Aiuto! Ha ragione la Littizzetto


Sono sconcertato. Da molto tempo ormai mi impensierisce il declino dell’insegnamento della geografia nella scuola, fin da quando, alla metà degli anni ’80 feci parte (addirittura!) di un “Comitato per la difesa della geografia”, comitato che, come si può ben vedere dai seguiti, non ha esercitato la benché minima influenza sui successivi accadimenti.

Dopo aver letto il bel libro sul futuro destino della Francia, scritto da un geografo, Christophe Guilluy e intitolato Le crépuscule de la France d’en haut, non ancora edito in Italia, mi era tornata la voglia di riprendere l’argomento e di scrivere qualcosa.

Ed eccoci alla ragione del mio sconcerto. Per puro caso, mentre guardavo come sempre svogliatamente la TV, saltando da un canale all’altro, mi sono imbattuto in Luciana Littizzetto, la finta provocatrice in servizio permanente presso la parrocchia (per di più laica) di monsignore Fabio Fazio, noioso officiante del politically correct nazionale.

Come forse si è capito, non mi piace quella trasmissione di mainstreamers birbantelli e in particolare proprio Luciana Littizzetto, che ha fatto fortuna chiamando in causa a ogni pie’ sospinto e con buffi (?) nomignoli, gli organi sessuali maschili e femminili, proprio come, al tempo della mia adolescenza, si faceva in parrocchia. E giù a ridere e a trasgredire, sotto gli occhi falsamente scandalizzati di monsignore! Insomma il festival della cattiva coscienza e della doppia morale piccolo borghese.

Eppure, mi manca un poco il cuore nel dirlo, stavolta Luciana Littizzetto ha avuto ragione prendendo le difese della geografia nelle scuole, sottolineando l’ignoranza crescente di vasti strati di opinione pubblica in questioni geografiche, proprio nell’epoca diffusamente e spesso corrivamente definita della “globalizzazione”.

Esempi drammaticamente esilaranti di tale ignoranza si possono trovare sul sito www.sosgeografia.it/, che cerca di battersi per il ripristino dell’insegnamento di questa disciplina.

Quest’anno, peraltro, ricorre il 150 anniversario della fondazione della gloriosa Società Geografica Italiana, la quale,  oltre a occupare una delle sedi romane più belle tra quelle destinate a istituzioni pubbliche nazionali, su questo terreno mi pare stia facendo ben poco di incisivo.

Del resto, anche nel sito sopra citato mi sembra che prevalga una visione troppo sindacale e interna alla scuola, che si esprime quasi esclusivamente in termini di presenza/assenza di cattedre e di ore di insegnamento in determinati indirizzi.

Anche sotto un altro aspetto mi tocca dire che la Littizzetto ha visto giusto. Fintanto che la geografia sarà questione di filastrocche (“Ma con gran pena le reca giù”, ricordate?) o di meri dati di “ovini, bovini e caprini” da elencare mnemonicamente, la geografia subirà lo stesso destino che spesso incontra a scuola la matematica, considerata da larghi stuoli di ignoranti materia “arida” e “ripetitiva”.

Come la matematica, la filosofia e il diritto, anche la geografia non è un vaso pieno di nomi e numeri, ma una modalità specifica di leggere la realtà, collocata in uno spazio discreto. L’astrazione delle carte geografiche investe, nel meccanismo di restituzione, operazioni logico-simboliche importanti di cui si sta perdendo l’uso. Tale atrofia viene poi incrementata ulteriormente dall’uso sempre più esteso del GPS, che ha reso ormai “obsoleta” la lettura delle mappe stradali.

Per questo la geografia dovrebbe tornare a essere presente, con il suo precipuo statuto epistemologico di disciplina fondamentale, in tutti gli ordini e gradi di scuole e fin dalla scuola materna, senza ircocervi creativi come la “geostoria” nei licei, che è un po’ come l’Araba Fenice e che viene interpretata sistematicamente come un mero accrescimento delle ore di storia.

La sua assenza ha invece fatto sì che tanti dei nostri figli e nipoti non sappiano più in che luogo si trovino e perché stiano lì e non altrove, quasi che abbiano in testa una carta non dissimile da quella della Tabula Peutingeriana, copia di un originale romano risalente però al XIII-XIV secolo.

Risultati immagini per tabula peutingeriana

Il mondo di molti giovani – e meno giovani, ahinoi – è un mondo spesso confuso, in cui si ignora cosa siano scala e proporzione, cosa sia uno spartiacque, come si calcoli approssimativamente una distanza, dove non ci si interroga sul perché quella casa o quel paese abbiano assunto quell’orientamento e non un altro. L’elenco di incompetenze gravi potrebbe essere molto più lungo.

Mi limito a un’ultima, amara considerazione: l’eradicazione della cultura geografica dalla scuola italiana si colloca perfettamente nel solco di quel processo di atomizzazione (si badi bene, non di personalizzazione!) dei percorsi formativi, destinati a consegnare alla società individui sistematicamente separati dal contesto,  sociale o, come in questo caso, topologico, che consumano molto e che viaggiano anche molto, ma un po’ come delle valige, in preda a una bulimia documentaria a base di selfies,  ma senza essere capaci di leggere un paesaggio, la sua genesi, la sua logica, i suoi valori.

Individui che non sono mai “dentro le cose”, certamente buoni clienti per i supermarket, ma altrettanto certamente meno buoni cittadini.

 

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Largo ai giovani


Scrive Stefan Zweig:

Mentre nei nostri tempi così radicalmente mutati rispetto al passato ogni quarantenne fa di tutto per apparire un trentenne e un sessantenne per apparire un quarantenne, mentre oggi la gioventù, l’energia, il dinamismo e la fiducia in se stessi sono valori di primo piano e che raccolgono vasto consenso, nella passata “Età della Sicurezza” bisognava che chiunque desiderasse progredire cercasse in ogni modo, con qualunque mascheramento, di apparire più vecchio. I giornali raccomandavano mezzi per accelerare la crescita della barba, giovani medici di ventiquattro, venticinque anni, che avevano pur superato gli esami professionali di abilitazione, portavano folte barbe e indossavano, anche quando i loro occhi non ne avevano alcun bisogno, occhiali d’oro, così da poter trasmettere ai loro pazienti quantomeno l’impressione di “essere esperti”. Allora si indossavano lunghe finanziere scure e si incedeva in modo lento e misurato e, quando era possibile, ci si faceva crescere una discreta pancetta, per incarnare questa ambita posatezza. Chi voleva farsi strada, faceva ogni sforzo per contrastare, quantomeno nell’aspetto esteriore, quella fragilità che si riteneva intrinseca all’essere giovani.”[1]

È dunque esistito un tempo in cui “essere giovani” non solo non era un valore assoluto, ma addirittura un “difetto” da mascherare.

