La Guerra Fredda è stata una guerra


Da che mondo è mondo, ogni guerra si conclude con un trattato di pace e una conferenza regolativa della nuova realtà post conflitto: dalla pace di Vestfalia dopo la Guerra dei 30 anni, al Congresso di Vienna dopo la sconfitta di Napoleone, a Versailles, Saint Germain, Trianon dopo la I Guerra Mondiale, a Yalta, Potsdam, Teheran dopo la II.

Nessuno invece si è preoccupato, all’indomani dell’89 e della fine della Guerra Fredda, di convocare una conferenza di pace tra vincitori e vinti, ma si è lasciato libero campo al dispiegarsi delle forze generatesi dopo la dissoluzione del blocco sovietico. Tali forze, sfuggite al controllo di una debolissima politica globale, hanno acceso scontri e guerre che potrebbero essere definite “glocali” e che in questo ultimo quasi trentennio hanno provocato stragi inaudite e sconvolgimenti profondi in tante zone del mondo.

L’Europa si è solo apparentemente salvata dalle carneficine avvenute in Africa, nel Medioriente e in Asia, con i loro milioni di morti. Non dobbiamo dimenticare infatti che, agli inizi degli anni ’90 del secolo scorso, la guerra in Bosnia e in Serbia ha causato oltre 200.000  vittime e che resta ancora acceso un sanguinoso conflitto in Ucraina. Per non parlare di quanto è successo e sta ancora succedendo sulla frontiera sud-orientale europea del Caucaso.

Né va trascurato il fatto che proprio dalla conclusione della Guerra Fredda è stato innescato il processo di profonda crisi e di incombente disgregazione in cui si trova oggi l’UE (non l’Europa!), nata in un mondo che non c’è più e che fa finta di non accorgersene.

Con la caduta del Muro di Berlino è terminato dunque un vero e proprio conflitto mondiale, durato oltre quarant’anni, che ha visto vincitori e vinti e, come è successo dopo i due conflitti mondiali guerreggiati, la scomparsa di un impero. La dissoluzione dell’URSS è nei fatti equiparabile a quella dell’impero russo nel 1917, degli imperi austro-ungarico e ottomano dopo il 1918 e a quella degli imperi coloniali britannico e francese dopo il 1945.[1]

La fine dell’Unione Sovietica e della divisione in due (tre) blocchi del globo, successiva al 1989 è stata invece derubricata da evento politico epocale a vittoria finale del Bene sul Male, della Libertà sulla Tirannide, del Progresso Globale e del Libero Mercato su ogni residuo concetto di socialismo, secondo un’impostazione moralistica cara al Pensiero Unico dominante dell’unica potenza egemone rimasta, gli USA.

Si è agito, in buona sostanza, in spirito di continuità con il tribunale di Norimberga, con cui si tentò di liquidare in termini etici una gigantesca, tragica questione politica. L’evidente assenza di un’efficace analisi “scientifica” degli accadimenti e di un disegno di prospettive per il futuro è drammaticamente davanti agli occhi di tutti. Tanto che su questo terreno si sono sviluppate con un certo successo teorie strampalate, come quella della “fine della Storia”.

Ha dunque trionfato la falsa coscienza, l’uso comune e acritico di concetti astratti, quali quello di “globalizzazione”, spacciato per nuovo e, soprattutto, considerato come irreversibile, laddove la Storia ci dovrebbe insegnare che non c’è nulla di irreversibile nelle vicende dell’uomo su questa Terra. Si è detto infatti che la globalizzazione in quanto tale è permanente e benefica, poiché ha consentito il progresso di vaste masse di persone su tutti i continenti, ha liberato energie individuali prima compresse, sta realizzando l’ideale illuministico dell’Uomo Cittadino del Mondo.

Non è chi non veda in ciò la trama di una nuova ideologia. La globalizzazione così come la stiamo conoscendo ed esperendo ha assunto nei fatti connotati politici ed economici ben precisi, che hanno consolidato, ampliato e aggravato enormi diseguaglianze. Secondo l’agenzia britannica OXFAM, i 62 miliardari più ricchi sono giunti a possedere una ricchezza pari a quella della metà più povera del mondo.[2] Quando dunque si parla di crescita in termini assoluti, essa è frutto di un calcolo medio tipico del trilussiano pollo.[3]

Un mondo privo di governo, lasciato in balia degli spiriti vitali senza freni del capitalismo finanziario internazionale, è destinato a vedere il ripetersi di incendi, anche molto distruttivi.

Nessun Metternich, nessun Wilson all’orizzonte, nessun tavolo attorno a cui sedersi in conferenza per tentare di prospettare nuovi equilibri. L’ONU è da tempo un mero simulacro autoreferenziale e costantemente disatteso, che esiste solo per alimentare i suoi costosissimi apparati (si è detto che circa il 70% delle risorse destinate a realizzare i suoi scopi istituzionali serve a stipendiare i funzionari e i dirigenti delle Nazioni Unite).

La globalizzazione mercatista alimenta il sentimento di profonda ingiustizia che milioni di uomini provano oggi, anche nelle aree più ricche della Terra. Ingiustizie e diseguaglianze, comunicate anch’esse capillarmente e globalmente dai media, non potranno a loro volta non alimentare frustrazione e rabbia, fino a giungere a un punto di non ritorno.

E’ già successo, circa cento anni fa, nel cuore dell’Europa uscita distrutta dalla Grande Guerra e divorata dalla speculazione finanziaria, quando la debolezza delle élites politiche non riuscì più a interpretare i bisogni dei cittadini, trattando nel contempo i sommovimenti sociali cui assistevano come crisi febbrili passeggere. Si potrebbe fare un’antologia di tali “sviste”: da chi definiva sprezzantemente Adolf Hitler un “imbianchino” a quell’ uomo politico austriaco, che, interrogato sulla possibilità dello scoppio di una rivoluzione in Russia alla metà degli anni ’10 rispose: “Chi dovrebbe farla, la Rivoluzione, per caso quel tale Trotskij seduto a un tavolo del Café Central?”[4]

La miopia, quel disturbo della vista per cui non si riesce a cogliere le prospettive a più lungo raggio e si preferisce perciò accontentarsi di quanto abbiamo immediatamente davanti alla punta del nostro naso, è il rischio maggiore che stiamo tutti correndo.

C’è estremo bisogno, prima che sia troppo tardi, che la bistrattatissima Politica, intesa in senso ciceroniano come l’attività in cui più di ogni altra “la virtù degli uomini si avvicina alla funzione somma degli dei”, torni a dialogare con gli interessi delle comunità, a temperare gli eccessi, a leggere nel presente il futuro delle nuove generazioni.

