Carlo PAVOLINI, Eredità storica e democrazia, Scienze e Lettere, Roma, 2017, pp. 314


Sostenitore fin da anni lontani (1996) delle soprintendenze uniche territoriali, Carlo Pavolini dovrebbe oggi accogliere con particolare soddisfazione gli sviluppi delle riforme Franceschini, che, in buona sostanza, sembrano far propria quella sua idea.

Le soprintendenze uniche territoriali rappresentano il superamento della tradizionale gestione parcellizzata del patrimonio artistico (beni storico-artistici, beni architettonici, beni archeologici), in una visione “olistica” del bene culturale all’interno un continuum storico stratificato e interconnesso, che va al di là delle mere partizioni disciplinari accademiche.

Una cosa è però l’adozione di un principio, altra la sua attuazione pratica. Da qui si origina la critica che l’Autore muove all’intero processo riformatore promosso dai ministri Franceschini in primis e Madia in secundis. Tale critica viene esercitata con grande acribia e dovizia di documentazione, ma senza agitar di bandiere o parlare di beni culturali per dire altro ad altri.

Anche per questo il libro di Carlo Pavolini dovrebbe trovar posto sulla scrivania di tutti i dirigenti e i funzionari del MiBACT.  Si tratta infatti di uno strumento quantomai utile per attraversare e comprendere la fitta e spesso ingarbugliata produzione normativa generatasi negli anni e con particolare rigoglio nell’ultimo triennio.

Tra il 2014 e il 2017 si assiste a un mutamento radicale dell’assetto amministrativo e gestionale dei beni culturali, attraverso norme e decreti che l’A. intreccia con grande pazienza in una trama giuridico-narrativa molto efficace.

Da questa trama emerge in primo luogo una riflessione generale, del resto già evidenziata dallo stesso sottotitolo del libro, “in cerca di una politica per i beni culturali”: il succedersi delle norme, i tanti aggiustamenti in corso d’opera, le tante avanzate e le tante ritirate, esprimono una qualche logica più generale, una qualsivoglia vision e relativa mission, come oggi si usa dire? Percorrendo le pagine del testo pavoliniano si ha piuttosto la sensazione di trovarsi in un labirinto ariostesco, tra crocicchi, sentieri che si inoltrano tra boschi e radure, improvvise apparizioni, repentine scomparse.

Soprattutto si è indotti a ipotizzare che le disposizioni deliberate siano “para buscar el levante por el poniente”.  La cosiddetta “legge Madia”, ad esempio, sulla quale Pavolini esprime con chiarezza la sua contrarietà, con la prevista “confluenza nell’Ufficio Territoriale dello Stato (prefetti) di tutti gli uffici periferici dell’amministrazione civile” ne potrebbe essere un chiaro esempio: si introducono elementi di profonda, radicale e sconvolgente (in senso letterale) novità non per migliorare o orientare in altro modo il servizio, ma per evitare il peggio o il danno eventuale (vedi la questione del silenzio-assenso).[1]

Tornando nel merito dei problemi, l’A. prende in esame un elemento qualificante delle riforme Franceschini, ovvero quello relativo al sistema museale e alla sua sostanziale separazione dal resto delle realtà territoriali. Anche in questo caso, come dice giustamente Pavolini, “non si riesce a cogliere nessuna logica, nessun senso complessivo” (p. 69). Innegabile è invece la risonanza mediatica di tali provvedimenti: i concorsi con bandi aperti agli stranieri, l’accento posto sulla “valorizzazione” del nostro patrimonio, l’introduzione di figure apicali nuove, come i cosiddetti “supermanager”, selezionati non più solo in base al possesso di competenze specifico-disciplinari, ma anche e soprattutto per le capacità organizzative e gestionali, hanno solleticato non poco la fantasia dei giornalisti. Era forse questo l’obiettivo che si voleva raggiungere?

Alla conclusione del capitolo (p.88), Pavolini coglie bene e con giusta preoccupazione l’aporia tra una concezione olistica del bene culturale, da attuarsi mediante le soprintendenze uniche territoriali, e lo “spacchettamento” di musei, poli e parchi. Ma si tratta davvero di un errore, di un’eterogenesi dei fini?