Zweig, nato a Vienna nel 1881, coglie nel suo libro di memorie il momento di passaggio dal mondo della sicurezza a quello della nostra inquieta modernità, che egli fa coincidere con la fine della Grande Guerra e il crollo dell’impero austro-ungarico.

Tra le caratteristiche fondamentali di questa modernità c’è proprio il mito del giovanilismo, nato già con il Futurismo negli anni ’10 del secolo scorso e poi annesso ideologicamente dai regimi autoritari e totalitari (il fascismo, il nazismo e lo stalinismo sovietico).

Il giovanilismo diventò altresì ben presto un elemento determinante nella nascente nuova logica dei consumi. Con la creazione della categoria dei “clienti giovani” cui destinare prodotti specifici, si sono sviluppati settori commerciali in continua espansione. Una volta creato il tabù della vecchiaia, a coloro i quali non accettano il loro status anagrafico e desiderano restare, anche se solo all’apparenza, giovani a tutti i costi, si offre un’enorme gamma di possibilità, che investe pressoché tutti gli ambiti merceologici. Le cifre d’affari della chirurgia estetica, in crescita esponenziale, basterebbero ad indicare quanto sia robusta e inarrestabile questa tendenza.

Da ultimo abbiamo assistito a un ulteriore allargamento del giovanilismo alla politica “democratica”. Non si tratta più della “maschia gioventù littoria” (non si intitola forse “Giovinezza “l’inno del Fascismo italiano?), bensì, in un mondo in cui trionfano l’individualismo e l’atomizzazione, di un potente surrogato ideologico.

Come è importante che un’attività commerciale innovi continuamente prodotti e vetrine, “per non restare indietro rispetto alla concorrenza”, così, per una politica che ha perso la sua bussola originaria, l’affermazione del valore assoluto del cambiamento può essere un buon veicolo per la conquista del potere.

Ecco perché oggi, per un politico di successo, l’importante è essere giovani, l’importante è “rottamare”, mettersi on the road. Verso dove e per far cosa non sembra avere soverchia importanza.

Ora, se è vero che in taluni ambiti dell’attività umana essere giovani è decisivo (penso a talune attività sportive, ma anche a determinati ambiti scientifici, come, ad esempio, quello matematico, dove di solito si dà il meglio di sé sotto i quarant’anni), non vi è chi non veda che l’agire politico è attività più assimilabile alla pratica medica, dove l’esperienza e la solidità dovrebbero contare di più.

Dovendo sottoporsi a un’operazione chirurgica, chi di noi andrebbe alla ricerca di un medico pur bravo, ma uscito da poco dall’università?

La politica, diventando invece sempre più una questione di marketing e quindi venendo considerata alla stregua di un qualsiasi prodotto commerciale da piazzare sul mercato, non può non subire il fascino del giovanilismo.

L’elezione di Emmanuel Macron in Francia mi pare sia esemplare in questo senso:

  1. – Macron è stato eletto senza avere alle spalle un partito (che è – o dovrebbe essere – il deposito dell’esperienza di anni di azione e di presenza sul territorio; nel caso dello sventurato PS, tale deposito è addirittura secolare).
  2. – Macron è stato eletto, per sua stessa ammissione, senza avere un programma di governo precostituito. Come farebbe qualsiasi buon direttore commerciale incaricato di espandersi sul mercato, prima si ascoltano e si recepiscono le “esigenze” dei potenziali clienti e poi si riempiono gli scaffali con la merce più adatta a soddisfare quelle esigenze.
  3. – Macron è stato eletto, last but not least, perché è giovane, “belloccio” e perché incarna proprio quel dinamismo, quella voglia di “essere altrove” che, assieme al mito del viaggio, caratterizzano tanta parte dell’odierno Mainstream.

I rischi di una politica “nuova”, che si fondi solo sull’avvento al potere di “facce diverse e giovani” sono evidenti e sono l’indizio chiaro di una generale debolezza della politica stessa, incapace di rappresentare il corpo sociale nell’insieme delle sue istanze. Un corpo sociale che in Europa è peraltro composto in prevalenza da anziani.

Non è un caso che ad essere – almeno finora – immuni dal giovanilismo in politica siano proprio le comunità nazionali più solide e, soprattutto, quelle in cui i partiti politici non hanno ancora perduto il loro significato e la loro importanza.

Leader “giovani” sono infatti presenti in paesi fragili e in difficoltà, come la Grecia, la Spagna, l’Italia e ora la Francia, ma certo non in Germania (Angela Merkel, 62 anni, Martin Schulz 61 anni) e non nel Regno Unito (Theresa May, 60 anni, Jeremy Corbin 67 anni). Per non parlare degli Stati Uniti (Donald Trump 70 anni).

È invece su un processo di continuità, non di rottura, tra le generazioni che bisogna puntare, processo in cui giovani e vecchi sappiano ritrovare ciascuno il proprio ruolo, all’interno di un soggetto politico collettivo (partito?) da rifondare e/o da rivitalizzare.

Perché senza un soggetto politico collettivo, le grandi riforme sistemiche di cui tutti abbiamo urgente bisogno non potranno essere certo surrogate dall’uomo-immagine, solo al comando, per quanto giovane e forte possa essere.

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[1] Stefan ZWEIG, Die Welt von Gestern, Stockholm 1944, cap. II.  Traduzione mia.

[pubblicato anche su http://www.eguaglianzaeliberta.it/web/ ]

Il ritorno del fantasma


Qualunque cosa succeda al secondo turno delle presidenziali francesi, il risultato di Marine Le Pen ha confermato il ritorno di quel tale fantasma, che pareva scomparso dall’orizzonte nell’ultimo ventennio e che ha iniziato ad aggirarsi di nuovo sulla scena politica europea e mondiale, seppure in forme e abiti affatto diversi dal passato.

L’idea che, distrutta l’URSS e il mondo del socialismo reale, il progresso avrebbe assunto un cammino lineare e inarrestabile, sostenuto dallo straordinario sviluppo delle tecnologie, si sta rivelando illusoria. La fede nella mondializzazione e nel libero mercato come attori di sviluppo positivo per tutti sta vacillando alla luce delle sempre più profonde e insostenibili diseguaglianze presenti nelle diverse società, anche in quello che veniva un tempo considerato il Primo Mondo.

