Meno (di questa) Europa


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Pur augurando alla lista Bonino di raggiungere la soglia del 3% e di evitare con ciò la stortura di un’attribuzione indebita dei suoi voti ad altri partiti (grazie a questa indegna legge elettorale), sento la necessità di mettere un segno “meno” davanti all’Europa.

Innanzitutto ripuliamo il linguaggio. “Uscire dall’Europa” è una brachilogia corriva, tipica del linguaggio giornalistico: non si esce da una storia millenaria, questa sì comune, di rapporti, di conflitti, di culture che si intrecciano indissolubilmente tra loro. Il Regno Unito non è “uscito dall’Europa”, ma da un’Europa che ha assunto connotati politici ritenuti in contrasto con gli interessi nazionali.

Proviamo a giustificare quel segno “meno”.

Qualche pillola di storia: alla conclusione della Seconda Guerra dei Trent’anni (1914 – 1945), l’Europa era ridotta ad un unico cumulo di rovine, materiali, morali e culturali. Questo sia dalla parte dei vinti che da quella dei vincitori, in particolare la Francia, vincitrice sì ma au bout de souffle (di lì a poco ci sarebbe stata Dien Bien Phu, la spedizione del Canale di Suez, l’inizio della guerra in Algeria).

Politici di grande talento come Schumann e Monnet, decisi a rovesciare il senso dei tragici rapporti franco-tedeschi ereditati da una lunga storia, avviarono la costruzione della comunità europea partendo dalla CECA, che consentiva di valorizzare l’acciaio francese con l’utilizzazione del carbone di cui abbondava la Ruhr.

Se gli interessi economici erano evidenti, non era nemmeno più possibile pensare a un’occupazione militare permanente di quei ricchi territori, come la Francia aveva tentato di fare dopo il ’18, stante l’incombere dell’Unione Sovietica, la presenza della Cortina di Ferro e la divisione della Germania.

Dalla CECA (1951), sostanzialmente il germe del duopolio franco-tedesco, “condito” da alcuni stati di contorno, il Benelux e l’Italia, si sviluppò poi una forma politica più articolata, con la creazione di altre istituzioni comunitarie, come l’Euratom e, con i Trattati di Roma del 1957, la CEE.

Spettò poi alla straordinaria intelligenza politica del generale De Gaulle andare oltre la rete degli interessi economici per immaginare un destino politico che prima avrebbe consolidato e poi progressivamente allargato, in un ambizioso disegno storico, la comunità a tutta l’Europa continentale

Qui sta il nocciolo vero dell’Europa Unita, nel coincidere di interessi tra una Francia vittoriosa, politicamente forte (seggio permanente al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, potenza nucleare) ma impoverita e una Germania annichilita politicamente ed economicamente, ma ancora in possesso di risorse in materie prime e in competenze industriali molto avanzate.

La confrontation mondiale tra i due blocchi stese ancora per un quarantennio sull’Europa il suo ombrello protettivo e le consentì di svilupparsi e prosperare (vedi il boom economico dei primi anni ’60): nessun cedimento era possibile di fronte ai carri armati sovietici saldamente attestati nel cuore del Continente.

Caduto il Muro nel 1989 e ormai dimenticate le sciocchezze sulla “Fine della Storia” e sull’inizio di un’epoca luminosa di progresso illimitato, ci si è accorti ben presto che le rovine di quel Muro erano cadute anche sul versante occidentale.

La scomparsa dell’impero sovietico stava aprendo la strada a una globalizzazione senza freni, al trionfo del “libero cittadino-consumatore”. Il prezzo pagato per questo modello di sviluppo è stato elevatissimo: nel trentennio del “migliore dei mondi possibili”, succeduto alla fine del socialismo reale, si sono registrate più vittime e più conflitti di quelli accaduto nel precedente ben più lungo periodo della Guerra Fredda.