Al centro del libro (capitolo terzo), “Valore d’uso e valore di scambio nei beni culturali”, il discorso si sposta decisamente sulle prospettive di fondo, sulle finalità che dovrebbe avere l’azione politica culturale. Fuori dalle secche degli “errori” (nel senso etimologico dell’errare/vagare) che il combinato-disposto Franceschini-Madia ha generato, si affronta la questione da una prospettiva “filosofica”, alla ricerca del senso.

I termini del titolo provengono, come è noto, da Marx e sottendono la definizione di valore come “lavoro incorporato nelle merci”. Il valore d’uso e il valore di scambio coesistono nella stessa merce e si distinguono solo in rapporto alla sua fruizione. È indubbiamente suggestiva la traslazione che Pavolini fa di questi termini dall’ambito economico ai beni culturali, utile soprattutto per chiarire equivoci e fraintendimenti attorno al tema della loro valorizzazione/tutela. Purché si eviti lo schematismo di un’equazione del tipo “valorizzazione: tutela = valore di scambio: valore d’uso.”

Si tratta infatti di concetti implicati e per certi versi inestricabili e cangianti, a mio parere intrinseci alla stessa nozione di “bene culturale”, che evidentemente allude al mondo delle merci e che tende a sostituirsi a quella di “patrimonio culturale”.

Giustamente (p. 170), Pavolini parla di “battaglia culturale coerente e di lunga lena” attorno a questi temi, “che non avrà un termine finale prevedibile”. Per questo bisognerà rinunciare a una definizione rigida di tali relazioni (valorizzazione/tutela, pubblico/privato), “accontentandosi” di delimitare con chiarezza il terreno della battaglia e di accettare poi il principio della autonomia e della responsabilità di chi dirige le operazioni.

Nell’ultimo capitolo (“In cerca di una politica”) prima dell’utilissima appendice sulla ormai annosa questione della via dei Fori Imperiali, si tirano le fila del ragionamento che si è dipanato nelle pagine precedenti. In buona sostanza, se da un lato si denunciano i pericoli della soluzione “neoliberista” operata dal governo Renzi (p. 215), dall’altro si mette in evidenza una certa incapacità a leggere la situazione da parte del fronte degli antifranceschiniani, che non avrebbe saputo cogliere le contraddizioni del processo in atto, ma si sarebbe spesso arroccato in un tentativo di difesa rigida del passato.

La soluzione proposta da Pavolini si fonda sulla coerenza dell’assunto iniziale: il modello “soprintendenza unica territoriale” deve essere applicato generalmente e senza eccezioni, anche ai poli museali e alle altre “enclave” amministrative. Il recupero di questa omogeneità dovrà poi essere finalizzato alla realizzazione di un progetto culturale nazionale, volto a un’opera di “diffusione e democratizzazione della conoscenza per la quale lo sfruttamento ‘buono’ e l’utilizzo in senso umanistico, pedagogico e didattico dei beni culturali sono tuttora importanti” (p. 267).

Personalmente mi trovo sostanzialmente d’accordo con queste affermazioni, anche se resta il problema dell’orizzonte – spesso nebuloso – su cui tali affermazioni si definiscono.

Una visione olistica del bene culturale non è più eludibile e deve essere estesa anche ad altri ambiti culturali, come ad esempio la scuola.[2] In tale visione, a mio parere, si devono superare non solo gli steccati accademici, ma anche la tradizionale contrapposizione pubblico buono/privato cattivo, la concezione proprietaria del bene culturale (secondo il diffuso costume per cui le ferrovie sono dei ferrovieri, le poste dei postini, le scuole degli insegnanti, ecc.), come pure i miti opposti del “privato è sempre meglio”, dell’efficientismo, dell’equazione tra aumento dei biglietti venduti e incremento della cultura e così via.