In questi ultimi anni, i segnali di disagio sono stati molti, ma le forze politiche tradizionali non hanno saputo coglierli. In particolare, le sinistre, sposando acriticamente le dottrine tecnocratiche e mercatistiche per liberarsi dal sospetto di essere “rimaste indietro”, sul fronte di un socialismo divenuto, dagli anni ’90 in poi, parola addirittura impronunciabile, hanno reciso i legami con il loro elettorato di riferimento, scomparendo del tutto o diluendosi in grandi coalizioni di “responsabili”, in nome di una governabilità e di una accountability meramente finanziaria, preferita sistematicamente alla rappresentanza degli interessi.

Le crepe sul volto delle “magnifiche sorti e progressive” seguite alla Caduta del Muro sono ormai evidenti a tutti.

Il mancato dialogo tra vinti e vincitori all’indomani della fine della Guerra Fredda ha lasciato libero spazio agli spiriti vitali dell’economia, i quali hanno disegnato il nuovo mondo come un campo di forze liberamente e violentemente dispiegate, in cui era fatale che i deboli soccombessero e che la ricchezza si concentrasse nelle mani di pochi.

In buona sostanza, si è trattato dell’illusione che si potesse ormai fare a meno della politica, vecchio “arnese” otto-novecentesco, ultimo ostacolo al progresso a una dimensione, fatto di “risorse umane” e non più di persone.

Come non cogliere il filo conduttore che cuce assieme i diversi “disagi” nazionali? Si tratta di un filo che, per usare la “vecchia” terminologia, passa e ripassa da destra a sinistra e viceversa: da Farage in UK all’AFD tedesca, dagli olandesi di Wilders ai repubblicani di Trump, dal FN di Marine Le Pen a Podemos in Spagna, da Syriza in Grecia, da Melenchon in Francia al M5S in Italia.  Il filo non ha ancora trovato una sua precisa direzione, ma non per questo va derubricato a malattia esantematica passeggera, a una sorta di jacquerie planetaria che le forze “responsabili” sapranno domare.

Il voto francese ci dà indicazioni molto significative in questo senso.

Scomponendo il voto per provenienze sociali, per aree geografiche e per fasce d’età, si leggono con chiarezza i piani di faglia che attraversano la società francese – e non solo: i piccoli centri e le campagne vs i grandi centri urbani, la piccola borghesia impiegatizia, i pensionati impoveriti, gli operai precarizzati vs gli imprenditori, i manager e i professionisti, i giovani vs gli anziani. In buona sostanza, tentando una sintesi estrema, gli esclusi vs i garantiti.

Il declino della politica spiega bene questo clivage: vale forse la pena di ricordare che la politica nacque nel mondo antico proprio per dar voce agli esclusi e per proteggerli dai soprusi dei potenti (basta rileggere Esiodo e Solone per rendersene conto).

Leggendo i dati elettorali in questa chiave, non si può peraltro non osservare che Macron, pur essendo un brillante avatar in chiave renouveau della vecchia politica “debole”, (ministro dell’economia di Hollande, consulente della Banca Rothschild) ha compreso meglio di altri il momentum storico e ha saputo presentarsi come “nuovo” ai desiderosi di cambiamento e “rassicurante” a chi vuole conservare lo status quo. Il suo discorso, dopo l’esito del primo turno, è stato esemplare da questo punto di vista: non ha detto nulla e tutto e poi il contrario di tutto, con richiami alla “Patria” e ai “patrioti” e, contemporaneamente, esprimendo il sostegno alla mondializzazione, al libero scambio de-regolato, all’Europa brussellese attuale a trazione tedesca (significativi e quasi sfacciati gli endorsment di Merkel e Juncker).

Basterà questa riedizione della nostrana politica del “Ma anche” a convincere la metà e oltre dei francesi che ha votato contro l’attuale conduzione della politica nazionale ed europea, schierandosi con Marine Le Pen, Melenchon e altri candidati minori?

Il risultato ottenuto da Jean-Luc Melenchon è, per molti versi, ancor più sorprendente di quello di Macron: il quasi 20% ottenuto con una campagna elettorale “corta”, senza alcun appoggio dei media e con vaste aree di sovrapposizione con quella di Marine Le Pen, testimonia di quanto sarebbe ancora possibile fare “da sinistra” per riconquistare la rappresentanza perduta.

La sconfitta dei partiti che storicamente interpretavano politiche di destra e di sinistra non significa infatti che non esistano più politiche di destra e di sinistra riguardo, ad esempio, il ruolo dello Stato nel processo di redistribuzione della ricchezza globale prodotta che, nonostante la prolungata crisi, non è affatto diminuita.

Se i francesi, andando a votare al secondo turno che, per sua natura, ha una logica binaria, voteranno secondo questo schema polarizzato tra esclusi e garantiti, l’esito è tutt’altro che scontato.

Siamo comunque solo ai primi moti “rivoluzionari” che si stanno accendendo nelle società dell’ex Primo Mondo. Se non sarà questa volta, sic stantibus rebus (Europa egemonizzata dalla Germania, sottrazione di sovranità senza contropartite e senza controlli democratici, politiche di austerità e di fiscal compact), il disagio e la rabbia degli operai, dei piccoli ceti e, più in generale, della borghesia sull’orlo della proletarizzazione non potrà non crescere, con prospettive politiche niente affatto rassicuranti.

Proiettando infine in Italia i risultati elettorali francesi, non si può non pensare che Matteo Renzi si stia mangiando le mani per non aver fatto, all’indomani dell’ormai mitico 40% alle europee, come Macron un anno fa circa, cioè a dire abbandonare il “vecchio” partito che lo aveva sostenuto nella sua folgorante ascesa per realizzare il suo sogno di un Partito personale della Nazione. Che in buona sostanza è quello che sta facendo il giovane enarca, anche lui, come Renzi, mai eletto (finora).

Forse Renzi non ha avuto né il coraggio, né – soprattutto – un team all’altezza di quello di Macron, composto per lo più da giovani trentenni o poco più, informatici, ingegneri, esperti della comunicazione e della rete o enarchi come lui, a cui il leader – in modo non dissimile dal M5S italiano – ha commissionato una piattaforma politica a posteriori, redatta secondo le regole del marketing, mettendosi all’ascolto della società civile, usando i social e la rete, per comprenderne le (apparenti) esigenze.

Matteo si è dovuto invece accontentare di una truppa di giovani e meno giovani ambiziosi, molti dei quali senza eccessiva cultura, tutti fedeli al Capo (che, peraltro, non può vantare titoli ed esperienze professionali paragonabili a quelle di Macron) e ben consapevoli del fatto che dal Capo dipende la loro sopravvivenza politica e professionale.

Ora però è troppo tardi e il Nostro rischia di restare, anche se dovesse vincere le primarie, un’anatra zoppa.

