari solennemente di voler fare di più – con l’unica eccezione forse del primo ministro di Singapore, citato da Naim, dove a minori investimenti in campo scolastico corrispondono migliori risultati.

Le soluzioni proposte e attuate sono e sono state le più numerose e le più diverse: più computers e laboratori nelle scuole, meno studenti per classe, docenti meglio pagati, autonomia degli istituti o centralizzazione del sistema, aumento o riduzione del tempo-scuola e così via. I risultati appaiono comunque e dovunque deludenti.

Come “deludente” è la chiusa dell’articolo, che non fornisce alcuna prospettiva, se non quella di “pregare che le soluzioni alla crisi finanziaria siano più efficaci di quelle che il mondo ha finora proposto per la sua crisi educativa.”

Il contributo di Moses Naim resta comunque interessante perché toglie il problema della scuola e dell’educazione delle giovani generazioni dal ristretto orizzonte nazionale, su cui lo schiaccia spesso la minuta cronaca politica, per proiettarlo a scala globale.

In Italia le cose non vanno, ma non siamo soli a condividere questa grave criticità. Mal comune mezzo gaudio?

Sarebbe stato però doveroso cercare almeno di ipotizzare le ragioni di questo smacco planetario.

Tento una riflessione personale, molto schematica:

  1. – quanto sta accadendo ai sistemi educativi occidentali non è accidentale, ma interno ad una logica di mercato, egemone a danno della politica soprattutto in quest’ultimo quarto di secolo;
  2. – l’abbassamento generale dei livelli dell’istruzione, nonostante gli alti lai che si levano un po’ dappertutto, è perfettamente coerente con gli esiti che ha assunto il fenomeno grandioso dell’alfabetizzazione di massa, la scommessa parzialmente perduta da chi ne voleva fare un fulcro di emancipazione e non una mera dilatazione della platea di potenziali consumatori;
  3. – i consumatori in quanto tali non hanno bisogno di una cultura critica, ma solo di quel tanto che serve loro per leggere le etichette dei prodotti sui banchi dei supermercati, per interpretare – non sub limine ! – i messaggi pubblicitari, per godere degli spettacoli di intrattenimento televisivi;
  4. –la scuola di massa così realizzata non ha intaccato il meccanismo di formazione delle élites ; al contrario, per molti versi lo ha reso meno democratico in quanto una scuola mediocre, pur se in linea di principio estesa a tutti, fa male a chi vuole crescere e raggiungere status diversi e migliori rispetto alle posizioni di partenza, mentre favorisce l’immobilismo sociale e la selezione per censo.
  5. – i paesi più avanzati sembrano puntare essenzialmente a creare centri di eccellenza e di iperspecializzazione (vedi le università statunitensi, “nutrite” dalle élites studentesche di tutto il mondo);
  6. – le élites, ormai da tempo, non iniziano più a formarsi nel segmento superiore dell’istruzione media, come accadeva con noi un tempo con i licei classico e scientifico. Quel segmento è diventato un modello “generalista”,  un contenitore incaricato di “accogliere” i giovani, tenendoli lontani da un sano principio di realtà ed educandoli ad una virtualità che rischia di essere la loro dimensione esistenziale prevalente;
  7. –Un’Europa che è rimasta centro economico ma che sta diventando periferia politica del globo, difficilmente riuscirà a trovare nel medio periodo le risorse per reagire. Come è accaduto in altre epoche, il fiume della storia sta passando altrove – Cina, India, America del sud.
  8. – Alla scuola italiana ed europea non resta che ritrovare il suo centro nell’attenzione alle persone – che non sono “risorse umane”! – che animano il dialogo educativo, abbandonando ogni salvifica speranza in “Grandi Riforme” di sistema.

Ricominciando da qui, forse, la scuola potrà contribuire a ritessere la tela di una crescita che non dimentichi il perché del progresso.

Lettera a Umberto Ranieri


4 maggio 2011

Gentile onorevole Ranieri

ho letto su “Il Riformista” di oggi il suo bell’articolo, scritto a partire dal suo diario dell’89.

Siamo pressoché coetanei (20 novembre 48) e, seppure ad altri livelli di responsabilità e importanza, abbiamo vissuto la medesima esperienza, io come iscritto militante di base del PCI, che è sempre rimasto “ad di qua”, nella cosiddetta società civile (faccio il preside di liceo) lei all’interno dei quadri dirigenti del partito. Quando parlo di “medesima esperienza” intendo anche il luogo della mia militanza di base, tra quelli che, come lei dice bene, erano spregiativamente definiti “miglioristi”. A tal proposito, ricordo addirittura un episodio grottesco: nella nostra piccola sezione di partito, io e alcuni altri compagni che avevano espresso idee troppo contigue all’allora PSI di Craxi, fummo “interrogati” da un compagno della direzione romana. Non eravamo negli anni ’30, naturalmente!