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[1] L’altro grande “impero”, il Reich tedesco, rappresenta un caso particolare, in quanto manca di un tratto caratteristico del dominio imperiale, quello di raggruppare sotto un unico scettro non solo regni diversi, ma anche nazioni e culture diverse. Non è un caso se, proprio a Versailles, all’atto della proclamazione di Guglielmo a “Kaiser” si discusse non poco sulla formula “Kaiser di Germania” o “Kaiser tedesco”. Del resto lo stesso Guglielmo I reputava di maggior valore il titolo di “re di Prussia”.

[2] http://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2016/01/Rapporto-Oxfam-Gennaio-2016_-Un-Economia-per-lunopercento.pdf

[3] Trilussa, La Statistica.

[4] Le parole con cui Karl Kraus apre il libro “La terza notte di Walpurga” del 1933, sono molto significative: «Su Hitler non mi viene in mente niente». È sicuramente una battuta feroce e ben mirata, che, se da un lato ridimensiona la statura politica del dittatore tedesco, dall’altro dimostra una certa sottovalutazione dell’incombente pericolo sistemico rappresentato in Europa dal nazionalsocialismo in ascesa

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Risultati delle elezioni in Olanda e qualità dell’informazione: una breve postilla


Le operazioni di voto in Olanda si sono chiuse da poche ore e ancora non è nota ufficialmente la distribuzione dei seggi nel futuro Parlamento, ma pifferi e tamburi della banda del Mainstream hanno già intonato il loro motivetto, che si presenta con una struttura ternaria.

Primo movimento: la paura. Tutta la stampa “seria”, cartacea, televisiva e in rete, ha creato nei giorni scorsi attorno alle elezioni olandesi un clima da Armageddon, proiettando un’immagine demoniaca e vincente del partito di Wilders, destinato a trionfare e a minacciare l’Europa (bisognerebbe finirla con questa fuorviante brachilogia, che identifica il continente con le attuali malcerte e malfunzionanti istituzioni della UE).

Secondo movimento: l’attesa. Lo scontro politico è stato presentato in forme radicalizzate, quasi che in Olanda vigesse un sistema elettorale simile a quello statunitense, sostanzialmente bipartitico, con Wilders nella parte di Trump e Rutte nella parte di Obama-Clinton, e non un sistema in buona sostanza multipartitico e proporzionalista.  Di qui la lente manichea inappropriatamente applicata all’evento, visto come una possibile rivincita delle forze del Bene contro le forze del Male.

Terzo movimento: la liberazione. “Si scopran le tombe, si levino i morti”. Trionfo del buono Rutte, perbene, liberale, europeista (!) e rovinosa sconfitta del cattivo Wilders, islamofobo, razzista, antieuropeista (!).

Strano modo davvero di informare e di dare una notizia. Vediamo i dati finora pubblicati:

  1. La coalizione guidata da Rutte, il trionfatore, ha perduto in tutto 37 seggi, di cui 8 suoi propri e il resto – ben 29 – dell’ormai comatoso partito laburista e ha quasi dimezzato la sua rappresentanza parlamentare.
  2. – il partito di Wilders, lo sconfitto, ha guadagnato 5 seggi ed è diventato la seconda forza politica del Paese.

E meno male che, a dare una mano a Rutte, è arrivato Erdohan e il suo grottesco tentativo di invadere l’Europa con i suoi rappresentanti per convincere le comunità turche a votare per lui al prossimo referendum. Respingendo sdegnato l’assalto della Mezzaluna, il premier olandese è potuto scendere sullo stesso terreno del populista Wilders e quindi rendere meno cocente la sconfitta. Perché di sconfitta si è trattato.

Nessuno è contento della presenza così ingombrante di un tipo come Wilders, ma non c’è cosa peggiore che far finta di niente o, addirittura, applicare una sorta di wishful thinking nell’analisi dei dati reali.

Il malessere nei confronti della non-politica della UE su temi sempre più rilevanti della nostra quotidianità (sicurezza, politiche sulle immigrazioni, lotta alle diseguaglianze) persiste, macina e incassa consensi. Bisogna dirlo, senza infingimenti e senza pannicelli caldi. Il re continua ad essere nudo.

“La rabbia e l’algoritmo”. Considerazioni su un articolo di Giuliano da Empoli.


In un interessante e per molti versi suggestivo articolo di Giuliano da Empoli, segnalatomi dall’amico Carlo Batini e di cui consiglio la lettura (“La rabbia e l’algoritmo”, www.voltaitalia.org), si compie – finalmente – un’analisi intelligente del fenomeno politico “M5S”: “Il punto è che è arrivato il momento di prendere sul serio il Movimento 5 Stelle”, visto che “il M5S è parte di un movimento globale che sta cambiando il volto delle democrazie liberali dell’occidente”.

Nel prosieguo del suo discorso, da Empoli introduce una categoria interpretativa tratta da un libro di Peter Sloterdijk (Zorn und Zeit, Frankfurt, 2006), la rabbia, che, a partire dalla prima parola dell’Iliade omerica, avrebbe determinato la storia dell’Occidente.

Citando Sloterdijk, si parla di “banche della collera” riferendosi alla Chiesa e ai partiti della sinistra. Tali banche “trasformavano i perdenti in militanti e offrivano uno sbocco politico alla loro rabbia.” Con il fallimento di queste due banche, “nessuno gestisce più la collera accumulata negli uomini”. La Chiesa secolarizzata parla infatti sempre meno di riscatto nell’Aldilà per i derelitti dell’Aldiquà, mentre i partiti di sinistra “sono venuti a patti con i principi della democrazia liberale e le regole del mercato” (vedi il blairismo).

L’originalità del M5S, che resterebbe comunque tutto interno alla galassia neo-nazionalista e populista, starebbe proprio nell’aver portato a sintesi originale ed efficace la rabbia, impersonata dalla fisicità strabordante di un comico, Beppe Grillo, e l’algida potenza dell’algoritmo, rappresentata dalla Casaleggio & Associati: “La forza e la resilienza del M5S, provengono dunque da questa combinazione: il populismo tradizionale che si sposa con l’algoritmo e partorisce una vera e propria macchina da guerra, per nulla gioiosa, ma tremendamente efficace.”