Per mettere in moto un programma tanto vasto, bisognerà procedere con urgenza ad avviare un autentico processo di semplificazione e “alleggerimento” del MiBACT centrale, cui resterebbero compiti decisivi di controllo, verifica e programmazione, attribuendo una ampia ed efficace autonomia alle soprintendenze uniche territoriali, da dimensionare su scala regionale (soprintendenze uniche territoriali a livello di regione, ma non dipendenti dalle regioni). A questo livello, i nodi in apparenza inestricabili tra valorizzazione e tutela, pubblico e privato, precarietà e stabilità potrebbero trovare una composizione non in base a rigidi protocolli stabiliti dal centro, protocolli peraltro assai difficilmente formulabili, come la disamina pavolinana ci ha chiaramente dimostrato, ma in base alle circostanze concrete in cui ci si trova ad agire, diverse da regione a regione, da periodo a periodo, secondo l’unico principio possibile, che è quello della libertà e della responsabilità che, pure all’interno di una cornice tracciata a livello nazionale, devono essere attribuite a chi dirige e a chi opera sul territorio.

 

 

 

[1] In parte è quanto è successo con la “Buona Scuola” renziana, generata anche a copertura della necessità di evitare le multe milionarie che la Corte di Giustizia europea ci ha comminato per anni per la questione dei precari non stabilizzati dopo 36 mesi.

[2] Cf. Claudio SALONE, Un approccio olistico all’eredità culturale, in “Education 2.0”, 2015 http://www.educationduepuntozero.it/curricoli-e-saperi/salone_266-40157278315.shtml

Daniele MANACORDA, L’Italia agli Italiani – Istruzioni e ostruzioni per il patrimonio culturale, Bari 2014, pp. 149


Fin dal titolo, di evidente sapore risorgimentale, il libro di Daniele Manacorda chiama alle armi. E la squilla suona non più contro la reazione austro-borbonica e clericale, ma contro uno schieramento composito di conservatori e timorosi del nuovo, che va dagli “esimi palati” (così li definisce l’Autore, prendendo in prestito l’espressione da Montella e che sono assimilabili alle emunctae nares oraziane) delle anime belle all’inerzia confortevole dei “burocrati”, dei “competenti”, spesso gelosi difensori dei propri horticuli.

Il testo è bipartito: la prima parte, oltre alla premessa, è costituita da una disamina dei princìpi e delle idee che informano tutta la trattazione, svolta con l’ausilio di una sorta di “convitato di pietra”, rappresentato dagli scritti di Tomaso Montanari, storico dell’arte, che, seppur trattato con grande deferenza, costituisce  il catalizzatore negativo dell’intiero discorso. La seconda è un utilissimo “abbecedario” (lemmario, lo chiama l’Autore) che orienta il lettore nella comprensione del ruolo che il patrimonio culturale ha o dovrebbe avere in questo nostro inizio di millennio.

Per citare solo alcuni di questi lemmi, molto significativo mi è parso quello relativo alla “Divulgazione”. Qui bene fa Manacorda a richiamare Huxley, che peraltro sintetizza l’esperienza di ogni buon insegnante, secondo la quale solo spiegando a chi nulla sa si riesce a illuminare quel che fino ad allora era restato oscuro a noi stessi. La divulgazione è però pratica assai poco comune all’Accademia italiana, che tende spesso ad usare la conoscenza come una picca, per tener distanti le folle che vorrebbero dare l’assalto alla rocca. Gustosa e, ahinoi, profondamente vera la citazione in proposito della didascalia incomprensibile e terroristica del piccolo antiquarium del Cilento, leggendo la quale torna alla mente la fulminante coda belliana del sonetto “Er frutto de la predica”: “venissimo a capì che sso’ misteri”.

Alla voce “Restauro” si coglie, tra l’altro, la preziosa esortazione a “liberarci dal demone del falso, preservando il nostro amore per l’autentico, dal demone del frammento, preservando il nostro interesse per il documento, dal demone dell’antico, preservando la nostra propensione verso tutto ciò che può raccontarci il passato.”.