Allo scoccare della svolta(!) occhettiana, dopo oltre un quindicennio, decisi di non riprendere più la tessera del “nuovo” PDS e da allora il mio rapporto con la politica si è deteriorato progressivamente (o è la politica tout court ad essersi deteriorata?), fino a giungere, per la prima volta nella mia vita, all’astensione dal voto nell’ultima tornata elettorale.

Mi permetta di dirle che lei è troppo indulgente nei confronti dei maggiori esponenti della “corrente” migliorista (immagino che il Giorgio da lei più volte citato sia Napolitano) e quindi anche con se stesso. In quel momento cruciale bisognava sbattere la porta, picchiare i pugni sul tavolo, far sentire la propria voce a tout prix;  e invece, come negli anni precedenti, si è preferito l’appeasement, nella speranza che dal pateracchio ordito da Achille Occhetto, un leader mediocre, uno tra i tanti furbi rincalzi cresciuti nell’ombra della nomeklatura del partito, culturalmente affatto inadeguato al momentum storico, si potesse ricavare qualcosa di buono.

E invece eccoci qui, con questo bel partito democratico, senza capo (con tutto il rispetto dell’ottimo Bersani) e presto anche senza coda.

Ma il disastro, come lei del resto ammette, nasce da molto prima dell’89.

E’ stato accettando che ancora negli anni ’80 i regimi dell’est fossero definiti regimi socialisti “con tratti illiberali”, è stato plaudendo a Berlinguer arrampicato sui cancelli della Fiat, è stato cedendo la direzione della politica economica al sindacato (vedi il referendum sulla scala mobile), è stato accettando di fatto la lottizzazione del potere a livello centrale (RAI) e locale (municipalizzate), è stato respingendo con albagia e ottusità la proposta craxiana della Sinistra Unita (ma già, ricordo bene che a quei tempi, dimostrare attenzione a Craxi era considerato un crimine), è stato accettando di stare sempre allineati e coperti  con il centro grigio che governava il partito – e qui Giorgio Napolitano non ha certo mai brillato per il coraggio, nonostante il luminoso esempio di un altro, ben più grande Giorgio – , che si è condannato alla fine un grande partito come è stato il PCI, che si sono perse le occasioni di un rinnovamento autentico dell’intera sinistra italiana.

Leggerò dunque con grande interesse – e anche con grande, immutata rabbia per il patrimonio di sacrifici di quelle tante persone che in silenzio e devozione hanno creduto al partito, giungendo in taluni casi da me testimoniati a versare per il tesseramento la metà della loro già magra pensione, buttato al vento – la seconda puntata del suo contributo, sperando di trovarvi anche il nome di Emanuele (Macaluso, naturalmente).

Con viva cordialità

 

Lettera a Marco Santambrogio


 

1 marzo 2011

Gentile Professore Marco Santambrogio,

 interessante e intelligente il suo articolo di oggi su “Il Riformista”. 

 Lo è non solo perché – con molta maggiore efficacia – adopera argomenti di cui io stesso scrivevo oltre venti anni fa, costretto, da uomo di sinistra, a esporli su una coraggiosa piccola rivista di destra “La Voce del CNADSI”, animata dall’indomita professoressa Rita Calderini (dai danni provocati, non tanto da don Milani quanto dai suoi “nipotini” all’egemonia del pedagogismo, sia nelle scuole che nelle università, alla necessità di non demonizzare, ma neppure di non idolatrare – vedi Maragliano – i nuovi mezzi informatici, all’esigenza di dare agli studenti delle conoscenze “permanenti” e per ciò stesso “critiche” per evitare di formare “semplici lettori di etichette sugli scaffali dei supermarket”e così via), ma anche perché consente di mettere a fuoco il nodo centrale che rende il sistema scolastico italiano poco efficace (disastroso forse è un po’ troppo) e cioè a dire la mancanza di un seria politica di orientamento. Immagino lei sappia che ancora oggi vige ancora la prassi orientativa tradizionale secondo la quale chi è bravo alle medie va al liceo, chi va così così è destinato all’istituto tecnico, chi proprio non va  agli istituti professionali.

Stando così le cose, è evidente che non può non crearsi una corsa “verso l’alto”. Preoccupa che non preoccupi  il dato del 42% di utenza liceale (cioè della filiera formativa più lunga, che prevede diciotto-venti anni di scuola) a fronte di un misero 13% di utenza professionale (filiera formativa breve), in un paese come il nostro, con un apparato  produttivo legato alla trasformazione e alla creatività, con un artigianato tra i migliori del mondo, con una piccola e media industria largamente prevalente, che fatica a impiegare profili professionali alti e  molto meno quelli intermedi, a ricoprire i quali, non è un caso, vengono spesso chiamati lavoratori stranieri.