Il M5S avrebbe due caratteristiche specifiche: una “vocazione totalitaria” e un funzionamento analogo al Page Rank di Google. La prima si manifesterebbe come rifiuto di allearsi con qualsivoglia partito, avendo l’ambizione di rappresentare “non una parte, ma la totalità del popolo”; la seconda si rifletterebbe nell’assenza di un programma politico preciso, sostituito da un algoritmo che ne elabora di volta in volta uno, assumendo contenuti e temi che piacciono di più alla maggioranza degli internauti: “la macchina del Movimento è la traduzione politica di Google.

Nel cogliere la radicalità della sfida che il M5S porta ai tradizionali modi di fare politica, sottolineando peraltro il fatto che lo stesso “è riuscito a conquistare una larghissima quota di giovani”, Da Empoli si rivolge al PD e individua, nella sua azione di contrasto al M5S, tre possibili tentazioni, tutte e tre insufficienti: la tentazione giacobina, la tentazione elitaria, la tentazione dorotea.

La prima ha il difetto di affrontare l’avversario sul suo stesso terreno, quello dell’opposizione dura e pura, dove un partito a vocazione governativa si muove assai male; la seconda vorrebbe “accendere i riflettori” della Ragione sulle contraddizioni e sulle opacità dell’M5S, ma non fa i conti con il fatto che ciò che conta è la narrazione, ovvero il messaggio di insieme, anche se contiene falsità e deformazioni, purché corrisponda alle esperienze e alle sensazioni “vere” di chi lo ascolta , laddove “la  visione complessiva dei governanti e dei partiti tradizionali [continua] ad essere percepita come poco pertinente rispetto alla realtà.”

La terza è quella di costruire una fortezza che accolga tutti i fautori della vecchia politica minacciata (le Grandi Coalizioni, tanto diffuse in tutta Europa), per tentare di arginare la rabbia dei nuovi barbari.

Nella parte conclusiva del suo saggio, da Empoli interpreta in questa chiave anche la prima fase del governo Renzi, che ha dimostrato di saper rispondere alla rabbia, facendo proprio l’attacco all’ establishment tradotto con la formula che il linguaggio corrente definirebbe “populista”. Una posizione critica spregiudicata che si sarebbe definita alla fine degli anni Novanta “oltre la destra e la sinistra”. Poi tutto è precipitato: “In seguito, la capacità del governo Renzi di dare uno sbocco politico alla rabbia è andata riducendosi, fino alla sconfitta del referendum.” Se il giudizio è, come sembra, corretto, se ne deve dedurre che l’assunzione della rabbia era un escamotage e l’implicita promessa di attaccarne le ragioni una promessa inconsistente.

 Emerge con chiarezza il forte timore dell’inadeguatezza del PD, considerato il perno inamovibile della politica italiana, di fronte al pericoloso nulla dei grillini: “Il M5S è pura quantità” e ancora “Il mondo dei grillini è il futuro orwelliano delle cellule di Matrix. La loro classe dirigente è mediocre.” Dunque, una sentenza inappellabile.

La soluzione? Che il PD, l’unico che, evidentemente, può farlo, diventi “il partito della qualità”, da contrapporre alla “quantità” grillina.

Produrre qualità nella politica significa “distinguere tra progresso e innovazione”, rimettere politicamente mano a questioni fondamentali quali “La qualità della vita, la qualità delle relazioni umane, la qualità del futuro che stiamo costruendo per i nostri figli.”

Aver trascurato questa differenza ha significato accendere focolai di rabbia tra chi ha vissuto la globalizzazione dell’economia, l’integrazione europea, l’immigrazione di massa come fenomeni dolorosi e distruttivi, come pure l’aver considerato come ineluttabili e irreversibili taluni “traguardi” raggiunti (l’Unione Europea, la moneta unica, l’abbandono del protezionismo, la chiusura delle frontiere, la radicale cancellazione del concetto di sovranità): “Smettiamo di dire che non si può fare e cerchiamo di dimostrare che non è una buona idea farlo. Meglio ancora, spieghiamo qual è la nostra alternativa.”

Perché, alla fine, un merito ai “populismi” in ascesa in tutto il mondo, glielo si attribuisce, quello di aver (ri)aperto i cancelli della rabbia e di aver rimesso al centro la necessità di una risposta politica “di qualità” a quella rabbia.

Un articolo, come ho detto all’inizio, senza dubbio intelligente. Mi permetto di fare solo alcune osservazioni, non marginali:

  1. – Il concetto di “rabbia” come categoria che viaggia indisturbata nella storia e che, come un fiume carsico, riemerge laddove eventi esterni lo consentono, mi pare suggestiva, ma debole sul piano interpretativo. In questo senso si tratta di una semplificazione estrema delle vicissitudini umane, lette all’interno di una eterna, illuministica polarità bene-male, luce-tenebre, dove la rabbia è sempre la Negation, contrapposta alla Position della Ragione. C’è invece rabbia e rabbia: quella del nobile Achille, quella del Quarto Stato e quella più recente delle banlieues parigine e dei ceti medi e operai della Rust Belt americana, impoveriti da processi di globalizzazione incontrollata. E ciascuna merita una risposta sua propria. Se non se ne intravvede l’origine negli squilibri, comunque percepiti, nei rapporti sociali, una sorta di psicoterapia collettiva prende il posto della ricerca di una soluzione politica, vale a dire storicamente rilevante.
  2. – L’uso di un concetto così generale come quello di “rabbia” induce un altro errore interpretativo: dovendo polarizzare l’analisi, si finisce per considerare come fossero la stessa cosa la vittoria di Trump, il FN di Marine Le Pen, l’Ukip di Farage (ma a questo punto anche i conservatori di Lady May), il M5S, Podemos e l’AfD tedesca. Per dare sostanza a questa operazione si usa un’unica rubrica, quella del “populismo”, parola alla moda, spesa senza risparmio in tutti gli ambiti (mi aspetto di vederla presto applicata alla cucina e al giardinaggio).
  3. – Anche in questo scritto si fa ampio uso del termine “populismo”. La sua origine è russa e qualifica un movimento politico sviluppatosi tra la fine dell’800 e gli inizi del 900, guidato da intellettuali che, “andando verso il popolo” facevano proseliti in vista della creazione di una società che contrapponeva le virtù del mondo rurale alla corruzione e alla disumanità del nuovo mondo industrializzato. Un riflesso di tale dottrina fu in Italia il cosiddetto “socialismo umanitario” (Pascoli). A questo tipo di socialismo si contrapponeva il “socialismo scientifico” marxista ed è in questo ambito culturale che va cercata l’accezione negativa del termine “populista”. Il populismo non prevede la lotta tra le classi, ma pone al centro il conflitto tra principi assoluti (il bene, il male, il giusto, l’ingiusto, la verità, la menzogna). Depositario delle virtù positive è il “popolo”, concetto etico-romantico più che politico (il giornale della vecchia DC si intitolava, non a caso, “Il Popolo”) dalle molte e indefinibili sfaccettature. Nella storia è possibile rintracciare una stretta relazione tra le grandi faglie attivatesi in determinati momenti di crisi e il sorgere di dottrine populiste: quella tra il tramonto delle società agricole e l’alba delle società industriali, quella tra la seconda e la terza rivoluzione industriale, quella che viviamo oggi, con la scomparsa di un intero mondo (l’emisfero del socialismo reale) e il predominio del capitale finanziario, unito alle straordinarie trasformazioni indotte dalle tecnologie informatiche e dalla robotica. Una dottrina della crisi, dunque, che va in cerca di sicurezze “semplici” in un mondo la cui complessità e aleatorietà è insostenibile. Non per questo “populismo” è un aggettivo da usare con sprezzo, quasi fosse un sottoprodotto del pensiero politico, oppure, come si fa perlopiù, un sinonimo di demagogia. La risposta alle dottrine populiste non può che essere politica, nel senso di un’analisi più alta in grado di cogliere i fallimenti della politica corrente che certamente ha a che fare con l’origine e la forza contagiosa di ciò che si definisce rabbia e che in democrazia riflette il dissenso, la consapevolezza o la sensazione di essere “tagliati fuori”, confinati nell’irrilevanza, come sempre di più capita a grandi masse di ceti medi, una volta considerati il pilastro di un equilibrato assetto sociale. In altri termini, la critica rimane astratta e inefficace se basata sulla negazione dei problemi e dei malesseri che nella categoria del “populismo”, una semplificazione di comodo, troverebbero una spiegazione e una risposta, oscurando l’ammonimento degli antichi greci che, a fronte della complessità dei problemi, raccomandavano la “ricerca scientifica delle cause” (historìa).
  4. – L’analisi della breve parabola renziana fatta dall’Autore mi pare contraddittoria: un periodo iniziale “felice” e poi la “decadenza”. Il perché di questa involuzione non è detto. Forse non si è preso in considerazione il fatto che le risposte del primo Renzi di cui parla in positivo Da Empoli sono un’indigesta miscela di paragrillismo e, giustappunto, di “populismo” (vedi gli strilli bellicosi seguiti da puntuali sottomissioni in Europa, il “dare al popolo” senza alcun quadro prospettico di riferimento, come gli 80 €, il bonus indiscriminato a tutti i diciottenni, le varie mancette sparpagliate a pioggia sulle diverse categorie) e di mero governo del main stream (il Jobs Act, tentativo sostanzialmente fallito di far ripartire l’economia, che ha recato vantaggi solo alle imprese con la massiccia defiscalizzazione dei contributi, la scombiccherata riforma definita con inconsapevole ironia della “Buona Scuola”, che non ha raggiunto nessuno degli obiettivi che si prefigurava e che si è aperta con “il peggiore anno scolastico degli ultimi tempi” – parola di sindacato e, soprattutto, del personale scolastico che ne è stato vittima).

Resta ad ogni buon conto di primordiale importanza il richiamo che Da Empoli fa al recupero della qualità della politica, cioè a dire della necessità di mettere al bando frasi fatte, pregiudizi, luoghi comuni, supposte irreversibilità, rimettendo in moto un pensiero a tutto campo, capace di interpretare e di dare risposte autentiche ai bisogni, molto spesso di elementare benessere e di identità sociale, dell’uomo sulla Terra e di rischiarare la notte in cui ci troviamo e in cui le vacche sono diventate davvero tutte grigie.

 

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(*) Queste considerazioni sono anche frutto di un utile scambio di idee avuto con l’amico Antonio Lettieri.

Di nuovo un nuovo Esame di Stato


Quando si vogliono introdurre delle novità, sarebbe sempre opportuno chiedersi prima qual è il loro scopo. La novità per la novità serve forse a farsi un nome, a far parlare di sé, a conquistare consensi, ma certo non a migliorare l’impianto che si desidera modificare o riformare.

Sono stati diversi i ministri che hanno voluto legare la propria permanenza a viale Trastevere a un provvedimento di riforma, pochi, nel farlo, hanno avuto in mente un’idea complessiva, un disegno generale degli scopi e delle finalità dell’istituzione scolastica.

Prendiamo qui ad esempio le vicissitudini ormai quasi secolari dell’esame di stato, un tempo esame di maturità. Il primo ad averlo introdotto fu, come è noto, Giovanni Gentile. Egli volle così contrastare il malcostume di esami diseguali e privi di controllo e di contenuto opinabile, in specie in relazione agli istituti privati; ma soprattutto fornire allo Stato nazionale, poco più che cinquantenne, un potente strumento di unificazione culturale. Le commissioni infatti, tutte esterne, erano poche e formate da professori universitari e percorrevano l’Italia da nord a sud e nelle isole e verificavano in periferia gli esiti di programmi di studio decisi al centro. Si trattava di un esame molto severo (nelle prime “edizioni” furono bocciati quasi il 50% dei candidati), tanto che lo stesso regime fascista volle poi che fosse mitigato (vi provvide Cesare Maria de Vecchi, che certo non si distingueva per acume intellettuale e per cultura, nel 1937).

L’esame di maturità, riservato ai soli licei, era il coronamento di un percorso scolastico costellato da prove d’esame. La mia generazione è stata la penultima ad aver esperito l’estremo lacerto della scuola gentiliana e ha dovuto superare, in ordine, l’esame di terza elementare, l’esame di licenza elementare, l’esame di ammissione alla scuola media, l’esame di terza media, l’esame tra la quinta ginnasio e la prima liceo, prima di arrivare alla prova finale.

Questo perché la riforma gentiliana non prevedeva “programmi di studio”, bensì “programmi d’esame”, impostazione che lasciava un certo grado di libertà ai docenti, cui si chiedeva “solo” di giungere alla medesima mèta, a Milano come a Palermo.

L’idea di scuola di Gentile era molto precisa e decisa: doveva essere uno strumento selettivo, destinato a creare una classe dirigente di pochi, culturalmente ben provveduti, con un evidente primato concesso agli studi umanistico-filosofici.  Egli operò (1923) in un’Italia ancora largamente pre-moderna, con un alto tasso di analfabetismo e con ben oltre la metà della popolazione ancora impegnata nel settore primario. L’orizzonte “liberal-totalitario” gentiliano è tramontato da tempo, ma la forte coerenza interna del suo progetto di scuola ha consentito che il suo esame di maturità sopravvivesse, sostanzialmente immutato (Gonella), ben oltre la fine della Seconda Guerra Mondiale, quando entrò altresì a far parte del dettato costituzionale (art. 33):  E` prescritto un esame di Stato per l’ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l’abilitazione all’esercizio professionale.