Lo scatenamento degli spiriti vitali del capitalismo, lo strapotere della finanza, il saccheggio di interi continenti (vedi l’Africa) non poteva non avere conseguenze anche per l’Europa. Il duopolio Francia-Germania smise di funzionare come in passato. La Germania finalmente unificata e non più costretta alla minorità politica dalla sua tragica storia recente, reclamava un ruolo egemone all’interno dell’asse Parigi – Bonn, che meglio corrispondesse al suo poderoso motore economico. Mitterrand fu costretto a rinegoziare con Kohl per tentare di mettere sotto controllo la rinnovata centralità tedesca nell’Europa continentale e, soprattutto, il potentissimo marco: il patto fu siglato con la rinuncia da parte di Berlino alla propria moneta nazionale e con l’adozione dell’Euro, in cambio della “autorizzazione” alla Wiedervereinigung.[1]

La situazione odierna riflette quel mutato rapporto di forze e il costante declino della Francia (vedi la disastrosa presidenza Hollande), di fronte a una Germania che “da sola” –  con buona pace di coloro i quali ripetono il mantra che “gli stati europei sono troppo piccoli per fare da soli e che ci vogliono gli Stati Uniti d’Europa” –  è la quarta, se non la terza potenza economica mondiale.

Macron, diventato presidente e autocrate della République, grazie peraltro a una legge elettorale profondamente antidemocratica, cerca di riequilibrare l’antico duopolio. Riuscirà nell’intento? La Germania ha già detto no a un ministro delle finanze europeo e la stessa Francia dirà sempre no a una forza di difesa comune europea, che intralcerebbe la sua autonoma presenza sui diversi teatri politico-militari del globo.

Eccoci dunque di fronte a una possibile, terza edizione dell’asse franco-tedesco. È questa l’unica Europa Unita alle viste. Quando si dice “ci vorrebbe più Europa” si intende un ulteriore perfezionamento del condominio franco-tedesco, con gli altri Stati in posizione subordinata? Ci si è mai chiesti perché gli Stati Uniti d’Europa non sono stati mai realizzati? Per la presenza di alcuni geni del male? Per ignoranza? O forse perché uno stato unico europeo contrasterebbe con la storia, anzi con le storie, di paesi che vogliono mantenere un’identità, non in contrasto con la definizione di comuni interessi economici e politici, ma senza recidere quelle molteplici radici che sono alla base della più grande identità europea.

Veniamo all’Italia: noi non siamo più indispensabili come al tempo della Guerra Fredda, ma siamo pur sempre una nazione di 60 milioni di persone, tecnologicamente avanzata e in diretta concorrenza con gli altri grandi paesi continentali; inoltre diamo fastidio alle rinnovate mire egemoniche della Francia sul Nordafrica. Dunque dobbiamo essere ridotti alla ragione.

Intrappolati in un Euro iniquo (sopravvalutato per noi e sottovalutato per la Germania), oberati da un debito pubblico che cresce, nonostante le misure di austerità (ma si potrebbe ragionevolmente dire anche a causa di queste) e che ci viene minacciosamente sventolato dinnanzi quando tentiamo di rialzare la testa e di scegliere liberamente chi ci dovrà governare (vedi l’uscita di Juncker, che non è stata affatto una gaffe), chiediamo  più Europa  per una sorta di cupio dissolvi, che sanzioni in via definitiva il nostro status di provincia.

La Spagna vi si è già rassegnata: obbedisce senza fiatare a Bruxelles, non riesce a darsi un governo se non di minoranza guidato dal conservatore Rajoy (del resto, in una provincia non è poi tanto necessario averne uno con una normale responsabilità democratica, visto che le direttive arrivano dal centro), sta ricevendo encomi e premi per la sua docilità (vedi la vicenda affatto anomala della nomina del vicepresidente della BCE e l’indulgenza per lo sforamento del fatidico 3%).

Vogliamo anche noi percorrere la stessa strada? È del tutto lecito farlo; solo bisognerebbe dirlo con chiarezza, senza più nascondersi dietro disegni astratti, “ideologici”, come quelli degli Stati Uniti d’Europa.