 

La Guerra Fredda è stata una guerra


Da che mondo è mondo, ogni guerra si conclude con un trattato di pace e una conferenza regolativa della nuova realtà post conflitto: dalla pace di Vestfalia dopo la Guerra dei 30 anni, al Congresso di Vienna dopo la sconfitta di Napoleone, a Versailles, Saint Germain, Trianon dopo la I Guerra Mondiale, a Yalta, Potsdam, Teheran dopo la II.

Nessuno invece si è preoccupato, all’indomani dell’89 e della fine della Guerra Fredda, di convocare una conferenza di pace tra vincitori e vinti, ma si è lasciato libero campo al dispiegarsi delle forze generatesi dopo la dissoluzione del blocco sovietico. Tali forze, sfuggite al controllo di una debolissima politica globale, hanno acceso scontri e guerre che potrebbero essere definite “glocali” e che in questo ultimo quasi trentennio hanno provocato stragi inaudite e sconvolgimenti profondi in tante zone del mondo.

L’Europa si è solo apparentemente salvata dalle carneficine avvenute in Africa, nel Medioriente e in Asia, con i loro milioni di morti. Non dobbiamo dimenticare infatti che, agli inizi degli anni ’90 del secolo scorso, la guerra in Bosnia e in Serbia ha causato oltre 200.000  vittime e che resta ancora acceso un sanguinoso conflitto in Ucraina. Per non parlare di quanto è successo e sta ancora succedendo sulla frontiera sud-orientale europea del Caucaso.

Né va trascurato il fatto che proprio dalla conclusione della Guerra Fredda è stato innescato il processo di profonda crisi e di incombente disgregazione in cui si trova oggi l’UE (non l’Europa!), nata in un mondo che non c’è più e che fa finta di non accorgersene.

Con la caduta del Muro di Berlino è terminato dunque un vero e proprio conflitto mondiale, durato oltre quarant’anni, che ha visto vincitori e vinti e, come è successo dopo i due conflitti mondiali guerreggiati, la scomparsa di un impero. La dissoluzione dell’URSS è nei fatti equiparabile a quella dell’impero russo nel 1917, degli imperi austro-ungarico e ottomano dopo il 1918 e a quella degli imperi coloniali britannico e francese dopo il 1945.[1]

La fine dell’Unione Sovietica e della divisione in due (tre) blocchi del globo, successiva al 1989 è stata invece derubricata da evento politico epocale a vittoria finale del Bene sul Male, della Libertà sulla Tirannide, del Progresso Globale e del Libero Mercato su ogni residuo concetto di socialismo, secondo un’impostazione moralistica cara al Pensiero Unico dominante dell’unica potenza egemone rimasta, gli USA.

Si è agito, in buona sostanza, in spirito di continuità con il tribunale di Norimberga, con cui si tentò di liquidare in termini etici una gigantesca, tragica questione politica. L’evidente assenza di un’efficace analisi “scientifica” degli accadimenti e di un disegno di prospettive per il futuro è drammaticamente davanti agli occhi di tutti. Tanto che su questo terreno si sono sviluppate con un certo successo teorie strampalate, come quella della “fine della Storia”.

Ha dunque trionfato la falsa coscienza, l’uso comune e acritico di concetti astratti, quali quello di “globalizzazione”, spacciato per nuovo e, soprattutto, considerato come irreversibile, laddove la Storia ci dovrebbe insegnare che non c’è nulla di irreversibile nelle vicende dell’uomo su questa Terra. Si è detto infatti che la globalizzazione in quanto tale è permanente e benefica, poiché ha consentito il progresso di vaste masse di persone su tutti i continenti, ha liberato energie individuali prima compresse, sta realizzando l’ideale illuministico dell’Uomo Cittadino del Mondo.

Non è chi non veda in ciò la trama di una nuova ideologia. La globalizzazione così come la stiamo conoscendo ed esperendo ha assunto nei fatti connotati politici ed economici ben precisi, che hanno consolidato, ampliato e aggravato enormi diseguaglianze. Secondo l’agenzia britannica OXFAM, i 62 miliardari più ricchi sono giunti a possedere una ricchezza pari a quella della metà più povera del mondo.[2] Quando dunque si parla di crescita in termini assoluti, essa è frutto di un calcolo medio tipico del trilussiano pollo.[3]

Un mondo privo di governo, lasciato in balia degli spiriti vitali senza freni del capitalismo finanziario internazionale, è destinato a vedere il ripetersi di incendi, anche molto distruttivi.

Nessun Metternich, nessun Wilson all’orizzonte, nessun tavolo attorno a cui sedersi in conferenza per tentare di prospettare nuovi equilibri. L’ONU è da tempo un mero simulacro autoreferenziale e costantemente disatteso, che esiste solo per alimentare i suoi costosissimi apparati (si è detto che circa il 70% delle risorse destinate a realizzare i suoi scopi istituzionali serve a stipendiare i funzionari e i dirigenti delle Nazioni Unite).

La globalizzazione mercatista alimenta il sentimento di profonda ingiustizia che milioni di uomini provano oggi, anche nelle aree più ricche della Terra. Ingiustizie e diseguaglianze, comunicate anch’esse capillarmente e globalmente dai media, non potranno a loro volta non alimentare frustrazione e rabbia, fino a giungere a un punto di non ritorno.

E’ già successo, circa cento anni fa, nel cuore dell’Europa uscita distrutta dalla Grande Guerra e divorata dalla speculazione finanziaria, quando la debolezza delle élites politiche non riuscì più a interpretare i bisogni dei cittadini, trattando nel contempo i sommovimenti sociali cui assistevano come crisi febbrili passeggere. Si potrebbe fare un’antologia di tali “sviste”: da chi definiva sprezzantemente Adolf Hitler un “imbianchino” a quell’ uomo politico austriaco, che, interrogato sulla possibilità dello scoppio di una rivoluzione in Russia alla metà degli anni ’10 rispose: “Chi dovrebbe farla, la Rivoluzione, per caso quel tale Trotskij seduto a un tavolo del Café Central?”[4]

La miopia, quel disturbo della vista per cui non si riesce a cogliere le prospettive a più lungo raggio e si preferisce perciò accontentarsi di quanto abbiamo immediatamente davanti alla punta del nostro naso, è il rischio maggiore che stiamo tutti correndo.

C’è estremo bisogno, prima che sia troppo tardi, che la bistrattatissima Politica, intesa in senso ciceroniano come l’attività in cui più di ogni altra “la virtù degli uomini si avvicina alla funzione somma degli dei”, torni a dialogare con gli interessi delle comunità, a temperare gli eccessi, a leggere nel presente il futuro delle nuove generazioni.

