Di nuovo un nuovo Esame di Stato


Quando si vogliono introdurre delle novità, sarebbe sempre opportuno chiedersi prima qual è il loro scopo. La novità per la novità serve forse a farsi un nome, a far parlare di sé, a conquistare consensi, ma certo non a migliorare l’impianto che si desidera modificare o riformare.

Sono stati diversi i ministri che hanno voluto legare la propria permanenza a viale Trastevere a un provvedimento di riforma, pochi, nel farlo, hanno avuto in mente un’idea complessiva, un disegno generale degli scopi e delle finalità dell’istituzione scolastica.

Prendiamo qui ad esempio le vicissitudini ormai quasi secolari dell’esame di stato, un tempo esame di maturità. Il primo ad averlo introdotto fu, come è noto, Giovanni Gentile. Egli volle così contrastare il malcostume di esami diseguali e privi di controllo e di contenuto opinabile, in specie in relazione agli istituti privati; ma soprattutto fornire allo Stato nazionale, poco più che cinquantenne, un potente strumento di unificazione culturale. Le commissioni infatti, tutte esterne, erano poche e formate da professori universitari e percorrevano l’Italia da nord a sud e nelle isole e verificavano in periferia gli esiti di programmi di studio decisi al centro. Si trattava di un esame molto severo (nelle prime “edizioni” furono bocciati quasi il 50% dei candidati), tanto che lo stesso regime fascista volle poi che fosse mitigato (vi provvide Cesare Maria de Vecchi, che certo non si distingueva per acume intellettuale e per cultura, nel 1937).

L’esame di maturità, riservato ai soli licei, era il coronamento di un percorso scolastico costellato da prove d’esame. La mia generazione è stata la penultima ad aver esperito l’estremo lacerto della scuola gentiliana e ha dovuto superare, in ordine, l’esame di terza elementare, l’esame di licenza elementare, l’esame di ammissione alla scuola media, l’esame di terza media, l’esame tra la quinta ginnasio e la prima liceo, prima di arrivare alla prova finale.

Questo perché la riforma gentiliana non prevedeva “programmi di studio”, bensì “programmi d’esame”, impostazione che lasciava un certo grado di libertà ai docenti, cui si chiedeva “solo” di giungere alla medesima mèta, a Milano come a Palermo.

L’idea di scuola di Gentile era molto precisa e decisa: doveva essere uno strumento selettivo, destinato a creare una classe dirigente di pochi, culturalmente ben provveduti, con un evidente primato concesso agli studi umanistico-filosofici.  Egli operò (1923) in un’Italia ancora largamente pre-moderna, con un alto tasso di analfabetismo e con ben oltre la metà della popolazione ancora impegnata nel settore primario. L’orizzonte “liberal-totalitario” gentiliano è tramontato da tempo, ma la forte coerenza interna del suo progetto di scuola ha consentito che il suo esame di maturità sopravvivesse, sostanzialmente immutato (Gonella), ben oltre la fine della Seconda Guerra Mondiale, quando entrò altresì a far parte del dettato costituzionale (art. 33):  E` prescritto un esame di Stato per l’ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l’abilitazione all’esercizio professionale.

Alla fine degli anni ’60 del secolo scorso bussava potentemente all’uscio la scuola di massa, sentinella di un radicale, rapido mutamento della società italiana nel suo insieme. A tale mutamento rispose la riforma Sullo, del 1969, che, non potendo infrangere il vincolo costituzionale, volle comunque fortemente depotenziare l’esame di maturità: due prove scritte, invece delle quattro precedenti e due materie per il colloquio (di cui una a scelta del candidato … e l’altra anche!). Il punteggio finale era espresso in sessantesimi, non erano più previsti esami di riparazione e gli accessi agli studi universitari venivano aperti a tutti gli indirizzi e non più solo a quelli liceali. La commissione restava completamente esterna tranne che per la presenza di un membro interno, mentre sempre più rara era la presenza di docenti universitari, limitata alla sola presidenza di commissione. Si trattò in origine di un “esame sperimentale” che tuttavia, a causa della mancata riforma della secondaria superiore, restò in vigore per un trentennio.

Nato per essere il coronamento di una scuola fortemente selettiva, l’esame di maturità venne così sostanzialmente ridotto a mero sigillo da apporre al termine del percorso scolastico. L’articolazione dell’esame ridusse di molto le bocciature, per trasformarsi, specie negli ultimi anni di vigenza, in una sorta di liturgia consacratoria, affatto priva di senso: dal 50% circa delle bocciature delle origini, si passò al 30% degli anni 50-51, all’8% del 70-71.

La scuola dei programmi d’esame e della verifica delle conoscenze disciplinari era definitivamente scomparsa, senza però lasciare il posto a un impianto scolastico altrettanto coerente. Esso, con il passare degli anni, invece di sostituire la selezione con la qualificazione dei percorsi, l’implementazione di una didattica orientativa, la centralità dell’apprendimento, si arrese alla scolarizzazione di massa, facendosi mero contenitore di mode pedagogiche, di volta in volta disattese e mutate, un contenitore in cui il passato e un presente senza chiare prospettive convivevano senza mai giungere a sintesi.

L’insostenibilità di tale situazione, condusse alla terza vera riforma dell’esame, promossa dal ministro Luigi Berlinguer ed entrata in vigore nell’anno scolastico 1998 – 1999. Assieme ad essa, doveva essere applicata anche la riforma della scuola così come configurata dalla Legge 30/2000, poi cancellata per il mutamento della maggioranza di governo.