L’Europa reale esprime un’egemonia politica ed economica che ha sede a Berlino e succursali a Bruxelles, Parigi e Francoforte.

In alternativa dobbiamo sforzarci di declinare l’Europa Unita in forme diverse.

Tornare ad affermare i valori dell’identità nazionale e della sovranità democratica non significa essere nazionalisti e sovranisti. Identità e sovranità democratica sono gli unici baluardi contro una mondializzazione senza volto – peraltro con evidenti segni di crisi -che ci considera astrattamente tutti uguali, tutti liberi e tutti clienti, che conosce forme di rinnovata schiavitù  e che produce immense e crescenti diseguaglianze sociali.

Dalla mancata risoluzione del problema dell’accoglienza dei richiedenti asilo, alla questione Francia-Fincantieri, al raid francese sulla Libia, allo scippo dell’EMA a Milano, alla vicenda Embraco (che non è l’unica), alla nave dell’ENI cacciata dai Turchi nelle acque di Cipro: quanti schiaffi dobbiamo ancora prendere prima di renderci conto che la strada che stiamo seguendo ci condanna a una permanente minorità?

Più che agli Stati Uniti d’Europa, bisognerebbe forse iniziare a lavorare a una Unione Europea di Stati Sovrani, costituita da una rete flessibile di rapporti e di accordi di partenariato, capace di salvaguardare gli  interessi comuni di tutti i partner. Ciò implica un’ambiziosa e insieme realistica visione dell’unità europea ispirata al progresso economico e sociale, in un contesto politico autenticamente democratico.

In altri termini, privilegiando una visione attualizzata di comunità europea di pace e di progresso, corrispondente al disegno fondamentale che ispirò i padri fondatori –  al di fuori delle artificiali e nefaste torsioni, come la moneta unica, che ne hanno irrimediabilmente compromesso i fattori di solidarietà, aprendo la strada a sempre più profonde lacerazioni.

 

[1] Vedi su questo, A.LETTIERI, The Ionesco Euro, in http://www.insightweb.it/web/

 

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Il ritorno del fantasma


Qualunque cosa succeda al secondo turno delle presidenziali francesi, il risultato di Marine Le Pen ha confermato il ritorno di quel tale fantasma, che pareva scomparso dall’orizzonte nell’ultimo ventennio e che ha iniziato ad aggirarsi di nuovo sulla scena politica europea e mondiale, seppure in forme e abiti affatto diversi dal passato.

L’idea che, distrutta l’URSS e il mondo del socialismo reale, il progresso avrebbe assunto un cammino lineare e inarrestabile, sostenuto dallo straordinario sviluppo delle tecnologie, si sta rivelando illusoria. La fede nella mondializzazione e nel libero mercato come attori di sviluppo positivo per tutti sta vacillando alla luce delle sempre più profonde e insostenibili diseguaglianze presenti nelle diverse società, anche in quello che veniva un tempo considerato il Primo Mondo.

In questi ultimi anni, i segnali di disagio sono stati molti, ma le forze politiche tradizionali non hanno saputo coglierli. In particolare, le sinistre, sposando acriticamente le dottrine tecnocratiche e mercatistiche per liberarsi dal sospetto di essere “rimaste indietro”, sul fronte di un socialismo divenuto, dagli anni ’90 in poi, parola addirittura impronunciabile, hanno reciso i legami con il loro elettorato di riferimento, scomparendo del tutto o diluendosi in grandi coalizioni di “responsabili”, in nome di una governabilità e di una accountability meramente finanziaria, preferita sistematicamente alla rappresentanza degli interessi.

Le crepe sul volto delle “magnifiche sorti e progressive” seguite alla Caduta del Muro sono ormai evidenti a tutti.

Il mancato dialogo tra vinti e vincitori all’indomani della fine della Guerra Fredda ha lasciato libero spazio agli spiriti vitali dell’economia, i quali hanno disegnato il nuovo mondo come un campo di forze liberamente e violentemente dispiegate, in cui era fatale che i deboli soccombessero e che la ricchezza si concentrasse nelle mani di pochi.