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[1] L’altro grande “impero”, il Reich tedesco, rappresenta un caso particolare, in quanto manca di un tratto caratteristico del dominio imperiale, quello di raggruppare sotto un unico scettro non solo regni diversi, ma anche nazioni e culture diverse. Non è un caso se, proprio a Versailles, all’atto della proclamazione di Guglielmo a “Kaiser” si discusse non poco sulla formula “Kaiser di Germania” o “Kaiser tedesco”. Del resto lo stesso Guglielmo I reputava di maggior valore il titolo di “re di Prussia”.

[2] http://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2016/01/Rapporto-Oxfam-Gennaio-2016_-Un-Economia-per-lunopercento.pdf

[3] Trilussa, La Statistica.

[4] Le parole con cui Karl Kraus apre il libro “La terza notte di Walpurga” del 1933, sono molto significative: «Su Hitler non mi viene in mente niente». È sicuramente una battuta feroce e ben mirata, che, se da un lato ridimensiona la statura politica del dittatore tedesco, dall’altro dimostra una certa sottovalutazione dell’incombente pericolo sistemico rappresentato in Europa dal nazionalsocialismo in ascesa

Risultati delle elezioni in Olanda e qualità dell’informazione: una breve postilla


Le operazioni di voto in Olanda si sono chiuse da poche ore e ancora non è nota ufficialmente la distribuzione dei seggi nel futuro Parlamento, ma pifferi e tamburi della banda del Mainstream hanno già intonato il loro motivetto, che si presenta con una struttura ternaria.

Primo movimento: la paura. Tutta la stampa “seria”, cartacea, televisiva e in rete, ha creato nei giorni scorsi attorno alle elezioni olandesi un clima da Armageddon, proiettando un’immagine demoniaca e vincente del partito di Wilders, destinato a trionfare e a minacciare l’Europa (bisognerebbe finirla con questa fuorviante brachilogia, che identifica il continente con le attuali malcerte e malfunzionanti istituzioni della UE).

Secondo movimento: l’attesa. Lo scontro politico è stato presentato in forme radicalizzate, quasi che in Olanda vigesse un sistema elettorale simile a quello statunitense, sostanzialmente bipartitico, con Wilders nella parte di Trump e Rutte nella parte di Obama-Clinton, e non un sistema in buona sostanza multipartitico e proporzionalista.  Di qui la lente manichea inappropriatamente applicata all’evento, visto come una possibile rivincita delle forze del Bene contro le forze del Male.

Terzo movimento: la liberazione. “Si scopran le tombe, si levino i morti”. Trionfo del buono Rutte, perbene, liberale, europeista (!) e rovinosa sconfitta del cattivo Wilders, islamofobo, razzista, antieuropeista (!).

Strano modo davvero di informare e di dare una notizia. Vediamo i dati finora pubblicati:

  1. La coalizione guidata da Rutte, il trionfatore, ha perduto in tutto 37 seggi, di cui 8 suoi propri e il resto – ben 29 – dell’ormai comatoso partito laburista e ha quasi dimezzato la sua rappresentanza parlamentare.
  2. – il partito di Wilders, lo sconfitto, ha guadagnato 5 seggi ed è diventato la seconda forza politica del Paese.

E meno male che, a dare una mano a Rutte, è arrivato Erdohan e il suo grottesco tentativo di invadere l’Europa con i suoi rappresentanti per convincere le comunità turche a votare per lui al prossimo referendum. Respingendo sdegnato l’assalto della Mezzaluna, il premier olandese è potuto scendere sullo stesso terreno del populista Wilders e quindi rendere meno cocente la sconfitta. Perché di sconfitta si è trattato.

Nessuno è contento della presenza così ingombrante di un tipo come Wilders, ma non c’è cosa peggiore che far finta di niente o, addirittura, applicare una sorta di wishful thinking nell’analisi dei dati reali.

Il malessere nei confronti della non-politica della UE su temi sempre più rilevanti della nostra quotidianità (sicurezza, politiche sulle immigrazioni, lotta alle diseguaglianze) persiste, macina e incassa consensi. Bisogna dirlo, senza infingimenti e senza pannicelli caldi. Il re continua ad essere nudo.

“La rabbia e l’algoritmo”. Considerazioni su un articolo di Giuliano da Empoli.


In un interessante e per molti versi suggestivo articolo di Giuliano da Empoli, segnalatomi dall’amico Carlo Batini e di cui consiglio la lettura (“La rabbia e l’algoritmo”, www.voltaitalia.org), si compie – finalmente – un’analisi intelligente del fenomeno politico “M5S”: “Il punto è che è arrivato il momento di prendere sul serio il Movimento 5 Stelle”, visto che “il M5S è parte di un movimento globale che sta cambiando il volto delle democrazie liberali dell’occidente”.

Nel prosieguo del suo discorso, da Empoli introduce una categoria interpretativa tratta da un libro di Peter Sloterdijk (Zorn und Zeit, Frankfurt, 2006), la rabbia, che, a partire dalla prima parola dell’Iliade omerica, avrebbe determinato la storia dell’Occidente.

Citando Sloterdijk, si parla di “banche della collera” riferendosi alla Chiesa e ai partiti della sinistra. Tali banche “trasformavano i perdenti in militanti e offrivano uno sbocco politico alla loro rabbia.” Con il fallimento di queste due banche, “nessuno gestisce più la collera accumulata negli uomini”. La Chiesa secolarizzata parla infatti sempre meno di riscatto nell’Aldilà per i derelitti dell’Aldiquà, mentre i partiti di sinistra “sono venuti a patti con i principi della democrazia liberale e le regole del mercato” (vedi il blairismo).

L’originalità del M5S, che resterebbe comunque tutto interno alla galassia neo-nazionalista e populista, starebbe proprio nell’aver portato a sintesi originale ed efficace la rabbia, impersonata dalla fisicità strabordante di un comico, Beppe Grillo, e l’algida potenza dell’algoritmo, rappresentata dalla Casaleggio & Associati: “La forza e la resilienza del M5S, provengono dunque da questa combinazione: il populismo tradizionale che si sposa con l’algoritmo e partorisce una vera e propria macchina da guerra, per nulla gioiosa, ma tremendamente efficace.”

Il M5S avrebbe due caratteristiche specifiche: una “vocazione totalitaria” e un funzionamento analogo al Page Rank di Google. La prima si manifesterebbe come rifiuto di allearsi con qualsivoglia partito, avendo l’ambizione di rappresentare “non una parte, ma la totalità del popolo”; la seconda si rifletterebbe nell’assenza di un programma politico preciso, sostituito da un algoritmo che ne elabora di volta in volta uno, assumendo contenuti e temi che piacciono di più alla maggioranza degli internauti: “la macchina del Movimento è la traduzione politica di Google.