Si trattava di una prova molto diversa dalla precedente, fin nel nome: dall’esame di maturità si passò all’esame di stato, come del resto la stessa UE ci imponeva: non più un generico “diploma di maturità”, ma un “certificato” con la specifica indicazione delle discipline studiate e dei risultati ottenuti nelle singole prove d’esame.

Tre le prove scritte, di cui la terza predisposta dalla Commissione, con colloquio (si badi bene, non “esame”) orale conclusivo su tutte le discipline dell’ultimo anno. Venne introdotto il credito scolastico e il credito formativo, per meglio tener conto del curricolo del candidato, mentre la commissione era composta da 6-8 commissari, di cui la metà interni e la metà esterni, più il Presidente, esterno all’Istituto. La votazione era espressa in centesimi: 45 punti alle prove scritte, 35 al colloquio orale, e 20 punti al credito scolastico.

Quella sorretta dalla L. 30/00 era una riforma ambiziosa, nata da una precisa idea di scuola, con forti caratteri di discontinuità rispetto al passato. L’ambizione berlingueriana stava nel fatto di voler cambiare la scuola a partire dal suo punto d’arrivo, con un virtuoso percorso a ritroso. Se si vuole, un ritorno alla scuola dei “programmi d’esame” di gentiliana memoria.

Tra le novità più rilevanti, l’introduzione di una verifica globale, non solo delle conoscenze (terza prova, chiamata con terribile vocabolo giornalistico “quizzone”), ma anche delle competenze (saggio breve, articolo di giornale) e delle capacità (colloquio).

La scuola tradizionale, autoreferenziale, quella che ancora oggi si definisce senza alcun fondamento “gentiliana” (nulla di meno gentiliano della trasmissione passiva del sapere, della scuola delle nozioni e dell’accumulo di dati. Del resto, già Plutarco diceva che “la mente non è un vaso da riempire ma un fuoco da accendere”), ebbe purtroppo la meglio e svuotò anche questo esame di ogni elemento di innovazione.

I ritocchi successivi non hanno modificato l’impianto berlingueriano, fino ad oggi, quando, con i decreti attuativi della Buona Scuola, si è messo mano a un altro mutamento sostanziale, di cui però sfugge completamente il senso, anche perché non ne è stato pubblicato alcun testo di accompagnamento.

Cancellata la terza prova, “tanto temuta dagli studenti”, affievolito ancor di più il meccanismo di selezione, già pressoché inesistente all’atto dell’ammissione (a tal proposito considero grottesca e sbagliata una media che prenda in considerazione il voto di condotta), si è compiuto un deciso passo indietro rispetto all’esame Berlinguer, senza, ancora una volta, precisare il profilo culturale del nuovo impianto. Né bastano a definirlo in senso “nuovo” l’introduzione degli esiti dell’alternanza scuola-lavoro nel colloquio, ancora in fase fortemente sperimentale e l’obbligatorietà “collaterale” delle prove INVALSI, che sembrano sempre più costituirsi in una scuola parallela.

Certo non si può pensare a una volontà di ulteriore mitigazione della prova, “alla Cesare Maria de Vecchi”, tanto per intenderci, visto che già oggi le promozioni sono giunte a oltre il 99% dei candidati (99,1% nel 12-13, con il ministro Profumo, 99,2% nel 13-14 con il ministro Carrozza).

Forse è semplicemente un atto di resa finale, l’estremo tentativo di svuotare definitivamente un momento costituzionalmente inevitabile, ma di cui non si riesce più o non si vuole più comprendere il significato e la finalità. Del resto, già da tempo le università e gli istituti di istruzione superiore di maggior prestigio fanno svolgere i test di ingresso ben prima degli esiti dell’esame di stato e gli stessi studenti pare si dedichino di più alla preparazione delle prove selettive di ammissione all’università che non all’esame scolastico finale, vano simulacro ormai di una scuola che ha evidentemente perso la bussola, che oscilla tra aziendalismo (vedi l’insistenza affatto fuori luogo sul Made in Italy nel decreto attuativo, detto della “cultura umanistica”) ed efficientismo classificatorio, una scuola che rischia seriamente di diventare il luogo del “teaching to test”, dell’addestramento e non più dell’insegnamento e dell’apprendimento.

La ministra Fedeli ha detto che si tratta solo di una proposta iniziale, da sottoporre al vaglio del Parlamento e che in quella sede si cercherà il massimo del consenso tra le forze politiche. Buoni propositi. Speriamo solamente che lo scopo non sia quello di non voler turbare i sonni dei giovani elettori diciottenni e delle loro famiglie.

Giuseppe Cappello, “Vita Nuova”, Ladolfi 2016


I termini della “Vita N(u)ova” che Giuseppe Cappello, con questa sua recente silloge (VITA NUOVA, Ladolfi, Novara, 2016, € 10) vuole significare poeticamente a partire dalla nascita della figlia Beatrice, non si spiegano compiutamente nel gusto della pur allusa citazione “alta”.

Essi ci riconducono piuttosto ad un raffinato piano cartesiano, in cui sintagma e paradigma fissano sempre un punto nello spazio e nel tempo, concreto e ideale, personale e collettivo, privato e pubblico insieme.

Già l’endecasillabo iniziale che dà il titolo alla prima poesia (“L’aurea increspatura tiberina”) colloca con movenza classica l’evento generatore in un luogo storico concreto, soprattutto per chi, romano, conosce l’intimo, storico collegamento tra il Tevere sabino (“è vita ancora nel ventre sabino”) e la nascita di tanti figli di Roma.