In buona sostanza, si è trattato dell’illusione che si potesse ormai fare a meno della politica, vecchio “arnese” otto-novecentesco, ultimo ostacolo al progresso a una dimensione, fatto di “risorse umane” e non più di persone.

Come non cogliere il filo conduttore che cuce assieme i diversi “disagi” nazionali? Si tratta di un filo che, per usare la “vecchia” terminologia, passa e ripassa da destra a sinistra e viceversa: da Farage in UK all’AFD tedesca, dagli olandesi di Wilders ai repubblicani di Trump, dal FN di Marine Le Pen a Podemos in Spagna, da Syriza in Grecia, da Melenchon in Francia al M5S in Italia.  Il filo non ha ancora trovato una sua precisa direzione, ma non per questo va derubricato a malattia esantematica passeggera, a una sorta di jacquerie planetaria che le forze “responsabili” sapranno domare.

Il voto francese ci dà indicazioni molto significative in questo senso.

Scomponendo il voto per provenienze sociali, per aree geografiche e per fasce d’età, si leggono con chiarezza i piani di faglia che attraversano la società francese – e non solo: i piccoli centri e le campagne vs i grandi centri urbani, la piccola borghesia impiegatizia, i pensionati impoveriti, gli operai precarizzati vs gli imprenditori, i manager e i professionisti, i giovani vs gli anziani. In buona sostanza, tentando una sintesi estrema, gli esclusi vs i garantiti.

Il declino della politica spiega bene questo clivage: vale forse la pena di ricordare che la politica nacque nel mondo antico proprio per dar voce agli esclusi e per proteggerli dai soprusi dei potenti (basta rileggere Esiodo e Solone per rendersene conto).

Leggendo i dati elettorali in questa chiave, non si può peraltro non osservare che Macron, pur essendo un brillante avatar in chiave renouveau della vecchia politica “debole”, (ministro dell’economia di Hollande, consulente della Banca Rothschild) ha compreso meglio di altri il momentum storico e ha saputo presentarsi come “nuovo” ai desiderosi di cambiamento e “rassicurante” a chi vuole conservare lo status quo. Il suo discorso, dopo l’esito del primo turno, è stato esemplare da questo punto di vista: non ha detto nulla e tutto e poi il contrario di tutto, con richiami alla “Patria” e ai “patrioti” e, contemporaneamente, esprimendo il sostegno alla mondializzazione, al libero scambio de-regolato, all’Europa brussellese attuale a trazione tedesca (significativi e quasi sfacciati gli endorsment di Merkel e Juncker).

Basterà questa riedizione della nostrana politica del “Ma anche” a convincere la metà e oltre dei francesi che ha votato contro l’attuale conduzione della politica nazionale ed europea, schierandosi con Marine Le Pen, Melenchon e altri candidati minori?

Il risultato ottenuto da Jean-Luc Melenchon è, per molti versi, ancor più sorprendente di quello di Macron: il quasi 20% ottenuto con una campagna elettorale “corta”, senza alcun appoggio dei media e con vaste aree di sovrapposizione con quella di Marine Le Pen, testimonia di quanto sarebbe ancora possibile fare “da sinistra” per riconquistare la rappresentanza perduta.

La sconfitta dei partiti che storicamente interpretavano politiche di destra e di sinistra non significa infatti che non esistano più politiche di destra e di sinistra riguardo, ad esempio, il ruolo dello Stato nel processo di redistribuzione della ricchezza globale prodotta che, nonostante la prolungata crisi, non è affatto diminuita.

Se i francesi, andando a votare al secondo turno che, per sua natura, ha una logica binaria, voteranno secondo questo schema polarizzato tra esclusi e garantiti, l’esito è tutt’altro che scontato.