Nel cogliere la radicalità della sfida che il M5S porta ai tradizionali modi di fare politica, sottolineando peraltro il fatto che lo stesso “è riuscito a conquistare una larghissima quota di giovani”, Da Empoli si rivolge al PD e individua, nella sua azione di contrasto al M5S, tre possibili tentazioni, tutte e tre insufficienti: la tentazione giacobina, la tentazione elitaria, la tentazione dorotea.

La prima ha il difetto di affrontare l’avversario sul suo stesso terreno, quello dell’opposizione dura e pura, dove un partito a vocazione governativa si muove assai male; la seconda vorrebbe “accendere i riflettori” della Ragione sulle contraddizioni e sulle opacità dell’M5S, ma non fa i conti con il fatto che ciò che conta è la narrazione, ovvero il messaggio di insieme, anche se contiene falsità e deformazioni, purché corrisponda alle esperienze e alle sensazioni “vere” di chi lo ascolta , laddove “la  visione complessiva dei governanti e dei partiti tradizionali [continua] ad essere percepita come poco pertinente rispetto alla realtà.”

La terza è quella di costruire una fortezza che accolga tutti i fautori della vecchia politica minacciata (le Grandi Coalizioni, tanto diffuse in tutta Europa), per tentare di arginare la rabbia dei nuovi barbari.

Nella parte conclusiva del suo saggio, da Empoli interpreta in questa chiave anche la prima fase del governo Renzi, che ha dimostrato di saper rispondere alla rabbia, facendo proprio l’attacco all’ establishment tradotto con la formula che il linguaggio corrente definirebbe “populista”. Una posizione critica spregiudicata che si sarebbe definita alla fine degli anni Novanta “oltre la destra e la sinistra”. Poi tutto è precipitato: “In seguito, la capacità del governo Renzi di dare uno sbocco politico alla rabbia è andata riducendosi, fino alla sconfitta del referendum.” Se il giudizio è, come sembra, corretto, se ne deve dedurre che l’assunzione della rabbia era un escamotage e l’implicita promessa di attaccarne le ragioni una promessa inconsistente.

 Emerge con chiarezza il forte timore dell’inadeguatezza del PD, considerato il perno inamovibile della politica italiana, di fronte al pericoloso nulla dei grillini: “Il M5S è pura quantità” e ancora “Il mondo dei grillini è il futuro orwelliano delle cellule di Matrix. La loro classe dirigente è mediocre.” Dunque, una sentenza inappellabile.

La soluzione? Che il PD, l’unico che, evidentemente, può farlo, diventi “il partito della qualità”, da contrapporre alla “quantità” grillina.

Produrre qualità nella politica significa “distinguere tra progresso e innovazione”, rimettere politicamente mano a questioni fondamentali quali “La qualità della vita, la qualità delle relazioni umane, la qualità del futuro che stiamo costruendo per i nostri figli.”

Aver trascurato questa differenza ha significato accendere focolai di rabbia tra chi ha vissuto la globalizzazione dell’economia, l’integrazione europea, l’immigrazione di massa come fenomeni dolorosi e distruttivi, come pure l’aver considerato come ineluttabili e irreversibili taluni “traguardi” raggiunti (l’Unione Europea, la moneta unica, l’abbandono del protezionismo, la chiusura delle frontiere, la radicale cancellazione del concetto di sovranità): “Smettiamo di dire che non si può fare e cerchiamo di dimostrare che non è una buona idea farlo. Meglio ancora, spieghiamo qual è la nostra alternativa.”

Perché, alla fine, un merito ai “populismi” in ascesa in tutto il mondo, glielo si attribuisce, quello di aver (ri)aperto i cancelli della rabbia e di aver rimesso al centro la necessità di una risposta politica “di qualità” a quella rabbia.

Un articolo, come ho detto all’inizio, senza dubbio intelligente. Mi permetto di fare solo alcune osservazioni, non marginali:

  1. – Il concetto di “rabbia” come categoria che viaggia indisturbata nella storia e che, come un fiume carsico, riemerge laddove eventi esterni lo consentono, mi pare suggestiva, ma debole sul piano interpretativo. In questo senso si tratta di una semplificazione estrema delle vicissitudini umane, lette all’interno di una eterna, illuministica polarità bene-male, luce-tenebre, dove la rabbia è sempre la Negation, contrapposta alla Position della Ragione. C’è invece rabbia e rabbia: quella del nobile Achille, quella del Quarto Stato e quella più recente delle banlieues parigine e dei ceti medi e operai della Rust Belt americana, impoveriti da processi di globalizzazione incontrollata. E ciascuna merita una risposta sua propria. Se non se ne intravvede l’origine negli squilibri, comunque percepiti, nei rapporti sociali, una sorta di psicoterapia collettiva prende il posto della ricerca di una soluzione politica, vale a dire storicamente rilevante.
  2. – L’uso di un concetto così generale come quello di “rabbia” induce un altro errore interpretativo: dovendo polarizzare l’analisi, si finisce per considerare come fossero la stessa cosa la vittoria di Trump, il FN di Marine Le Pen, l’Ukip di Farage (ma a questo punto anche i conservatori di Lady May), il M5S, Podemos e l’AfD tedesca. Per dare sostanza a questa operazione si usa un’unica rubrica, quella del “populismo”, parola alla moda, spesa senza risparmio in tutti gli ambiti (mi aspetto di vederla presto applicata alla cucina e al giardinaggio).
  3. – Anche in questo scritto si fa ampio uso del termine “populismo”. La sua origine è russa e qualifica un movimento politico sviluppatosi tra la fine dell’800 e gli inizi del 900, guidato da intellettuali che, “andando verso il popolo” facevano proseliti in vista della creazione di una società che contrapponeva le virtù del mondo rurale alla corruzione e alla disumanità del nuovo mondo industrializzato. Un riflesso di tale dottrina fu in Italia il cosiddetto “socialismo umanitario” (Pascoli). A questo tipo di socialismo si contrapponeva il “socialismo scientifico” marxista ed è in questo ambito culturale che va cercata l’accezione negativa del termine “populista”. Il populismo non prevede la lotta tra le classi, ma pone al centro il conflitto tra principi assoluti (il bene, il male, il giusto, l’ingiusto, la verità, la menzogna). Depositario delle virtù positive è il “popolo”, concetto etico-romantico più che politico (il giornale della vecchia DC si intitolava, non a caso, “Il Popolo”) dalle molte e indefinibili sfaccettature. Nella storia è possibile rintracciare una stretta relazione tra le grandi faglie attivatesi in determinati momenti di crisi e il sorgere di dottrine populiste: quella tra il tramonto delle società agricole e l’alba delle società industriali, quella tra la seconda e la terza rivoluzione industriale, quella che viviamo oggi, con la scomparsa di un intero mondo (l’emisfero del socialismo reale) e il predominio del capitale finanziario, unito alle straordinarie trasformazioni indotte dalle tecnologie informatiche e dalla robotica. Una dottrina della crisi, dunque, che va in cerca di sicurezze “semplici” in un mondo la cui complessità e aleatorietà è insostenibile. Non per questo “populismo” è un aggettivo da usare con sprezzo, quasi fosse un sottoprodotto del pensiero politico, oppure, come si fa perlopiù, un sinonimo di demagogia. La risposta alle dottrine populiste non può che essere politica, nel senso di un’analisi più alta in grado di cogliere i fallimenti della politica corrente che certamente ha a che fare con l’origine e la forza contagiosa di ciò che si definisce rabbia e che in democrazia riflette il dissenso, la consapevolezza o la sensazione di essere “tagliati fuori”, confinati nell’irrilevanza, come sempre di più capita a grandi masse di ceti medi, una volta considerati il pilastro di un equilibrato assetto sociale. In altri termini, la critica rimane astratta e inefficace se basata sulla negazione dei problemi e dei malesseri che nella categoria del “populismo”, una semplificazione di comodo, troverebbero una spiegazione e una risposta, oscurando l’ammonimento degli antichi greci che, a fronte della complessità dei problemi, raccomandavano la “ricerca scientifica delle cause” (historìa).
  4. – L’analisi della breve parabola renziana fatta dall’Autore mi pare contraddittoria: un periodo iniziale “felice” e poi la “decadenza”. Il perché di questa involuzione non è detto. Forse non si è preso in considerazione il fatto che le risposte del primo Renzi di cui parla in positivo Da Empoli sono un’indigesta miscela di paragrillismo e, giustappunto, di “populismo” (vedi gli strilli bellicosi seguiti da puntuali sottomissioni in Europa, il “dare al popolo” senza alcun quadro prospettico di riferimento, come gli 80 €, il bonus indiscriminato a tutti i diciottenni, le varie mancette sparpagliate a pioggia sulle diverse categorie) e di mero governo del main stream (il Jobs Act, tentativo sostanzialmente fallito di far ripartire l’economia, che ha recato vantaggi solo alle imprese con la massiccia defiscalizzazione dei contributi, la scombiccherata riforma definita con inconsapevole ironia della “Buona Scuola”, che non ha raggiunto nessuno degli obiettivi che si prefigurava e che si è aperta con “il peggiore anno scolastico degli ultimi tempi” – parola di sindacato e, soprattutto, del personale scolastico che ne è stato vittima).