Alla fine degli anni ’60 del secolo scorso bussava potentemente all’uscio la scuola di massa, sentinella di un radicale, rapido mutamento della società italiana nel suo insieme. A tale mutamento rispose la riforma Sullo, del 1969, che, non potendo infrangere il vincolo costituzionale, volle comunque fortemente depotenziare l’esame di maturità: due prove scritte, invece delle quattro precedenti e due materie per il colloquio (di cui una a scelta del candidato … e l’altra anche!). Il punteggio finale era espresso in sessantesimi, non erano più previsti esami di riparazione e gli accessi agli studi universitari venivano aperti a tutti gli indirizzi e non più solo a quelli liceali. La commissione restava completamente esterna tranne che per la presenza di un membro interno, mentre sempre più rara era la presenza di docenti universitari, limitata alla sola presidenza di commissione. Si trattò in origine di un “esame sperimentale” che tuttavia, a causa della mancata riforma della secondaria superiore, restò in vigore per un trentennio.

Nato per essere il coronamento di una scuola fortemente selettiva, l’esame di maturità venne così sostanzialmente ridotto a mero sigillo da apporre al termine del percorso scolastico. L’articolazione dell’esame ridusse di molto le bocciature, per trasformarsi, specie negli ultimi anni di vigenza, in una sorta di liturgia consacratoria, affatto priva di senso: dal 50% circa delle bocciature delle origini, si passò al 30% degli anni 50-51, all’8% del 70-71.

La scuola dei programmi d’esame e della verifica delle conoscenze disciplinari era definitivamente scomparsa, senza però lasciare il posto a un impianto scolastico altrettanto coerente. Esso, con il passare degli anni, invece di sostituire la selezione con la qualificazione dei percorsi, l’implementazione di una didattica orientativa, la centralità dell’apprendimento, si arrese alla scolarizzazione di massa, facendosi mero contenitore di mode pedagogiche, di volta in volta disattese e mutate, un contenitore in cui il passato e un presente senza chiare prospettive convivevano senza mai giungere a sintesi.

L’insostenibilità di tale situazione, condusse alla terza vera riforma dell’esame, promossa dal ministro Luigi Berlinguer ed entrata in vigore nell’anno scolastico 1998 – 1999. Assieme ad essa, doveva essere applicata anche la riforma della scuola così come configurata dalla Legge 30/2000, poi cancellata per il mutamento della maggioranza di governo.

Si trattava di una prova molto diversa dalla precedente, fin nel nome: dall’esame di maturità si passò all’esame di stato, come del resto la stessa UE ci imponeva: non più un generico “diploma di maturità”, ma un “certificato” con la specifica indicazione delle discipline studiate e dei risultati ottenuti nelle singole prove d’esame.

Tre le prove scritte, di cui la terza predisposta dalla Commissione, con colloquio (si badi bene, non “esame”) orale conclusivo su tutte le discipline dell’ultimo anno. Venne introdotto il credito scolastico e il credito formativo, per meglio tener conto del curricolo del candidato, mentre la commissione era composta da 6-8 commissari, di cui la metà interni e la metà esterni, più il Presidente, esterno all’Istituto. La votazione era espressa in centesimi: 45 punti alle prove scritte, 35 al colloquio orale, e 20 punti al credito scolastico.

Quella sorretta dalla L. 30/00 era una riforma ambiziosa, nata da una precisa idea di scuola, con forti caratteri di discontinuità rispetto al passato. L’ambizione berlingueriana stava nel fatto di voler cambiare la scuola a partire dal suo punto d’arrivo, con un virtuoso percorso a ritroso. Se si vuole, un ritorno alla scuola dei “programmi d’esame” di gentiliana memoria.

Tra le novità più rilevanti, l’introduzione di una verifica globale, non solo delle conoscenze (terza prova, chiamata con terribile vocabolo giornalistico “quizzone”), ma anche delle competenze (saggio breve, articolo di giornale) e delle capacità (colloquio).

La scuola tradizionale, autoreferenziale, quella che ancora oggi si definisce senza alcun fondamento “gentiliana” (nulla di meno gentiliano della trasmissione passiva del sapere, della scuola delle nozioni e dell’accumulo di dati. Del resto, già Plutarco diceva che “la mente non è un vaso da riempire ma un fuoco da accendere”), ebbe purtroppo la meglio e svuotò anche questo esame di ogni elemento di innovazione.

I ritocchi successivi non hanno modificato l’impianto berlingueriano, fino ad oggi, quando, con i decreti attuativi della Buona Scuola, si è messo mano a un altro mutamento sostanziale, di cui però sfugge completamente il senso, anche perché non ne è stato pubblicato alcun testo di accompagnamento.

Cancellata la terza prova, “tanto temuta dagli studenti”, affievolito ancor di più il meccanismo di selezione, già pressoché inesistente all’atto dell’ammissione (a tal proposito considero grottesca e sbagliata una media che prenda in considerazione il voto di condotta), si è compiuto un deciso passo indietro rispetto all’esame Berlinguer, senza, ancora una volta, precisare il profilo culturale del nuovo impianto. Né bastano a definirlo in senso “nuovo” l’introduzione degli esiti dell’alternanza scuola-lavoro nel colloquio, ancora in fase fortemente sperimentale e l’obbligatorietà “collaterale” delle prove INVALSI, che sembrano sempre più costituirsi in una scuola parallela.

Certo non si può pensare a una volontà di ulteriore mitigazione della prova, “alla Cesare Maria de Vecchi”, tanto per intenderci, visto che già oggi le promozioni sono giunte a oltre il 99% dei candidati (99,1% nel 12-13, con il ministro Profumo, 99,2% nel 13-14 con il ministro Carrozza).

Forse è semplicemente un atto di resa finale, l’estremo tentativo di svuotare definitivamente un momento costituzionalmente inevitabile, ma di cui non si riesce più o non si vuole più comprendere il significato e la finalità. Del resto, già da tempo le università e gli istituti di istruzione superiore di maggior prestigio fanno svolgere i test di ingresso ben prima degli esiti dell’esame di stato e gli stessi studenti pare si dedichino di più alla preparazione delle prove selettive di ammissione all’università che non all’esame scolastico finale, vano simulacro ormai di una scuola che ha evidentemente perso la bussola, che oscilla tra aziendalismo (vedi l’insistenza affatto fuori luogo sul Made in Italy nel decreto attuativo, detto della “cultura umanistica”) ed efficientismo classificatorio, una scuola che rischia seriamente di diventare il luogo del “teaching to test”, dell’addestramento e non più dell’insegnamento e dell’apprendimento.