L’interessante proposta “tripartita” della Mastrocola non si discosta in buona sostanza dall’impianto scolastico tedesco, pur con le diversità proprie dei diversi Länder.  In Germania che, si parva licet, ha un sistema produttivo analogo al nostro, la quota di utenza nelle scuole professionali è di oltre il 50%,  mentre il Gymnasium è frequentato da poco più del 10% degli studenti . Si tratta del tanto esecrato “doppio canale”, che prevede però una scelta molto precoce e che dà alla scuola un forte potere orientativo – preclusivo di certi indirizzi – laddove da noi la libertà è totale e quindi lo studente è facilmente preda di mode e di “sentito dire”, con un ruolo delle famiglie ormai pressoché annichilito. Se lo immagina lei, oggi, un pater  in grado di condizionare le scelte scolastiche dei figli?

Non credo che, in tempi prossimi, l’Italia potrà giungere ad una tale “rivoluzione culturale”. Troppo breve e triste la storia della nostra dilagante piccola borghesia perché si comprenda che l’emancipazione non proviene da un titolo di studio che contenga il massimo dei predicati possibile, ma dalla consapevolezza che il mondo lo si può conoscere con le mani, oltre che con la testa (sempre ammesso che …) 

Anche in quest’ultimo anno la tendenza delle iscrizioni sembra confermare questo orientamento “licealistico” e quindi “universitario di massa”. Solo con una nota di ulteriore preoccupazione: il nord ha fatto segnare un’inversione di tendenza, con un maggior numero di iscrizioni agli istituti tecnici, mentre il centro sud ha confermato la sua “vocazione” liceale, evidentemente nell’errata prospettiva di un riscatto attraverso strumenti di ascesa sociale che non funzionano più, né da noi, né nell’intero mondo occidentale.

Grazie e un cordiale saluto.

 

                                                                                  Claudio Salone

Lettera a Mario Pirani


Posto qui una lettera che inviai nel marzo del 2012 alla redazione de “La Repubblica” perché la girassero a Mario Pirani, autore di un’intemerata contro “la scuola d’oggi”, nella quale l’autore coglieva un’irrisolta questione morale  Mi pare ancora attuale.

Egregio Mario Pirani,

non mi piacciono questi articoli da “anime belle”, che sparano sulla scuola perché è bersaglio facile, largamente condiviso, indifeso.

La questione morale nelle scuole? Ma di cosa si sta parlando? In un paese che va letteralmente a pezzi, con schiere di giornalisti e pennivendoli che da pulpiti autorevoli piegano le schiene ogni giorno davanti ai “poteri forti”, con una classe politica di mediocre cultura e di intelligenza spesso impalpabile, sostanzialmente disonesta, e senza alcuna visione del futuro dell’Italia, la “vera struttura corruttiva”  della società italiana sarebbe “la classe scolastica” (classe, poi, in che senso?).

Ho avuto tra le mani il libretto del professore-giornalista Intravaja (è un suo collega a “La Repubblica”, se non sbaglio). D’effetto, certo, anche se scritto in un italiano non sempre scorrevole e preciso: è facile ricercare il successo mettendo in fila tutto quello che non va, le amenità e gli errori dei ragazzi alla maturità e in altre circostanze. Le chiedo. ai suoi tempi “dorati”, lei era forse iscritto alla Scuola di Atene, i suoi compagni di classe tutti filosofi e filologhi? Non pensa che molti di quelli che oggi commettono errori un tempo non ne commettevano perché a scuola proprio non ci potevano mettere piede? E poi: che cosa sarebbe “la demolizione dell’ordine gerarchico della sintassi”? Lei sa che esiste l’ipotassi, ma anche la paratassi e altre forme ancora di articolazione del pensiero, non necessariamente gerarchiche. E poi, “il fraseggio diserbante dei nuovi mezzi di comunicazione”! Un capolavoro di miopia. Le segnalo quel maestro romano del V secolo d.C. che, cocciutamente, si ostinava a correggere i suoi allievi perché dicevano “frigdus” invece di “frigidus”, “caldus” e non “calidus”. Può ben vedere come sono andate a finire le cose. E poi ancora: “mentalità mafiosa”, “comportamenti omertosi” perché a scuola si copia. Ai suoi tempi, egregio Pirani, non si copiava, a scuola? Credo che persino l’uomo di Neanderthal, nella sua aula rocciosa, copiasse.

Non c’è che dire: un bell’attestato di stima per i tanti docenti che nella scuola fanno miracoli, ai tanti, e mi creda sono la netta maggioranza, studenti che fanno il loro dovere, si impegnano, lavorano e apprendono con soddisfazione, ottenendo spesso ottimi risultati. Sono nella scuola da molti anni e da parecchio faccio il preside in un liceo classico. Se volessi, potrei invitarla a conoscere dal di dentro il nostro istituto che, come molti altri qui a Roma e in Italia lavorano con serietà, attenzione e onestà. Ma non voglio. Non ne vale la pena.