Questa dialettica tra polarità opposte è particolarmente evidente in una delle più belle poesie della raccolta, “Il pendolo del Dio”. Qui la quotidianità, che assume toni quasi crepuscolari, è continuamente illuminata da bagliori di riflessione cosmica (il latte e caffè, “carburante dell’antimeridiana” e la “tangenziale salsedine del ferro” del mare, le “volontà riluttanti” degli studenti della prima ora, che si “raccolgono piano” e che ben conosce chi insegna, accanto alla “fatica per le parole del vero”), fino alla chiusura del cerchio di un eterno ritorno, ma mai all’eguale, che riscatta nell’amore il senso della giornata (“il vortice risolve e ti stringo/I lazzi e i baci/Lancette d’infinito nel nostro tempo insieme.”).

In questa ricerca di senso, Cappello stringe il nodo delle generazioni. “Ancora ti chiedo di stare”, dice il Poeta al padre che non c’è più. Un omaggio struggente e reso ancora più forte dalla condivisione della medesima condizione di figlio che è diventato padre (“Nel conflitto e nel maturo riabbraccio/Te ne sei andato”), nella consapevolezza di una diversità (“l’arabo volume del sentimento”, “l’intelligenza figlia di un piatto di fave”) che si scopre identità.

Una poesia per molti versi liminale, dunque, quella di Giuseppe Cappello, che sa trasfigurare il quotidiano, senza mai abbandonarlo, anzi, al contrario, traendone linfa di ispirazione universale, come nella poesia dedicata ai fidanzati morti nel terremoto dell’Aquila, densa di riferimenti colti (vedi il titolo stesso, “Il giaciglio di Harshad”, la citazione dannunziana del finale, “la favola bella/Che ieri l’illuse”), che tuttavia si originano sempre nella concretezza mai dimenticata del vissuto, “nel ritmo sussultorio della ninnananna”, quel benefico terremoto che tutti i genitori provocano ogni sera tra le loro braccia per far addormentare i figli.

La piccola Beatrice ci prende dunque per mano, come la Grande, e, nel suo crescere, ci conduce a (ri)scoprire le grandi verità nascoste nel nostro esistere, spesso irriflesso, facendocene intendere il senso profondo e, soprattutto, sentire la gioia.

 

UN FANTASMA SI AGGIRA PER LA “BUONA SCUOLA”, LA CULTURA UMANISTICA


A completamento della legge 107/15, detta della “Buona Scuola” e che tanto buona non si sta rivelando, sono stati elaborati diversi schemi di decreto che, in questi giorni, sono sottoposti al vaglio del Parlamento.

Questi decreti hanno lo scopo di rendere perfettamente operativa la legge sopra citata che, come si sa, ha assunto una forma giuridicamente assai bizzarra: essa ha infatti un solo articolo e centinaia di commi, nonché una quantità rilevante di norme delegate.

Qui vorrei commentare lo schema di decreto che così si intitola: “Norme sulla promozione della cultura umanistica, sulla valorizzazione del patrimonio e delle produzioni culturali e sul sostegno della creatività a norma dell’articolo 1, commi 180 e 181, lettera g) della legge 13 luglio 2015, n. 107.

 E’ evidente fin dall’inizio la mancanza di un orizzonte culturale di riferimento, che si risolve in una mera elencazione di obiettivi disomogenei tra loro ed essi stessi mal definiti. Per promuovere qualcosa bisogna sapere di cosa si tratta. Tuttavia si cercherebbe invano, in tutto l’articolato, cosa si intenda per “cultura umanistica”. Il suo immediato accostamento alla “valorizzazione del patrimonio e delle produzioni culturali” potrebbe darci delle indicazioni in questo senso, ma, se così è, il significato di cultura umanistica si vedrebbe ristretto ai cosiddetti “beni culturali” e più in generale alle arti. Mi pare un po’ poco.

Quanto poi al “sostegno alla creatività”, siamo nelle nebbie del luogo comune e degli slogan.

Tale impressione di estremo genericismo viene rafforzata dalla lettura dell’art. 1 (principi e finalità):

  1. Il sapere artistico è garantito agli alunni e agli studenti come espressione della cultura umanistica, finalizzata a riconoscere la centralità dell’uomo, affermandone la dignità, le esigenze, i diritti e i valori.
  2. È compito del sistema nazionale d’istruzione e formazione promuovere lo studio, la conoscenza e la pratica delle arti, quale requisito fondamentale del curricolo, con particolare riferimento alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio culturale.

Cosa sia il “sapere artistico”, espressione quantomai oscura, non è detto; esso però deve essere addirittura “garantito” e per di più come “espressione della cultura umanistica, finalizzata a riconoscere la centralità dell’uomo”. A parte il fatto che la centralità dell’uomo è obiettivo della cultura tout court, anche di quella cosiddetta scientifica e tecnologica, sembrerebbe trattarsi qui di un mero umanesimo delle arti, in cui è totalmente assente l’aspetto letterario  e filosofico: in tutto il decreto non c’è infatti traccia della nostra tradizione scolastica classica, né si spende una parola sulle lingue antiche, il greco e il latino, che ci caratterizzano così profondamente e che, della nostra cultura umanistica, sono pilastri.

Del resto, anche le arti, che qui sono intese solo nella loro espressione figurativa e rappresentativa e alle quali forse sarebbe stato opportuno intitolare più semplicemente il decreto (“norme sulla promozione dell’insegnamento delle arti e della musica nella scuola”), vengono anch’esse delimitate in senso economicistico, facendone in buona sostanza uno strumento per la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale.