La ministra Fedeli ha detto che si tratta solo di una proposta iniziale, da sottoporre al vaglio del Parlamento e che in quella sede si cercherà il massimo del consenso tra le forze politiche. Buoni propositi. Speriamo solamente che lo scopo non sia quello di non voler turbare i sonni dei giovani elettori diciottenni e delle loro famiglie.

Giuseppe Cappello, “Vita Nuova”, Ladolfi 2016


I termini della “Vita N(u)ova” che Giuseppe Cappello, con questa sua recente silloge (VITA NUOVA, Ladolfi, Novara, 2016, € 10) vuole significare poeticamente a partire dalla nascita della figlia Beatrice, non si spiegano compiutamente nel gusto della pur allusa citazione “alta”.

Essi ci riconducono piuttosto ad un raffinato piano cartesiano, in cui sintagma e paradigma fissano sempre un punto nello spazio e nel tempo, concreto e ideale, personale e collettivo, privato e pubblico insieme.

Già l’endecasillabo iniziale che dà il titolo alla prima poesia (“L’aurea increspatura tiberina”) colloca con movenza classica l’evento generatore in un luogo storico concreto, soprattutto per chi, romano, conosce l’intimo, storico collegamento tra il Tevere sabino (“è vita ancora nel ventre sabino”) e la nascita di tanti figli di Roma.

Questa dialettica tra polarità opposte è particolarmente evidente in una delle più belle poesie della raccolta, “Il pendolo del Dio”. Qui la quotidianità, che assume toni quasi crepuscolari, è continuamente illuminata da bagliori di riflessione cosmica (il latte e caffè, “carburante dell’antimeridiana” e la “tangenziale salsedine del ferro” del mare, le “volontà riluttanti” degli studenti della prima ora, che si “raccolgono piano” e che ben conosce chi insegna, accanto alla “fatica per le parole del vero”), fino alla chiusura del cerchio di un eterno ritorno, ma mai all’eguale, che riscatta nell’amore il senso della giornata (“il vortice risolve e ti stringo/I lazzi e i baci/Lancette d’infinito nel nostro tempo insieme.”).

In questa ricerca di senso, Cappello stringe il nodo delle generazioni. “Ancora ti chiedo di stare”, dice il Poeta al padre che non c’è più. Un omaggio struggente e reso ancora più forte dalla condivisione della medesima condizione di figlio che è diventato padre (“Nel conflitto e nel maturo riabbraccio/Te ne sei andato”), nella consapevolezza di una diversità (“l’arabo volume del sentimento”, “l’intelligenza figlia di un piatto di fave”) che si scopre identità.

Una poesia per molti versi liminale, dunque, quella di Giuseppe Cappello, che sa trasfigurare il quotidiano, senza mai abbandonarlo, anzi, al contrario, traendone linfa di ispirazione universale, come nella poesia dedicata ai fidanzati morti nel terremoto dell’Aquila, densa di riferimenti colti (vedi il titolo stesso, “Il giaciglio di Harshad”, la citazione dannunziana del finale, “la favola bella/Che ieri l’illuse”), che tuttavia si originano sempre nella concretezza mai dimenticata del vissuto, “nel ritmo sussultorio della ninnananna”, quel benefico terremoto che tutti i genitori provocano ogni sera tra le loro braccia per far addormentare i figli.

La piccola Beatrice ci prende dunque per mano, come la Grande, e, nel suo crescere, ci conduce a (ri)scoprire le grandi verità nascoste nel nostro esistere, spesso irriflesso, facendocene intendere il senso profondo e, soprattutto, sentire la gioia.

 

UN FANTASMA SI AGGIRA PER LA “BUONA SCUOLA”, LA CULTURA UMANISTICA


A completamento della legge 107/15, detta della “Buona Scuola” e che tanto buona non si sta rivelando, sono stati elaborati diversi schemi di decreto che, in questi giorni, sono sottoposti al vaglio del Parlamento.

Questi decreti hanno lo scopo di rendere perfettamente operativa la legge sopra citata che, come si sa, ha assunto una forma giuridicamente assai bizzarra: essa ha infatti un solo articolo e centinaia di commi, nonché una quantità rilevante di norme delegate.

Qui vorrei commentare lo schema di decreto che così si intitola: “Norme sulla promozione della cultura umanistica, sulla valorizzazione del patrimonio e delle produzioni culturali e sul sostegno della creatività a norma dell’articolo 1, commi 180 e 181, lettera g) della legge 13 luglio 2015, n. 107.

 E’ evidente fin dall’inizio la mancanza di un orizzonte culturale di riferimento, che si risolve in una mera elencazione di obiettivi disomogenei tra loro ed essi stessi mal definiti. Per promuovere qualcosa bisogna sapere di cosa si tratta. Tuttavia si cercherebbe invano, in tutto l’articolato, cosa si intenda per “cultura umanistica”. Il suo immediato accostamento alla “valorizzazione del patrimonio e delle produzioni culturali” potrebbe darci delle indicazioni in questo senso, ma, se così è, il significato di cultura umanistica si vedrebbe ristretto ai cosiddetti “beni culturali” e più in generale alle arti. Mi pare un po’ poco.

Quanto poi al “sostegno alla creatività”, siamo nelle nebbie del luogo comune e degli slogan.

Tale impressione di estremo genericismo viene rafforzata dalla lettura dell’art. 1 (principi e finalità):

  1. Il sapere artistico è garantito agli alunni e agli studenti come espressione della cultura umanistica, finalizzata a riconoscere la centralità dell’uomo, affermandone la dignità, le esigenze, i diritti e i valori.
  2. È compito del sistema nazionale d’istruzione e formazione promuovere lo studio, la conoscenza e la pratica delle arti, quale requisito fondamentale del curricolo, con particolare riferimento alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio culturale.

Cosa sia il “sapere artistico”, espressione quantomai oscura, non è detto; esso però deve essere addirittura “garantito” e per di più come “espressione della cultura umanistica, finalizzata a riconoscere la centralità dell’uomo”. A parte il fatto che la centralità dell’uomo è obiettivo della cultura tout court, anche di quella cosiddetta scientifica e tecnologica, sembrerebbe trattarsi qui di un mero umanesimo delle arti, in cui è totalmente assente l’aspetto letterario  e filosofico: in tutto il decreto non c’è infatti traccia della nostra tradizione scolastica classica, né si spende una parola sulle lingue antiche, il greco e il latino, che ci caratterizzano così profondamente e che, della nostra cultura umanistica, sono pilastri.