Siamo comunque solo ai primi moti “rivoluzionari” che si stanno accendendo nelle società dell’ex Primo Mondo. Se non sarà questa volta, sic stantibus rebus (Europa egemonizzata dalla Germania, sottrazione di sovranità senza contropartite e senza controlli democratici, politiche di austerità e di fiscal compact), il disagio e la rabbia degli operai, dei piccoli ceti e, più in generale, della borghesia sull’orlo della proletarizzazione non potrà non crescere, con prospettive politiche niente affatto rassicuranti.

Proiettando infine in Italia i risultati elettorali francesi, non si può non pensare che Matteo Renzi si stia mangiando le mani per non aver fatto, all’indomani dell’ormai mitico 40% alle europee, come Macron un anno fa circa, cioè a dire abbandonare il “vecchio” partito che lo aveva sostenuto nella sua folgorante ascesa per realizzare il suo sogno di un Partito personale della Nazione. Che in buona sostanza è quello che sta facendo il giovane enarca, anche lui, come Renzi, mai eletto (finora).

Forse Renzi non ha avuto né il coraggio, né – soprattutto – un team all’altezza di quello di Macron, composto per lo più da giovani trentenni o poco più, informatici, ingegneri, esperti della comunicazione e della rete o enarchi come lui, a cui il leader – in modo non dissimile dal M5S italiano – ha commissionato una piattaforma politica a posteriori, redatta secondo le regole del marketing, mettendosi all’ascolto della società civile, usando i social e la rete, per comprenderne le (apparenti) esigenze.

Matteo si è dovuto invece accontentare di una truppa di giovani e meno giovani ambiziosi, molti dei quali senza eccessiva cultura, tutti fedeli al Capo (che, peraltro, non può vantare titoli ed esperienze professionali paragonabili a quelle di Macron) e ben consapevoli del fatto che dal Capo dipende la loro sopravvivenza politica e professionale.

Ora però è troppo tardi e il Nostro rischia di restare, anche se dovesse vincere le primarie, un’anatra zoppa.

 