Parlando dell’Università si sottolinea poi come, non per sua colpa esclusiva, essa si chiuda spesso nel fortino disciplinaristico degli specialisti e poco si apra alle collaborazioni “non formali” con enti e istituti che operano direttamente nei processi di gestione e tutela dei beni. A tal proposito, dire che “la collaborazione va creata con i progetti, non a parole” tuttavia non basta. Al contrario, bisogna stare attenti, poiché esiste una malattia perniciosa, la “progettite” che  ha infettato interi settori della Pubblica Amministrazione e che, lungi dal favorirne l’apertura e il rinnovamento, ne ha spesso coperto il sostanziale immobilismo.

Dico subito che quanto è scritto nel libro mi trova pienamente d’accordo, nella sostanza e nell’idea che lo muove. Un lettore superficiale o in malafede (un “esimio palato”, ad esempio) potrebbe classificarlo tra le pubblicazioni che predicano il mercantilismo, l’aziendalismo, la privatizzazione dei beni culturali. Non è così. In queste pagine si coglie invece un atteggiamento che considero affatto positivo, cioè a dire profondamente “laico”, espressione abusata e fraintesa, ma che significa sostanzialmente aperta all’ascolto, che non si asserraglia in fortini ideologici (neppure in quelli “progressisti”), che non ha paura di aprire porte e di confrontarsi con il tumulto del reale, non per assecondarlo, ma per comprenderlo e, se possibile, per interpretarlo a favore della res publica. Un atteggiamento che definirei “gentile” in senso classico, inclusivo più che esclusivo, curioso più che diffidente, intraprendente più che timoroso.

Tutto ciò non significa mero appiattimento sulle mode del momento o assenza di princìpi. I princìpi ci sono e, seppur qui riferiti ai beni culturali, non è difficile estrapolarli e riferirli a tutta l’amministrazione pubblica.

Ad esempio, la necessità di intendersi bene sulle parole che si usano (la scelta di un lemmario cade a proposito). Fondamentale mi sembra la distinzione che Manacorda fa e che è oggi largamente offuscata nei mezzi di comunicazione di massa, ma anche in ambienti “competenti”, tra “pubblico” e “statale”. Tale errata sinonimia sottende una precisa ideologia tutta novecentesca, secondo la quale lo Stato in quanto tale incarna il Bene Comune e sussume la Res Publica. Aggiungerei qui di mio, ad integrazione, l’uso “spregiudicato” del termine “Nazione”, anch’esso impiegato con eccessiva disinvoltura (basti pensare al “Partito della Nazione”, un ossimoro di cui si continua a parlare senza esplicitarne bene contenuti e limiti) o di “decentramento”, largamente e correntemente confuso con “autonomia”. Ristabilire il valore delle parole significa comprendere dove ci troviamo e in che ambito ci muoviamo.

Nella fattispecie, il libro esorta a distinguere, sempre: tra conservazione e conservatorismo, tra istruzioni e ostruzioni, tra valorizzazione e mercificazione. Il filo dell’argomentare riconduce al titolo, laddove si parla di una “espropriazione” del bene comune degli stakeholders (portatori di interessi) a vantaggio quasi esclusivo degli shareholders (azionisti). Non vi è dubbio infatti che il nostro Paese sia abitato da shareholders e non da stakeholders. In parole povere, da noi le ferrovie sono dei ferrovieri e non dei viaggiatori, le poste dei postini e non dei destinatari delle lettere, le scuole dei professori e non degli studenti e così via seguitando. E’ così che si sentono taluni professori  e “addetti ai lavori” dire (scherzosamente?) che le scuole e i musei sono più belli quando non ci sono studenti e visitatori.

E’ un Paese che ha scarsa coscienza di sé, dei suoi diritti, dei beni straordinari che possiede, consegnati per indolenza – e per cinismo – agli “esperti”, per i quali peraltro non esiste alcun sistema di accountability (altra parola due volte straniera in Italia). Questa condizione di permanente alienazione conduce all’asfissia dei processi formativi, parcellizzati negli specialismi, incapaci di dialogare tra loro, se non per meritorie eccezioni che, in quanto tali, non riescono mai a diventare sistema.

Aprire le porte, far circolare aria, abbattere vecchi tabù, mettere tutto in discussione, sembra dire il libro di Manacorda. Ci troviamo forse di fronte ad un rarissimo esemplare di “archeologo futurista”? Niente affatto, poiché l’approccio “movimentista” va non già in direzione dell’abbattimento tout court di lacci e lacciuoli, ma di un approccio policentrico, sinergico alla questione del come amministrare il patrimonio culturale degli Italiani.