Del resto, anche le arti, che qui sono intese solo nella loro espressione figurativa e rappresentativa e alle quali forse sarebbe stato opportuno intitolare più semplicemente il decreto (“norme sulla promozione dell’insegnamento delle arti e della musica nella scuola”), vengono anch’esse delimitate in senso economicistico, facendone in buona sostanza uno strumento per la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale.

Dunque non lo studio e la pratica delle arti per l’acquisizione di una più ampia e completa formazione individuale, ma per mettere a profitto (valorizzazione) dei beni, quelli che, con espressione corriva, vengono definiti “il nostro petrolio”.

Questo orientamento produttivistico trova puntuali conferme nella citazione, ripetuta e affatto fuori luogo in un testo che dovrebbe parlare di cultura umanistica, di una locuzione tipica e ormai ossificata del linguaggio giornalistico e della politica: il Made in Italy:

  1. -al c. 3 dell’art.1 si parla del “valore del Made in Italy”, senza peraltro dire in cosa consisterebbe;
  2. Al c. 1, l. c. dell’art. 3, in cui si trattano i “temi della creatività” c’è addirittura un’area, definita peraltro al maschile “artistico-visivo”, dove si realizzano gli scopi in premessa “tramite la conoscenza della storia dell’arte e la pratica della pittura, della scultura, della grafica, delle arti decorative, del design o di altre forme artistiche, anche connesse con l’artigianato artistico e con le produzioni di qualità del ‘Made in Italy’.” Non c’è chi non veda, anche qui, l’eterogeneità delle definizioni e degli ambiti e, soprattutto, l’equivoca e impropria collocazione di un processo produttivo particolare e di non ben identificata natura (il Made in Italy) solo in un contesto “artistico-visivo”. Cosa si ha in mente, la moda, che, peraltro è quasi tutta in mani francesi? Oppure cos’altro?
  3. – Il Made in Italy compare anche all’art. 5, c. 1, l. e, “Il piano delle arti” in una “misura” così definita: “promozione della partecipazione studentesca a percorsi di conoscenza del patrimonio culturale e ambientale dell’Italia e delle opere di ingegno del ‘Made in Italy’, materiale ed immateriale.” A parte la trascuratezza grammaticale (non si aggiunge la “d” alla “e” se la vocale seguente è diversa), a me pare un capolavoro di “nihil dicere per verba” quel “materiale e immateriale” aggiunto alle opere d’ingegno del Made in Italy. Chissà cosa intendeva dire il frettoloso estensore.
  4. – All’art. 7 (“reti di scuole”), c. 1, l. f, “promozione di iniziative mirate a valorizzare le radici culturali del proprio territorio, con particolare riguardo al patrimonio culturale e ai luoghi delle produzioni artistiche ed artigianali e del Made in Italy;” si fa più esplicita la connessione tra scuola e sistema produttivo, lasciando tuttavia del tutto nel vago modi e strumenti di tale connessione.

La sensazione che il testo sia una sorta di centone di luoghi comuni e di spezzoni di cultura poco meditata, emerge altresì dall’uso di talune espressioni presenti nel testo:

  1. La fluviale elencazione all’art. 2, in cui si parla di un ambito progettuale “artistico, musicale, teatrale, cinematografico, coreutico, architettonico, paesaggistico, linguistico, storico, storico-artistico, demoetno-antropologico, artigianale, a livello nazionale e internazionale.” Nulla sfugge al legislatore, che, pur di non mancare l’obiettivo, sparacchia termini di non ben precisata natura, quali “artistico”, usato in senso assoluto, e poi “storico-artistico” e “artigianale”.
  2. All’art. 5, c. 1, l. c: cosa significa “valorizzando i talenti attraverso una didattica orientativa”? Perché scrivere “a orecchio”? Ogni buona didattica non può che essere una didattica orientativa, che si tratti di “valorizzare talenti” o meno.
  3. “Produzioni artistiche e artigianali” (artt. 2 c.1 e 7 c.1): perché non esplicitare la relazione tra i due termini e, soprattutto, il suo collegamento con la didattica che, se non sbaglio, è riferita a tutti gli ordini e gradi di scuola?

A cornice poi di tutto questo c’è il solito refrain: l’attuazione del decreto non deve comportare l’investimento di risorse aggiuntive, né provocare alterazioni della pianta organica. Per dirla in poche parole, se volete fare, fate, ma non modificate il sistema e non chiedete ulteriori investimenti.

Come era ahinoi prevedibile, la montagna ha partorito un topolino piccolo piccolo e per giunta neppure tanto in salute.

Much Ado About Nothing, verrebbe da dire.

E’ in casi come questi che si misura il declino culturale di una classe politica. Ne volete una prova ulteriore? Basta rileggere la prosa degli altri decreti delegati, quelli che nel 1974 modificarono seriamente, che li si condividesse o no, la scuola italiana. Il confronto è davvero impietoso e sconfortante.

Pubblicato anche su: http://www2.eguaglianzaeliberta.it/web/

 

 

Una riflessione di Giuseppe Cappello (“Il governo Gentiloni e Montesquieu”) e un mio commento


 

Pubblico qui un intervento di Giuseppe Cappello, poeta finissimo e ottimo insegnante di filosofia e storia, a proposito del nuovo (si fa per dire) governo guidato da Paolo Gentiloni Silverj, corredato da un mio commento. Buona discussione a tutti!