Resta ad ogni buon conto di primordiale importanza il richiamo che Da Empoli fa al recupero della qualità della politica, cioè a dire della necessità di mettere al bando frasi fatte, pregiudizi, luoghi comuni, supposte irreversibilità, rimettendo in moto un pensiero a tutto campo, capace di interpretare e di dare risposte autentiche ai bisogni, molto spesso di elementare benessere e di identità sociale, dell’uomo sulla Terra e di rischiarare la notte in cui ci troviamo e in cui le vacche sono diventate davvero tutte grigie.

 

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(*) Queste considerazioni sono anche frutto di un utile scambio di idee avuto con l’amico Antonio Lettieri.

Di nuovo un nuovo Esame di Stato


Quando si vogliono introdurre delle novità, sarebbe sempre opportuno chiedersi prima qual è il loro scopo. La novità per la novità serve forse a farsi un nome, a far parlare di sé, a conquistare consensi, ma certo non a migliorare l’impianto che si desidera modificare o riformare.

Sono stati diversi i ministri che hanno voluto legare la propria permanenza a viale Trastevere a un provvedimento di riforma, pochi, nel farlo, hanno avuto in mente un’idea complessiva, un disegno generale degli scopi e delle finalità dell’istituzione scolastica.

Prendiamo qui ad esempio le vicissitudini ormai quasi secolari dell’esame di stato, un tempo esame di maturità. Il primo ad averlo introdotto fu, come è noto, Giovanni Gentile. Egli volle così contrastare il malcostume di esami diseguali e privi di controllo e di contenuto opinabile, in specie in relazione agli istituti privati; ma soprattutto fornire allo Stato nazionale, poco più che cinquantenne, un potente strumento di unificazione culturale. Le commissioni infatti, tutte esterne, erano poche e formate da professori universitari e percorrevano l’Italia da nord a sud e nelle isole e verificavano in periferia gli esiti di programmi di studio decisi al centro. Si trattava di un esame molto severo (nelle prime “edizioni” furono bocciati quasi il 50% dei candidati), tanto che lo stesso regime fascista volle poi che fosse mitigato (vi provvide Cesare Maria de Vecchi, che certo non si distingueva per acume intellettuale e per cultura, nel 1937).

L’esame di maturità, riservato ai soli licei, era il coronamento di un percorso scolastico costellato da prove d’esame. La mia generazione è stata la penultima ad aver esperito l’estremo lacerto della scuola gentiliana e ha dovuto superare, in ordine, l’esame di terza elementare, l’esame di licenza elementare, l’esame di ammissione alla scuola media, l’esame di terza media, l’esame tra la quinta ginnasio e la prima liceo, prima di arrivare alla prova finale.

Questo perché la riforma gentiliana non prevedeva “programmi di studio”, bensì “programmi d’esame”, impostazione che lasciava un certo grado di libertà ai docenti, cui si chiedeva “solo” di giungere alla medesima mèta, a Milano come a Palermo.

L’idea di scuola di Gentile era molto precisa e decisa: doveva essere uno strumento selettivo, destinato a creare una classe dirigente di pochi, culturalmente ben provveduti, con un evidente primato concesso agli studi umanistico-filosofici.  Egli operò (1923) in un’Italia ancora largamente pre-moderna, con un alto tasso di analfabetismo e con ben oltre la metà della popolazione ancora impegnata nel settore primario. L’orizzonte “liberal-totalitario” gentiliano è tramontato da tempo, ma la forte coerenza interna del suo progetto di scuola ha consentito che il suo esame di maturità sopravvivesse, sostanzialmente immutato (Gonella), ben oltre la fine della Seconda Guerra Mondiale, quando entrò altresì a far parte del dettato costituzionale (art. 33):  E` prescritto un esame di Stato per l’ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l’abilitazione all’esercizio professionale.