All’interno di questo “campo di forze”, in cui il privato e lo Stato si fanno “pubblico”, l’Amministrazione, centrale e periferica, conserva un ruolo irrinunciabile, un ruolo in cui assumono fondamentale importanza il controllo dei processi, la verifica dei protocolli, il feed-back sui risultati ottenuti, l’indipendenza, la competenza, la trasparenza, più che la gestione diretta dei beni. Per questo, dobbiamo dire con chiarezza maggiore di quanto, nel fuoco della polemica, non traspaia dalle pagine del libro di Manacorda: badiamo a non demonizzare la burocrazia in quanto tale; essa è divenuta oggi sinonimo (ancora una volta si assiste ad un uso distorto di un termine) di trascuraggine, ostacolo al progresso, autoreferenzialità. La burocrazia, cioè a dire, nella definizione weberiana, l’insieme in cui “le procedure sistemiche, le gerarchie ben strutturate e un’amministrazione governata da professionisti adeguatamente formati ad agire secondo regole fisse sono […] tutti elementi necessari per mantenere l’ordine, massimizzare l’efficienza ed eliminare i favoritismi” resta oggi più che mai indispensabile antemurale alla corruzione e al buon funzionamento della Res Publica. Purché la politique politicienne cessi di innervarla con le sue propaggini clientelari e di ridurne costantemente l’efficacia e i livelli di competenza. La ricostruzione di una moderna, indipendente e preparata burocrazia, non la sua cancellazione, costituisce la vera sfida per il futuro di ogni società civile. Una burocrazia “leggera”, con compiti però decisivi negli snodi dei processi di gestione, che cioè non sia costretta a fronteggiare e a normare direttamente e momento per momento ogni aspetto di tali processi (alla lettera D del lemmario sarebbe stato utile aggiungere anche “Delega”).

Nel libro c’è naturalmente molto di più di quel che ho detto finora. Lascio al lettore il piacere di scoprirlo.

La “Notte dei musei”: è la notte dei musei?


Stasera ci sarà la “Notte dei Musei”, che si potranno visitare con comodo, magari dopo una pizza e un cinema.
Personalmente non ho mai condiviso un’iniziativa del genere, ma ne comprendo bene la logica, la solita logica del creare “l’evento”, del poter far dire a chi partecipa ”io c’ero”, del “famolo strano”.
I musei andrebbero frequentati di giorno e tutti i giorni, ma ciò non accade o accade in misura insufficiente per motivi evidenti: la mancanza di una politica culturale seria e non fatta per spot (così ne parlano i telegiornali!), una politica che badi alla buona, sana gestione quotidiana, sistemica dei beni culturali, che invece vengono lasciati senza risorse e senza progetti (tutta la mia solidarietà ai lavoratori del Colosseo e degli altri siti di interesse culturale, pochi, pagati male e spesso in ritardo. In prospettiva, continuando a tagliare fondi e personale, tra pochi anni ci troveremo nell’impossibilità di aprire biblioteche, di tenere aperti normalmente scavi e musei e, soprattutto, di presidiare con efficacia il territorio e il paesaggio, la nostra unica e forse ultima ricchezza, che rende l’Italia il paese straordinario che è).
Dunque, bando alle visite notturne che fanno tanto “figo” e che si risolvono in uno spreco di risorse già di per sé esigue. Concentriamo i nostri sforzi nel ripristino di una diurna normalità e di una piena funzionalità delle Soprintendenze. Facciamo in modo di educare quotidianamente all’arte (già, perché mentre apriamo i musei di notte, abbiamo ridotto al lumicino la presenza della storia dell’arte nelle scuole), al rispetto dei valori ambientali, urbanistici e culturali. Così facendo, non ci sarà bisogno di bizzarrie scopiazzate da altre esperienze radicalmente diverse dalla nostra e si potrà sperare che a visitare musei, gallerie e scavi ci si vada di frequente e di giorno.