“Credo che la formazione del nuovo governo Gentiloni contenga molte indicazioni che ci permettono di individuare il risultato profondo del referendum del 4 dicembre. La vittoria del NO, infatti, a mio avviso, oltre a sancire la riaffermazione della Costituzione vigente ha con essa riaffermato l’orizzonte generale della  vita pubblica italiana che credo sia destinata a ristabilizzarsi sulle coordinate che proveremo a dire. Innanzitutto la rinascita di un parlamentarismo paralizzante ai fini dell’azione politica; una paralisi in cui i poteri forti e occulti la faranno da padrone più di quanto non sarebbe potuto accadere con la rifoma; quindi, l’indicazione di un ritorno a una legge elettorale proporzianale che è il congenere corollario dell’atavico parlamentarismo paralizzante italiano; paralizzante e, per esprimere comunque un governo, appunto, destinato alla pratica della più vasta tessitura di una fitta e occulta rete di inciuci. Cosa sembra infatti trasparire dalla formazione del nuovo governo se non un rispolvero in grande stile del manuale Cencelli? Tutti sono stati ‘accontentati’. Renzi, innanzitutto, continua a esercitare i suo controllo sulla politica italiana grazie alle sue persone di fiducia quali la sottosegretaria Maria Elena Boschi, il ministro Graziano del Rio, il ministro Poletti e, con una buona dose di ironia, sullo scranno del Ministero dello Sport, Luca Lotti; i sindacati hanno ricevuto anche essi il loro compenso con l’ingresso nella compagine di governo della CGIL nello strategico ministero dell’istruzione: il governo spera (invano) di ricucire con il mondo della scuola e il sindacato potrà esibire la sua sclerotica vitalità di fronte a chi deve rinnovare a breve la propria tessera; la minoranza del PD e in particolare D’Alema ha ottenuto l’importante Ministero degli Interni; Berlusconi diverrà di nuovo l’ago della bilancia della politica italiana (nessuno potrà governare senza allearsi con lui); il mondo cattolico più retrivo, abituato a controllare la sanità pubblica e privata, vede Beatrice Lorenzin ancora in posizione di comando nonostante le numerose gaffe della propaganda sul fertility day; e perfino i Grillini e la Lega, a loro insaputa, rientrano tra i beneficiari di questo nuovo governo: potranno continuare a sottrarsi dalla prova del governo e esercitare la loro più riuscita attività dell’opposizione che strepita e si dibatte. Insomma, altro che governo fotocopia, quello di Gentiloni, come si addita da più parti: con questa nuova esperienza ci sembra piuttosto che Renzi abbia dismesso la sua più audace tenuta da riformatore, bella o non bella a seconda dei punti di vista, per entrare fra gli abiti più grigi della conservazione. Forse per un momento di pausa e per una nuova sortita, più prudente ed esperta, da riformatore? Lo vedremo. Per adesso ci sembrano più intonate con la direzione che sta (ri)prendendo la politica italiana, grazie alla vittoria del NO, le parole di Montesquieu lì dove egli scrive: «tutte le società che in fondo sono un’unione di spiriti, si forma un carattere comune. Quest’anima universale assume un modo di pensare che è l’effetto di una catena infinita di cause che si combinano e si moltiplicano da un secolo all’altro. Una volta che il tono è dato e fatto proprio, esso solo governa, e tutto ciò che i sovrani, i magistrati, i popoli possono fare o immaginare, sia che sembrino opporsi, sia che si adeguino, sempre vi si riferisce». Speriamo che non sia così e qualcosa si rimetta in movimento verso il futuro ma temo che questo sia solo, per dirla con Feuerbach, un «ottativo del cuore» di un’irriducibile riformista di sinistra.”

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Gentile Professore,
in nome del dialogo che appassiona entrambi (direi però più ciceroniano che socratico, visto che non si tratta di far nascere maieuticamente una creatura già concepita, ma di un più romano confronto tra posizioni diverse), commento il suo scritto:
1. – “rinascita di un parlamentarismo paralizzante”. Siamo in pieno renzismo. Le istituzioni democratiche sono “paralizzanti” in quanto tali, perché imbrigliano la volontà del Capo e della sua Gefolgschaft? Mi pare affermazione pericolosa, anche perché attribuisce alle istituzioni colpe e responsabilità che sono di chi quelle istituzioni utilizza;
2. – “i poteri forti la faranno da padrone”. Mi pare che con il piccolo Duce di Pontassieve i poteri forti abbiano spadroneggiato un po’ dappertutto (la dottrina JP Morgan, i donativi a Confindustria, le banche, ecc.). Con la vittoria del SI, il sistema sarebbe andato definitivamente a regime e tutto avrebbe funzionato più speditamente (ah, il demone della velocità!). Certo non per quel 25% di italiani alla soglia della povertà e per gli altri 5 milioni che poveri lo sono di già.
3. – “la minoranza PD e in particolare d’Alema ha ottenuto l’importante ministero dell’interno”. Definire Minniti dalemiano è operazione audace, su cui lo stesso interessato avrebbe da dire. Educato da “Baffino”, certo, ma presto diventato renziano convinto (vedi le ultime posizioni prese). La minoranza PD è invece restata a bocca asciutta, come si merita.
4. – “i grillini rientrano tra i beneficiari del governo Gentiloni”. Vero. Sospetto che un esecutivo così sgangherato e bugiardo (vedi l’ineffabile Maria Elena) lo abbiano dettato Di Maio e Di Battista, allo scopo di raggiungere, alle prossime elezioni, il famoso 41% dei voti;
5. “Renzi ha dismesso la sua più audace tenuta di riformatore”. La narrazione renziana ha qui colto nel segno, se è riuscita a far credere, anche a una persona intelligente come lei, di provenire da un “riformatore”. Qualche parola in libertà, nello stile futurista che è proprio del Nostro: voucher, contratti a tutele crescenti, Buonascuola, sanità lorenziniana, stagnazione economica (siamo ormai l’unico Paese d’Europa, oltre la povera Grecia, che resta in coda e non cresce), disoccupazione giovanile alle stelle, desertificazione di intere regioni (vedi Sardegna e il sud in generale, per il quale, udite, udite, il governo Gentiloni ha riesumato il ministro per il Mezzogiorno). L’elenco delle false o non riuscite riforme potrebbe continuare. Il fatto è che Renzi è sempre stato un doroteo rivestito di panni grillini. Il travestimento ha retto, ma poi, come si sa, le bugie hanno le gambe corte e in quanto a bugie, il Bomba non è secondo a nessuno.
6. – Quanto alla bella citazione di Montesquieu, non mi trova d’accordo l’intonazione nostalgico-pessimistica per cui la sconfitta del SI sarebbe stata la sconfitta della ragione e la vittoria del NO la vittoria delle masse senza volto e senza testa, con un Renzi che, a mezzo tra De Gaulle e Garibaldi, si chiude a Pontassieve/Colombey-les-Deux-Églises/Caprera, per ritornare “più prudente ed esperto, da riformatore”. Il Cielo ce ne scampi.
Chiudo questo mio lungo commento: la meteora Renzi ha illuminato il cielo per mille giorni e poi è declinata lasciando di nuovo tutti al buio, con i problemi di fondo del Paese rimasti irrisolti. Si è trattato di un tentativo, tutto giocato all’interno dei luoghi del potere, di sostituire il vecchio gruppo dirigente con un altro, più giovane e trendy. Tutto qui. Verrebbe da dire, crocianamente, heri dicebamus.