28 giugno 1914: imperi da ricostruire


Oggi è il 28 giugno. Cento anni fa moriva assassinato a Sarajevo l’arciduca Franz Ferdinand, erede al trono dell’impero austro-ungarico. Di lì a un mese sarebbe scoppiata la Grande Guerra Europea che, come la Guerra dei Trent’Anni o la Guerra del Peloponneso, è durata, con un fosco intervallo di pace apparente, fino al 1945.
A un secolo dall’inizio dell’ ”inutile strage” (parole di Benedetto XV), la scomparsa dei grandi imperi multinazionali, russo, austro-ungarico e ottomano prima e dei domini coloniali di Francia e Gran Bretagna poi, voluta e perseguita con determinazione dall’altro impero nascente al di là dell’Atlantico, ha prodotto frutti letali per l’Europa e per il mondo: il fascismo e il nazismo negli anni di tregua tra le due fasi della Grande Guerra, la decolonizzazione, il successivo asservimento dei paesi “liberati” alle multinazionali e l’impero del dollaro negli anni immediatamente successivi (vedi gli accordi di Bretton Wood, Dien Bien Phu, la guerra del Canale di Suez,).
Nel secolo scorso gli USA, con il loro poderoso apparato militar-economico hanno effettivamente dominato il mondo (la presenza dell’URSS e della sua sfera di influenza appaiono oggi assai più fragili e meno competitive di quanto allora non sembrassero), applicando il motto romano del divide et impera e imponendo un modello culturale vincente, in cui i grandi principi di libertà e democrazia si sono coniugati con uno straordinario sviluppo tecnologico e scientifico, con consumi di massa sempre più estesi, ma anche con la dilapidazione delle risorse del globo e la costruzione sistematica di ineguaglianze.
Il dominio imperiale americano ha toccato l’apice con la caduta del Muro di Berlino nell’89 e il crollo del blocco sovietico. Ma, coma accade spesso nella storia e nella geometria, il vertice non può non coincidere che con la discesa: negli ultimi venti anni il declino dell’egemonia USA è sotto gli occhi di tutti: a somiglianza di altri imperi del passato (compresa l’URSS), è il primato politico ed economico a declinare per primo, mentre si mantiene ancora forte quello militare.
E così abbiamo assistito all’ascesa impetuosa, per ora disordinata, di altri grandi soggetti politico-economici (Cina, soprattutto, ma anche India e Brasile) e a sanguinosi sommovimenti in regioni cruciali per gli equilibri mondiali, come l’Africa mediterranea, la Siria, l’Iraq.
Non esistono camere di compensazione della crisi (l’ONU è solo una grande apparato che ingoia enormi risorse e che, in un mondo frantumato e fortemente dinamico come l’attuale, si dimostra inerme e inutile. Mi domando perché non trasformarlo in una assai meno dispendiosa e flessibile Conferenza Mondiale delle Nazioni, che si riunisca quando e solo se serve).
L’Europa politica è insignificante e, con il suo continuo allargamento, propiziato anch’esso dagli USA, sta perdendo fisionomia e sostanza culturale, dominata com’è dall’economico, governata da un apparato burocratico autoreferenziale e senza una vision politica planetaria.
In attesa che si formi un altro sistema “imperiale” mondiale, capace di ristabilire un equilibrio globale accettabile, non ci resta che vivere pericolosamente in un’età di mezzo e ricordare l’Europa che non c’è più, quella definitivamente tramontata un secolo fa, quando era, anch’essa, al vertice del mondo, prima di declinare in una follia autodistruttiva (“il suicidio dell’Europa civile”, sempre nelle parole di Benedetto XV).
Allora, proprio alla vigilia della catastrofe, il nostro continente visse una irripetibile, luminosissima stagione di arte e di cultura, crogiolo della modernità così come la conosciamo. A tale stagione, se non altro per rispetto verso i milioni di morti della Grande Guerra Europea, bisognerebbe riandare. Del resto, lo stesso impero austro-ungarico aveva già in sé l’idea di un’Europa unita nelle sue molteplici diversità. Ricordiamo così che la prima, concreta visione federalista europea fu quella nata dal progetto del rumeno Aurel Popovici (1906), suddito fedele dell’imperatore Franz Joseph, il quale voleva trasformare la monarchia dualistica negli “Stati Uniti della Grande Austria”. Gli stessi due eredi al trono di Vienna, Rudolf e Franz Ferdinand, morti entrambi di morte violenta prima di salire al potere, avevano ben chiaro in mente un disegno di riforme federali e autonomistiche che, specie per i Balcani, avrebbero forse consentito di evitare lo spargimento di tanto sangue, giunto fino agli anni ’90 dello scorso secolo.
Il cosiddetto “grande malato”, l’impero ottomano, al di là della retorica anglo-americana alla Lawrence d’Arabia, che identificava “romanticamente”, ma in realtà per fame di petrolio, la libertà con gli istituti tribali di arretrati nomadi beduini, rappresentava allora l’unica forma evoluta di stato nel mondo musulmano. E non è certo un caso che, tornando all’attualità e alle rivolte in Egitto, in Libia e, soprattutto in Siria e in Iraq, un paradigma politico forte che oggi si affaccia su quel teatro sia quello del neo-ottomano Erdohan.
Eccoci dunque al punto: indebolita ormai irreversibilmente l’egemonia statunitense, per noi europei è importante e vitale tornare a riannodare il filo della nostra grande eredità culturale, strappato nel conflitto 1914-1945, disintossicandoci dal morbo dei nazionalismi, (l’autodeterminazione dei popoli) inoculato all’indomani di Versailles e riprendendo il cammino tragicamente interrotto il 28 giugno del 1914.