Dunque non lo studio e la pratica delle arti per l’acquisizione di una più ampia e completa formazione individuale, ma per mettere a profitto (valorizzazione) dei beni, quelli che, con espressione corriva, vengono definiti “il nostro petrolio”.

Questo orientamento produttivistico trova puntuali conferme nella citazione, ripetuta e affatto fuori luogo in un testo che dovrebbe parlare di cultura umanistica, di una locuzione tipica e ormai ossificata del linguaggio giornalistico e della politica: il Made in Italy:

  1. -al c. 3 dell’art.1 si parla del “valore del Made in Italy”, senza peraltro dire in cosa consisterebbe;
  2. Al c. 1, l. c. dell’art. 3, in cui si trattano i “temi della creatività” c’è addirittura un’area, definita peraltro al maschile “artistico-visivo”, dove si realizzano gli scopi in premessa “tramite la conoscenza della storia dell’arte e la pratica della pittura, della scultura, della grafica, delle arti decorative, del design o di altre forme artistiche, anche connesse con l’artigianato artistico e con le produzioni di qualità del ‘Made in Italy’.” Non c’è chi non veda, anche qui, l’eterogeneità delle definizioni e degli ambiti e, soprattutto, l’equivoca e impropria collocazione di un processo produttivo particolare e di non ben identificata natura (il Made in Italy) solo in un contesto “artistico-visivo”. Cosa si ha in mente, la moda, che, peraltro è quasi tutta in mani francesi? Oppure cos’altro?
  3. – Il Made in Italy compare anche all’art. 5, c. 1, l. e, “Il piano delle arti” in una “misura” così definita: “promozione della partecipazione studentesca a percorsi di conoscenza del patrimonio culturale e ambientale dell’Italia e delle opere di ingegno del ‘Made in Italy’, materiale ed immateriale.” A parte la trascuratezza grammaticale (non si aggiunge la “d” alla “e” se la vocale seguente è diversa), a me pare un capolavoro di “nihil dicere per verba” quel “materiale e immateriale” aggiunto alle opere d’ingegno del Made in Italy. Chissà cosa intendeva dire il frettoloso estensore.
  4. – All’art. 7 (“reti di scuole”), c. 1, l. f, “promozione di iniziative mirate a valorizzare le radici culturali del proprio territorio, con particolare riguardo al patrimonio culturale e ai luoghi delle produzioni artistiche ed artigianali e del Made in Italy;” si fa più esplicita la connessione tra scuola e sistema produttivo, lasciando tuttavia del tutto nel vago modi e strumenti di tale connessione.

La sensazione che il testo sia una sorta di centone di luoghi comuni e di spezzoni di cultura poco meditata, emerge altresì dall’uso di talune espressioni presenti nel testo:

  1. La fluviale elencazione all’art. 2, in cui si parla di un ambito progettuale “artistico, musicale, teatrale, cinematografico, coreutico, architettonico, paesaggistico, linguistico, storico, storico-artistico, demoetno-antropologico, artigianale, a livello nazionale e internazionale.” Nulla sfugge al legislatore, che, pur di non mancare l’obiettivo, sparacchia termini di non ben precisata natura, quali “artistico”, usato in senso assoluto, e poi “storico-artistico” e “artigianale”.
  2. All’art. 5, c. 1, l. c: cosa significa “valorizzando i talenti attraverso una didattica orientativa”? Perché scrivere “a orecchio”? Ogni buona didattica non può che essere una didattica orientativa, che si tratti di “valorizzare talenti” o meno.
  3. “Produzioni artistiche e artigianali” (artt. 2 c.1 e 7 c.1): perché non esplicitare la relazione tra i due termini e, soprattutto, il suo collegamento con la didattica che, se non sbaglio, è riferita a tutti gli ordini e gradi di scuola?

A cornice poi di tutto questo c’è il solito refrain: l’attuazione del decreto non deve comportare l’investimento di risorse aggiuntive, né provocare alterazioni della pianta organica. Per dirla in poche parole, se volete fare, fate, ma non modificate il sistema e non chiedete ulteriori investimenti.

Come era ahinoi prevedibile, la montagna ha partorito un topolino piccolo piccolo e per giunta neppure tanto in salute.

Much Ado About Nothing, verrebbe da dire.

E’ in casi come questi che si misura il declino culturale di una classe politica. Ne volete una prova ulteriore? Basta rileggere la prosa degli altri decreti delegati, quelli che nel 1974 modificarono seriamente, che li si condividesse o no, la scuola italiana. Il confronto è davvero impietoso e sconfortante.

Pubblicato anche su: http://www2.eguaglianzaeliberta.it/web/

 

 

Una riflessione di Giuseppe Cappello (“Il governo Gentiloni e Montesquieu”) e un mio commento


 

Pubblico qui un intervento di Giuseppe Cappello, poeta finissimo e ottimo insegnante di filosofia e storia, a proposito del nuovo (si fa per dire) governo guidato da Paolo Gentiloni Silverj, corredato da un mio commento. Buona discussione a tutti!