Alla fine degli anni ’60 del secolo scorso bussava potentemente all’uscio la scuola di massa, sentinella di un radicale, rapido mutamento della società italiana nel suo insieme. A tale mutamento rispose la riforma Sullo, del 1969, che, non potendo infrangere il vincolo costituzionale, volle comunque fortemente depotenziare l’esame di maturità: due prove scritte, invece delle quattro precedenti e due materie per il colloquio (di cui una a scelta del candidato … e l’altra anche!). Il punteggio finale era espresso in sessantesimi, non erano più previsti esami di riparazione e gli accessi agli studi universitari venivano aperti a tutti gli indirizzi e non più solo a quelli liceali. La commissione restava completamente esterna tranne che per la presenza di un membro interno, mentre sempre più rara era la presenza di docenti universitari, limitata alla sola presidenza di commissione. Si trattò in origine di un “esame sperimentale” che tuttavia, a causa della mancata riforma della secondaria superiore, restò in vigore per un trentennio.

Nato per essere il coronamento di una scuola fortemente selettiva, l’esame di maturità venne così sostanzialmente ridotto a mero sigillo da apporre al termine del percorso scolastico. L’articolazione dell’esame ridusse di molto le bocciature, per trasformarsi, specie negli ultimi anni di vigenza, in una sorta di liturgia consacratoria, affatto priva di senso: dal 50% circa delle bocciature delle origini, si passò al 30% degli anni 50-51, all’8% del 70-71.

La scuola dei programmi d’esame e della verifica delle conoscenze disciplinari era definitivamente scomparsa, senza però lasciare il posto a un impianto scolastico altrettanto coerente. Esso, con il passare degli anni, invece di sostituire la selezione con la qualificazione dei percorsi, l’implementazione di una didattica orientativa, la centralità dell’apprendimento, si arrese alla scolarizzazione di massa, facendosi mero contenitore di mode pedagogiche, di volta in volta disattese e mutate, un contenitore in cui il passato e un presente senza chiare prospettive convivevano senza mai giungere a sintesi.

L’insostenibilità di tale situazione, condusse alla terza vera riforma dell’esame, promossa dal ministro Luigi Berlinguer ed entrata in vigore nell’anno scolastico 1998 – 1999. Assieme ad essa, doveva essere applicata anche la riforma della scuola così come configurata dalla Legge 30/2000, poi cancellata per il mutamento della maggioranza di governo.

Si trattava di una prova molto diversa dalla precedente, fin nel nome: dall’esame di maturità si passò all’esame di stato, come del resto la stessa UE ci imponeva: non più un generico “diploma di maturità”, ma un “certificato” con la specifica indicazione delle discipline studiate e dei risultati ottenuti nelle singole prove d’esame.

Tre le prove scritte, di cui la terza predisposta dalla Commissione, con colloquio (si badi bene, non “esame”) orale conclusivo su tutte le discipline dell’ultimo anno. Venne introdotto il credito scolastico e il credito formativo, per meglio tener conto del curricolo del candidato, mentre la commissione era composta da 6-8 commissari, di cui la metà interni e la metà esterni, più il Presidente, esterno all’Istituto. La votazione era espressa in centesimi: 45 punti alle prove scritte, 35 al colloquio orale, e 20 punti al credito scolastico.

Quella sorretta dalla L. 30/00 era una riforma ambiziosa, nata da una precisa idea di scuola, con forti caratteri di discontinuità rispetto al passato. L’ambizione berlingueriana stava nel fatto di voler cambiare la scuola a partire dal suo punto d’arrivo, con un virtuoso percorso a ritroso. Se si vuole, un ritorno alla scuola dei “programmi d’esame” di gentiliana memoria.

Tra le novità più rilevanti, l’introduzione di una verifica globale, non solo delle conoscenze (terza prova, chiamata con terribile vocabolo giornalistico “quizzone”), ma anche delle competenze (saggio breve, articolo di giornale) e delle capacità (colloquio).

La scuola tradizionale, autoreferenziale, quella che ancora oggi si definisce senza alcun fondamento “gentiliana” (nulla di meno gentiliano della trasmissione passiva del sapere, della scuola delle nozioni e dell’accumulo di dati. Del resto, già Plutarco diceva che “la mente non è un vaso da riempire ma un fuoco da accendere”), ebbe purtroppo la meglio e svuotò anche questo esame di ogni elemento di innovazione.

I ritocchi successivi non hanno modificato l’impianto berlingueriano, fino ad oggi, quando, con i decreti attuativi della Buona Scuola, si è messo mano a un altro mutamento sostanziale, di cui però sfugge completamente il senso, anche perché non ne è stato pubblicato alcun testo di accompagnamento.

Cancellata la terza prova, “tanto temuta dagli studenti”, affievolito ancor di più il meccanismo di selezione, già pressoché inesistente all’atto dell’ammissione (a tal proposito considero grottesca e sbagliata una media che prenda in considerazione il voto di condotta), si è compiuto un deciso passo indietro rispetto all’esame Berlinguer, senza, ancora una volta, precisare il profilo culturale del nuovo impianto. Né bastano a definirlo in senso “nuovo” l’introduzione degli esiti dell’alternanza scuola-lavoro nel colloquio, ancora in fase fortemente sperimentale e l’obbligatorietà “collaterale” delle prove INVALSI, che sembrano sempre più costituirsi in una scuola parallela.

Certo non si può pensare a una volontà di ulteriore mitigazione della prova, “alla Cesare Maria de Vecchi”, tanto per intenderci, visto che già oggi le promozioni sono giunte a oltre il 99% dei candidati (99,1% nel 12-13, con il ministro Profumo, 99,2% nel 13-14 con il ministro Carrozza).

Forse è semplicemente un atto di resa finale, l’estremo tentativo di svuotare definitivamente un momento costituzionalmente inevitabile, ma di cui non si riesce più o non si vuole più comprendere il significato e la finalità. Del resto, già da tempo le università e gli istituti di istruzione superiore di maggior prestigio fanno svolgere i test di ingresso ben prima degli esiti dell’esame di stato e gli stessi studenti pare si dedichino di più alla preparazione delle prove selettive di ammissione all’università che non all’esame scolastico finale, vano simulacro ormai di una scuola che ha evidentemente perso la bussola, che oscilla tra aziendalismo (vedi l’insistenza affatto fuori luogo sul Made in Italy nel decreto attuativo, detto della “cultura umanistica”) ed efficientismo classificatorio, una scuola che rischia seriamente di diventare il luogo del “teaching to test”, dell’addestramento e non più dell’insegnamento e dell’apprendimento.

La ministra Fedeli ha detto che si tratta solo di una proposta iniziale, da sottoporre al vaglio del Parlamento e che in quella sede si cercherà il massimo del consenso tra le forze politiche. Buoni propositi. Speriamo solamente che lo scopo non sia quello di non voler turbare i sonni dei giovani elettori diciottenni e delle loro famiglie.