Pubblico qui (*) in appendice l’ultima proposta austro-ungarica all’Italia, datata 27 marzo 1915, al fine di evitare l’ingresso in guerra di quest’ultima a fianco dell’Intesa. Se fosse stata sottoscritta o quantomeno ragionevolmente discussa, la stragrande maggioranza dei sudditi italiani di Franz Joseph sarebbe entrata nel Regno d’Italia; Trieste avrebbe conservato la sua identità culturale italiana e come città autonoma avrebbe costituito un polo economico fiorentissimo; l’Italia si sarebbe assicurata, con Valona, il controllo dell’Adriatico e la sfera d’influenza sull’Albania. E’ evidente che la cosiddetta “guerra patriottica”, la “quarta guerra di indipendenza” perseguiva, negli intenti di Salandra e del suo governo e al di là di ogni continuità con il Risorgimento, sogni imperiali, ahinoi, presto svaniti e pagati con i nostri quasi due milioni di morti, tra soldati caduti in combattimento, vittime civili e deceduti a causa della terribile pandemia detta “spagnola”.
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(*) la traduzione è mia e si limita a cogliere l’essenziale dei diversi articoli

Articolo 1
L’Austria Ungheria riconosce le aspirazioni dell’Italia alle terre del Sud Tirolo abitate da italiani e accetta un nuovo confine che passi tra i distretti di Cles a sud e quelli di Meran e Schlander a nord, sulla linea spartiacque tra il Noce e l’Adige, fino all’Illmenspitze (Val d’Ultimo)
Articolo 2
L’Austria Ungheria accetta di ritirarsi dai territori della riva sinistra dell’Isonzo abitati da popolazioni italiane. La nuova line di confine seguirà la valle dell’Isonzo, passando per Gradisca, fino a Iudrio.
Articolo 3
Alla città di Trieste sarà assegnata la denominazione di “libera città imperiale”. Essa conserverà la propria università e gli statuti di piena autonomia di cui già gode, al fine di mantenere il suo carattere di italianità. L’odierna zona franca del porta sarà mantenuta e, se del caso, ampliata.
Articolo 4
L’Austria Ungheria è disposta a riconoscere all’Italia la piena sovranità su Valona, sulla sua baia e sui territori circostanti.
Articolo 5
L’Austria Ungheria dichiara il suo disinteresse politico per l’Albania, nel quadro degli accordi di Londra
Articolo 6
Agli italiani che resteranno all’interno dei confini dell’Austria Ungheria anche dopo la firma di questo accordo, il governo imperiale garantirà una particolare attenzione in merito ai loro interessi
Articolo 7
L’Austria Ungheria garantisce l’amnistia per tutti coloro che, abitando nei territori ceduti, siano stati condannati per motivi politici o collegati alla sfera militare.
Articolo 8
L’Italia garantisce una perfetta neutralità rispetto al conflitto in corso, in particolare per quel che riguarda l’Austria Ungheria, la Germania e la Turchia
Articolo 9
L’Italia dichiara che non avanzerà alcuna rivendicazione in merito agli eventuali vantaggi che potranno scaturire dal presente conflitto per l’Austria Ungheria
Articolo 10
L’Austria Ungheria rinuncia ad ogni rivendicazione in merito al possesso italiano del Dodecaneso
Articolo 11
L’Italia si dichiara disposta a versare una somma forfetaria per i territori ceduti. L’importo sarà stabilito da una commissione paritetica. In caso che non si raggiunga un accordo, la decisione sarà demandata alla corte internazionale dell’Aia
Articolo 12
Dopo la firma del presente accordo, l’imperial-regio governo si impegna a dar piena e immediata ufficialità all’atto
Articolo 13
Una commissione mista si dovrà occupare di stabilire nello specifico i dettagli dei nuovi confini. Essa inizierà a riunirsi subito dopo la firma di questo accordo e dovrà sottoporre ai rispettivi governi i risultati con distinti protocolli. I lavori dovranno concludersi entro un mese dal loro inizio.
Articolo 14
Subito dopo la firma di questo accordo, il personale militare di stanza nei territori ceduti farà ritorno nei territori dell’Austria Ungheria.
Articolo 15
Italia e Austria Ungheria accettano la Germania come garante dell’attuazione del presente accordo