“Credo che la formazione del nuovo governo Gentiloni contenga molte indicazioni che ci permettono di individuare il risultato profondo del referendum del 4 dicembre. La vittoria del NO, infatti, a mio avviso, oltre a sancire la riaffermazione della Costituzione vigente ha con essa riaffermato l’orizzonte generale della  vita pubblica italiana che credo sia destinata a ristabilizzarsi sulle coordinate che proveremo a dire. Innanzitutto la rinascita di un parlamentarismo paralizzante ai fini dell’azione politica; una paralisi in cui i poteri forti e occulti la faranno da padrone più di quanto non sarebbe potuto accadere con la rifoma; quindi, l’indicazione di un ritorno a una legge elettorale proporzianale che è il congenere corollario dell’atavico parlamentarismo paralizzante italiano; paralizzante e, per esprimere comunque un governo, appunto, destinato alla pratica della più vasta tessitura di una fitta e occulta rete di inciuci. Cosa sembra infatti trasparire dalla formazione del nuovo governo se non un rispolvero in grande stile del manuale Cencelli? Tutti sono stati ‘accontentati’. Renzi, innanzitutto, continua a esercitare i suo controllo sulla politica italiana grazie alle sue persone di fiducia quali la sottosegretaria Maria Elena Boschi, il ministro Graziano del Rio, il ministro Poletti e, con una buona dose di ironia, sullo scranno del Ministero dello Sport, Luca Lotti; i sindacati hanno ricevuto anche essi il loro compenso con l’ingresso nella compagine di governo della CGIL nello strategico ministero dell’istruzione: il governo spera (invano) di ricucire con il mondo della scuola e il sindacato potrà esibire la sua sclerotica vitalità di fronte a chi deve rinnovare a breve la propria tessera; la minoranza del PD e in particolare D’Alema ha ottenuto l’importante Ministero degli Interni; Berlusconi diverrà di nuovo l’ago della bilancia della politica italiana (nessuno potrà governare senza allearsi con lui); il mondo cattolico più retrivo, abituato a controllare la sanità pubblica e privata, vede Beatrice Lorenzin ancora in posizione di comando nonostante le numerose gaffe della propaganda sul fertility day; e perfino i Grillini e la Lega, a loro insaputa, rientrano tra i beneficiari di questo nuovo governo: potranno continuare a sottrarsi dalla prova del governo e esercitare la loro più riuscita attività dell’opposizione che strepita e si dibatte. Insomma, altro che governo fotocopia, quello di Gentiloni, come si addita da più parti: con questa nuova esperienza ci sembra piuttosto che Renzi abbia dismesso la sua più audace tenuta da riformatore, bella o non bella a seconda dei punti di vista, per entrare fra gli abiti più grigi della conservazione. Forse per un momento di pausa e per una nuova sortita, più prudente ed esperta, da riformatore? Lo vedremo. Per adesso ci sembrano più intonate con la direzione che sta (ri)prendendo la politica italiana, grazie alla vittoria del NO, le parole di Montesquieu lì dove egli scrive: «tutte le società che in fondo sono un’unione di spiriti, si forma un carattere comune. Quest’anima universale assume un modo di pensare che è l’effetto di una catena infinita di cause che si combinano e si moltiplicano da un secolo all’altro. Una volta che il tono è dato e fatto proprio, esso solo governa, e tutto ciò che i sovrani, i magistrati, i popoli possono fare o immaginare, sia che sembrino opporsi, sia che si adeguino, sempre vi si riferisce». Speriamo che non sia così e qualcosa si rimetta in movimento verso il futuro ma temo che questo sia solo, per dirla con Feuerbach, un «ottativo del cuore» di un’irriducibile riformista di sinistra.”

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Gentile Professore,
in nome del dialogo che appassiona entrambi (direi però più ciceroniano che socratico, visto che non si tratta di far nascere maieuticamente una creatura già concepita, ma di un più romano confronto tra posizioni diverse), commento il suo scritto:
1. – “rinascita di un parlamentarismo paralizzante”. Siamo in pieno renzismo. Le istituzioni democratiche sono “paralizzanti” in quanto tali, perché imbrigliano la volontà del Capo e della sua Gefolgschaft? Mi pare affermazione pericolosa, anche perché attribuisce alle istituzioni colpe e responsabilità che sono di chi quelle istituzioni utilizza;
2. – “i poteri forti la faranno da padrone”. Mi pare che con il piccolo Duce di Pontassieve i poteri forti abbiano spadroneggiato un po’ dappertutto (la dottrina JP Morgan, i donativi a Confindustria, le banche, ecc.). Con la vittoria del SI, il sistema sarebbe andato definitivamente a regime e tutto avrebbe funzionato più speditamente (ah, il demone della velocità!). Certo non per quel 25% di italiani alla soglia della povertà e per gli altri 5 milioni che poveri lo sono di già.
3. – “la minoranza PD e in particolare d’Alema ha ottenuto l’importante ministero dell’interno”. Definire Minniti dalemiano è operazione audace, su cui lo stesso interessato avrebbe da dire. Educato da “Baffino”, certo, ma presto diventato renziano convinto (vedi le ultime posizioni prese). La minoranza PD è invece restata a bocca asciutta, come si merita.
4. – “i grillini rientrano tra i beneficiari del governo Gentiloni”. Vero. Sospetto che un esecutivo così sgangherato e bugiardo (vedi l’ineffabile Maria Elena) lo abbiano dettato Di Maio e Di Battista, allo scopo di raggiungere, alle prossime elezioni, il famoso 41% dei voti;
5. “Renzi ha dismesso la sua più audace tenuta di riformatore”. La narrazione renziana ha qui colto nel segno, se è riuscita a far credere, anche a una persona intelligente come lei, di provenire da un “riformatore”. Qualche parola in libertà, nello stile futurista che è proprio del Nostro: voucher, contratti a tutele crescenti, Buonascuola, sanità lorenziniana, stagnazione economica (siamo ormai l’unico Paese d’Europa, oltre la povera Grecia, che resta in coda e non cresce), disoccupazione giovanile alle stelle, desertificazione di intere regioni (vedi Sardegna e il sud in generale, per il quale, udite, udite, il governo Gentiloni ha riesumato il ministro per il Mezzogiorno). L’elenco delle false o non riuscite riforme potrebbe continuare. Il fatto è che Renzi è sempre stato un doroteo rivestito di panni grillini. Il travestimento ha retto, ma poi, come si sa, le bugie hanno le gambe corte e in quanto a bugie, il Bomba non è secondo a nessuno.
6. – Quanto alla bella citazione di Montesquieu, non mi trova d’accordo l’intonazione nostalgico-pessimistica per cui la sconfitta del SI sarebbe stata la sconfitta della ragione e la vittoria del NO la vittoria delle masse senza volto e senza testa, con un Renzi che, a mezzo tra De Gaulle e Garibaldi, si chiude a Pontassieve/Colombey-les-Deux-Églises/Caprera, per ritornare “più prudente ed esperto, da riformatore”. Il Cielo ce ne scampi.
Chiudo questo mio lungo commento: la meteora Renzi ha illuminato il cielo per mille giorni e poi è declinata lasciando di nuovo tutti al buio, con i problemi di fondo del Paese rimasti irrisolti. Si è trattato di un tentativo, tutto giocato all’interno dei luoghi del potere, di sostituire il vecchio gruppo dirigente con un altro, più giovane e trendy. Tutto qui. Verrebbe da dire, crocianamente, heri dicebamus.

 

Spigolature postreferendarie: Partito della Nazione o Partito dei Pensionati?


Ricevuto il duro colpo, l’ex presidente del consiglio ha dato segni di sbandamento: prima, a caldo, un discorso di pseudocommiato, intriso di retorica (ah, quel rapido cenno languido alla moglie Agnese! Ennesima, evidente citazione/imitazione dell’idolatrata coppia Barack-Michelle) e senza alcun cenno di autocritica per il pasticcio costituzionale che voleva far ingurgitare agli italiani.

Poi, più tardi, confortato dalle menti illuminate che lo circondano (pensate a Jim Messina, definito “il guru che fa sempre fiasco”, da Cameron a Clinton, passando per Rajoy e infine Renzi, pensate a Matteo Orfini e a Luca Lotti e ditemi se non vi viene in mente qualcosa a mezzo tra il bar Sport e il declino dell’Occidente), ha sposato la causa, prima aborrita, di andare al più presto alle elezioni, per ripristinare, dopo quattro anni di sospensione, le normali procedure decisionali di una democrazia, sospensione di cui è stato il maggior beneficiario, auspice Giorgio Napolitano.

Perché questo revirement? Non doveva, il Nostro, abbandonare la politica e cambiare mestiere? Il fatto è che, udite, udite, la sconfitta è stata solo apparente, poiché il SI ha ottenuto il 41% circa dei voti e quei voti sono tutti di e per Matteo. Semplice no?

Vorrei tuttavia sommessamente attirare l’attenzione su almeno un aspetto importante: oltre al fatto che assimilare il voto referendario al voto politico potrebbe essere drammaticamente fuorviante, l’analisi scomposta del dato elettorale ci mette di fronte a un elemento di giudizio di cui si parla troppo poco, cioè a dire la suddivisione dei votanti per fasce d’età.

In questo caso si è verificato quanto segue (fonte “Studio Quorum” per SkyTG24):

 Fascia d’età 18 – 34: NO 81% 

Fascia d’età 35 – 54: NO 67%

Fascia d’età over 55: SI 53% (all’interno di questa fascia la prevalenza del SI è dovuta agli over 65)

Dunque, ricapitolando, il 41% del fronte del SI, quello del cambiamento, del movimento, del progresso inarrestabile, dei rottamatori è composto in larghissima parte da ultrasessantenni.

Sono dunque queste le forze nuove su cui Renzi conta per risorgere dalle ceneri?

Se così è,  si capirebbe anche la fretta improvvisa con cui vuole tesaurizzare il risultato e andare a votare il prima possibile, prima cioè che sia troppo tardi e che gli immutabili cicli della Natura facciano il loro corso.

 

 

Federico De Rosa, L’ISOLA DI NOI, San Paolo Edizioni, Milano 2016, pp. 139


È questo il secondo libro di Federico De Rosa. Del primo abbiamo già avuto modo di parlare in questo blog due anni fa (“Quel che non ho mai detto. Io, il mio autismo e ciò in cui credo“, San Paolo Edizioni, Milano 2014). Qui l’Autore fa ancora un passo avanti e dalla drammatica e commovente descrizione della sua condizione di autistico alla ricerca di una “guarigione”, passa all’attacco e rivendica alla sua dimensione esistenziale tutta la sua dignità e il diritto di essere “diversamente felice”.

Sull’insularità come dimensione irriducibile dell’animo umano sono stati scritti volumi e volumi: dalle Isole Beate dell’antichità all’Isola di Arturo, l’Isola misteriosa di Jules Verne, l’Isola del tesoro di Stevenson, l’Isola che non c’è di Peter Pan e se ne potrebbero citare ancora molte altre.  Personalmente, come molti credo, da piccolo disegnavo anch’io isole di cui mi facevo sovrano assoluto, collocando porti e città, distribuendo uffici e lavori, isole in cui non c’erano conflitti di nessun genere (perché tutti erano d’accordo con me). Sembra tuttavia che questo esercizio sia pericoloso se lo si mantiene in età adulta, perché favorirebbe il fantasticare e il distacco dalla realtà. Per questo la prospettiva insulare è spesso considerata una prospettiva regressiva, utopica o distopica che sia, tipica di chi non ha la forza di affrontare la complessità, i compromessi, le ferite che inevitabilmente infligge l’età matura (vedi Arturo, che solo abbandonando, dimenticando, l’isola può diventare adulto).

In questo bel libro di Federico (mi limito a definirlo bello, in omaggio alla sua reiterata richiesta di essenzialità) non si tratta affatto di regressione, di fuga, ma di positiva affermazione di valori, legati a una realtà complessa e perfettamente adulta, una realtà che ha molto da insegnarci. E’ dunque questa un’isola pedagogica.

Il libro si legge con grande piacere per l’essenzialità e la chiarezza con cui è scritto. Niente inutili connettivi, ma solo sostanza di significati. Queste pagine sono un vero balsamo per chi, come noi , è immerso nella fuffa di un linguaggio, la cui ridondanza e complicatezza (non complessità!) è inversamente proporzionale alla sua significatività. L’unità minima di significato non sembra essere più la parola, ma lo spezzone prefabbricato di frase. Chi non ha mai sentito dire, ad esempio, “vuoi una pera, piuttosto che una mela, piuttosto che un’arancia?” Oppure, non avete notato il diffondersi di una patologica aggettivazione iperbolica, per cui oggi ci troviamo a indossare impunemente “calzini favolosi” e mangiamo delle “mitiche patatine fritte”? Non è forse vero che è ormai impossibile affacciarsi a una finestra senza vedere ogni volta un panorama “mozzafiato”? Bravo, dunque, Federico, che ci rammenta il peso delle parole, la fatica della loro decifrazione, la necessità di non gettarle al vento solo per riempire i vuoti creati dalle nostre ansie comunicative.

I contenuti del libro/guida sono organizzati in giornate, per una settimana complessiva di permanenza sull’Isola di Noi, il “Paese dell’Autismo”, dedicate ciascuna ad un aspetto della società autistica, la scuola, l’ospedale, la politica, il monastero, il centro per l’handicap, il divertimento, l’economia, la voglia di vivere, l’amore autistico, il centro città, con un utilissimo capitolo destinato alle F.A.Q., in cui Federico risponde ai quesiti più importanti e frequenti sull’autismo.

Alcuni concetti informano di sé tutto il libro. In primis la critica feroce a ogni tipo di distinzione discriminatoria: le recenti statistiche ci dicono che qui [sull’Isola di Noi] solo un bambino ogni duecento nasce iperegocentrico, ipercomunicativo, mentalmente sistematizzante, ossia con l’handicap della neurotipicità. Quello di cui voi siete portatori.” (p. 12). Va detto che Federico definisce “neurotipici” tutti i cosiddetti “normali.”

Basta dunque con la sistemazione degli esseri umani in apposite cellette semplificatorie. Una volta stabilita la nostra appartenenza alla sottospecie homo sapiens sapiens, Federico ci invita a considerare l’umanità come un continuum in cui trovano spazio realtà diverse e tutte definibili solo ed esclusivamente nella relazione che esse sanno instaurare con gli altri: “Potremmo definire portatore di handicap una persona sulla sedia a rotelle mentre è parte di una classe che segue una lezione universitaria in cui sia obbligatorio stare seduti, fermi e sia vietato alzarsi?” (p. 56).

Il silenzio regna sovrano sull’isola, in cui la comunicazione, crocevia di ogni pensiero degli abitanti autistici, non accetta l’imperio della parola o del gesto, ma afferma l’importanza dell’empatia, della relazione meditata e lenta, della sobrietà delle espressioni: Tra i gestori di questi locali [di divertimento] vige il motto che un pubblico che si rispetti fa più silenzio di quando il locale è chiuso.” (p. 102)

La guida che conduce il gruppo di turisti è una guida silente, antinomia solo apparente e per la quale nutro una qualche nostalgia, pensando alle guide niente affatto silenti che talvolta, durante le visite a mostre e monumenti, impediscono con il loro chiacchiericcio standardizzato la concentrazione e la fruizione personale delle opere.

Che dire poi della “Settimana di caccia al rumore inutile” (p. 26)? Non sarebbe da proporre nel nostro mondo di neurotipici, vista anche la pletora di “giornate” di ogni genere che segnano il nostro calendario globalizzato, in sostituzione dei vecchi santi protettori ormai obsoleti?

La scuola dell’Isola di Noi è creazione complessa e originale, non priva di accenti utopistici, ma che contiene suggerimenti affatto utili nell’immediatezza del nostro operare: l’ora di integrazione iniziale (p.23), già praticata nelle scuole elementari della Scandinavia (senza citare l’esperienza steineriana), la necessità didattica di esplicitare sempre dove il docente sta portando la classe, la questione del cambio dell’ora, con il passaggio brusco e slegato da una materia all’altra.

L’ospedale: anche l’ospedale dell’isola è caratterizzato dalla necessità di includere e di non conformare a modelli astratti di normalità: “verrà un giorno in cui l’autismo non sarà più una patologia, ma solo un modo particolarissimo di essere persone. (p. 33).

La politica: ingegnoso il sistema elettorale escogitato da Federico, sicuramente più intelligente dei porcelli, dei mattarelli e degli italici. Vera e calzante la definizione della struttura piramidale della politica neurotipica: struttura sociale tribale proiettata in una realtà ipertecnologica. (p. 38).

Il monastero: è un po’ il cuore dell’Isola di Noi, con le sue Piccole Sorelle del Silenzio e, soprattutto con il neurotipico che sceglie di diventare autistico per meglio percorrere le vie che portano alla Verità, decano delle luminose Persone della Frontiera. È qui che il limite diventa opportunità.

Il centro per l’handicap: assistiamo a un rovesciamento radicale delle prospettive. Ad essere anomala è la c.d. normalità neurotipica. Anche qui, i metodi Krupp e Osi per l’integrazione dei poveri bambini neurotipici è densa di suggerimenti e di spunti affatto applicabili e niente affatto utopistici.

L’economia: vi si recupera il significato etimologico di economia come legge di armonia e positiva relazione tra persone e ambiente, il valore del tempo libero. Vi si afferma, con sintesi felice, che “la felicità non è un multiplo del piacere (p. 74).

Nel capitolo dedicato alla voglia di vivere, si osserva come i neurotipici si caratterizzino per la velocità, nel dare risposte immediate. Viene preso di mira il nuovo mito neofuturistico del giovanilismo, dello sprezzo per la meditazione e la lentezza. “Resistete, mi raccomando, alla forte pulsione interiore a darvi risposte immediate.” (p. 84).  Sante parole!

L’amore autistico: la centralità del sentimento d’amore è sintetizzata dalla frase “tutto il mondo si muove attorno a una coppia innamorata” (p. 91) Qui regnano incontrastati  l’interiorità e il silenzio (pensate invece a trasmissioni neurotipiche di grande successo come “Uomini & Donne”!). Struggente è poi la descrizione della coppia che si separa perché non in sintonia: quel lento accelerare dell’uno e l’altra che cerca di seguirlo, per poi piangere quando lui scompare (p. 90). Ma soprattutto si smaschera l’horror vacui che ci attanaglia, quella necessità ansiosa e ansiogena di riempire gli spazi, di passare da uno stato all’altro senza aver assaporato fino in fondo il momento che si sta vivendo.

Federico possiede la qualità principe delle persone intelligenti, l’ironia e il sense of humour. Tutto il libro ne è intessuto. Citerò solo il jet lag neurotipico, di cui i “normali” soffrono al ritorno sul Continente, Guglielmo Lasciamistare, uno dei fondatori della città e Sant’Autistico, martire dell’esclusione.

Spero proprio che questa seconda opera di Federico conosca un successo ancora maggiore della prima, che ha raggiunto traguardi invidiabili per tiratura e diffusione (è già stata tradotta in diverse lingue). Mai come adesso non dobbiamo né trovare asilo in un’Isola di Beati, né rifuggire da ogni insularità, per gettarci a capofitto nella mischia di una quotidianità di cui talvolta smarriamo il senso.

A unirci all’Isola di Noi è, significativamente, un traghetto, una nave cioè che presuppone un’andata e un ritorno, perché dall’Isola di Noi si deve tornare, se possibile migliori di prima, capaci cioè di far rivivere dimensioni e valori dimenticati o sottovalutati: il silenzio, l’empatia, la relazione affettiva profonda, l’inclusione, la lentezza.

E’ un libro questo che dovrebbe essere adottato nelle scuole, non tanto e non solo per insegnare ai genitori e ai ragazzi a “sopportare” in classe l’autistico, quanto a sopportare e curare molti “strani” neurotipici.

Raccomandiamoci tutti a Sant’Autistico, perché ci protegga dalla superficialità, dall’arroganza e dalla paura del diverso.

 

Analfabetismo istituzionale al galoppo


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La Corte Costituzionale ha bocciato il nòcciolo della c.d. “Riforma Madia” della P.A.

La risposta del presidente Matteo è stata: è impossibile governare questo Paese, siamo circondati da una burocrazia opprimente.

Dunque, nell’opinione del Nostro, la Corte Costituzionale è un organo burocratico “opprimente”, probabilmente anch’esso da sveltire, semplificare, ridurre …. rottamare.

Sull’anatema, questo sì populistico, lanciato da tempo sulla burocrazia tout court dal presidente del consiglio e dal suo entourage ho avuto già modo di esprimermi su questo stesso blog, due anni fa (“Elogio della burocrazia”, q.v.). Mai però avrei creduto che anche la Corte Costituzionale potesse essere considerata non l’istanza suprema della Repubblica, ma, addirittura, un ufficio per il disbrigo di pratiche e procedure, dove quindici vegliardi un po’ rintronatelli ce la mettono tutta per infilare bastoni tra le ruote della locomotiva del progresso renziano. Velocità, velocità, ci vuole, basta vecchi, coi loro lacci e lacciuoli, grida il nostro Marinetti redivivo!

Mi permetto, con molta lentezza, di suggerire, la prossima volta, una maggior cura nella stesura dei dispositivi di legge, che sempre più spesso vengono scritti in forma indecorosa e persino scorretta.

I collaboratori della giovane Madia, il suo ufficio studi, non si erano accorti che quella formulazione era patentemente scorretta dal punto di vista costituzionale?

In questi casi, bisognerebbe chiedere scusa agli italiani per il tempo che si è fatto loro perdere e ravvedersi. Ma l’umiltà di ammettere i propri errori è diventata ormai merce rara.